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L’8 dicembre, come da tradizione, gli addobbi natalizi sono usciti dalle soffitte e cantine, e hanno preso vita decorando a festa le case dei napoletani. Oltre al classico albero con luci e decorazioni varie, tra i simboli per eccellenza del Natale, a portare un pò di calore nelle fredde case invernali c’è sicuramente il Presepe.
Ma da dove arriva l’antica tradizione del Presepe?
Innanizitutto partiamo col dire che il termine “presepe” deriva dal latino praesepe o praesepium, che significa mangiatoie mentre i primi a descrivere la Natività furono gli evangelisti Luca e Matteo: nel loro racconto ritroviamo infatti l’immagine di quello che poi nel Medioevo è diventato il “praesepium”.
Definito questo aspetto dobbiamo per un momento perlare del famoso editto di Milano del 313 d.C.,con il quale l’imperatore Costantino riconosce il cristianesimo come religione dell’Impero. Non si tratta ancora di una conversione personale (che avverrà solo in punto di morte ) ma di una scelta eminentemente politica. Questa scelta trova il suo compimento nel Concilio di Nicea del 325 d.C., durante il quale viene redatto quello che oggi conosciamo come Credo, ma che in origine era un documento politico di pacificazione tra le varie correnti del cristianesimo. In questo senso Costantino può essere considerato, di fatto, il primo “Papa” della Chiesa istituzionale.
Tutto sta che a partire da quel momento nasque l’esigenza di imporre la nuova religione in tutto l’Impero. Ma tale imposizione non avviene attraverso una cancellazione netta del passato. Così come, da un punto di vista architettonico, le chiese sorgono sui resti dei templi pagani, allo stesso modo, sul piano culturale e simbolico, le credenze più radicate nei popoli vengono sovrapposte e rielaborate all’interno del cristianesimo. Gli dèi vengono sostituiti dai santi, i culti si trasformano, le feste pagane vengono assorbite e reinterpretate. In questo modo una religione nata come monoteista diventa, di fatto, un sistema ibrido, capace di parlare linguaggi diversi senza spezzare il legame con l’antico.
Tra le feste più sentite del mondo pagano vi era quella della luce, del Sol Invictus, che segnava un momento fondamentale: non una semplice ricorrenza, ma un punto di svolta, conclusione e inizio allo stesso tempo. Era la rappresentazione perfetta di ciò che, da sempre, è l’Ouroboros dell’uomo: il serpente che si morde la coda, simbolo del ciclo eterno vita–morte–vita.
Il Natale, la nascita di Gesù, viene collocato esattamente in questo snodo simbolico. Ma per comprenderne il senso profondo bisogna tornare alla cultura contadina e ai suoi ritmi. Con l’equinozio d’autunno, il 21 settembre, inizia il lungo periodo delle tenebre: le giornate si accorciano, la luce diminuisce, la terra entra in una fase di morte apparente. Dopo l’ultimo grande raccolto, la vendemmia, i campi vengono lasciati a riposo affinché possano “ripascere”. Cresce il trifoglio, pascolano le greggi, la terra viene fertilizzata naturalmente. È il tempo del buio, del fermo, della sospensione.
Questo è anche il periodo del culto dei defunti. Si credeva che, favoriti dall’oscurità, i morti tornassero tra i vivi e rimanessero sulla terra per tutto l’arco dell’autunno. Non è un caso che le prime sovrapposizioni cristiane avvengano proprio qui: Ognissanti e la commemorazione dei defunti, tra fine ottobre e inizio novembre. Tradizioni che dialogano con il mondo celtico e ortodosso e che, ancora oggi, sopravvivono sotto forme diverse, talvolta svuotate di senso e ridotte a puro consumo. Eppure, a Napoli, fino a non molto tempo fa, i bambini giravano con le scarabattole, chiedendo un obolo ai passanti: un gesto che richiama chiaramente la continuità di un rito antico.
Con il solstizio d’inverno, il 21 dicembre, il ciclo si rovescia. Le giornate ricominciano ad allungarsi, la luce ritorna, la morte lascia spazio alla rinascita. È la festa della nascita della luce: per gli Egizi Ra, per Greci e Romani il Sole. Il significato è sempre lo stesso. Con il ritorno della luce anche i defunti lasciano la terra, e la loro partenza si manifesta, nella cultura contadina, con le prime semine. Questo momento è vissuto come un dono della Terra, della Grande Madre: è l’Epifania, la manifestazione.
Nel mondo greco le epifanie sono molteplici, perché molteplici sono le divinità che possono manifestarsi. Con il cristianesimo, e con l’ibrido monoteismo che ne deriva, l’Epifania diventa singolare: una sola manifestazione, quella di Dio attraverso il Figlio. La Candelora, altra festa invernale legata alla luce e al fuoco, viene sovrapposta alla presentazione di Gesù al Tempio, quaranta giorni dopo la nascita, e cade così il 2 febbraio.
Questo lungo ciclo festivo – che inizia con l’equinozio d’autunno, attraversa il solstizio d’inverno e si conclude in prossimità dell’equinozio di primavera – costituisce l’ossatura simbolica su cui si innesta il Presepe Popolare Napoletano.
Il presepe classico che tutti conosciamo, però, si deve alla volontà di San Francesco d’Assisi. L’idea di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Gesù Bambino, era venuta al Santo d’Assisi nel Natale del 1222, quando a Betlemme ebbe modo di assistere alle funzioni per la nascita di Gesù. Francesco rimase talmente colpito che, tornato in Italia, chiese a Papa Onorio III di poter ripetere le celebrazioni per il Natale successivo. A quei tempi le rappresentazioni sacre non potevano tenersi in chiesa, così il Papa gli permise di celebrare una messa all’aperto. Fu così che, la notte della Vigilia di Natale del 1223, a Greccio, in Umbria, San Francesco allestì il primo presepe vivente della storia: i frati con le fiaccole illuminavano il paesaggio notturno e all’interno di una grotta fu allestita una mangiatoia riempita di paglia con accanto il bue e l’asinello, ma senza la Sacra Famiglia.
Il primo presepe con tutti i personaggi risale, invece, al 1283, per opera di Arnolfo di Cambio, scultore di otto statuine lignee che rappresentavano la Natività e i Re Magi. Questo presepio è, oggi, conservato nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.
Il primo riferimento documentario di un presepe napoletano risale invece al 1025, e raffigura la classica scena cristiana della Natività, con il bambino nella mangiatoia, la Madonna, San Giuseppe, l’asinello e il bue.
Nel corso di questo secolo compaiono comunque i primi mutamenti.della scenografia classica e, oltre al bue ed all’asinello, sempre affiancati alla Sacra Famiglia, ci sono anche altri animali quale il cane, la capra e le pecore, due pastori, tre angeli.
Il presepe mantenne comunque una stessa struttura: in basso la grotta con angeli e pastori, più in su le montagne con le greggi, e lontano il corteo dei magi.
Fu comunque da quel momento che avvenne la consuetudine di allestire presepi nelle chiese e l’abitudine di realizzare il presepe, iniziò a diffondersi rapidamente in tutto il Regno di Napoli. Intorno al 1500 nacque la cultura del presepe popolare grazie a S. Gaetano di Thiene il quale diede un decisivo impulso all’ammissione sul presepe anche di personaggi secondari.
Egli arrivò a Napoli nel 1534 dopo aver mostrato già grande bravura nell’allestimento di un presepio da lui realizzato nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. L’abilità di Gaetano nella nostra città crebbe in popolarità sopratutto dopo aver costruito un bellissimo presepe nell’ospedale degli Incurabili. Questa sua opera venne talmente apprezzata da venire indicato come l'”inventore” del presepe napoletano e come colui che diede inizio alla tradizione di allestire il presepe nelle chiese e nelle case private in occasione del Natale.
