GLI AFFRESCHI DELLA CAPPELLA DI SAN GENNARO

Dopo la peste del 1527 , i napoletani fecero un voto a San Gennaro di costruirgli una cappella nel Duomo per ringraziarlo della sua intercessione.
La costruzione di questa cappella , che doveva contenere il cranio del santo e le ampolle contenenti il sangue miracoloso , divenne ben presto fonte di malumore tra i vari artisti napoletani del tempo .
Alla notizia che i committenti avessero scelto di non dare l’ incarico per la sua decorazione ad artisti napoletani ma ad allievi dell’ accademia bolognese , ci fu grande risentimento .
Fu il tutto preso come un grave affronto fatto al loro buon nome . Lavorare in quel luogo sacro era un privilegio e un onore oltre che un guadagno ed era per essi inconcepibile che l’ incarico non venisse affidato ad un napoletano ma ad uno che proveniva da un’ altra regione.
Il primo ad avere l’ incarico fu Guido Reni , un tipo di natura gia’molto sospettoso , che al solo sapere che in citta’ l’ atmosfera non era favorevole si mise in apprensione .
Basto’ qualche lettera minacciosa di avvertimento e il veder tornare a casa il servo malconcio per le bastonate ricevute , per abbandonare di corsa Napoli senza salutare e lasciando sul tavolo una semplice lettera di scuse.
Al suo posto fu chiamato Francesco Gessi , un altro bolognese che inizialmente ignoro’ i vari pedinamenti e le lettere anonime a lui pervenute , ma quando un giorno non vide piu’ tornare i suoi due giovani aiutanti ( che si dice fossero stati rapiti ) incomincio’ ad impaurirsi . Tutte le ricerche per ritrovare i suoi aiutanti furono vane ed egli cogliendo tutto questo come un avvertimento senza pensarci sopra piu’ di due volte fece i bagagli e parti’ lasciando il lavoro incompiuto.
Fu chiamato allora il Domenichino ( Domenico Zampieri ) ; egli fu avvertito dagli amici della critica situazione napoletana e supplicato dalla moglie di non accettare.
Egli era basso di statura e di carattere remissivo e a Napoli trovo’ un ambiente ancora piu’ ostile di quello dei suoi predecessori : i suoi colleghi napoletani misero in atto una vera e propria campagne denigratoria sulle sue capacita’ artistiche diffamandolo di mediocrita’ e mancanza di inventiva. Non mancarono ovviamente le lettere minacciose che crearono in lui uno stato di totale paura . All’ ennesima minaccia sconvolto e terrorizzato , lascio’ ogni cosa e senza neanche avvertire la famiglia fuggi’ a Roma.
Il viceré considero’ la fuga un’ offesa personale e per costringerlo a ritornare sui suoi passi fece imprigionare la moglie e la figlia. Solo dopo un anno , tormentato dal pensiero che le due povere donne fossero chiuse in carcere , decise di fare ritorno a Napoli.
Ottenne la scarcerazione delle due donne ma non la sua quiete . Si arrivo’ a manomettere di notte le sue opere, ad effettuare strani inseguimenti , lettere minatorie e continue minaccia di morte e avvelenamenti.
Il Domenichino comincio’a dare segni di stanchezza : rifiutava il cibo ( per paura di essere avvelenato ) , dormiva poco , e incomincio’ lentamente ad ammalarsi .
Così’ la notte del 1641 mori’ e non si può escludere a distanza di anni che la morte in quel caso non fosse avvenuta per avvelenamento.

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