Sapevate che nel  nostro Museo Archeologico Nazionale (MANN ) è conservato Il più grande vaso in pietra dura lavorata a rilievo?

Si tratta del più grande cammeo esistente al mondo ed uno degli oggetti più preziose della collezione Farnese.

Ovviamente stiamo parlando della favolosa  tazza Farnese che prende il nome dall’ultima collezione di cui fece parte prima di passare tra i beni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La storia di questa coppa, una phiale in agata sardonica, è quanto mai misteriosa ed avvincente.

Essa risale a un periodo compreso tra il III e il I secolo a.C. e fu eseguito probabilmente ad Alessandria d’Egitto. Tutta la tazza infatti non è altro che una grandiosa allegoria dell’Egitto stesso, anzi, si potrebbe dire che la tazza è l’Egitto, attraversato dal flusso benefico del Nilo. All’esterno sta l’egida, la pelle della capra Amaltea donata da Zeus ad Atena, cui è applicata la testa pietrificante della Medusa, i cui capelli serpentini hanno la forma del sacro ureo, simbolo millenario dei sovrani egizi.

Secondo lo scrittore antico Posidonio, durante il regno di TolomeoVIII l’esploratore Eudosso di Cizico raggiunse l’India, dove un monte veniva indicato con il nome Sardonix, e ritornò con molte pietre preziose. Tra queste vi era anche la nostra famosa tazza che da allora divenne parte intefrante del tesoro dei Tolomei .

Di fatto, la Tazza Farnese, lavorata in forma di phiale (tazza per libagioni) è uno dei pezzi di sardonica più grandi che si conoscano, lavorata in rilievo su ben quattro strati. Pare fosse destinata alle libagioni che i sovrani Lagidi (la dinastia macedone discendente da Tolomeo Lago, compagno di Alessandro Magno) compivano ogni anno con l’acqua del Nilo, per festeggiarel’inizio della piena fecondatrice.

 

La tazza  arrivò dall’Egitto a Roma probabilmente dopo la vittoria di Ottaviano  entrando a far parte del tesoro di Roma,

Dopo la caduta dell’Impero Romano , il prezioso oggetto fu poi portato  a Costantinopoli, per fare poi ritorno in Italia   nel 1239, anno in cui venne acquistata da Federico II ad un prezzo esorbitante.

La preziosa gemma rimase nel suo tesoro fino al 1248 (anno della rivolta di Parma) o al 1253, quando la sua collezione venne dispersa. Da quel momento  della Tazza non si hanno più tracce per altri due secoli, quando ricompare alla corte persiana di Samarcanda o di Herat intorno al 1430, dove viene vista dal pittore Mohammed al-Khayyam che raffigurò in un disegno oggi conservato alla Staatsbibliotheck di Berlino

La tazza verso la metà del Quattrocento, ricomparve a Napoli, nelle collezioni di Alfonso V d’Aragona, dove nel 1458 la vide il Poliziano. Successivamente passò al cardinale Ludovico Trevisan e quindi da questi, nel 1465, a papa Paolo II (al secolo Pietro Barbo). Nel 1471 l’opera fu acquisita da Lorenzo il  Magnifico, all’epoca della sua ambasciata a Roma per salutare il neoeletto papa Sisto IV.

N,B, Esiste peraltro una nota di Lorenzo, risalente proprio a quel viaggio, in cui la Tazza Farnese viene chiamata “la scudella nostra di calcedonio intagliata” e si dice che fu portata a Firenze proprio da Roma.“

Una schodella di sardonio et chalcidonio et agatha, entrovi più figure et di fuori una testa di Medusa”: è così che veniva elencata la Tazza Farnese, capolavoro della glittica ellenistica, nell’inventario dei beni di Lorenzo il Magnifico redatto dopo la sua scomparsa nel 1492

Lorenzo il Magnifico, teneva molto a questa preziosa tazza a tal punto da tenerla esposta nel suo studiolo , Essa risulta infatti essere  ancora presente nelle collezioni medicee,nell’inventario dei beni di Lorenzo il Magnifico redatto dopo la sua scomparsa nel 1492.

N.B. In questo inventario la tazza veniva elencata come una “schodella di sardonio et chalcidonio et agatha, entrovi più figure et di fuori una testa di Medusa ”

La tazza , considerata un capolavoro della glittica ellenistica, passà poi   ai Farnese tramite Margherita d’Austria, rimasta vedova di Alessandro de’ Medici  perchè assassinato dal cugino Lorenzino .

