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Il 13 settembre del 1739, nel cosiddetto Rione dei Tribunali, la zona dell’antica Vicaria raccolta intorno a Castel Capuano, nasceva Giuseppe Sigismondo, figlio di Rocco ( scrivano ordinario del Sacro Regio Consiglio ) e di Orsola Pagano.
Il suo nome è oggi assai meno conosciuto di quelli di Pergolesi, Porpora, Durante o Cimarosa, eppure proprio grazie a uomini come lui possiamo ricostruire una parte importante di quella straordinaria stagione nella quale Napoli fu uno dei grandi centri musicali d’Europa. Sigismondo fu musicista e compositore, cantò, scrisse per il teatro, raccolse partiture e manoscritti e, soprattutto, trascorse buona parte della propria vita a conservare le testimonianze di quel mondo musicale che aveva conosciuto direttamente.
La musica entrò molto presto nella sua vita. Ancora bambino, grazie ad Aniello Auriemma, segretario del Conservatorio di Santa Maria di Loreto, ricevette lezioni di canto, contrappunto e danza. Eppure la sua formazione seguì contemporaneamente una strada molto diversa: studiò al Collegio Massimo dei Gesuiti e al Real Liceo e completò nel 1759 gli studi giuridici avendo tra i suoi maestri anche Antonio Genovesi, uno degli intellettuali più importanti dell’Illuminismo napoletano. Alla morte del padre ne ereditò l’impiego presso il Sacro Regio Consiglio, ma continuò a coltivare la musica con una preparazione tutt’altro che superficiale. Tra il 1761 e il 1768 studiò canto con Nicola Porpora, uno dei più celebri maestri di canto del Settecento europeo, mentre in un manoscritto di duetti di Francesco Durante arrivò a definirsi «amico e scolare» del grande compositore.
Gli studi giuridici non gli impedirono di frequentare anche il teatro. Recitò nella compagnia amatoriale «All’Improvviso», fondata da Pasquale Cirillo, e successivamente in quella di Carlo Carafa, interpretando anche ruoli femminili secondo una consuetudine ancora viva sulle scene del tempo. Tra il 1770 e il 1785 pubblicò alcune commedie, sonetti e due libretti, un’attività che aiuta a comprendere quanto la sua formazione fosse più ampia di quella di un semplice raccoglitore di spartiti.
Per capire Sigismondo bisogna però entrare nella Napoli nella quale era cresciuto. La città possedeva quattro celebri conservatori: Santa Maria di Loreto, Sant’Onofrio a Capuana, i Poveri di Gesù Cristo e Santa Maria della Pietà dei Turchini. Nati con finalità assistenziali ed educative, nel corso del tempo erano diventati formidabili scuole musicali, capaci di formare cantanti, strumentisti e compositori richiesti nelle corti e nei teatri europei. Intorno a essi si era sviluppato un sistema nel quale convivevano musica sacra, insegnamento, opera seria e quel teatro musicale comico che avrebbe contribuito enormemente alla fortuna internazionale della scuola napoletana. Sigismondo crebbe dentro questa città e avrebbe dedicato pagine preziose proprio alla storia dei quattro conservatori e dei loro maestri.
Napoli, del resto, non produceva soltanto musicisti. Li esportava. Porpora aveva insegnato a Vienna e lavorato a Londra; Jommelli sarebbe stato protagonista nelle corti europee; Piccinni avrebbe raggiunto Parigi; Cimarosa sarebbe arrivato fino alla corte di Caterina II a San Pietroburgo. Pergolesi, morto giovanissimo, avrebbe conosciuto dopo la morte una fama europea difficilmente immaginabile durante la sua breve esistenza. Compositori stranieri, viaggiatori e uomini di cultura guardavano a Napoli come a un luogo nel quale era necessario passare per conoscere ciò che stava accadendo nella musica italiana.
