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Il 25 aprile si celebra in Italia la Festa della Liberazione, una data fondamentale che ricorda la fine dell’occupazione nazista e del regime fascista. Si tratta di un giorno simbolico, perché la vera  resa dei tedeschi fu firmata a Caserta il 29 aprile 1943 (la cosiddetta “resa di Caserta”) ed entrò in vigore il 2 maggio.

N.B. L’effettivo cessate il fuoco sull’intero territorio nazionale  avvenne quindi il 2 maggio.

Vi siete mai chiesti quindi perchè in Italia tutti festeggiamo il 25 aprile, con la guerra che proseguì ancora qualche giorno?

La risposta anche se ingiusta è purtroppo ovvia ed è legata al fatto che il 25 aprile, è la data che segna il momento in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione generale contro l’occupazione nazista e la regime fascista, portando in pochi giorni alla liberazione delle principali città del Nord come Milano, Torino e Genova, cioè di quel  Nord-ovest industriale, dell’Italia che contava e alla quale, attraverso la segretissima “Operazione Sunrise”, furono risparmiate ulteriori distruzioni affinché potesse essere rimessa in piedi quanto prima.

N.B. Quanti sanno che Il 29 aprile 1945, il giorno prima del suicidio di Hitler a Berlino e della definitiva capitolazione della Germania Nazista, le armate Tedesche, ancora schierate nel nord Italia, firmavano, nella Reggia di Caserta, la resa incondizionata ?

Quante persone oggi sanno che una delle pagine più segrete della seconda guerra mondiale,era  conosciuta con il nome di Operazione Sunrise?

CURIOSITA ‘:L’operazione Sunrise serviva a cambiare negli equilibri bellici, strategici e politici dell’Europa. Essa serviva a raffreddare e rallentando la distruzione bellica del nord Italia e contemporaneamente  consentire  ai tedeschi di spostare la loro divisione sul fronte russonella  prospettiva poi della guerra fredda e quindi di un possibile riutilizzo della Germania in chiave antisovietica. Tutto questo ovviamente indispettì molto  Stalin che preoccupato  ebbe uno scambio di lettere tempestoso con Roosevelt con il quale addirittira addirittura litigò, in quanto non accettava uno di essere tagliato fuori dalle trattative eaddirittura   subirne le ripercussioni negative.

N.B.Dall’analisi dei documenti consultati da Rainews24 e da varie  fonti ritrovate  si può oggi affermare con cetezza che l’operazione Sunrise ha evitato uno scontro militare di enorme proporzione tra alleati e truppe tedesche nel nord Italia ed  ha, probabilmente, accorciato la guerra in Europa di almeno due mesi.

Nella nostra città invece gli alleati scatenarono un intenso bmbardamento dal quale Napoli , ne uscì completante distrutta tra macerie e persone morte. La povertà e la fame venivano ingigantiti dal dolore della morte dei propri cari che avveniva sotto gli assidui bombardamenti che distruggevano case e affetti. Il dolore e la mancanza di tutto ( case ed alimenti ) alimentarono lentamente tra la popolazione un forte sentimento antifascista.

N.B.  Uno di questi bombardamenti  ( il  novantaseiesimo dall’inizio della guerra ) in particolare fu quella che più colpì al cuore i napoletani : 400 bombardieri alleati scaricarono purtroppo  il 4 agosto 1943 una valanga di bombe sulla nostra città martoriandola definitivamente nelle vittime dei crolli e nei nostri monumenti e famose e antiche chiese come per esempio quella di Santa  chiara  fu addirittura rasa al suolo . Napoli colpita anche nel suo storico palazzo Reale, venne ridotta ad uno scheletro e messa letteralmente in ginocchio.  Il porto fu raso al suolo e i monumenti risultarono gravemente danneggiati.  Persino la Reggia di Caserta e gli scavi di Pompei furono ripetutamente e selvaggiamente colpiti  perdendo preziosissimi  reperti e antichi dipinti.

