SAN GIOVANNI A TEDUCCIO

Una antica storia risalente al IV secolo d.C. racconta che alcuni pescatori , giunti a pescare davanti alla  spiaggia di Vigliena , trovarono improvvisamente impigliata nelle loro reti una statua di marmo raffigurante San Giovanni Battista .

Dopo averla con fatica issata a bordo continuarono poi la loro navigazione verso la località di Pietra Bianca . Giunti però in prossimità dell’ attuale Chiesa di San Giovanni  Battista  l’ imbarcazione non riusciva più ad andare avanti . I pescatori interpretarono questo fenomeno come un segnale e subito non mancarono di trasportare a riva la statua del santo proprio  nello stesso luogo dove poi successivamente edificarono una cappella .  Intorno ad essa poi divenuta chiesa ,  per crescente devozione , incomincio ad aggregarsi nel tempo  un numero sempre maggiore di persone a tal punto da costituire un vero e proprio borgo ovviamente intitolato a San Giovanni.

La chiesa  di San Giovanni fino al 1598  presentava  una struttura semplice, con cappelle laterali e soffitto affrescato, portali in legno e una torre campanaria di forma quadrangolare.  Nel suo interno custodiva molte opere realizzate interamente in legno come l’altare maggiore, l’altare dell’Ecce Homo e il crocifisso. Nel tempo , nel tentativo di  riportare l’edificio agli antichi splendori  di un tempo si sono resi necessari numerosi lavori di restauro  . Nel  1930, fu realizzato il tempietto dell’altare e contemporaneamente rivestita in argento  la statua lignea del patrono .

 

 

Il toponimo TEDUCCIO  del quartiere invece , sembra  che derivi da Teodosia , figlia dell’ Imperatore Romano Teodosio che pare possedesse una villa in questo luogo  (  dove oggi sorge il rione Pazzigno ).

In questo luogo infatti alcuni scavi archeologici fatti in passato non solo ritrovarono un complesso architettonico di tarda età imperiale romana contenente un esplicito riferimento all’ imperatore Teodosio ma anche una pietra miliare risalente al 390 d.C. che segnava il quarto miglio da Napoli ( oggi conservata nella chiesa di San Giovanni ) .

Antichi racconti narrano che intorno ad essa , che era posta accanto alla villa di Teodosio, si svolgessero importanti feste a cui partecipavano tutte le nobili famiglie dell’ epoca , tramandando l’abitudine di appellare l’intera zona “ ad Theodociam “ a Teduccio “.

L’antico borgo , oggi schiacciato da una forte speculazione edilizia che si e’ avuta a partire dal secondo dopoguerra , e’ uno dei centri periferici più affollati della periferia di Napoli con una elevata densità di popolazione inferiore solo a Miano e Secondigliano .

Tutto questo come conseguenza della scelta fatta nel 1904 di trasformare l’intera area nel grande polo industriale della città di Napoli.  Il luogo fu scelto per la sua consacrata vocazione  industriale derivatagli dalla presenza un tempo  in zona del Real Opificio di Pietrarsa e delle numerose fabbriche di cuoio trasferite  per volere di   Ferdinando II . Il sovrano decise  infatti di destinare la zona ai fabbricanti di cuoio . La scelta , lontana dal centro fu dovuta al fatto che non si voleva appestare coi miasmi il cuore della città’.

Dopo questa decisione si insediarono quindi in questo luogo  numerose  fabbriche e capannoni industriali che ovviamente portarono all’insediamento  in zona anche  di numerosi nuovi residenti in cerca di nuove occasioni di lavoro .

Ma il  progetto che sperava di risolvere il problema della dilagante disoccupazione in città e’ purtroppo oggi miseramente fallito .

Molte industrie hanno purtroppo chiuso  la loro attività lasciando alle loro spalle miseria , desolazione ed un gran numero di persone senza lavoro con sogni infranti . Forse a pensarci bene , a distanza di tempo , era meglio lasciare tutto com’è era prima fino al settecento quando da queste parti esistevano ben 28 mulini alimentati dalle acque che defluivano  verso il mare che allora era pulito .