N.B Si deve infatti ai sacerdoti scolopi, nel primo ventennio del Seicento, il presepio barocco. Le statuine furono sostituite da manichini snodabili di legno, rivestiti di stoffe o di abiti. I primissimi manichini napoletani erano a grandezza umana per poi ridursi attorno ai settanta centimetri. Il presepio più famoso fu realizzato nel 1627 dagli Scolopi alla duchessa. La chiesa degli scolopi lo smontava ogni anno per rimontarlo il Natale successivo: anche questa fu un’innovazione perché fino ad allora i presepi erano fissi.
Altri esempi risalgono al 1478, con un presepe di Pietro e Giovanni Alemanno di cui ci sono giunte dodici statue, e la Natività di marmo del 1475 di Antonio Rossellino, visibile a Sant’Anna dei Lombardi.
Nel XV secolo incominciarono a nascere anche i primi veri e propri scultori di figure. Tra questi sono da menzionare in particolare i fratelli Giovanni e Pietro Alemanno che nel 1470 crearono le sculture lignee per la rappresentazione della Natività. Nel 1507 il lombardo Pietro Belverte scolpì a Napoli 28 statue per i frati della chiesa di San Domenico Maggiore. In questa occasione la prima volta il presepio fu ambientato in una grotta di pietre vere, forse venute dalla Palestina, ed arricchito con una taverna.
Nel 1532 secolo registrò delle novità: Domenico Impicciati fu probabilmente il primo a realizzare delle statuine in terracotta ad uso privato. Uno dei personaggi, altra novità, prese le sembianze del committente, il nobile di Sorrento, Matteo Mastrogiudice della corte aragonese.
Solo nel ‘600 il presepe napoletano cominciò comunque ad ampliarsi, introducendo anche scene di vita quotidiana. Ed ecco quindi apparire le statuette delle popolane, i pastori, i venditori di frutta e verdura. Queste scene di teatralità del presepio napoletano, che tendevano a rappresentare la quotidianità che animava piazzette, vie e vicoli, arricchita dalla tendenza a mescolare il sacro con il profano, fu una novità che piacque molto agli artigiani locali, i quali subito si sbizzarriscono, dando vita a figure di vario tipo. Apparvero così nel presepio statue di personaggi del popolo come i nani, le donne con il gozzo, i pezzenti, i tavernari, gli osti, i ciabattini, ovvero la rappresentazione degli umili e dei derelitti: le persone tra le quali Gesù nasce. Particolarmente significativa fu l’aggiunta dei resti di templi greci e romani per sottolineare il trionfo del cristianesimo sorto sulle rovine del paganesimo, secondo un’iconografia già ben radicata in pittura.
Nella prima metà del 1600 incominciò pertanto a nascere la figura dell’artista che si dedica anche alla creazione di pastori. Michele Perrone fu uno di questi, noto per le sue sculture lignee si dedicò con notevole successo a questa attività, altrettanto bravi furono i suoi fratelli Aniello e Donato. Accanto al legno, nella seconda metà del secolo incominciarono a comparire altre innovazioni, pastori in cartapesta più piccoli rispetto ai precedenti, ed ancora manichini di legno con arti snodabili e vestiti di stoffa. Furono proprio questi manichini di legno snodabili che segnarono la svolta verso il presepe del 700, anche se spesso continuarono a convivere le due tipologie. Il committente è, con queste nuove figure, protagonista e parte attiva, potendo far assumere ai pastori le posizioni che vuole e potendo (in questo modo) arricchire maggiormente la scena come meglio crede. I manichini di legno sono snodabili, alcuni dispongono di un incavo per alloggiarvi la “pettiglia” della testa, altre volte invece la testa è tutt’uno con il corpo, altri ancora, nel caso di figure femminili, sono calvi per poter portare parrucche intercambiabili. La Natività posta nella grata-stalla, l’Annuncio della buona Novella ai pastori dormienti, la Taverna con gli avventori che cenano, sono i tre momenti che domineranno il presepe del 700.
Nel Settecento il presepio napoletano visse la sua stagione d’oro, uscendo dalle chiese dove era oggetto di devozione religiosa per entrare nelle dimore dell’aristocrazia e divenire oggetto di un culto ben più frivolo e mondano.
Il presepe assume una sua configurazione ben precisa: le figure venivano realizzate con manichini in filo metallico ricoperto di stoppa, le teste e gli arti sono in legno dipinto, che poi sarà gradualmente sostituito dalla terracotta policroma.
Il re Carlo III aveva una vera passione da partecipare personalmente e coinvolgere famiglia e corte nella realizzazione e vestizione di pastori e nel montaggio dell’enorme presepe del palazzo reale. Salito al trono di Spagna, portò un grandissimo presepe e artigiani e diede così inizio anche in Spagna ad una tradizione d’arte presepiale.
In quel periodo ,nobili e ricchi borghesi gareggiarono per allestire impianti scenografici sempre più ricercati. Giuseppe Sanmartino, forse il più grande scultore napoletano del Settecento, fu abilissimo a plasmare figure in terracotta e diede inizio ad una vera scuola di artisti del presepio.
La scena si sposta sempre più al di fuori del gruppo della sacra famiglia e più laicamente s’interessa dei pastori, dei venditori ambulanti, dei re Magi, dell’anatomia degli animali. Benché Luigi Vanvitelli definì l’arte presepiale “una ragazzata”, tutti i grandi scultori dell’epoca si cimentarono in essa fino all’Ottocento inoltrato.
Sotto l’influsso del re, nobili e ricchi borghesi gareggiarono nell’allestire impianti scenografici giganteschi e spettacolari, in cui il gruppo della Sacra Famiglia fu sopraffatto da un tripudio di scene profane che riproducevano ambienti, situazioni e costumi della Napoli popolare dell’epoca. Furono investiti capitali per assicurarsi i “pastori” più belli e la collaborazione degli artisti più rinomati; il sacro evento divenne pretesto per far sfoggio di cultura, ricchezza e potenza.
Le statue, dalle teste modellate in terracotta dipinta e con occhi di vetro, gli arti in legno, il corpo in stoppa con un’anima di fil di ferro che ne garantiva la flessibilità, erano vestite di tessuti di pregio e, quelle che impersonavano personaggi di rilievo, agghindate con gioielli in materiali preziosi, perle e pietre preziose.
A realizzare le armi, gli strumenti musicali, i vasi preziosi e gli altri minuti ornamenti dei personaggi del corteo dei re magi vennero chiamati argentieri e gioiellieri famosi.
Le frutta e le cibarie esposte nei banchetti o consumate nelle taverne erano realizzate in cera colorata.
Le statuette realizzate dai migliori artigiani arrivarono a costare delle vere fortune: si calcola addirittura l’equivalente di un mese di stipendio di un funzionario di corte. Famiglie nobili giunsero a rovinarsi pur di realizzare presepi che potessero competere in magnificenza con quello reale, e meritare, nel periodo natalizio, la visita del sovrano. Paradossalmente, quando i creditori arrivavano al pignoramento dei beni di queste famiglie troppo prodighe nelle loro spese presepiali, proprio quei piccoli capolavori costituivano una delle principali voci nei verbali degli ufficiali giudiziari.
Nella prima metà dell’800 la moda e conseguentemente la passione dei presepi tramontò. Lo stesso presepe reale fu trasferito nella reggia di Caserta dove ne è ancora conservato quello che è sopravvissuto all’incuria ed ai periodici furti.