Sigismondo ebbe la fortuna di osservare questo mondo non soltanto da studioso. Frequentò musicisti e teatri, compose cantate, musica sacra e lavori destinati alla scena e raccolse per tutta la vita spartiti, libretti, trattati e manoscritti, compresi autografi di compositori napoletani. Amava definirsi modestamente «dilettante di musica», ma fu anche maestro di canto e un instancabile copista. Prima che esistessero registrazioni sonore o riproduzioni fotografiche, copiare una partitura significava sottrarla alla possibile scomparsa: numerose composizioni ci sono giunte anche attraverso quel paziente lavoro manuale. Diversi manoscritti vergati dalla sua mano sono oggi conservati persino nella British Library di Londra, tra essi musiche di Nicola Porpora, Nicola Fago, Alessandro e Domenico Scarlatti, Antonio Lotti e Giacomo Antonio Perti. British Library
Alla fine del Settecento quella passione privata cominciò a trasformarsi in qualcosa che apparteneva all’intera città. Saverio Mattei, regio delegato del Conservatorio della Pietà dei Turchini, volle creare una biblioteca musicale e nominò Sigismondo bibliotecario. Il nucleo fondamentale della raccolta nacque proprio dalle donazioni di Mattei e dalla collezione di libri e manoscritti di Sigismondo. Nel 1794 una parte della sua raccolta passò al Conservatorio; un’altra vi sarebbe giunta dagli eredi dopo la sua morte.
L’anno successivo accadde qualcosa di ancora più importante. Nel gennaio 1795 Ferdinando IV dispose che gli impresari dei teatri napoletani consegnassero alla nuova biblioteca una copia di ogni spartito delle opere e delle commedie musicali rappresentate sulle scene della capitale. Alla raccolta furono inoltre destinati gli spartiti delle opere precedentemente rappresentate al Teatro San Carlo, che fino ad allora venivano abitualmente donati alla regina Maria Carolina. Era il principio di una politica di conservazione che avrebbe contribuito a impedire la dispersione di una parte enorme della memoria musicale napoletana.
La memoria di Sigismondo era preziosa anche per coloro che cercavano di ricostruire le vite dei protagonisti della scuola napoletana. Aveva conosciuto personalmente Niccolò Jommelli e fornì a Saverio Mattei notizie utilizzate per l’Elogio del Jommelli, pubblicato nel 1785. Attinsero ai suoi ricordi anche autori impegnati nelle prime biografie di musicisti e cantanti napoletani: Sigismondo non custodiva soltanto le loro carte, ma conservava la testimonianza diretta di un ambiente artistico che stava rapidamente scomparendo.
Quella biblioteca appartiene ancora alla nostra città. Attraverso successive trasformazioni e riunificazioni dei conservatori, il suo patrimonio è confluito nella Biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella, che conserva oggi manoscritti, stampe rare, libretti d’opera, trattati e documenti musicali di eccezionale importanza. Nel suo nucleo più antico continua quindi a vivere anche la raccolta costruita pazientemente da Sigismondo.
Negli ultimi anni della sua vita egli cercò anche di mettere per iscritto ciò che aveva visto, ascoltato e raccolto. Nacque così l’Apoteosi della musica del Regno di Napoli in tre ultimi trasudati secoli, un’imponente opera in quattro tomi nella quale raccontò se stesso, la musica sacra, i teatri, la formazione della biblioteca, la storia dei quattro conservatori e le vite di alcuni dei maggiori protagonisti della scuola napoletana: Leonardo Vinci, Pergolesi, Porpora, Cimarosa, Leonardo Leo, Durante, Traetta, Piccinni e molti altri. Dopo la sua morte il figlio Rocco sottopose il manoscritto a Carlantonio de Rosa, marchese di Villarosa. Questi, giudicandolo troppo disordinato e ricco di digressioni per essere pubblicato integralmente, lo utilizzò ampiamente nelle proprie Memorie dei compositori di musica del Regno di Napoli, uscite nel 1840, riprendendone talvolta interi passaggi con modifiche minime. Il manoscritto originale giunse poi alla Staatsbibliothek di Berlino e l’Apoteosi, rimasta inedita per quasi due secoli, è stata pubblicata integralmente soltanto nel 2016.. Gli studiosi la considerano oggi una fonte fondamentale per ricostruire il mondo musicale napoletano tra Sette e Ottocento.
Sigismondo visse abbastanza a lungo da assistere anche alla fine del mondo nel quale era cresciuto. Attraversò il regno di Carlo e Ferdinando di Borbone, la Repubblica del 1799, l’occupazione francese, il decennio napoleonico e la Restaurazione. Nel 1808 la riforma amministrativa francese abolì l’antico ufficio del Sacro Regio Consiglio che aveva ereditato dal padre e gli rimase un modesto impiego come cancelliere di un giudicato di pace. Morì a Napoli il 10 maggio 1826, a ottantasei anni.
Il ragazzo nato ai Tribunali nel 1739 aveva cominciato a raccogliere spartiti quando la grande stagione musicale napoletana era ancora viva intorno a lui. Quando morì, una parte di quelle carte era già diventata patrimonio della biblioteca che oggi conosciamo come quella del Conservatorio di San Pietro a Majella.