Prima infatti che le varie officine dessero all’ intera zona una impronta  industriale , il luogo era considerato un posto di villeggiatura d’alto borgo dove i bagnanti si affacciavano in massa . Il posto era incantevole e incomincio’ lentamente ad attrarre una nuova borghesia arricchita che non potendo ambire alle proprietà in via Toledo , consentite solo ai patrimoni aristocratici in auge , incomincio ad acquisire grandi proprietà fuori le mura dove poter costruire le loro residenze . Nel 700 in questa zona già baronia dei Colonna , marchesi di Altavilla incominciarono quindi a sorgere nel tempo una serie di ville destinate inizialmente a luogo di villeggiatura ma poi trasformate in permanenti dimore .Tra queste ricordiamo : Villa Cristina – Villa Faraone – Villa Vignola – Villa Papa – Villa Vittoria – Villa Volpicelli – Villa Paudice e Villa Raiola  Scarinzi.

 

Purtroppo oggi l’intero quartiere , distante solo 3 Km da Piazza Municipio , vive una situazione di assoluto degrado , accentuata anche dalla presenza nel centro abitato , di una centrale termoelettrica  (  pare si voglia trasformare il tutto in una nuova costruzione a ciclo continuo ) che da tempo condanna i cittadini ed il territorio ad ingoiare pericolosi veleni  .

La nostra paura e’ quella che le particelle emesse dalla nuova centrale a ciclo continuo , aggiunte a quelle provenienti dagli scariche delle automobili e delle navi che transitano in zona  , possano dar luogo ad una miscela micidiale per la salute dei  cittadini non solo di San Giovanni a Teduccio ma del vicino centro della città di Napoli ed anche delle zone collinari del Vomero e di Posillipo che possono essere raggiunte dalla dispersione delle polveri cancerogene .

E’ incredibile in tempi come questi dove la tutela ambientale  torna prepotentemente ad essere punto centrale del dibattito mondiale ,che a San Giovanni a Teduccio invece , oggi le  autorità competenti , invece di pensare a smantellare definitivamente una centrale altamente inquinante presente da oltre sessanta anni , stiano addirittura progettando  una sua più ampia ed inquinante riconversione. A questo aggiungiamo la presenza in zona di raffinerie ( Kuwait raffineria e Chimica Spa ) ed il loro alto numero di serbatoi di carburante allocati nelle immediate vicinanze dell’abitato  e la  costante presenza nel piccolo porticciolo di grandi navi con il loro container che fanno del luogo , il più grande porto al mondo per il carico e scarico delle merci ( ruolo che Genova ha rifiutato ) ed il gioco è fatto. L’inquinamento fatto di diossina e amianto è servito !!!!

Il tratto del litorale presso San Giovanni a Teduccio  era un tempo chiamato “plagiense ”  in quanto nel 500   erano presenti estese paludi dovute allo scorrere del mitico fiume Sebeto . Per superare il fiume venne eretto un  ponte ,magnifico e  grandioso con  ampie arcate ed una  forte pendenza delle sue rampe  chiamato della ” Maddalena ” in onore  ad una chiesa del 1300 , con annesso ospedale per infermi ,che si trovava in zona  .

Il ponte sulle acque del fiume  Sebeto , era considerato uno dei principali ingressi alla città e per attraversarlo si doveva pagare una gabella .Per un certo periodo divenne per il popolo anche il ponte degli impiccati e dei decapitati in quanto su di esso si eseguivano le esecuzioni ad opera del boia . In zona fu anche istituito un cimitero per gli eretici e per coloro accusati di gravi colpe .

 

Oggi dell’antico ponte  restaurato da  Carlo III di Borbone nel 1747 sono visibili solo le sue originarie cinque arcate riportate ala luce  da un recente intervento ed ancora sommerse  da un contesto ambientale che è stato preda di un’anonima speculazione edilizia  .Esso, ulteriormente  ribassato verso la fine del XIX secolo , per permettere il transito delle nuove vetture tranviarie non è più di fatto oggi riconoscibile. Fino ad allora  era ancora visibile  la celebre colonna miliare di epoca romana con iscrizione latina, la quale affermava che da lì in poi mancavano 1283 passi per Reggio Calabria..  La colonna è  stata poi trasferita nel 1872 presso il Museo Nazionale di San Martino. Sono invece ancora visibili le due edicole sacre in piperno dedicate a San Gennaro e a Sa Giovanni Nepomuceno ( protettore dei ponti ). Le due edicole sono di forma simile e sono formate da due colonne bianco che reggono il frontone triangolare .L’unica differenza è che mentre quella di San Gennaro è libera , l’edicola di San Giovanni Nepomuceno risulta invece inglobata nella facciata di un palazzo. 