Margherita d’Austria che aveva soli quindici anni, l’anno successivo  andò in sposa a Ottavio Farnese , figlio di Pier Luigi, duca di Castro e futuro duca di Parma e Piacenza: fu con la dote di Margherita che la gemma entrò nella collezione dei Farnese e assunse la denominazione con cui oggi è universalmente nota.

Giunta a,Parma presso  la collezione Farnese, i frenetici spostamenti della Tazza sembrarono quietarsi per qualche secolo. Ma, con l’estinguersi del ramo primogenito della casata Farnese, l’opera fu condannata nuovamente a cambiare sede. Difatti tutti i beni della famiglia, morta l’ultima esponente, Elisabetta Farnese, andarono in eredità al figlio maggiore di lei, Carlo III di Borbone, re di Napoli e Sicilia. Nel 1734 egli dispose il trasferimento di numerose opere della collezione a Napoli, ove furono inizialmente raccolte presso alcune sale del Palazzo reale. Quella sistemazione si rivelò tuttavia inadeguata e molte opere furono spostate, pur dopo anni, presso la nuova sede espositiva del palazzo di Capodimonte. Sarà, tuttavia, soltanto nel 1777 che la Tazza, insieme agli altri manufatti del “museo Farnesiano” e del “museo Hercolanese” (allora custoditi rispettivamente presso Capodimonte e la reggia di Portici) furono collocati all’interno del palazzo degli Studi (ex sede dell’Università dei Regi Studi), venendo così a costituire il nucleo originario del futuro Museo archeologico nazionale, ove sono tutt’ora esposti.

N.B. Con l’Unità d’Italia la Tazza Farnese, che era parte del Real Museo Borbonico istituito nel 1816, confluì nelle raccolte statali ed entrò automaticamente a far parte del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, erede del museo dei Borbone.

CURIOSITA’: La sua vita al museo non è stata delle più tranquille: abbiamo infatti rischiato di perderla per ben due volte. La prima volta nel 1925, quando un custode del museo, Salvatore Aita, nella notte tra il 1° e il 2 ottobre, colpì deliberatamente la bacheca che la conservava (pareva che fosse adirato per alcune azioni disciplinari che l’amministrazione del museo aveva preso nei suoi confronti), facendola cadere e mandandola in frantumi. Fu necessario un accurato restauro per ricomporre i pezzi di una gemma che, fino a quel momento, si era mantenuta pressoché intatta, fatta eccezione per una sbeccatura e per il foro fatto praticare all’epoca del Magnifico, probabilmente per aggiungere un piede alla Tazza. La seconda durante la seconda guerra mondiale: per salvarla dalle razzie di opere d’arte dei nazisti, il soprintendente Amedeo Maiuri murò la Tazza Farnese, assieme al Vaso Blu di Pompei, in un’intercapedine delle mura del museo.

Come potete notare la coppa in sardonica o onice che risale probabilmente al II o I secolo a.C. è passata di mano in mano per oltre duemila anni tra   peronaggi illustriche avevano in comune  la caratteristica di essere fini intenditori di arte. La tazza Farnese ha rappresentato da sempre quindi uno dei pezzi più importanti del tesoro di quanti hanno avuto la fortuna di possederla.

CURIOSITA’:  il vaso in pietra dura lavorata a rilievo , non solo ha il titolo di essere il più grande del mondo antico, ma anche la peculiare caratteristica di essere un  oggetto prezioso proveniente a noi dal mondo antico che  non è stato  rinvenuto sotto terra: anzi probabilmente  non è mai finito sottoterra.

 

A questa intrigante storia di passaggi da una corte all’altra la tazza unisce quella non definitivamente risolta dell’interpretazione della scena raffigurata al suo interno, spiegata in più modi e ancora argomento di nuove precisazioni. Eseguita con un abilissimo lavoro di incisione per mettere in risalto le figure dei personaggi interni e il volto terrificante della Gorgone sull’esterno, ha sfruttato tutte le variazioni di colore dell’agata sardonica.

Se osserviamo bene da vicino questa tazza del diametro di appena  20 cm circa, vi renderete immediatamente conto della sua bellezza e della complessa rappresentazione simbolica . La tazza come vedete è  lavorata su entrambi i lati: sul lato esterno presenta una testa di Gorgone, che rappresenta il potere regale, mentre nella faccia  interno troviamo otto figure, intagliate su di uno strato di avorio   che si staglia sopra il fondo in agata sardonica di colore nero-giallastro.

CURIOSITA’: il naso della Gorgone ha  un piccolo foro, la cui esistenza è documentata già nel catalogo della collezione Farnese, probabilmente utilizzato per infilarvi un sostegno per esporre il manufatto.