Il Presepe reale era ed in parte lo è ancora, qualcosa di meraviglioso .Esso testimonia con la sua complessita ed il pregio delle sue figure , l’attenzione che la corte napoletana dedicava alle arti decorative, e in particolare alla produzione di tessili, per i quali Caserta è centro di eccellenza fin dal Settecento.
Esso venne realizzato su impulso di Re Carlo di Borbone, che come tutti sappiamo era un grande appasionato del presepe . Uomo devoto e sostenitore delle arti applicate, egli ogni anno curando molto i particolari si dedicava con grande passione alla realizzazione di questo presepe avvalendosi della collaborazione della regina Maria Amalia di Sassonia, che provvedeva personalmente alla scelta delle vesti dei pastori e alla loro cucitura nel corso dell’intero anno.
Vennero così realizzate statuine con arti e testa in terracotta facilmente riproducibili con gli stampi, e manichini ottenuti con stoppa attorno al fil di ferro, in modo da poterne modificare la postura e ottenere una composizione sempre diversa. Tra i materiali impiegati si sceglieva il vetro per gli occhi. Gli accessori erano realizzati con i materiali più vari: cuoio per le selle dei cavalli, i cappelli e i calzari; pelle per gli otri; terracotta per le brocche; avorio e madreperla abbinati al legno per gli strumenti musicali. Il legno intagliato e la terracotta erano impiegati per gli animali. Gli alimenti venivano invece modellati in cera da scultori specializzati.
La regina, coinvolgendo l’intera corte, sceglieva personalmente le stoffe e provvedeva alla confezione delle vesti dei pastori, lavorandovi nel corso di tutto l’anno.
N.B, : Alcuni tessuti erano particolarmente pregiati, come la seta sottilissima detta ermisino (dalla città di Ormuz in Persia, dove era prodotta), il velluto in seta per le gualdrappe e le sete di San Leucio ricamate con fili d’oro e d’argento.
Su questo meravigliso presepe che vi ricordo ,oggi è ancora visibile presso la Reggia di Caserta esposto nella Sala del Mappamondo, finì per essere introdotto anche una riproduzione in miniatura del famoso elefante donato al re Carlo dal sultano turco ottomano Mahmud.

N.B, L’elefante nel presepe reale sostitui’ un dromedario e la nuova scena presepiale si può’ ancora oggi ammirare nel presepe presente al Museo di Capodimonte dove il piccolo elefante viene considerato un pezzo unico nel suo genere per rarità ed eleganza .

Il maestoso presepe, reale di origine borbonica resta ad oggi essere l’unico presepe esistente nel mondo di commitenza reale ma costituisce sopratutto un’importante testimonianza figurativa del costume e dell’artigianato napoletano tra Settecento e Ottocento
Ciò che infatti caratterizza il Presepe di Palazzo è la resa scenica della vita del tempo raccontata nelle attività quotidiane del popolo. Ad animare la scena ci sono fabbri, sarti, sellai, maniscalchi, osti, venditori di frutta, di verdure, di mozzarelle, ricotte, pesci e frutti di mare, pastori , figure sacre e a schiere di angeli,
In questo incredibile bellissimo presepe ricco di elementi scenografici e dettagli decorativi, compaiono poveri malvestiti e laceri, popolani e popolane, mercanti georgiani, mori, venditori di spezie, cammellieri, zampognari, ma sopratutto uomini e donne che indossano i costumi tipici delle province del Regno delle due Sicilie spesso completati dalle incannature – preziosi monili in corallo, turchese e pietre dure e dai fioccagli in perle.
Numerosissimi sono poi gli animali : cavalli rampanti con finimenti ricercati e selle in cuoio, mandrie di bufale ed esemplari esotici come cammelli, dromedari, scimmie ed elefanti. Il Presepe diventa anche occasione per “raccontare” episodi e avvenimenti come le feste reali, le ambascerie tunisine.
CURIOSITA’: Alla Reggia di Caserta i sovrani borbonici fecero allestire l’ultimo loro presepe nella Sala della Racchetta facendo affrescare il soffitto a simulazione della volta celeste. In questo luogoil Presepe veniva allestito sotto la direzione di pittori, architetti e scenografi e poi esposto dal 12 dicembre al 2 febbraio, festa della Candelora e giorno in cui la tradizione vuole che andassero via i Magi. L’ultimo – il più maestoso – fu allestito nel 1844 dal cavalier Cobianchi. Di questo Presepe il pittore Salvatore Fergola riprodusse a tempera alcune scene nelle quattro gouaches esposte nella Sala del Mappamondo.
La grande tradizione presepiale a Napoli , inaugurata da re Carlo di Borbone venne per tradizione continuata ad essere alimentata dai successivi sovrani borbonici, a cominciare da Ferdinando IV fino a Francesco I , cui si attribuisce una vera e propria passione per le figurine presepiali.
Alla Reggia di Caserta, il Presepe Reale divenne quindi il Tempio di una tradizione ed il luogo dove ogni anno si coltivava quel rito lasciato in eredità da Carlo e Amalia al giovane Ferdinando che con grande devozione continuò a coltivare lasciandolo poi in eredità ai suoi figli.
Un sottile raffinato modo di celebrare il Natale ,con devozione e tradizione e “giuoco alla moda” della intera corte borbonica totalmente coinvolta ogni anno nell’allestimento del Presepe: nell’Archivio Storico del Palazzo è documentato come in occasione del Natale venisse allestito un grande presepe nella Reggia, cui concorrevano non solo gli artisti e gli artigiani di corte, ma gli stessi sovrani.
Nella tradizione di Corte, le figurine erano poste sul cosiddetto “scoglio”, una struttura di base in sughero sulla quale venivano organizzate scenograficamente le diverse scene della raffigurazione della Natività: l’Annuncio ai pastori, l’Osteria, il viaggio dei Re Magi, le scene corali con pastori e greggi. Teste, mani e piedi delle figurine erano realizzati in terracotta, mentre l’anima era in stoppa e fil di ferro.
CURIOSITA’: I sovrani borbonici fecero allestire l’ultimo loro presepe nella Sala della Racchetta facendo affrescare il soffitto a simulazione della volta celeste.
Il presepe della Reggia di Caserta che troviamo esposto nella sala Ellittica,rappresenta oggi uno dei più limpidi esempi di presepe napoletano Si tratta dell’allestimento ex novo, compiuto nel 1988, di quello che fu il presepe di Corte. Per la sua realizzazione sono stati utilizzati gli stessi materiali in uso all’epoca e pezzi in terracotta risalenti al XVIII secolo.
Nella realizzazione di questo presepe, tramandato nei secoli da padre in figlio dalla famiglia reale, oggi esposto in quella sala Ellittica originariamente destinata a teatrino domestico per la vita quotidiana della corte , ogni personaggio è un’opera d’arte, curata nel minimo dettaglio: la testa e gli arti sono realizzati in terracotta, gli occhi in vetro e i corpi di stoppa e fil di ferro, tecnica che le rende snodabili. Eccezionale la varietà e la qualità delle vesti: tessuti di San Leucio ricamati con fili d’oro e d’argento, seta ermisino di provenienza orientale, velluti di seta per le gualdrappe. Raffinatissimi gli accessori in legno, cuoio, madreperla, avorio, cera, Le vestiture dei pastori costituiscano, oggi, un documento prezioso per la storia del costume dell’epoca.
La piu’ grande raccolta presepiale d’Italia ( la più compiuta e importante collezione esistente in Italia) è comunque rappresentato dal presepe Cuciniello oggi conservato al Museo Nazionale di San Martino.
Dopo una recente restaurazione fatta con rigore storico-folologico , il più famoso presepio napoletano è oggi possibile ammirarlo al piano terra della certosa di Sa Martino in quella sala che un tempo era la cucina della certosa.