 

Delle acque del fiume Sebeto oggi invece purtroppo non resta che qualche piccolo rimasuglio d”acqua melmosa e colma di rifiuti nei pressi di un ponte della tangenziale . Un rigagnolo che fa sorridere amaramente dalla rabbia , solo a vederlo . iI suo corso d’acqua nascendo dalle sorgenti della bolla sul Monte Somma , accanto al Vesuvio , arrivava fino alla collina di Poggioreale per poi dividersi in due rami : uno che sfociava in mare nei pressi dell’attuale piazza Municipio e un altro che andava a sfogarsi proprio qui , presso il Ponte della Maddalena , in una  zona ricca di mulini

Nello stesso luogo ,cosi come nella vicina zona di Gianturco oggi  possiamo ammirare tutto il fallimento del famoso Risanamento che a fronte dei nuovi palazzi signorili sorti sul corso Umberto portarono le classi sociali meno abbienti a vivere nelle retrovie dove gli interventi edilizi furono rari e certamente meno  incisivi .Il progetto di industrializzazione della città che voleva nelle sue intenzioni porre le condizioni ideali per rendere il territorio competitivo sollecitando le iniziative locali ma anche richiamare il capitale settentrionali si è nel tempo rivelato un vero e proprio fallimento . Questo progetto che delegava ai margini del perimetro della città le attività industriali  ha infatti solo portato nell’area di Bagnoli , inquinamento e presenza di  un ecomostro derivante dal grande complesso siderurgico a ciclo continuo denominato Italsider e a Gianturco enormi ed inquinanti impianti di raffineria .

Questo tipo di localizzazione , poco lungimirante , non prevedeva quello che sarebbe stato il boom demografico dell’ultimo secolo che avrebbe di fatto inglobato poi la zona industriale nella città vera e propria senza quindi piu soluzioni di continuità. Le attività industriali in piena città si sono nel tempo poi rivelate una pesante zavorra per lo sviluppo urbano della città costantemente indecisa tra il  continuare l’opera di industrializzazione  intrapresa per cercare di conservare posti di lavoro e indotto o  riconvertire  il territorio salvando i suoi abitanti da inquinamento ambientale e conseguenti malattie.

 

 

Oggi fortunatamente si è imboccata la strada della dismissione dalle industrie ma contemporaneamente ci si è trovati a perdere un sacco di posti di lavoro trascinando   il quartiere in una situazione di grave degrado civile ed economico . Tutto questo ha portato nel  luogo dove un tempo scorreva il fiume Sebeto il  proliferare purtroppo delle attività dei cinesi , i rom con i loro campi dormitori , la prostituzione notte e giorno , ed i rifiuti abbandonati e pericolosi sul ciglio delle strade.

Le ricche potenzialità di questa vasta zona sono quindi andate di fatto del tutto perse  e grazie poi ad una dissennata discontinuità politica addirittura consegnato l’intera area a certamente più  organizzate ( dello stato ) società  criminali . La costante assenza dello stato ha infatti favorito l’emergere di nuove organizzazioni criminali che hanno conferito alla zona una buia etichetta responsabile dell’ulteriore svilimento produttivo dell’area demoralizzando chiunque fosse intenzionato ad investire in qualsiasi maniera sul territorio .

A tutto questo aggiungiamo il nuovo e sempre più massiccio insediamento per l’intera zona industriale di extracomunitari e la presenza continua di Rom e cinesi che hanno creato un substrato clandestino ed una sfuggente economia locale fatta di prodotti contraffatti o illegali del valore di milioni di euro .

A complicare le cose ci si è messa poi una scellerata politica industriale fatta di enormi casermoni dove concentrare tutti coloro bisognosi di case popolari che per le precarie condizioni in cui versa ha ottenuto il nomignolo di  Bronx di San Giovanni a Teduccio,

 

Tutto sembra abbandonato in un degrado inesorabile ed irreversibile  e tutti dimenticano invece che in questa zona si è fatta la storia di Napoli. Il  famoso ponte della Maddalena  vide infatti nel 1799 combattere uno contro l’altro  furiosamente , durante i moti  rivoluzionari ,  giacobini e sanfedisti per decidere le sorti della città .