L’intera popolazione , stanca  ed in preda alla miseria insorse a questo punto da sola  contro i tedeschi per ben quattro giorni  ( dal 27 al 30 settembre 1943)  per liberare la città’ e l’intera nazione dalla loro occupazione . Imbracciarono in questa circostaza il fucile insospettabili professori e intellettuali , ma anche casalinghe , operai e sopratutto giovani scugnizzi . Tutti insieme con un’unici intento : cacciar via fascisti e tedeschi. Combatterono tutte le fasce sociali della popolazione e con tutti i mezzi a loro disposizione   : armi, mobili , materassi ed anche vasche da bagno che pur di sbarrare la strada ai tedeschi   venivano gettate dai balconi e poste come barriera  .

Quindi quando le forze alleate arrivarono nella nostra citta’ il I° ottobre 1943 trovarono una città giå libera.

Napoli con i suoi cittadini , tra il 27 e il 30 settembre 1943, si era infatti già liberata da sola delle truppe tedesche e per  questo coraggio, Napoli è stata insignita della Medaglia d’oro al valor militare.

Ovviamente della resa dei tedeschiI l 29 aprile 1945,  e della definitiva capitolazione della Germania Nazista,oggi nessuno più ne parla quando si celebra il 25 aprile la festa della liberazione . Questo evento e questa data sono stati totalmente seppelliti , cosi come quella del 2 maggio . Della precoce liberazione di Napoli e del Sud, 18 mesi prima delle grandi città del Nord, e delle conseguenze generate da figure come quelle di Charles Poletti e don Vito Genovese, meglio non parlarne.

Prima di continuare il nostro articolo teniamo quindi bene in mente che il 25 aprile rappresenta solo  una data simbolica e non coincide perfettamente con tutti gli atti formali della fine della guerra in Italia. Essa in pratica serve solo  a ricordare l’azione l’avvio concreto della liberazione, più che l’atto burocratico finale.

Il 1° ottobre 1943 la Quinta Armata del generale americano Mark Clark entra a Napoli, prima grande città europea ad essere liberata. La liberazione segue l’insurrezione popolare delle “Quattro Giornate”, durante le quali centinaia di scontri armati, con il sacrificio anche di giovani scugnizzi, costringono i tedeschi alla fuga nel quadro della loro ritirata verso nord. La città è stremata da anni di guerra, bombardamenti e privazioni, ma l’arrivo degli anglo-americani suscita una reazione che evolve rapidamente: dall’iniziale prudenza si passa a festeggiamenti e scene di entusiasmo, di cui parla anche il capo del governo militare alleato Edgar Eschm Yum, descrivendole come “fino alla frenesia”.
Il cardinale Alessio Ascalesi invita Clark a una messa in suo onore; Adolfo Omodeo, rettore dell’Università, gli conferisce la laurea honoris causa. Clark si comporta di fatto da sovrano della città, stabilendosi in una villa e utilizzando via Caracciolo come pista di atterraggio per collegarsi al comando alleato di Caserta. Nel panorama della nuova occupazione compaiono anche le ausiliarie del Women’s Army Corps (WACs), visibili in città come telegrafiste, dattilografe e magazziniere, autonome negli spostamenti, appassionate di carte e whisky, vestite con gonne al ginocchio, visitatrici di siti come la Reggia di Caserta; intorno alla loro presunta libertà sessuale nascono presto leggende. Sul piano politico e simbolico, le Quattro Giornate portano anche tracce antimonarchiche: Casa Savoia è percepita da molti come corresponsabile della tragedia della guerra in cui il fascismo ha trascinato il paese.
Dal 4 ottobre 1943 al 31 dicembre 1945 Napoli resta sotto la giurisdizione dell’AMGOT (governo militare alleato), a differenza del resto del Mezzogiorno. Per gli alleati la città è cruciale: il suo porto, già “porto dell’Impero”, deve diventare il fulcro dei rifornimenti per la campagna d’Italia. Appena giunti, gli alleati riattivano il porto nonostante i gravi danni causati dai tedeschi; entro un mese il volume di traffico del porto supera persino quello di New York. Nel dopoguerra il porto resterà sotto controllo americano, diventando poi sede del comando alleato del sud e base NATO, dato il valore logistico anche nelle logiche della Guerra Fredda.

