Raimondo di Sangro , Principe di San Severo

Raimondo di Sangro , Principe di San Severo è stato forse il   personaggio più misterioso del settecento italiano.

Egli fu un uomo eccentrico, scienziato , letterato, filosofo ,  militare di alto rango , astronomo, poeta, scrittore, guerriero, mecenate, inventore, mago, alchimista,   accademico della Crusca e gran maestro della massoneria napoletana ( la cappella e’ infatti ricca di allegorie massoniche ) capace di parlare e conoscere  diverse lingue straniere ed antiche tra cui l’ebraico .

Ma venne anche definito da molti  , come uno scienziato pazzo,  genio,  e stregone malvagio . 

I vari modi come è stato etichettato nel tempo come potete vedere sono tanti ma certamente  possiamo concludere che egli fu un uomo di grande prestigio e un insolito  precursore dei tempi .

La sua nobile famiglia dei De Sangro  discendendo  direttamente da Carlo Magno ( attraverso il ramo di Oderisio, conte de Sangro (1093) ) ,  oltre al Principato di San Severo , contava  una sfilza lunghissima di  feudi e  titoli  come quello di principe di Castelfranco, principe di Fondi, duca di Torremaggiore,  duca di Martina e  Grandi di Spagna.. Egli   discendeva quindi  da una una nobile famiglia  che oltre ad avere importanti  legami di parentela  ( Carlo Magno ) contava sull’amicizia  di  importanti  personaggi come Innocenzo III , numerosi  prelati dell’Ordine Benedettino, e in quanto Massone godeva anche dei favori di  potenti  membri dell’Ordine dei Templari .

 

Raimondo di Sangro , come molti aristocratici del settecento poteva serenamente dedicarsi ai tipici passatempi di ogni nobile dell’epoca come la caccia ,  il gioco , e il divertimento oziando e disdegnando il lavoro , forte dei proventi derivanti dai suoi innumerevoli feudi , ma  egli dotato di una grande vivacità intellettiva  e spiccata curiosità di conoscenze , scelse invece di immergersi nella cultura creando di fatto così un solco profondissimo fra lui ed il resto dell’aristocratica nobiltà napoletana del Settecento composta per lo più da esseri rozzi ed ignoranti ,  che egli non mancava spesso  di disprezzare e denigrare pubblicamente durante i numerosi ricevimenti tenutesi  nei vari salotti dell’alta  società ai quali puntualmente veniva invitato poichè a quei tempi egli  era un personaggio molto potente e famoso a Napoli ,  godendo  anche dei favori del re Carlo di Borbone il quale lo aveva nominato Gentiluomo di Camera. Era inoltre molto famoso per i suoi esperimenti , per le sue invenzioni e sopratutto per aver composto straordinarie formule chimiche rimaste ancora oggi del tutto segrete e misteriose .

 

Raimondo di Sangro nasce nel feudo di  Torremaggiore , in provincia di Foggia il 30 gennaio del  1710 come terzo di tre fratelli , da Antonio, duca di Torremaggiore, e Cecilia Gaetani dell’Aquila di Aragona. . . Alla morte della madre , che avviene un anno dopo la sua nascita , viene affidato alle cure del nonno ( Paolo di Sangro ) , poiche’ il padre Antonio , accusato dell’ uccisione di un vassallo sulla cui figlia aveva messo gli occhi ,  fuggì  a Vienna, dove poi pentitosi decise di  rinunciare al titolo e prendere i voti  . Il padre, rimasto vedovo e distrutto dal dolore , sconvolto dalla morte della moglie, si era dapprima tuffato in una vita dissoluta per poi pentirsi e diventare un ministro di Dio. Prima di rinchiudersi in un convento per il resto dei suoi giorni, non potendosi più occupare del piccolo lo affidò quindi al nonno residente a Napoli allora capitale del Viceregno austriaco.

 

 

Qui  il giovane Raimondo trascorse gran parte dell’infanzia e ricevette una prima educazione, venendo avviato allo studio della letteratura, della geografia e delle arti cavalleresche dando subito prova della sua  vivace intelligenza, tanto che l’Origlia ci narra che «la soverchia vivacità del suo spirito, e la troppa prontezza» indussero il nonno  ad accompagnare all’età di dieci anni l’enfant prodige presso il Collegio dei Gesuiti, a Roma dove venne affidato ai padri Gesuiti. Qui dimostrò presto durante gli studi una grande abilità e attitudine nelle arti meccaniche dandone la prima dimostrazione a diciannove anni, quando, per una rappresentazione scolastica in cui era necessario smontare velocemente un palco per garantire lo svolgersi nello stesso luogo di esercizi d’equitazione, inventò un palco che, grazie all’aiuto di alcuni argani e di ruote nascoste, spariva in pochissimo tempo

Raimondo compì un ragguardevole iter scolastico, dedicandosi allo studio della filosofia, della retorica,  della logica, delle lingue (arriverà a padroneggiare  di almeno otto lingue straniere ed antiche tra cui l’ebraico ), della matematica e geometria della pirotecnica e delle scienze naturali, dell’idrostatica e all’architettura militare; su quest’ultima disciplina stese pure un saggio, purtroppo rimasto inedito.  