Questo vero capolavoro con circa 800 statuette di cui alcune risalenti al 700) datato all’anno 1879 , venne allestito dallo stesso collezionista napoletano Michele Cuciniello, che fece dono al Museo di San Martino della sua collezione di “pastori”, animali e accessori del XVII e XIX secolo.
N.B : Come condizione alla donazione, vi fu il personale allestimento da parte di Cuciniello in persona coadiuvato da un amico architetto. È per questo che il più celebre presepe del mondo porta il suo nome, perché non ne è stato solo il proprietario ma anche l’allestitore della scenografica grotta che costruì appositamente.
Lo “scoglio ” del presepe Cuciniello è composto da tre sezioni che corrispondono a tre episodi tradizionali che compongono la storia del presepe: la Natività, al centro, dentro un tempio romano diruto e sormontato dagli angeli come era la tradizione iniziata dai Padri Gesuiti. Il tempio si collega anche al gusto antiquario del tempo che con la scoperta dei siti archeologici vesuviani trae ispirazione per i paesaggi artistici sia in pittura che nelle arti applicate e inoltre nella simbologia religiosa il trionfo del cristianesimo sul mondo pagano. La struttura del tempio venne anche criticata per le proporzioni ridotte della struttura templare rispetto all’altezza dei pastori, una caratteristica che è divenuta poi assolutamente trascurabile nel presepe napoletano.
Altra sezione è la Taverna , in una casa a due piani con le vivande e gli avventori che la affollano accompagnati dal suono dei viandanti provenienti dalla Basilicata, gli zampognari; infine l’Annuncio ai pastori ambientato tra capanne con pastori e mandriani sorpresi dall’improvvisa comparsa dell’angelo annunciante. Questa parte è collegata al luogo dove è posta la Natività da un ponte ad arco.
Il presepe è dotato anche di un impianto di illuminazione che simula l’alternarsi di alba, giorno, tramonto e notte.
Altro grande capolavoro di arte presepiale presenta nella nostra città lo sipoò vedere in Via Toledo 377 , nella storica Chiesa di San Nicola alla Carità , a molti purtroppo oggi noto perche nel 2006 fece parlare di sé tutti i mass-media nazionali e internazionali per il furto, subito da ignoti ladri, fatto maggiormente ai bambini che ogni anno si affollano per vederlo.
Il presepe maestoso con le sue sei scene ed i suoi circa trecento pastori, si mostra comunqua ancora oggi conservato nel suo splendore rinnovato nell’ex ipogeo.della chiesa. Come noterete si tratta di un presepe catechistico perché racconta tutta la vita del Cristo dall’Annunciazione alle Resurrezione (4 scene) tramite dei pastori per la maggior parte realizzati a fine settecento.
Sono comunque anche ben visibili due scene di vita napoletana del XVIII secolo, con pastori semoventi mirabilmente abbigliati con costumi ed ornamenti tipici dell’epoca.
N.B. Vi sono delle cartelle che spiegano il significato simbolico delle diverse figure del presepe, varie leggende sul natale.
Frutto di una consolidata tradizione artigianale napoletana il presepe appare costituito da una imponente raccolta di pastori semoventi, con opere di plastificatori napoletani del XVIII e XIX sec ., nonché da una nutrita varietà di suppellettili, finimenti, animali, ortaggi e frutta, terraglia e vasellame.
Ci troviamo quindi di fronte ad un presepe che porta in sé tutti gli elementi che hanno reso celebre il presepe popolare locale.
Un altro interessante esposizione presepiale possiamo ritrovarlo nella piccola chiesa angioina di Santa Marta,che si trova nei pressi di Spaccanapoli. Queste opere si distinguono per l’estrema cura dei dettagli e per la rappresentazione di scene di vita quotidiana. Tra gli esempi citati c’è un presepe dedicato alla tombola: si vedono molte persone sedute a tavola con le cartelline, un “femminiello” in piedi che estrae i numeri con il “panarello”, e dettagli a tavola come gli struffoli e il fornello.
La piccola chiesa angioina di Santa Marta è sede permanete dell’Associazione Presepistica Napoletana, e fa da scrigno alle opere artistiche degli autori che, dal 2002, perseguono l’obiettivo di diffondere l’arte del presepe settecentesco napoletano, con un focus specifico agli allestimenti che riproducono episodi sociologici e antropologici relativi a momenti storici ben precisi. Tra le tante teche in esposizione per la mostra, la più imponente e incredibilmente ricca di particolari e riferimenti storici, è quella dedicata alla processione di San Gennaro, incredibilmente ricca di particolari e riferimenti storici, capaci di raccontare i legami di San Gennaro con i luoghi del passaggio della processione a lui dedicata.
Il presepe è ambientato nei fondaci della città prima del Risanamento, la ricostruzione scenografia storica della “Napoli che non c’è più” del 1887/90, (istantanea della città pre-Risanamento raccontata da Matilde Serao ) attinta dai quadri di Vincenzo Migliaro, pittore napoletano a cui fu commissionato di dipingere i luoghi di Napoli destinati a scomparire con gli abbattimenti del Risanamento.
Nella scenografia del presepe, l’ordine di uscita delle statue e di tutte le confraternite della processione di San Gennaro, le ambientazioni, gli abiti, i riferimenti storici, i dettagli, ma anche la convulsione del popolo al passaggio del Santo, sono riprodotte e ispirate al romanzo “Il paese di Cuccagna” di Matilde Serao.
Tutto in questa incredibile scenografia è ricostruito con rigore storico, gli abbigliamenti veritieri sono stati creati attingendo dagli archivi della moda delle sartorie napoletane; dietro il disordine apparente il progetto è dettagliato in maniera maniacale. Si tratta praticamente di uno “story telling presepiale” che racconta di fede, religiosità e tradizione, dove non è detto che il presepe debba parlare necessariamente della Natività. Nella scenografia di San Gennaro, infatti c’è un angelo beneficente, ma non si parla di Gesù per non distrarre l’osservatore da quello che si vuole raccontare, e cioè quello che succedeva a Napoli in un determinato momento storico.
Nel presepe è possibile vedere monumenti che non esistono più, come la fontana di Mezzocannone, chiamata così perché l’ugello da cui usciva l’acqua era corto; la chiesa di Santa Maria dell’Ovo, un tempo collocata nel Borgo degli Orefici. Una serie di manifesti, riprodotti fedelmente sulle mura dei fondaci di Napoli che pubblicizzano i Magazzini Mele, il Fernet Branca, gli spettacoli al teatro San Carlo. Il perché delle locandine pubblicitarie affisse in luoghi tanto popolari.
CURIOSITA’:Nel presepe si parla del ventre di Napoli, in quei luoghi cresciuti su sé stessi e stratificati in un equilibrata promiscuità: il nobile viveva insieme al povero, le case vecchie e malsane ai primi piani, nei piani alti le sontuose abitazioni dei ricchi. Per questo ogni quartiere del centro storico era di passaggio comune ad ogni categoria sociale. A Napoli la fede è fede, senza distinzione fra ricco e povero, questo è San Gennaro>>. Da segnalare, oltre alla scenografia dedicata a San Gennaro, in mostra il presepe “Il Giubileo delle Donne”, in omaggio a donne illustri, tra cui Santa Marta.
N.B. L’ Associazione Italiana Amici del Presepio che ha sede a Napoli, organizza ogni anno una mostra dove mostra il meglio dell’Arte presepiale napoletana . Essa , oltre che mostrare presepi straordinari e bellissimi che ogni anno incantano i visitatori, viene sempre accompagnata da un prestigioso catalogo con articoli culturali sull’arte presepiale e fotografie di tutte le opere esposte. L’ammirevole scopo , ottenuto con con tenacia, caparbietà e tanti sacrifici serve a contribuire nel tenere viva la tradizione del presepio Napoletano, patrimonio storico e culturale che il mondo ci invidia. Una mostra realmente molto bella che ogni anno viene visitata da migliaia di visitatori motivo di vanto e di orgoglio dei numerosi artisti – artigiani che li accolgono e che illustrano le loro opere.