Le stesse sorti che videro , sempre sul ponte della Maddalena , secoli prima essere affidate  questa volta , nelle mani di San Gennaro

Il  famoso episodio  avvenne nella notte tra lunedi e martedi del 16 Dicembre del 1631 ”  quando il Monte Somma si risvegliò..  I napoletani quella notte  vennero  svegliati  terrorizzati da uno spaventoso terremoto, e  subito dopo videro nel monte Somma un grande e spaventevole incendio, Il fuoco era grandissimo ed innalzandosi in cielo provocava un  fumo  altio  e denso tra il quale  a sprazzi si notavano lampi di fuoco seguiti da terribili boati.

Il mercoledi il fenomeno vulcanico di questa eruzione del Vesuvio , si fece più agghiacciante e tenebroso, infatti il densissimo fumo copri tutto il cielo , tanto che pefino il sole di mezzodi scomparve all’orizzonte. A peggiorare le cose fu il levare di un vento di scirocco che porto con se una pioggia, la quale mischiandosi con la densa nube di cenere, si abbattè sulla citta di Napoli e dintorni con una lucubre pioggia nera, che imbrattò cosi selvaggiamente le strade  da renderle impraticabili.

La lava che scendeva dal Monte minacciosa avanzava verso la città e non accennava per nessun motivo a rallentare il suo percorso .

Fù cosi, visto l’estremo pericolo che il cardinale del Duomo di Napoli ordinò di far uscire in processione L’ampolla del santo sangue e la testa di San Gennaro, con al seguito tutta la curia vescovile bardata con tutti i paramenti sacri. Intanto tutto il popolo napoletano riunito presso le varie processioni che si avvicendono per la città invocano il santo vescovo di Pozzuoli con una cantilena :” San Gennaro mio putente ,tu scioscia chesta cannerà, e sarva tanta gente, d’a morte e lava ardente”. Furono tantissime le processioni che portavano le varie immagini e statuine del santo. Si racconta che quanto la processione con la testa e il sangue di San Gennaro giunse al ponte della Maddalena , avvenne L’atteso miracolo che donò la salvezza ai napoletani , infatti pare che la lava rallentò e poi smise di scendere verso al città e verso tutti i paesini del golfo.

Nel 19 ottobre del  1767  ci fu poi un’ altra terribile eruzione  del Vesuvio che vide protagonisti stavolta sempre San Gennaro , ma anche Padre Rocco ed il solito Ponte della Maddalena .Essa viene ancora oggi ricordata come una delle  più’ terribili eruzioni del Vesuvio . La lava avanzando travolgeva ogni cosa ed era arrivata quasi alle porte della citta’. Il popolo era come impazzito ed  il cardinale stavolta era solo terrorizzato . Intervenne cosi’ padre Rocco a sedare gli animi invitando il popolo alla preghiera . Il giorno dopo organizzo’ una spettacolare processione alla quale parteciparono il clero , la nobilta’ e una folla di popolo con padre Rocco in testa che invocava la protezione del Santo patrono. Giunto al ponte della Maddalena la processione si fermo’. Continuarono le preghiere e le suppliche e dopo alcune ore si vide rallentare il corso della lava fino a fermarsi proprio all’ ingresso della citta’.
L’episodio commosse tutta Napoli , la popolarita’ di padre Rocco raggiunse i vertici piu’ alti e San Gennaro fu dichiarato il piu’ grande santo del paradiso .

Al ponte della Maddalena si puo ancora vedere la statua eretta dal popolo a San Gennaro, che guarda in direzione del Vesuvio e con la mano alzata in segno di benedizione protegge la città e i suoi devoti. San Gennaro appare rivolto verso il vesuvio e con la mano alzata ( come per dire ” qui non puoi passare  ) .

 

Il declino dell’ intera zona inizia  paradossalmente con la costruzione della prima linea ferroviaria d’Italia , la Napoli-Portici ( 1839 ) che portò un inevitabile trasformazione dei luoghi , Quello che era l’ennesimo primato dei Borboni , fini infatti per diventare un vero boomerang per questo territorio . La costruzione della linea ferroviaria interruppe infatti  l’armonia del “ Miglio d’oro “ dato a quei luoghi dalle belle ville vesuviane , dando inizio all’invasione di strade ferrate e asfaltate , che insieme al dilagare incontrollato dell’edilizia , stravolsero L’intero territorio .