Il quadro urbano è catastrofico: più di 800.000 abitanti senza viveri da giorni; macerie ovunque; banchine ridotte a rottami con navi semi affondate; centinaia di palazzi pericolanti e crolli continui; assenza di gas, elettricità e soprattutto acqua, che costringe i napoletani ad attingerla da tubature rotte; migliaia vivono nei ricoveri antiaerei, tunnel e cave di tufo. La guerra aerea ha devastato i servizi di base, impedendo persino il sonno notturno. Il 7 ottobre una bomba fa crollare un’ala della posta centrale, causando 30 morti, molti dei quali bambini di strada; secondo la documentazione dei guastatori tedeschi, si trattò di un ordigno tedesco e non di una bomba americana inesplosa. La rivista Life dedica il 18 ottobre 1943 un reportage alla città ridotta in rovine; a novembre i bombardamenti tedeschi provocano 114 morti.
Il nemico più insidioso diventa il tifo petecchiale, alimentato dai pidocchi che prosperano nei rifugi sovraffollati. Lo “spidocchiamento” diventa routine quotidiana. Gli alleati mobilitano grandi risorse: scienziati legati alla Rockefeller Foundation e prodotti come AL63 e ML. Si sperimenta per la prima volta su vasta scala il DDT: 300.000 trattamenti nella sola metà di gennaio 1944, per un totale oltre 3 milioni; i civili vengono cosparsi con siringoni di polvere per uccidere le uova dei pidocchi. In parallelo, si procede ad abbattere migliaia di edifici pericolanti (spesso con reparti indiani) e a ripristinare l’operatività del porto. A marzo 1944 la battaglia contro il tifo è vinta; nel maggio 1944 si tiene la “settimana della polizia” per ridurre la polvere sollevata dai crolli controllati.
La miseria diffusa genera fenomeni di degrado morale e sociale. La città si riempie di ragazzini laceri e sudici, i “sciuscià” (storpiatura di “shoe-shine”), lustrascarpe che si azzuffano per monete dei soldati e partecipano al favoreggiamento della prostituzione, al mercato nero e a piccoli furti e rapine. John Burns descrive Napoli come “il più vasto vivaio di bambini del mondo”: bambini che fanno da mezzani alle sorelle, rubano con una destrezza quasi fiabesca; la denutrizione devasta un’intera generazione, ma in loro si coglie la “vitalità dei dannati decisi a non morire”.
I rapporti tra civili e militari alleati sono spesso tesi: si registrano molte rapine e numerosissimi casi di stupro, frequenti episodi di violenza legati a un tasso di alcolismo estremamente alto tra le truppe. Superalcolici venduti localmente, talora a base di metanolo, si rivelano micidiali e psicologicamente destabilizzanti.

La storia successiva alla liberazione vede accentuarsi il suo  un triste periodo  fatto di mercimonio di prostitute , mercato nero e  contrabbando purtroppo fortemente alimentata dalla ingombrante presenza degli “alleati americani ”  .

Per 8 mesi la città è retrovia immediata del fronte: centinaia di migliaia di militari di passaggio alimentano il circuito dei bordelli, spesso piccoli appartamenti familiari nei quartieri popolari. La prostituzione esplode: le “segnorine” sono migliaia, includono madri di famiglia, donne anziane e moltissime minorenni; la prostituzione è illegale principalmente per il rischio sanitario per gli uomini, come testimonia una sentenza rinvenuta dalla storica Gloria Chianese che condanna una diciottenne sorpresa con 5 militari americani e 5 preservativi usati, qualificando l’attività come grave minaccia all’integrità e alla sanità del sesso maschile.