Per quest’anno l’arte presepiale è stata allestita in pieno centro storico, nella Chiesa di Sant’Angelo a Segno (Via dei Tribunali) presente nel Decumano Maggiore.
La piccola chiesa angioina dal 2002 è sede permanete dell’Associazione Presepistica Napoletana, e fa da scrigno alle opere artistiche di autori e maestri oresepiali che hanno come obiettivo quello di diffondere l’arte del presepe settecentesco napoletano, con un focus specifico agli allestimenti che riproducono episodi sociologici e antropologici relativi a momenti storici ben precisi.
Tra le tante teche in esposizione per la mostra, la più imponente e incredibilmente ricca di particolari e riferimenti storici, è quella dedicata alla processione di San Gennaro ed un presepe dedicato alla tombola: potete ammirare in questo caso, molte persone sedute a tavola con le cartelline, un “femminiello” in piedi che estrae i numeri con il “panarello”, e dettagli a tavola come gli struffoli e il fornello. Queste opere si distinguono per l’estrema cura dei dettagli e per la rappresentazione di scene di vita quotidiana.
Per concludere, il nostro percorso in città alla ricerca di vere e proprie opere d’arte presepiale dobbiamo necessariamente recarci nel Rione Sanità ed esattamente nella seicentesca sagrestia della Basilica di Santa Maria della Sanità.
In questo luogo troviamo infatti esposto in maniera permanente dal 24 dicembre 2021, “Il Presepe Favoloso”: un’opera monumentale realizzata e donata alla città dalla bottega La Scarabattola dei fratelli Scuotto, in collaborazione con il restauratore e scenografo presepiale Biagio Roscigno.
L’intera scenografia di questo grande enorme presepe è composta da più di cento pastori oltre gli animali e i preziosi accessori ed è ammirabile da ogni lato.
N.B. La grande opera presepiale misura 360 x 270cm ed è alta 220cm mentre la teca che la custodisce misura 466 x 376cm ed è alta 336cm.
Come preso noterete ammirando questo presepe, esso anche se conserva lo spirito settecentesco che all’epoca fu rivoluzionario nel rappresentare la vita di tutti i giorni come cornice dell’evento Sacro., è sicuramente un presepe che nella sua rappresentazione scenografica si discosta molto dal classico presepe con tutti i suoi personaggi che grandi scultori barocchi,hanno reso famoso nel mondo il presepe napoletano .
Il “Presepe Favoloso” si propone come una rappresentazione moderna del presepe classico grazie alla presenza nella scenografia di personaggi creati dagli artisti, dedicato all’immaginario e alle leggende napoletane. Qui potrete infatti osservare figure e racconti identitari come il Munaciello, “Mamma Sirena e le sette catene” e “Maria Porpetta”, che intrecciano tradizione popolare e narrazione favolistica, rendendo il presepe un dispositivo culturale e mitopoietico oltre che estetico capace di aggiungere l’elemento della favola, di cui è intrisa la tradizione presepiale popolare. L’obiettivo è quello di fondere definitivamente, in un’unica messa in scena, il presepe aulico con quello popolare, ricco di luoghi e personaggi fantastici.
Il “Presepe Favoloso” rse guardate bene rappresenta uno spaccato tipicamente napoletano in cui religiosità, folklore, superstizione e ironia convivono e si illuminano reciprocamente, senza perdere coerenza né profondità.
La prima scena significativa è quella di un’osteria di strada, dove la contrapposizione tra ricchezza e povertà, giocosamente ma duramente, prende corpo: un grassone ricco siede mangiando spaghetti con accanto un povero che chiede la carità. Un cane, rimasto senza cibo, “gli fa pipì sulla gamba”, gesto irridente e satirico che condensa il tono ironico dell’opera.
Sopra l’osteria compare “l’oste della tana, che è anche un macellaio”, ritratto mentre “sta tagliando della carne ”. L’oste, personificazione del male, è identificato come colui che ha rifiutato di ospitare Giuseppe e Maria. Al suo fianco è raffigurato San Nicola, “il protettore dei bambini”, che scopre come l’oste abbia chiuso in barile dei loro corpicini dopo averli macellati, con l’intento di servirli come cibo. In questa tensione narrativa, San Nicola compie il miracolo riportando i piccoli alla vita: così San Nicola, nell’immaginario popolare, diventa protettore dei bambini, il “nostro babbo Natale”.
Il presepe inoltre accoglie figure che incarnano il malaffare quotidiano: due personaggi organizzano lotte tra quartiere per fare soldi, sottolineando l’economia informale del vicolo e l’ombra dell’illegalità. In fondo, Maria Polpettara cucina polpette “buone per i bambini”;
Una ragazza dagli occhi chiusi è presentata come persona della “stella visione” della nascita di Cristo: una posa assorta, quasi mistica, che porta il presagio del Natale nel cuore del presepe. Qua e là appare il gatto nero, emblema di sfortuna, mentre un incensiere compie il gesto delle corna per scacciarla, impastando liturgia, superstizione e teatralità. Dietro la scena si staglia il femminello, vestito un po’ come un giullare: è incaricato di estrarre i numeri della tombola, numeri che coincidono con quelli della cabala napoletana, trasformando il gioco in un rito condiviso tra casualità, destino e ironia.
La trama del presepe include anche icone amate della città: come Maradona, ancora giovanissimo che palleggia con un’arancia per le strade di Napoli, evocando un talento naturale che si mischia alla vita di quartiere. I dettagli come la frutta, si precisa, sono spesso realizzati non in terracotta o ceramica, ma in cera, in quanto essaè più facile da modellare e permette una resa più vibrante dei particolari.
Due giganti del teatro e del cinema sono celebrati con pietas e affetto: Eduardo De Filippo, vestito da Pulcinella e smascherato, e Antonio De Curtis, il “Principe” Totò. Queste presenze omaggiano la tradizione teatrale napoletana e radicano il presepe nella memoria culturale della città, tra maschere, verità svelate e l’arte di far ridere e pensare.
La dimensione drammatica del presepe si dilata nella tragica storia di Mafalda: una ragazza napoletana innamorata, la cui relazione non è approvata dal padre. Il ragazzo viene decapitato per imposizione del padre; alla scoperta della decapitazione, Mafalda decide di togliersi la vita, pugnalandosi al cuore. L’amore e la morte, inseparabili nella tradizione del racconto popolare, si scolpiscono in questa scena con una durezza che ammonisce e commuove.
In cima al presepe è in corso una processione di carmelitani coperti di cappucci, che richiama antichi riti della Campania, come la processione di Procida a Pasqua. La devozione si alterna a scorci di vita quotidiana: spiando da una finestra si intravede una ragazza nuda appena lavata, “una scena quasi troppo erotica per un presepe”, ma che attesta la volontà dell’opera di abbracciare la totalità del reale. Più in alto, delle braccia emergono da un pozzo: il pozzo è modellato su quello dell’ospedale degli Incurabili a Napoli; le braccia afferrano una bambina, una visione che fa tremare, raccontata per tenere i bambini lontani dai luoghi pericolosi. Nella stessa scia compaiono un lupo mannaro e menzioni di spiriti cattivi: storie di folklore che invitano a passare il Natale in famiglia, ammonendo che uscendo “troveranno degli spiriti cattivi”. Infine, si vede un gruppo di ciechi che scende una scala: il loro procedere segnala una fede “non guidata”, immagine potente di pellegrinaggio senza luce e di ricerca del sacro tra inciampi e dubbi.