La linea ferroviaria coincise di fatto con l’instaurarsi nella zona di un numero sempre maggiore di fabbriche ed industrie di pellame . Lo sviluppo industriale locale richiamo’ di conseguenza un crescente numero di impiegati nel settore sopratutto manufattiero. Si videro sorgere sempre più numerosi cantieri navali che richiamarono in zona persone delle più svariate posizioni sociali che in cerca di lavoro incominciarono ad abitare la zona . Il lento , ma progressivo insediamento del proletariato contribuì ad incrementare il già precario rapporto esistente tra le nobili ville vesuviane ed i suoi aristocratici proprietari  , con quello ( mal sopportato ) della nuova arricchita borghesia senza titoli nobiliari .

Fu la goccia che fece traboccare il vaso . Troppa gente di basso livello sociale frequentava la zona e questo era poco gradito ai nobili gentiluomini .

Il risultato fu che ben presto  il territorio vide l’allontanamento di quella nobiltà’ che vi aveva stabilito dimora di vacanze . Essa  stanca di furti , vandalismi e saccheggi presto abbandono’ al loro degrado le bellissime  e lussuose dimore .

La  fabbrica di maggior spicco presente a San Giovanni a Teduccio era sicuramente Il Reale Opificio di Pietrarsa cioè una grande  industria siderurgica voluto da Ferdinando di Borbone nel 1840  che  suddivisa in quattro padiglioni , grazie ad efficaci fucine e forni, era deputato alla costruzione di locomotive a vapore. Essa in verità  nacque   dapprima come industria siderurgica  e  solo  successivamente (1845 ) venne  trasformata in fabbrica per  la costruzione di vagoni e locomotive a vapore  che dovevano servire sopratutto quella che e’ stata la prima stazione ferroviaria in Italia,  destinata , nel sogni di Ferdinando ad arrivare fino a Capua e da lì poi estendersi a tutto l’Adriatico .

CURIOSITÀ’ : Il 3 ottobre 1839 , fu inaugurata con una locomotiva Bayard proveniente dall’ Inghilterra , la Napoli – Portici , primo tratto ferroviario italiano . Il treno a vapore dal nome “ Vesuvio “ pesava 13 tonnellate e andava a 50 Km orari trainando 7 carrozze per un peso complessivo di 46 tonnellate.

La  fabbrica , capace di dare lavoro a circa 700 operai , era  al momento dell’unita’ la piu grande fabbrica d’Italia,  e l’unica in grado di fabbricare motrici navali in tutta la  penisola senza doversi avvalere di macchinisti inglesi per la loro costruzione . Questa cosa  dava molto fastidio all’Inghilterra sopratutto perchè la costruzione in proprio delle locomotive da parte del Regno Borbonico incominciò con il montaggio di sette locomotive copiando il modo con cui era stato costruito un modello inglese acquistato nel 1843. Una volta capito come utilizzare le parti componenti costruite in Inghilterra , Ferdinando II , pensò bene di costruirsi da se le locomotive della sua ferrovia e fece in modo che lo stabilimento di Pietrarsa fosse autosufficiente non solo di costruire locomotiva e carrozze ma anche di provvedere alla loro  eventuale riparazione .Nacque così il primo e più importante nucleo industriale italiano oltre mezzo secolo prima che nascesse la Fiat .

La fabbrica era famosa e conosciuta in tutta Europa con grande gelosia del solo governo inglese e nel suo periodo di maggiore attività fu visitato da noti ed importanti  personaggi come lo zar di Russia Nicola I  che manifestò l’intenzione di prendere Pietrarsa a modello per il complesso ferroviario di  Kronstad e anche dal papa Pio IX. .

Gli oltre 700 operai ,  oltre ad essere ben pagati , avevano diritto alla pensione e sopratutto ricevevano puntualmente ogni mese la loro paga .Cosa diversa a quello che avvenne poi con l’ instaurarsi della monarchia sabauda che non solo abbasso’ le paghe ma grazie ad una serie di licenziamenti ridusse anche il personale .

L’intera Europa  guardava con ammirazione   questa nostra grande industria , la sua perfetta organizzazione ed il suo  modello gestionale , ma non Il nuovo governo piemontese , che  subito dopo l’annessione di Napoli al Regno d’Italia  , anziché essere fiero di questo piccolo gioiello che tutta l’Europa ci invidiava , penso’ invece solamente di smantellarlo inviando a Napoli il generale Alfonso La Marmora affinché ne visitasse le officine e studiasse la possibilità di impiantarne una analoga a Torino .