Le malattie veneree si diffondono rapidamente; compaiono cartelli “off limits” e “out of bound” per segnalare aree a rischio. Si sostiene che furono i soldati alleati provenienti dall’Africa a contagiare inizialmente molte prostitute, innescando un circuito di trasmissione. Accanto alle storie di sfruttamento emergono anche storie d’amore, spesso seguite da abbandoni: emblematico il caso di Lidia Cirillo, che uccide il capitano inglese amante che l’aveva lasciata, dichiarando in tribunale di aver agito per vendicare il proprio onore e quello di tante donne italiane.
Il mercato nero, già diffuso durante la guerra, esplode sotto l’occupazione: di notte si ruba di tutto, di giorno la merce appare sui banchi di Forcella. Gli alleati non contrastano realmente il fenomeno: non intendono farsi carico della piena alimentazione della città e tollerano che i borsari neri colmino il fabbisogno. Molti militari alleati, soprattutto americani, risultano coinvolti direttamente; prodotti rubati giungono dalle navi e dai depositi al porto. La connivenza tra criminalità locale e alcuni ufficiali e soldati americani è segnalata in più episodi.
Tra macerie e privazioni si sperimenta una fragile normalità. Le navi Liberty sbarcano farina e beni essenziali: nasce il mito del “pane bianco”, in netto contrasto col pane nero di segale e scarti dei mesi precedenti. Gli alleati reintroducono il razionamento: per molti napoletani 200 grammi di pane bianco costituiscono colazione, pranzo e cena. Le file diventano abitudine quotidiana e, contro ogni previsione, si imparano a rispettare con pazienza; eppure queste scene di disciplina non compaiono nei cinegiornali. Le Liberty, cariche di “ogni bene”, salvano dalla fame migliaia di persone, ma alimentano anche il mercato nero: sui banchi compaiono sigarette, barrette di cioccolato, burro di noccioline, coperte, occhiali militari; i paracadute di seta sono materiali ambiti, trasformati in abiti da sposa.
La produzione culturale riprende. Nasce Radio Napoli: “Risorgimento” unifica Il Mattino, Il Roma e il Corriere di Napoli; alla radio Ettore Giannini è direttore, mentre la sezione prosa, diretta da Edoardo Anton, realizza programmi a metà tra storia, teatro e politica, come “Eroi della libertà”. L’attività radiofonica si regge su due torpedoni, uno ricevente e uno trasmittente, con una parabola; la convivenza anglo-americana è conflittuale: gli inglesi, con un aeroporto a Leberes, chiedono di rimuovere la parabola che per loro è pericolosa di notte, ma gli americani ignorano la richiesta; gli inglesi la mitragliano ripetutamente, senza esito, perché gli americani dispongono di una scorta pressoché infinita.
La documentazione internazionale fissa gli stati d’animo e le condizioni di vita: Life (18 ottobre 1943) mostra la città in rovine; a novembre il focus sono le Quattro Giornate e gli scugnizzi in armi; il 24 gennaio 1944 Margaret Bourke-White documenta uomini, donne e tantissimi bambini rifugiati in caverne senz’acqua, luce, cibo. Le troupe dei Combat Film americani riprendono la fame: una famiglia napoletana viene ingaggiata per mangiare pane e zuppa di polvere di piselli, ripetendo più volte le scene per accrescere l’impatto emotivo sugli spettatori, ignari della devastazione che la denutrizione infligge all’infanzia. William Wyler sperimenta la nuova pellicola a colori scegliendo la città di Battipaglia, rasa al suolo dai bombardieri americani nonostante i tedeschi l’avessero già abbandonata.
Sul fronte militare e psicologico, l’armonia iniziale tra popolazione e truppe si incrina: l’entusiasmo svanisce, subentrano difficoltà di rapporto e talora disprezzo. A maggio 1944, mentre a 100 km infuria Cassino, si tiene la settimana della polizia dedicata alla rimozione della polvere dei crolli controllati. Giugno 1944 porta lo sbarco in Normandia e la liberazione di Roma, alimentando la speranza di fine guerra, ma le condizioni a Napoli peggiorano; l’Italia resta martoriata dalle incursioni angloamericane, con migliaia di morti al nord. La città si popola di contingenti multinazionali (inglesi, canadesi, francesi, algerini, brasiliani, neozelandesi, americani). Gli USA emanano una legge ad hoc per regolare i rapporti tra soldati e donne napoletane e organizzano trasporti via nave delle “spose di guerra” per ricongiungerle con mariti e fidanzati, talora con figli al seguito.