La stratificazione simbolica si chiude con l’innesto della mitologia cittadina: la sirena Partenope, con il suo canto e la bella voce, convinceva i marinai a fermarsi a Napoli e li divorava. Vicino, si scorgono diavoli intrappolati, segni della sconfitta del male e del contenimento dell’infero. Si nota anche “il vecchio che sta uscendo dal portone per svuotare il suo vitale”, frammento di quotidianità ruvida che ricollega il mito alla realtà di strada.

Al centro, la Natività: la nascita di Cristo è presentata come evento che determina la rovina e la caduta delle religioni pagane, inaugurando una nuova religione e una nuova era di fede. La sacralità di questo cuore tematico si pone in netto contrasto con le scene profane e folkloristiche che lo circondano, ma non per negarle: piuttosto per redimerle e ricomporle in una visione unitaria in cui il divino abita il mondo, con le sue miserie, la sua bellezza e il suo teatro.
Tra le collezioni private più importanti si ricordano la famosa del principe Emanuele Pinto, che ricevette perfino la visita della Viceregina austriaca. Di questo presepe il Napoli-Signorelli ci descrive più di altra cosa la magnificità del corteo dei Re Magi.
Anche il principe di Ischitella, fu un grande collezionista di presepi. Ne aveva di ogni materiale e disposti in ogni stanza del suo palazzo fino a quello grande. Nel tempo si aggiungono al grande presepe del principe Pinto reale.
Tutto questo induce alla riflessione che il presepe stava perdendo la sacralità e la misticità per trasformarsi sempre di più in una rappresentazione profana diretta ad affermare, anch’esso il prestigio della famiglia. Il tutto, però, alla fine del secolo incominciò a finire, infatti le collezioni private incominciarono a smembrarsi, come testimonia il Napoli-Signorelli. Il principe Emanuele Pinto fu costretto ad impegnare i gioielli dei Re Magi e gli ori delle popolane per far fronte ad una momentanea carenza di liquidità. Quando poi finirono gli ultimi presepari discepoli dei grandi maestri il presepe napoletano iniziò il suo inesorabile declino; i grandi presepi andarono scomparendo e si predilessero quelli più piccoli, anche a dimostrare che i pastori napoletani, data la loro pregiata fattura, potevano magnificamente esistere senza scene di grande suntuosità e alto costo, la gioia e il dolore dei ricchi nobili dell’epoca e comunque concorsero a renderli desiderati, invidiati e famosi in tutto il mondo.
Gli artigiani producono ancora qualche pezzo di pregio su ordine di committenti che hanno mantenuto la passione per il presepe del settecento.
Oggi, il manufatto eseguito secondo la secolare tradizione lo troviamo passeggiando nella una strada di S. Gregorio Armenio, dove la folta esposizione di pastori e scenografie sono capaci di attirare ancora centinaia di migliaia di persone da ovunque superando anche le differenze religiose.
Insomma , per chi non lo abbia ancora capito, il presepe napoletano, detto “o’ Presebbio”, è una vera e propria tradizione, tramandata di generazione in generazione. Oltre ad essere un simbolo religioso, è un inno all’artigianalità del capoluogo campano. Per questo motivo è amato anche dalle famiglie poco osservanti o addirittura laiche. Il presepe napoletano è infatti il luogo dove sacro e profano, spiritualità e vita quotidiana si incontrano e si fondono.
Il presepe napoletano non è soltanto una semplice rappresentazione della Natività, ma un complesso racconto simbolico della vita, della società e della spiritualità popolare.
Nato dall’incontro tra fede cristiana, tradizioni pagane e cultura quotidiana, esso si distingue per la ricchezza dei suoi personaggi, dei paesaggi e dei dettagli, ognuno carico di significati profondi. In questo scenario, il sacro e il profano convivono armoniosamente: la nascita di Gesù avviene in un contesto realistico e familiare, popolato da artigiani, contadini, venditori e figure allegoriche che riflettono il ciclo della vita e richiamano il mondo reale e il vissuto di un popolo tradizionalmente vissuto nella Napoli del XVIII secolo, epoca in cui questa forma artistica raggiunse il suo massimo splendore.
A Napoli allestire il presepe è un vero e proprio rituale, un momento “magico” che si attende tutto l’anno, e che va condiviso con tutti i componenti della famiglia: ognuno deve dare il suo contributo per la realizzazione. In questa rappresentazione Paradiso e Inferno, Bene e Male, Pagano e Cristiano coesistono. Ogni singola statuina, ogni singolo decoro, ogni luogo nascondono una simbologia, un significato ben preciso che va oltre la semplice raffigurazione della Natività.
Il presepe di cui ci occupiamo non è una semplice rappresentazione della Natività. Differisce dal presepe francescano, che colloca la nascita di Gesù in una stalla con mangiatoia, e differisce anche dalle rappresentazioni che pongono la Natività sulle rovine di un tempio pagano, simbolo della vittoria del cristianesimo sul paganesimo e, più in generale, di Roma sull’Impero che l’ha preceduta.
Il Presepe Popolare Napoletano ha origini più profonde e si ricollega direttamente al culto di Mithra, celebrato nei mitrei: antri oscuri, spesso ipogei. Mithra, divinità solare assimilata a Elio, è portatore di luce ed è legato alla scoperta della precessione degli equinozi. La sua iconografia – l’uccisione del toro – rimanda al passaggio del sole nella costellazione del Toro all’equinozio di primavera. A Napoli sono stati rinvenuti diversi mitrei, a conferma della diffusione di questo culto.
Un ruolo centrale è svolto dalla simbologia della grotta: luogo di nascita, di morte e di rinascita. La Crypta Neapolitana, legata ai culti solari, è anche il collegamento verso i Campi Flegrei, i campi di fuoco, dove Virgilio colloca l’ingresso all’Ade presso il lago d’Averno. Ancora una volta, vita, morte e ritorno alla vita si intrecciano.
Da questa stratificazione culturale, simbolica e architettonica nasce il Presepe Popolare Napoletano. Il presepe è lo scoglio: una struttura chiusa, conica, sviluppata in altezza, che rappresenta il ciclo vita–morte–vita. Dalla sommità alla base si articolano due o tre livelli scenografici. Il termine “presepe” indicava in origine un recinto, un luogo chiuso, e solo in seguito è stato associato alla stalla.
È in questo spazio chiuso e stratificato che il sacro e il profano convivono, non in opposizione, ma come parti di un unico racconto antico, che Napoli continua a mettere in scena ogni anno, senza forse ricordarne più le parole, ma conservandone intatto il senso.
Nel Presepe Popolare Napoletano le figure non sono comparse decorative, né semplici mestieri messi in scena per “fare colore”. Ogni personaggio è una sopravvivenza rituale, un frammento di un sapere antico che continua a parlare attraverso il gesto quotidiano.
Il pescivendolo è una delle figure centrali. Il pesce è alimento di magro, legato all’inverno, al freddo, al periodo di sospensione della terra. Ma è anche simbolo di rinascita e, successivamente, simbolo cristiano per eccellenza. Nel presepe il pescivendolo si colloca in una zona di passaggio: vende vita già morta, nutrimento che permette di continuare il ciclo. È una figura liminale, sospesa tra morte e sopravvivenza.
Il macellaio rappresenta invece la carne, il sangue, la materia. È il sacrificio. In molte culture arcaiche l’uccisione rituale dell’animale è necessaria affinché la vita continui. Nulla viene negato: la morte non è rimossa, ma esposta. Il banco del macellaio nel presepe non scandalizza, perché ricorda che la vita si nutre di altra vita.