Rimase nella scuola gesuitica di Roma fino al concepimento dei suoi vent’anni acquisendo una bagaglio  culturale notevolmente superiore a quello solitamente posseduto dai nobili dell’epoca , che non mancò mai poi di far mostra nei salotti dell’aristocrazia napoletana ( composta per lo più da esseri rozzi ed ignoranti ) quando finalmente  il giovane riuscì finalmente a tornare nel palazzo dei suoi avi, a Napoli, in Piazza San Domenico Maggiore  con il titolo di Principe. Per la prematura morte degli altri due fratelli , ( Paolo e Francesco ) infatti Raimondo ereditò il titolo di settimo  principe di Sansevero a soli sedici anni quando morì il nonno Paolo ( sesto principe di San Severo . )  Ricordiamo infatti che  il padre di Raimondo e figlio di Paolo, aveva già rinunciato in precedenza al titolo in favore dell’abito sacerdotale.

Il Principe nella sua venuta a Napoli s’invaghì di una lontana cugina quattordicenne  che sposò nel 1736 ( la ricca ereditiera di molti feudi nelle Fiandre Carlotta Gaetani dell’Aquila d’Aragona ).  Un matrimonio rivelatosi  molto felice che sarà coronato poi dalla nascita di otto figli.

 

Dotato di una cultura poliedrica ed appassionato di alchimia ed esoterismo una volta giunto in In città non esitò a entrare a far parte della Scuola Alchemica Napoletana nonostante l’insegnamento religioso che aveva ricevuto dei gesuiti. Entrato  a far parte della Confraternita segreta dei Rosa-Croce venne  quindi iniziato agli antichi riti alchemici, o Ars Regia cioè  la cosiddetta «arte sacra»  , quei complessi segreti che fin dai tempi più remoti i sacerdoti egiziani tramandavano ai propri discepoli . Divenuto poi  Gran Maestro massone incomincia ad  intrecciare relazioni con chiunque possa aiutarlo a meglio comprendere i misteri dell’universo ed adibisce nel suo palazzo  una grande stanza a laboratorio dove comincia a passarci gran parte del giorno e della notte. Questo stile di vita, piuttosto anomalo per un aristocratico, dà adito a sospetti sul suo conto e sulle cose che accadono nella sua casa.

Ma Raimondo incurante dei pettegolezzi fatti da uomini che lui non stima si diverte con gli stessi con atteggiamenti sempre più stravaganti. Arriva a farsi costruire una carrozza più larga di quelle comuni per passare a filo nei vicoli di Napoli e dimostrare a tutti che il suo mezzo di trasporto è il più grande di tutti  e sbalordisce i vari ospiti invitati  nel suo palazzo con la presenza di strani oggetti  come quella che lui chiama la Lampada Perpetua, o Lume Eterno, composta da una miscela fatta  di calcio , fosfato e fosforo  ad alta concentrazione ( ottenuto triturando le ossa di un teschio )  che si dice aveva la capacità di bruciare per  intere  ore e molto più a lungo  di qualsiasi altro lume consumando quindi una quantità trascurabile di materia.

Incurante  di chiacchiere e pettegolezzi progetta e racconta in pubblico  di una carrozza che si muove per brevi tratti senza i cavalli  , e di un’altra   anfibia capace di camminare sulle acque del mare ,  elabora e discute di nuove tecniche per la stampa,  parla di nuovi sistemi di trasformazione dell’ acqua di mare in acqua dolce , racconta di nuovi tessuti  , della  filatura della canapa , di nuovi tipi di vernici destinate a durare nel tempo, la cera fatta senza api , la risurezzione di granchi di fiume dopo averli ridotti in cenere  e nuovi farmaci alchemici considerati prodigiosi che ebbero un gran successo sopratutto con il principe di Bisignano , che salvò da una morte che pareva inevitabile secondo il parere dei più valenti professori . Egli somministrando i suoi portentosi composti al principe sconfisse  in sole poche settimane  la malattia .