Le otto figure presenti nell’interno della tazza, sono state variamente interpretate dai tanti studiosi che hanno cercato di leggerne il significato . Esse hanno  dato adito a diverse interpretazioni, tutte comunque legate all’Egitto, grazie al preciso riferimento rappresentato dalla presenza della Sfinge.

Osserviamo bene il suo interno: sul fondo della coppa, come vedete  è raffigurata, in basso, una Sfinge, su cui siede una figura femminile con delle spighe in mano. Alla sua sinistra, su un albero, si trova un’imponente figura maschile barbuta, con una cornucopia. Al centro un giovane in piedi si appoggia al timone di un aratro e tiene al braccio il sacco con le sementi. A destra due figure femminili sedute e in alto due figure maschili trasportate da un mantello gonfiato dal vento.

La lettura tradizionale vuole che la scena alluda alla piena del Nilo, alla forza fertilizzante del fiume, riconoscibile nella imponente figura barbata di sinistra, e al benessere che ne riceve l’Egitto, rappresentato dalla Sfinge.

Altre interpretazioni sono state però proposte nel corso del tempo. Da quelle legate all’identificazione con personaggi ed eventi storici, a quelle legate alle divinità principali del pantheon egizio. L’associazione fra la serena raffigurazione dell’interno e la terribile immagine di Medusa dell’esterno è stata ad esempio interpretata come un riferimento alla famiglia reale, che sapeva reggere il governo con tranquillità, ricorrendo tuttavia all’inflessibilità.

L’interpretazione comunque oggi più convincente e  accettata, indica i personaggi come  un’allegoria dei benefici delle piene del Nilo . Il grande fiume dell’Egitto troverebbe la sua personificazione nei panni di un  vecchio seduto con il braccio destro su un sicomoro mentre con la sinistra regge una  cornucopia (simbolo di prosperità), e un giovane aitante e muscoloso, identificato come Trittolemo (il giovane cui Demetra insegnò l’arte della coltivazione del grano) o come il dio egizio Horus.

Davanti a lui, di fronte, la figura di  Horus – Trittolemo, (il giovane aitante e muscoloso , cui Demetra insegnò l’arte della coltivazione del grano) inventore dell’aratro, colto mentre solleva il timone di un aratro e tiene un coltello nella mano sinistra. Ai piedi del vecchio troviamo, attaccata al bordo inferiore, una  sfinge  colta di profilo, che non dovrebbe lasciare molti dubbi circa l’ambientazione della scena, e sopra di lei ecco  Eutheneia che tiene in mano alcune spighe e che può essere considerata personificazione della piena del Nilo che rende fertile la terra. Le due figure che volano in alto assieme sono le personificazioni dei venti Etesii ve che favoriscono le inondazioni, mentre le ultime due figure, in basso a destra, sono due  Horai personificazioni delle stagioni (quella con la tazza è la stagione delle piene, quella con la cornucopia la stagione dei raccolti).

Nel tempo come vi accennavo , sono state proposte diverse altre letture di questo controverso capolavoro dell’arte antica  da parte di studiosi  anche se tutte legate comunque  all’Egitto, grazie al preciso riferimento rappresentato dalla presenza della Sfinge.

Per esempio , la figura femminile  presente sotto a Trittolemo e deduta vicino alla sfinge , viene da alcuni identificata e riconosciuta come la dea Iside, riconosciuta come attributo del dio Osiride, marito di Iside e sovrano dell’oltretomba egizio , Essa  volge lo sguardo alla sua sinistra, verso due personaggi seduti a loro volta. Si tratta di una coppia di donne, che starebbero a simboleggiare rispettivamente la personificazione delle stagioni delle piene e delle messi che ne derivano, come suggerito dalla phiale e dalla brocca che stringono tra le mani. Sopra le loro teste, le  due figure maschili, starebbero a rappresentare i venti efesii, correnti che portavano la stagione delle piene, e dunque permettevano al fiume di straripare e diffondere la sua prosperità.
Tutta la scena sin questo caso si svolgerebbe quindi  intorno alle tre figure principali del il Nilo, Iside e Hours-Trittolemo, i cui volti sembrano non corrispondere alla tradizionale fisiognomica di questi personaggi, bensì a ritratti ben più umani, seppur trasfigurati dall’idealizzazione. Ed ecco che allora i tre si trasformano in un’allegoria storica dai contorni piuttosto definiti: quelli della celebrazione di un’età prospera e felice ad opera della dinastia regnante in Egitto, che poteva vantare la propria discendenza direttamente da Tolomeo, generale di Alessandro Magno e poi primo re del paese dopo la conquista dell’indipendenza.

Ma esistono anche  altre numerose differenti interpretazioni da parte dei studiosi che si sono approcciati allo studio della famosa  tazza.