Queste due figure alla fine finiscono per incarnaneentrambe il tema della vita attraverso la morte. Il pescivendolo vende pesce già morto, alimento di vita; il macellaio lavora la carne, il sacrificio necessario perché la vita continui. Entrambi ricordano che la sopravvivenza passa attraverso la trasformazione della materia, e che nulla è semplice.
L’oste è una figura ambigua e potentissima. L’osteria è luogo di eccesso, di perdita del controllo, di confusione. È lo spazio del profano per eccellenza. Ma è anche il luogo del vino, elemento sacro già nei culti dionisiaci e poi assorbito dal cristianesimo. L’oste non è quindi da considerare “il male” assoluto : esso rapprenta è la tentazione, la dispersione, la dimenticanza del sacro. Per questo è sempre presente, perché fa parte del mondo. L’oste rappresenta il profano puro: il luogo del piacere, del vino, del cibo e dell’eccesso. Non è malevolo, ma ricorda il lato umano dell’esistenza, quello che distoglie dall’ordine sacro, lo tenta e lo richiama alla concretezza.
La lavandaia è una figura legata alla purificazione, all’acqua, ma anche al ciclo del tempo. Lava ciò che è sporco, ciò che è stato usato. Nel presepe popolare spesso lava panni già puliti: gesto apparentemente inutile, ma profondamente simbolico. È il rito che si ripete, la ciclicità dell’esistenza, l’illusione di poter fermare il tempo attraverso un gesto rituale: ripetere il gesto significa rispettare i tempi e i cicli della vita.
I pastori, che superficialmente sembrano il cuore del presepe, in realtà sono figure molto più antiche della Natività cristiana. Sono uomini liminali, che vivono ai margini, tra natura e civiltà. Custodiscono il gregge, simbolo di ricchezza e di sacrificio. I pastori sono coloro che per primi vedono, perché vivono nel silenzio, nel buio, nella notte: lo stesso spazio simbolico in cui avviene la nascita della luce.
Il venditore di pane è la continuità della vita. Il pane è il frutto della terra lavorata, ma anche il risultato di un ciclo completo: semina, morte del seme, rinascita. È alimento quotidiano, ma anche corpo sacro. Nel presepe il pane non è mai solo cibo: è memoria di un processo.
Il suonatore, spesso con zampogna o ciaramella, è colui che accompagna il rito. La musica non serve a intrattenere, ma a segnare il tempo, come accadeva nei riti arcaici. È il suono che attraversa il passaggio, che accompagna la nascita come faceva con i morti.
La grotta è il cuore del presepe. Luogo ipogeo, oscuro, uterino: qui avviene il miracolo della vita, ma è anche la soglia della morte. Essa è centro simbolico di tutto. È il mitreo, l’utero della terra, ma anche l’anticamera dell’Ade.Collegata alla Crypta Neapolitana e ai Campi Flegrei, richiama l’Ade di Virgilio. Non c’è separazione tra nascita e fine: tutto è collegato in un ciclo unico.Nel Presepe Popolare Napoletano la vita nasce dove si entra per morire. Non c’è separazione, non c’è vittoria: c’è continuità. Per questo il Presepe non racconta una storia edificante, ma mette in scena il mondo così com’è: contraddittorio, ciclico, fragile. Il sacro non elimina il profano, lo contiene. E il profano non profana: rende il sacro abitabile.
Nel Presepe Popolare Napoletano ogni figura è un frammento di un antico rituale: non esiste per “abbellire” la scena, ma per raccontare, simbolicamente, il ciclo vita–morte–vita.
Il ciclo dei numeri
I numeri hanno un ruolo fondamentale. Lo scoglio stesso, la struttura del presepe, è diviso in due o tre piani: dalla sommità alla base si racconta il mondo degli uomini, dei mestieri, degli animali e della terra. I numeri 3 e 8 ricorrono con costanza. Il 3 è il simbolo della perfezione e della trinità: cielo, terra e inferi; vita, morte e rinascita. L’8, legato alla Madonna (‘a Maronna’ nella tombola napoletana), è simbolo di rinascita e di eternità, del ciclo che ritorna all’inizio.
La luce
La luce è presente ovunque: dalle lampade nelle case dei pastori, alle candele degli interni, fino all’alba che entra nella grotta. Non è semplicemente illuminazione: la luce rappresenta la manifestazione del divino, la presenza di Dio, e segna il passaggio dalla morte alla vita. Le ombre accentuano il dramma della vita quotidiana e dei mestieri, creando un dialogo tra sacro e profano.
L’acqua
L’acqua, nei fiumi, nei canali o nelle fontane, simboleggia purificazione, ciclo vitale e rigenerazione. Il lavaggio dei panni da parte della lavandaia o i ruscelli tra i villaggi ricordano il ritorno alla vita, la fertilità della terra e la continuità dei riti antichi: l’acqua lava il passato ma prepara al futuro.
Il fuoco
Il fuoco è presente nei focolari delle case, nei camini, nelle stufe. Simboleggia energia, calore e trasformazione. È il collegamento con la vita e la sopravvivenza, ma anche con i culti solari, perché trasmette luce e calore laddove la natura è fredda e scura.
I pastori
I pastori sono i custodi del ciclo naturale: vivono ai margini, tra la notte e il giorno, tra il profano e il sacro. Non solo osservano, ma comprendono: sono i primi a vedere la luce nascere nella grotta. Custodiscono il gregge, che è simbolo di fertilità, sacrificio e protezione. I pastori sono figure liminali, collegate alla terra e alla notte, ma anche al divino che nasce.
Gli zampognari
Gli zampognari rappresentano i messaggeri del sacro: portano musica che attraversa il paesaggio, segnando i tempi del rito. La loro presenza indica la transizione, la chiamata alla Natività, il passaggio dalla quotidianità alla festa sacra. La zampogna, strumento antico, richiama i pastori e la vita rurale: il suono è ponte tra la terra e il cielo.
I Re Magi
I Re Magi sono figure complesse: rappresentano i viaggiatori, gli iniziati, coloro che cercano il divino fuori dal proprio mondo. Simbolizzano i popoli e le culture che convergono, e indicano che la nascita del divino non è solo un evento locale, ma cosmico. Il loro cammino è un rito di scoperta e di riconoscimento della luce, e i doni (oro, incenso e mirra) richiamano rispettivamente potere, sacralità e mortalità.
La Natività
La nascita di Gesù non è l’eliminazione del profano: è la luce che attraversa il buio, ma resta immersa nel mondo degli uomini. La mangiatoia diventa simbolo di accoglienza, la stalla è il mondo stesso, umile e concreto. Il sacro nasce nel quotidiano, tra mestieri, rumori e gesti semplici
Il paesaggio: rigorosamente di sughero, è montuoso e pieno di sentieri tortuosi, disseminati di pastori che scendono verso la grotta, sempre situata in basso e in primo piano. Questo perchè bisogna scendere nelle tenebre (i sentieri tortuosi) prima di raggiungere la luce, cioè la rinascita rappresentata da Gesù Bambino.
Il pozzo: rappresenta il collegamento tra la superficie e le acque sotterranee da cui, durante la notte di Natale, possono venir fuori gli spiriti maligni, perché è il momento in cui il Male si scatena prima della nascita del Bene. E’ quindi un simbolo estremamente negativo: rappresenta per alcuni la bocca dell’Inferno, per altri semplicemente l’oscurità in cui ogni uomo può cadere nonostante la salvezza offerta da Dio.