Memore di questa miracolosa guarigione , solo qualche tempo dopo , anche il duca di Miranda , colpito da ” febbre maligna ” e arrabbiato con i medici incapaci a suo giudizio di guarirlo si rivolse allo stesso di Sangro che ovviamente attraverso i suoi alchemici farmaci lo guarì .

SI cimentò addirittura nella riproduzione del famoso miracolo di San Gennaro  e dello scioglimento del sangue ,  costruendo una teca simile a quella di San Gennaro con due ampolle della stessa forma , piene di un liquido  simile al sangue ma invece  composto da una miscela di oro e  mercurio misto a cinabro , che pare avesse lo  stesso colore del sangue coagulato .

A tal proposito scrisse così scrisse Lalande , di questo esperimento :

….. per rendere fluido questo amalgama c’è nel cavo della bordatura ,un serbatoio di mercurio fluido con una valvola che quando la teca viene capovolta , si apre per lasciare entrare mercurio nell’ampolla . A questo punto l’amalgama diventa liquido e imita la liquefazione ……

Questo esperimento fu poi confermato dal matematico grancese Charles Marie de la Condamine  che nel suo viaggio a Napoli  fu spettatore dell’evento .

La riproduzione del famoso miracolo , com’era prevedibile creò molti guai al principe , che furono peraltro aggravati anche dalla sua adesione alla Libera muratoria .

Tutto questo incominciò a creare intorno alla sua figura un alone sempre più misterioso e qualcuno incominciando a temerlo per il suo potere ma sopratutto nel tentativo  di ridicolizzarlo  incomincia ad  etichettarlo come uno stregone pazzo  (sopratutto quei nobili che lui spesso derideva nei riservati salotti aristocratici ).

La  descrizione di questo eccentrico personaggio filosofo, astronomo, inventore, mago, scienziato e alchimista. considerato oggi un genio ed un precursore dei tempi, e non uno scienziato pazzo ed uno stregone malvagio. ci viene descritta in maniera garbata  e interessante da Antonio Genovesi (col quale il Principe ebbe un denso carteggio) nella  sua «Autobiografia» in questo modo  :

 …….è di corta statura, di gran capo, di bello e giovanile aspetto; filosofo di spirito, molto dedito alle meccaniche; di amabilissimo e dolcissimo costume: studioso e ritirato; amante le conversazioni d’uomini di lettere. Se egli non avesse il difetto di avere troppa fantasia, per cui è portato a vedere cose poco verosimili, potrebbe passare per uno dè perfetti filosofi ………
Una fantasia, che il  Principe  non si limitava a mantenere allo stato teorico, ma cercava continuamente di mettere  in pratica cercando di concretizzarle  nei sotterranei del suo palazzo dove tra l’altro  impiantò una tipografia da cui uscirono numerosi libri da lui scritti di cui vale la pena ricordare  ”la lettera apologetica” nella quale si ritrova testimonianza di alcune sue invenzioni, “Il manuale di esercizi militari per la fanteria”, molto apprezzato da Federico II di Prussia, e Luigi XV di Francia ,( tutte le truppe spagnole adottarono gli esercizi suggeriti dal Principe ) nonché la traduzione dell’opera dell’abate francese Villars de Montfaucon “il Conte di Gabalis, ovvero ragionamenti sulle scienze segrete” con il quale sperava di diffondere le antiche tesi rosacrociane. 

Le sue abilità non restarono nascoste a lungo, suscitando anche l’interessamento del Re di Napoli Carlo III di Borbone, figlio di Filippo IV di Spagna, che a soli 17 anni nel 1734 , che dopo aver sconfitto e  ripreso il Regno dagli austriaci prese possesso del Regno delle due Sicilie .Egli dopo aver  sposato Amalia Walburga di Polonia, costituì l’ordine di San Gennaro  (del quale egli si proclamò Gran Maestro) allo  scopo di creare un circolo fidato di nobili su cui contare nei casi di necessità. Tra i sessanta blasonati ,scelti uno per uno dal re in persona. figurava  anche Raimondo di Sangro che dimostrò la sua riconoscenza al Re fornendogli mantelli di tessuto impermeabile da usare nelle battute di caccia, che il Re si dice,  apprezzo notevolmente rimanendone entusiasta  ( per l’epoca si trattava di una novità assoluta ).