Per esempio, c’è chi ha voluto identificare, nelle varie figure, le principali divinità del pantheon egizio, o ancora personaggi storici (per esempio, la donna che siede sopra la sfinge è stata identificata come Cleopatra III, e l’uomo sopra di lei il figlio Tolomeo Alexandros, e c’è chi ha anche avanzato che la donna potesse essere la più famosa delle regine d’Egitto, Cleopatra VII, ovvero la Cleopatra per antonomasia, quella andata in sposa a Marco Antonio: secondo queste letture, l’uomo con la barba sarebbe dunque uno dei Tolomei), oppure un’allegoria del regno tolemaico ,

Secondo una rappresentazione simbolica del suo lnterno ancora più complessa : oltre al sovrano Tolomeo VIII, compaiono anche la moglie, Cleopatra III, i loro figli, i futuri Tolomeo IX e Tolomeo X, raffigurati come Urano e come il vento Lips, e le figlie Cleopatra IV e Cleopatra Trifena (Tolomeo si proclamava pro-tettore, in quanto legittimo successore dei potenti faraoni).Dunque in questo caso,i personaggi principali non sarebbero altro che il ritratto  del regno di Tolomeo e forse il passaggio del regno da Tolomeo V a quello del figlio Tolomeo VI, intervallato  come curiosamente avviene nella composizione  da quello di Cleopatra, moglie del primo e madre del secondo.

Nella testa della sfinge, forse appositamente cavata in uno spazio più chiaro, è stato allora letto il ritratto di Tolomeo V Epifane, che regnò dal 203 al 181 a.C.; in Iside quello della regina madre Cleopatra I (180-176 a.C., la quale fu reggente per il figlio dopo la morte del marito) ed in Horus-Trittolemo quello dell’erede al trono, Tolomeo VI Filometore (180-170 e poi 163-145 a.C.).

C’è stato anche chi ha proposto di ritenere la Tazza Farnese un prodotto di età augustea, sebbene si trovi in posizione minoritaria rispetto al resto della critica (chi propende per una datazione più tarda avanza come argomenti, per esempio, la disponibilità dell’agata sardonica, che benché nota e utilizzata si diffuse nel Mediterraneo solo a partire dal I secolo avanti Cristo, oppure la raffigurazione della gorgone, che non somiglia alle Meduse ellenistiche ma è molto più somigliante a quelle raffigurate nelle gemme di età imperiale). Una datazione più tarda necessita però anche di una rilettura iconografica: è stato così proposto di interpretarla come un’allegoria dell’Impero romano e delle sue caratteristiche.

Il problema interpretativo derivato dall’impossibilità di conoscere con esattezza, data l’esigua disponibilità di fonti a riguardo, l’iconografia della Tazza, ha causato l’accavallamento di numerose teorie, il cui contenuto varia a seconda dello studioso che le ha formulate.
Tuttavia, quasi tutti sono concordi nell’assegnare all’Egitto il merito di aver prodotto un oggetto di così graziosa fattura, non solo per la particolare attenzione verso il dettaglio tipica dell’arte tolemaica, ma anche per la presenza di una sfinge, accovacciata in primo piano al centro della scena (con il corpo ricavato da uno strato più duro ed il viso in uno più chiaro, come gli altri personaggi).

Ora scommetto che tutti voi vi state chiedendo quale era,  la funzione di questo singolare oggetto  dalla forma strana, avendo una faccia concava che poggia su di una base convessa. Probabilmente il piccolo piatto non veniva usato per i banchetti ma per libagioni rituali e non veniva appoggiato, ma veniva tenuto in mano finché non era svuotato del contenuto, dopodiché veniva appeso in modo che entrambe le superfici decorate potessero essere viste. Questa, forse, la sua funzione più probabile in origine. Poi, nei secoli, la Tazza Farnese è divenuta uno splendido oggetto da collezione, un vanto per chi lo possedeva, un pezzo degno della raccolta di un re. E oggi, capolavoro tra i massimi e più belli che si possano ammirare al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

In conclusione, consigliamo a tutti voi di visitare il Museo archeologico di Napoli e di lasciarsi rapire dalla bellezza ipnotica della Tazza Farnese, di scrutarne le striature nella sardonica e gli improvvisi salti di colore e di tonalità, complice anche l’ottima illuminazione fornita dalla teca nella quale è custodita. E’ un’opera che può ammirarsi a tutto tondo, ed in questo modo va osservata per coglierne ogni aspetto ed ogni suo intimo segreto.

Tuttavia non vi aspettate che ve ne riveli alcuno, sono ormai molti secoli che preferisce essere interrogata senza dare risposte.

 

 

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