Nel 1861, l’Opificio . colpevole del solo fatto di essere presente nel sud Italia , fu considerato dal governo piemontese come una fabbrica  poco utile con una attività  peraltro poco redditiva e una volta dichiarato antieconomico da una relazione fatta da un loro ingegnere emerse addirittura la volontà da parte delle istituzioni piemontesi di venderlo o addirittura demolirlo .

Ora se solo per un attimo volessimo dar ragione a questa fantomatica relazione piemontese ci risulta però altrettanto  difficile poi capire perchè mai invece , lo zar di Russia Nicola I , ordinò addirittura di prenderla a modello per la realizzazione del complesso ferroviario di Kronstad  .

Con l’unità d’Italia,  l’Opificio fu quindi subito considerato antieconomico e  successivamente adibirlo solo alla rimessa in sesto di  rotte locomotive. La fabbrica di conseguenza attraversò un periodo di grande difficoltà, che portò  a licenziamenti e ad una serie di proteste e scioperi da parte dei  lavoratori sedate spesso con violenza come dimostrano antichi documenti ritrovati non  molti anni fa nel fondo della Questura dell’Archivio di Stato. I documenti  raccontano di un eccidio verificatosi nei confronti degli operai in sciopero nel 1863 da parte della nuova subentrata “ Italia “ . Le forze armate italiane,  agli ordini della monarchia sabauda  , il 6 agosto di quell’anno , intervennero sparando sulla folla che scioperando manifestava i suoi diritti contro impropri licenziamenti e abbassamento della paga di lavoro . Il bilancio delle povere vittime operaie fu quello di sei feriti e quattro morti.

La fabbrica , con l’avvento dei nuovi sistemi di trazione elettrica e poi diesel,  inizio il  suo lento declino che portò poi alla  sua chiusura nel 1975 .   L’ex Real Opificio è stato poi  trasformato negli anni seguenti in un grande Museo Ferroviario e di archeologia industriale noto con il nome di Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa .

Le officine di Pietrarsa diedero  comunque in zona il via ad una serie di piccole e grandi fabbriche che insediandosi nel territorio ,  imposero al quartiere  una vocazione industriale . Fino a qualche anno fa in questa zona si trovava la sede della più importante industria conserviera italiana ( la Cirio  )  di proprietà piemontese e tanti mulini per la fabbricazione della farina.

CURIOSITA’ : La zona di Pietrarsa veniva così chiamata in seguito ad una eruzione del Vesuvio che aveva portato la sua lava fino alla costa.

Contro rovina e disoccupazione e’ comunque oggi in atto un processo di riqualificazione del quartiere che punta sopratutto al cambiamento del lato costiero ; un litorale inquinato e composto di edifici in disuso in cui nasceranno il porto turistico di Portofiorito ,  un enorme acquario di circa 14 Mila mq , sedi universitarie e  un centro di sviluppo Apple .

Il progetto tra l’altro prevede il recupero di tutto l’arenile con una accurata bonifica del mare che bagna l’intera costa , ed un rifacimento di tutta l’illuminazione in Corso San Giovanni ( importante punto di aggregazione del quartiere ) dove tra l’altro verrà presto aperto un Super Cinema . Importanti fondi son stati anche stanziati per la  riqualificazione dei fatiscenti alloggi popolari , soprannominati ” Bronx di San Giovanni a Teduccio,” ad oggi abbelliti nella sua facciata solo  dall’ l’esplosione di colori dei murales dipinti dal noto  street artist  Jorit .

Le facciate di questi casermoni costruiti dopo il terremoto del 1980. dipinti dal grande artista con i volti di Maradona e di un ragazzo autistico disegnato con gli occhi chiusi ( Niccolà ) – sono diventate i simboli di una battaglia civica che punta al riscatto delle persone e alla riqualificazione dei luoghi in cui vivono. Così è nata una comunità che ha mostrato la voglia di cambiamento dei numerosi residenti del Bronx che, nei mesi scorsi, ad esempio, hanno collaborato per la pulizia dei locali al piano terra dopo anni di abbandono: i box sono stati ripuliti da ingombranti e rifiuti e uno di questi è attualmente usato come sede del comitato dei residenti.