La fontana con la donna: secondo i Vangeli apocrifi, l’arcangelo Gabriele avrebbe annunciato alla Vergine la nascita di cristo vicino a una fontana. Nei racconti popolari campani è sempre vicino alle fontane che avvengono gli incontri amorosi e le apparizioni fantastiche.
Il ponte: è un passaggio che conduce “dall’altro lato”, quindi anche nell’al di là, nell’ignoto. Si dice che la notte di Natale sui ponti si facciano incontri terrificanti: una monaca che mostra la testa del proprio amante decapitato, lupi mannari, fantasmi di impiccati, ecc.
Il mulino: ha pale che girano come il tempo, un tempo che rinasce la notte di Natale. Produce la farina, bianca come la morte, ma anche simbolo della vita, perchè si usa per fare il pane, cibo universale.
Il fiume: rappresenta il tempo (Passato, Presente e Futuro). Inoltre, l’acqua richiama il liquido amniotico, il parto della Madonna, e quindi la nascita della vita.
La locanda: abbonda di vivande da consumare durante il pranzo di Natale, che è in realtà un banchetto funebre, visto che si seppellisce il tempo che muore prima di rinascere. Secondo i Vangeli, quando Maria e Giuseppe arrivarono a Betlemme chiesero ospitalità in parecchie locande e taverne, ma vennero scacciati in malo modo. Al tempo della creazione del presepe napoletano, nel XVIII sec., questi luoghi erano ricettacoli di prostituzione e affari illegali, per questo motivo la locanda rappresenta i peccati degli uomini.
I Re Magi sono figure complesse: rappresentano i viaggiatori, gli iniziati, coloro che cercano il divino fuori dal proprio mondo. Simbolizzano i popoli e le culture che convergono, e indicano che la nascita del divino non è solo un evento locale, ma cosmico. Il loro cammino è un rito di scoperta e di riconoscimento della luce, e i doni (oro, incenso e mirra) richiamano rispettivamente potere, sacralità e mortalità. Essi montano cavalli di colori differenti, uno bianco come il sole nascente, uno sauro rossiccio come il sole al tramonto e uno nero come la notte. Simboleggiano il viaggio dell’astro che, come i Magi, inizia il suo cammino a Oriente. Rappresentano le tre fasi del giorno: mattina, mezzogiorno e sera. Quando dopo la notte giungono al cospetto di Cristo, che rappresenta il sole che risorge, i tre Re rappresentano il mondo e il tempo che si ferma per la nascita del figlio di Dio.
Le lavandaie: sedute davanti ai secchi mentre lavano i panni, rappresentano le levatrici che accorrono per aiutare la Vergine. Esse stendono panni candidi, che rappresentano la verginità di Maria.
La zingara: è un pastore particolare. Se consideriamo la religione non dovrebbe neanche esserci visto che stregoneria o astrologia sono arti osteggiate dalla dottrina cristiana. Eppure anche questo personaggio ha un significato particolare: è allegoria della profezia incarnata dalle Sibille nelle sacre rappresentazioni di un tempo. Secondo la leggenda una sibilla aveva predetto la nascita di Cristo. La zingara del Presepe ha tra le mani dei chiodi che indicano il futuro del piccolo nascituro: la Crocifissione. Un personaggio negativo quindi? Non proprio se consideriamo che è proprio nel supplizio del croce che si realizza la salvezza offerta da Gesù.
Il cacciatore e il pescatore: sono due figure legate al fiume. Il pescatore è posto nella parte alta del corso d’acqua con le canna da pesca in mano oppure senza canna, vicino al banco del pesce per la vendita del pescato: rappresenta la vita. Il cacciatore, invece, è posto nella parte alta del corso d’acqua mentre imbraccia un fucile: rappresenta la morte. Insieme simboleggiano il ciclo vita: sono collegati alla dualità del mondo celeste e di quello dell’Ade: pescatore in basso-inferno, cacciatore in alto-mondo celeste. Inoltre la vita eterna e l’ immortalità sono associate spesso alla figura dei pesci: lo stesso Cristo, ai tempi delle persecuzioni ai cristiani, veniva indicato “in codice” con il simbolo di un pesce.
I venditori di cibo: sono sempre dodici, perchè sono l’allegoria dei dodici mesi dell’anno. (Gennaio: macellaio o salumiere; Febbraio: venditore di ricotta e di formaggio; Marzo: pollivendolo e venditore di altri uccelli; Aprile: venditore di uova; Maggio: coppia di sposi con cesto di ciliegie e di frutta; Giugno: panettiere; Luglio: venditore di pomodori; Agosto: venditore di anguria; Settembre: venditore di fichi o seminatore; Ottobre: vinaio o cacciatore; Novembre: venditore di castagne; Dicembre: pescivendolo o pescatore).
Benino: posizionato generalmente in un angolino, è, probabilmente, la figura più importante di tutto il presepe. Le leggenda vuole che l’intera rappresentazione sia, in realtà, un sogno di questo pastorello dormiente: una realtà messa in scena anche nella “Cantata dei Pastori”, quando Benino si sveglia e racconta di aver sognato la nascita del Bambin Gesù. La sua posizione esatta sarebbe, quindi, in cima al presepe dal momento che da lui dovrebbe discendere ogni personaggio ed ogni luogo allegorico mostrato. Su un piano più simbolico, invece, rappresenta l’intera umanità, dormiente e pigra di fronte al divino. La nostra specie è in grado di avvicinarsi all’eternità solo nei sogni, quando è inconsapevole e libera dagli schemi logici che la vincolano ai piaceri materiali.
Il Pastore della Meraviglia: posizionato in prossimità della Grotta, ha le braccia e la bocca spalancate perchè assiste con stupore alla nascita di Gesù. In lui c’è tutta la meraviglia della scoperta del divino, l’incontenibile sorpresa dell’uomo che viene in contatto con qualcosa di immenso. Per alcuni sarebbe lo stesso Benino ‘risvegliato’ nel suo stesso sogno.
Ciccibacc ngopp a bott: è un pagano tra i cristiani. La sua origine è molto antica e risale al culto del vino e alle antiche divinità pagane, come Bacco (dio del vino). Dall’aspetto grosso e dalle guance rosse, nel presepe si presenta spesso davanti alla cantina con un fiasco in mano, oppure è rappresentato seduto che trasporta una carretta piena di botti di vino, preceduto e seguito da un corteo di uomini che con zampogne e pifferi scandiscono gli orgiastici ritmi dionisiaci. La scelta della collocazione di questo personaggio sul Presepe non è casuale, ma sta proprio ad indicare la vicinanza tra il sacro e profano e la sottile linea che li separa, l’eterna lotta tra il bene ed il male.
I Mendicanti, Zoppi e Ciechi: non dovrebbero mai mancare su un presepe. Essi rappresentano le anime del Purgatorio che chiedono preghiere ai vivi. Nelle festività, specialmente a Natale, nessuno dovrebbe dimenticare una preghiera per le “anime pezzentelle”.
Pastori e Pecore: rappresentano il “gregge” dei fedeli che incontra Dio grazie alla guida avveduta dei pastori, i sacerdoti.
Il Bue e l’Asinello: secondo la tradizione il bue e l’asinello riscaldarono con il loro fiato la mangiatoia in cui venne riposto Gesù. Simbolicamente rappresentano invece il Bene (bue) e il Male (asino). Non sono due forze in contrasto, ma bilanciate fra di loro danno ordine al mondo intero: rappresentano l’equilibrio perfetto.
… E ora controllare il vostro presepe. Li avete tutti? Se manca qualche pastorello potete facilmente rimediare facendo un giro a San Gregorio Armeno: lì sicuramente troverete quelli che cercate
ARTICOLO SCRITTO DA ANTONIO CIVETTA


























