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Amedeo Bordiga nacque a Ercolano il 13 giugno 1889, in una famiglia di solida tradizione culturale e scientifica: matematici e professori universitari ne segnarono fin dall’inizio l’ambiente formativo. Questo contesto contribuì a orientarne gli studi verso le discipline scientifiche, che Bordiga affrontò con rigore e metodo, fino a conseguire nel 1912 la laurea in ingegneria edile. La sua formazione, tuttavia, non fu esclusivamente tecnica. Durante gli anni del liceo entrò in contatto con il pensiero marxista grazie al suo insegnante di fisica, Calvi, un incontro destinato a lasciare un’impronta profonda e duratura.
Già nei primi anni del Novecento Bordiga mostrò una forte inclinazione per l’impegno politico e teorico. Nell’aprile del 1912 fondò il gruppo dei “dissidenti”, un’esperienza che anticipava la sua successiva attività all’interno del Circolo Karl Marx di Napoli, dove assunse un ruolo dirigente. In questo contesto si batté apertamente contro le tendenze riformistiche presenti nella sezione napoletana del Partito Socialista Italiano, sostenendo una visione più rigorosa e intransigente del socialismo. La sua posizione, fin da subito, si caratterizzò per la critica al gradualismo e per una concezione della politica come terreno di scontro teorico prima ancora che di mediazione pratica.
Tra il 1914 e il 1915 Bordiga fu protagonista di diverse campagne antimilitariste, in un clima politico sempre più segnato dall’avvicinarsi della guerra. Chiamato alle armi nel 1915, venne però dichiarato inabile a causa della forte miopia. La Rivoluzione d’Ottobre del 1917 rappresentò per lui un momento decisivo: l’evento rafforzò la sua adesione al movimento comunista internazionale e confermò la convinzione che una rottura rivoluzionaria fosse non solo possibile, ma storicamente necessaria.
Nel giugno del 1918 sposò Ortensia De Meo, militante socialista, compagna di vita e di ideali. Nello stesso periodo iniziò una intensa attività pubblicistica: nel dicembre del 1918 cominciò a scrivere per il periodico Il Soviet, di cui divenne poi direttore. Su quelle pagine Bordiga espresse con chiarezza alcune delle sue posizioni più note, tra cui il rifiuto di un approccio pedagogico alla politica e una critica radicale alla democrazia rappresentativa, considerata inadatta a esprimere gli interessi reali della classe lavoratrice.
Nel 1920 avviò la collaborazione con Il Comunista, contribuendo a un dibattito sempre più acceso all’interno del Partito Socialista Italiano. Molti dei suoi articoli lasciavano intravedere l’inevitabilità di una scissione, che maturò anche attraverso il confronto con figure come Antonio Gramsci e Umberto Terracini. Nel 1921 Bordiga uscì dal PSI e partecipò alla fondazione del Partito Comunista d’Italia, di cui fu uno dei principali dirigenti nella fase iniziale.
L’avvento del fascismo segnò una brusca interruzione della sua attività politica pubblica. Nel 1922 venne arrestato con l’accusa di complottare contro il regime e successivamente condannato al confino politico. Trascorse lunghi periodi a Ustica, tra il 1926 e il 1928, e poi a Ponza fino al 1929. Anche in queste condizioni Bordiga non rinunciò al proprio impegno intellettuale. A Ustica, insieme a Gramsci, contribuì all’organizzazione di una scuola di partito per i confinati; a Ponza proseguì l’attività di insegnamento, offrendo lezioni di materie scientifiche a chi ne faceva richiesta.
Durante il confino a Ponza riprese anche la professione di ingegnere, applicando competenze tecniche che ebbero un impatto concreto sull’edilizia locale. Introdusse, ad esempio, l’uso delle putrelle nei solai in sostituzione delle tradizionali volte a cupola, una soluzione più moderna ed efficiente. Non mancavano tuttavia le difficoltà pratiche, come testimonia una lettera inviata all’impresario edile Martinelli, nella quale Bordiga lamentava il mancato pagamento di alcune parcelle: un dettaglio che restituisce un’immagine quotidiana e poco retorica della sua vita al confino.
Nel 1930 venne espulso dal Partito Comunista con l’accusa di attività frazionistica e di simpatie “trotzkiste”. Da quel momento si allontanò dall’attività politica organizzata, senza però abbandonare la riflessione teorica. Continuò a scrivere articoli e saggi, mantenendo una coerenza intellettuale che lo accompagnò fino alla fine.
CURIOSITA’: Al corso Vittorio Emanuele, al civico 385, si trova una palazzina color rosso pompeiano, a pochi metri dalla fermata Corso della funicolare di Montesanto. In quell’edificio Bordiga visse e morì. Curiosamente, nella stessa palazzina aveva abitato anni prima un altro grande napoletano, Raffaele Viviani. Oggi due lapidi ricordano queste presenze, e la vicinanza ai Quartieri Spagnoli, così densi di vita popolare, sembra idealmente legare la riflessione politica di Bordiga e la produzione poetica di Viviani a uno stesso tessuto urbano e umano.
Amedeo Bordiga morì a Formia nel 1970. La sua figura resta complessa e talvolta controversa, ma difficilmente riducibile a formule semplici. Ingegnere e teorico, militante e studioso, Bordiga attraversò uno dei periodi più travagliati della storia italiana ed europea mantenendo una fedeltà rigorosa alle proprie idee. Il suo percorso offre ancora oggi spunti di riflessione su politica, cultura e sul rapporto, non sempre facile, tra teoria e pratica.
La sua resta una figura spesso scomoda, ma centrale nella storia del comunismo italiano. Egli da uomo di rigore e di solitudine, attraversò il Novecento mantenendo una coerenza rara, che ancora oggi invita a riflettere sul rapporto tra idee, storia e compromesso politico.
La nostra città gli ha dedicato una piccola strada a Bagnoli: un riconoscimento forse modesto per una figura di tale rilievo.