Il 27 marzo 1944 Palmiro Togliatti giunge da Mosca a sorpresa a Napoli. Pochi giorni prima, il 12 marzo, migliaia di militanti e simpatizzanti di sinistra manifestano alla Galleria Umberto I contro la dichiarazione di Winston Churchill, favorevole alla monarchia e a Vittorio Emanuele III. L’11 aprile 1944, al cinema Modernissimo, Togliatti proclama l’obbligo per i comunisti di partecipare a un governo di unità nazionale, concentrando ogni sforzo sulla vittoria della guerra: è la “svolta di Salerno”, che porta alla nascita di un esecutivo sostenuto dai partiti antifascisti del CLN, dai liberali ai comunisti.
Sul piano della sicurezza, gli alleati considerano i fascisti nemici da neutralizzare: dispongono di black list con nomi di pericolosi affiliati. Tra questi Achille Lauro, armatore amico dei vertici del regime e ospitante di Göring, che tuttavia rientrerà poi in politica, diventando sindaco di Napoli e leader del più importante partito monarchico in Italia. L’“epurazione” incontra ostacoli strutturali e contraddizioni: gli americani spingono per rimuovere tutti i funzionari già iscritti al partito fascista, gli inglesi preferiscono mantenerli; la divergenza alimenta attriti, riflessi anche nella gestione di infrastrutture come Radio Napoli.
Figura centrale della gestione civile è il colonnello Charles Poletti, italo-americano, laureato in legge ad Harvard, esponente di rilievo del Partito Democratico, già governatore dello Stato di New York (il primo italo-americano a ricoprire tale carica). Nel 1942 aveva rivolto via radio un appello agli italiani a ribellarsi contro Mussolini. Arrivato a Napoli come responsabile degli affari civili, si affaccia al balcone della prefettura scherzando: “Poletti, Poletti, meno chiacchiere e più spaghetti”, accolto dal tripudio della folla. Corrono però voci sulla sua tolleranza verso le attività del gangster italo-americano Vito Genovese, uomo di fiducia di Lucky Luciano. L’attività di Genovese è illegale: rubare le merci dagli autocarri dell’esercito americano mentre il soldato incaricato assiste. Tra il 1944 e il 1945 si ruba di tutto; la merce confluisce sui banchi del mercato nero a Forcella; la complicità di ufficiali e soldati americani è frequentemente segnalata. Gli alleati, per non accollarsi il pieno onere dell’alimentazione cittadina, non contrastano efficacemente il mercato nero, che si alimenta anche con furti dalle navi e dai depositi.
Il 31 dicembre 1945 gli alleati restituiscono l’amministrazione di Napoli al governo italiano, lasciando però il porto sotto giurisdizione americana. Migliaia di napoletani, privati all’improvviso di forme di sostentamento legate alla presenza militare, affrontano uno shock sociale in un clima di disperazione e malcontento. Nel 1946 la campagna elettorale tra monarchia e repubblica è accesa. Nonostante l’eredità antifascista delle Quattro Giornate, la città vota “quasi plebiscitariamente” per la monarchia il 2 giugno 1946: la “Napoli delle Quattro Giornate” diventa la “Napoli monarchica”, mentre l’Italia complessivamente diventa una repubblica. Diverse letture convergono: la popolazione, impegnata soprattutto nella lotta per la sopravvivenza, è poco coinvolta in attività politiche; il mercato nero ha migliorato le condizioni del popolino, mentre i partiti di sinistra lo combattono ferocemente; i ceti medi cercano ordine e disciplina; Umberto II e Maria José sono figure familiari a Napoli, avendo vissuto a lungo al Palazzo Reale.
Il dopoguerra registra oltre 100.000 senzatetto giornalieri; la farina bianca torna introvabile e il pane ridiventa nero e immangiabile, come sotto l’occupazione tedesca. La peggior eredità è quella inflitta all’infanzia: migliaia di bambini vivono nel degrado, molti ammalati di tubercolosi. Nasce il Comitato per la salvezza dei bambini, organizzato dall’UDI (organizzazione femminile del Partito Comunista). Il 22 gennaio 1947 parte per l’Emilia Romagna il primo scaglione di bambini napoletani; prima della partenza, all’Albergo dei Poveri ricevono una colazione calda, un cappotto, un paio di calze e un paio di scarpe. Nella memoria collettiva, la resilienza napoletana è segnata da un’ironia esistenziale temprata da 12 o 13 occupazioni straniere e dalla consapevolezza di una città “più vecchia di Roma di 50 anni e più”, capace di ridere delle proprie sventure pur tra sofferenze sociali profonde.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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