CHIESA DI SANTA MARIA DEL FARO

Nel quartiere di Posillipo, affacciata sul porticciolo di Marechiaro si trova il piccolo gioiello della Chiesa di Santa Maria del Faro che è stata eretta sul luogo dove anticamente era presente un antico faro romano da cui la vergine prese il nome.

Sul luogo dell’antico faro, pare che sorgesse inizialmente parte della famosa villa romana di Pausylipon e, sulle sue rovine una volta demolito il vecchio faro, sorse di fatto su di essa la chiesetta, che s’intitolò appunto “S. Maria del Faro“.

Secondo alcune fonti sarebbe sorta sui resti di un antico tempio.
Ricordata già nel XIII secolo, fu restaurata nel XVIII secolo su disegno di Ferdinando Sanfelice, per commissione della famiglia salernitana dei Mazza.
La chiesa è un’opera barocca a navata unica e cappelle con piccoli pezzi di arredo proveniente da scavi romani, attribuiti a resti della villa romana di Pausylipon, come attestano due sarcofagi romani sui quali vi è lo stemma della famiglia Mazza.

Dietro l’altare barocco vi è l’affresco cinquecentesco della “Madonna col bambino“.
Gli stucchi invece sono del novecento.
Resti di muratura romana sono visibili anche nelle mura esterne della chiesa.
Singolarmente la chiesa dipendeva fino all’800 dalla Diocesi di Pozzuoli.

La chiesa si trova lungo la strada che porta al borgo di Marechiaro, in passato villaggio di pescatori ed insediamento di religiosi ed oggi area dedicata alla ristorazione e alla balneazione.
Questo luogo rese involontariamente famoso l’illustre napoletano Salvatore Di Giacomo.

In fondo alla strada, raggiungibile da alcuni scalini nascosti, possiamo in questo luogo ammirare la famosa fenestrella citata nella canzone “Marechiare ” di Salvatore Di Giacomo e musicata da Paolo Tosti (qui la canzone)
La targa attuale con inciso lo spartito della canzone, identifica oggi una finestra a caso.
L’edificio che posteriormente ospita la celebre finestra era nel 700 una famosa osteria che si apriva sul mare con un loggiato a quattro arcate di cui due ancora presenti.

Di Giacomo scrisse quasi per svago quei versi che parlavano di una finestrella immaginaria adornata da un vaso di garofani, che si trovava a picco sulle rocce di Marechiaro. Dietro alla finestra c’era una bella fanciulla addormentata di nome Carolina che un innamorato invocava con un’appassionata serenata mentre tra le onde del mare i pesci amoreggiavano al chiaro di luna e sotto le stelle.

I versi musicati poi da Salvatore Tosti diedero luogo alla canzone “Marechiaro ” e la sua melodia diventò una delle più popolari dell’epoca divenendo un classico del repertorio napoletano.

Al poeta, autore di tante opere ben più impegnate, queste righe ispirate da un luogo mai visto e dedicate ad una normale, banale vicenda d’amore pure inventata apparivano troppo scontate e melense, tanto che considerando questi versi nulla di più di un’esercitazione letteraria preferì non inserirla neanche nelle varie raccolte da lui stesse curate.

La canzone diede tanta fama ed onore a Salvatore Di Giacomo ma egli non amò mai questa canzone che gli diede più successo di tante sue opere teatrali, raccolte liriche e versi di maggiore spessore.

Un oste, all’epoca titolare di una locanda nei pressi dei luoghi cantati dal poeta, incoraggiato dal successo del brano, cerco’ di trarne profitto ricreando nel proprio locale affacciato sul mare la celebre finestra con il vaso di garofani ed assunse appositamente una inserviente con il nome di Carolina.

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