 

Sotto questo ritratto campeggia una grande scritta: “Essere umani”, che fa da contralto a quella sottostante l’immagine del calciatore argentino: “Dios umano”. In questo modo l’artista vuole esprimere il suo intento di mettere sullo stesso piano esseri umani e divinità, seppur del mondo del calcio. Inoltre tramutatosi in mito vuole essere  un punto di riferimento, simbolico  di riscatto per i numerosi ragazzi che ancora oggi vedono in quell’eroe calcistico degli anni ‘80 la percezione di un essere semidivino, capace con irrefrenabile qualità tecniche di passare da uno stato di povertà a quello di ricchezza e  al contempo divenire trascinatore  della squadra di calcio del Napoli alla conquista dello scudetto, unendo  un’intera città in un sogno

Da pochi anni ‘ in un’ottica di miglioramento ed ampliamento delle aree verdi cittadine e’ stato anche inaugurato in un’area fortemente degradata  anche il  “ Parco Troisi “  che con le sue forme geometriche , i suoi elementi paesaggistici , la sua importante flora fatta di piante ed alberi mediterranei , la sua collinetta artificiale ed il suo laghetto di 8000 metri e’ presto divenuto un importante punto di attrazione nella zona .

Tra i progetti da realizzare anche il parco archeologico del forte Vigliena che dovrebbe finalmente sottrarre alla decadenza uno dei luoghi più importanti e dimenticati  della storia napoletana rappresentando l’ultimo baluardo della resistenza nella Rivoluzione partenopea del 1799.

Il fortino ,di forma pentagonale, fu eretto nel 1702 dal vicere’ dell’epoca il marchese di Vilena Juan Fernandez Pacheco , per difendere l’estremità’ orientale della città . In esso il 13 giugno del 99 , si barricarono i rivoluzionari quando erano stati ormai sconfitti sul poco distante ponte della Maddalena . Furono immediatamente assediati dall’avanzata Sanfedista guidata dal cardinale Ruffo , a capo di una armata che fece incetta di briganti ,cacciatori e contadini calabresi . Per ironia della sorte ,i patrioti che strenuamente resistettero all’interno del forte , erano per gran parte anch’essi della Calabria .Erano circa 150 uomini tutti al comando del sacerdote di Corigliano Antonio Toscano .

Assediati , accerchiati , ed oramai prossimi alla resa , i repubblicani , per non cadere nelle mani del nemico ,presero la decisione storica di farsi saltare in aria insieme al piccolo castello , dando fuoco ai depositi di polvere pirica . Un gesto estremo ed eroico così ricordato da Alexander Dumas

In quel punto s’intende una spaventosa detonazione , e il molo fu scosso come da un terremoto ; nel tempo istesso l’aria si oscurò’ con una nuvola di polvere , e , come se un cratere si fosse aperto al piede del Vesuvio, pietre ,travi ,rottami,,membra umane in pezzi, ricaddero sopra larga circonferenza.

Molti oggi giurano di aver visto dove una volta si trovava il fortino di Vigliena , tra i suoi rimasti ruderi , strane ombre ( magari sono solo dei clochard ) identificate come spettri dei tanti morti avvenuti nella grande esplosione . Qualcuno narra di un grande destriero nero cavalcato da una ragazza il cui volto non si è mai riuscito a scorgere .e qualcun’ altro narra invece di una uomo che compare avvolto da una nebbia . A chi lo guarda egli fa un cenno della testa quasi ad annuire per poi dissolversi tra vecchie industrie abbandonate e nuovi lampioni rotti.

Saranno i molti palazzi antichi diroccati , gli edifici decadenti , le antiche ville vesuviane abbandonate  , l’antico fiume Sebeto sommerso , la presenza di un mare vicino che grida vendetta , antiche suggestioni  o la sola scarsa illuminazione ma anche  per le stradine del centro ogni notte a tutti compare un fantasma . Si tratta di una donna vestito di nero , che ogni sera  si aggira per le strette strade del centro . La dama oscura non si limita solo a passeggiare ma con rabbia getta a terra uno zoccolo che con il suo  sinistro rumore tenta di  provocare  paura  a  chi purtroppo spesso alla paura si è dovuto da tempo adattare ……..  il povero fantasma con il solo zoccolo e senza una pistola … … proprio non riesce più a far paura a nessuno …. in questa zona , oramai , purtroppo , non è certo  lui a far paura , ma ben altri personaggi …..

 

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