 Nei confronti del re , il Principe acquistò ulteriore stima quando a capo di un reggimento distinguendosi per destrezza e coraggio ,  liberò la città di Velletri occupata dall’esercito  nemico comandato del generale Lobkowitz. Un ulteriore plauso ed ammirazione  in campo militare avvennero  da parte del re , di fronte all’invenzione di uno speciale cannone in lega di ferro (allora erano di bronzo)  leggerissimo (pesava centonovanta libbre in meno rispetto ad esemplari della stessa specie) ma  con una gittata molto elevata e di un fucile a retrocarica in grado di sparare sia a polvere che ad aria compressa, che destinò come attestato di stima all’amico monarca. (  Anticipando di molto la rivoluzione delle armi da guerra  possiamo senz’altro dire che il Principe anticipò  con questa invenzione quella dell nuova arma da fuoco  del Lefaucheux,  ).

 Il suo laboratorio ricco di Alambicchi, forni e provette cominciò  a divenire famoso in tutta Europa al punto da divenire  una tappa indispensabile del gran tour , quel viaggio d’istruzione sul continente giudicato allora quasi d’obbligo per le persone che volevano  istruirsi ed acculturarsi . In questo modo patrizi provenienti da tutta Europa ebbero modo di prendere atto del fervido ingegno del Principe, che proprio in quegli anni creò gemme artificiali e vetri colorati, sperimentò la palingenesi e una tecnica di desalinizzazione dell’acqua di mare, arrivando a fabbricare con la collaborazione del medico Giuseppe Salerno  delle sconcertanti macchine anatomiche, ovvero degli scheletri in posizione eretta, totalmente scarnificati, nei quali è possibile osservare molto dettagliatamente l’intero sistema arteriose e venoso.

Nella suo  laboratorio pare che avvenne anche un suo famoso esperimento raccontato da Giangiuseppe Origlia che probabilmente suggestionato ed in parte terrorizzato scrisse di misteriosi sali che provenendo dalla calcificazione delle ossa di un teschio umano , una volta messi in una fornace avevano dato luogo per un attimo alla presenza di una gigantesca figura umana che aveva suscitato gran  paura a tutti i presenti . Il principe calmando tutti spiegò l’evento sostenendo che si trattava solo di una sorte di memoria della materia.

Nello stesso laboratorio iniziò  in tarda età un esperimento che secondo molti fu poi la vera causa della sua morte . Egli incominciò infatti a lavorare alchemicamente ad un minerale luminescente che aveva ricevuto in dono dal re di Prussia . Dopo vari esperimenti ottenne dalla pietra un raggio sottile e attivo capace di avere un effetto mortale sugli esseri viventi . Un raggio che  il Principe poi scoprì , si poteva schermare solo con il piombo .

Si è poi scoperto con il tempo che quella pietra era la stessa di tante presenti nelle miniere in Boemia dove i coniugi Curie isolarono il radio , ma che contaneva anche altre sostanze radioattiva come l’uranio ed il polonio .   Il Principe quindi avendo fatto degli esperimenti per lungo tempo con sostanze altamente radioattive e  capaci  di provocare mutazioni oncologiche , si sarebbe probabilmente ammalato di qualche neoplasia che giustificherebbe così poi la sua misteriosa e pare secondo alcuni , dolorosa morte .

Furono comunque quelli , anni di grande fama del Principe in cui si parlava molto delle sue invenzione ma anche della sua cultura : l’astronomo  de Lalande a tal proposito  affascinato dalla personalità e dalla sterminata cultura del Principe, asserì che «non era un accademico, ma un’accademia intera.

Tra i tanti  personaggi in visita a Napoli in quel tempo , il Principe divenne anche amico e protettore del giovane  Wolfgang Amadeus Mozart. accompagnato in quel viaggio dalla sorella Nannerl, maggiore di quattro anni ed anch’essa bambina prodigio oltre che dal padre Leopoldo .
I tre erano reduci da un lungo soggiorno a Londra dove ebbero  come amici e ammiratori  Haydn e lord William Hamilton . Essi  continuamente in giro per le corti europee dove si esibivano suonando per i regnanti dopo un tour che toccò  varie città  giunsero a Napoli su  presentazione di Lord Hamilton venendo  ricevuti dalla regina Maria Carolina d’Asburgo al Palazzo Reale di Portici dove il giovane Mozart si esibì  sull’organo ancora oggi presente nella  Cappella della Reggia.
Il suo soggiorno a Napoli  lo vide esibirsi più volte dinanzi la nobiltà dell’epoca: tra tutti la principessa di Belmonte. e l’ambasciatore  Hamilton, nella sua dimora di  Palazzo Serra di Cassano a Monte di Dio, dove era ovviamente presente anche la bellissima Emma.
Accadde poi un episodio che caratterizzò per sempre  il rapporto tra il giovanissimo Mozart  ed il Principe :  al concerto in casa Ernest conte di Kaunitz, ambasciatore austriaco, erano presenti il duca Pignatelli di San Demetrio, Pacheco, ovvero il giovane Marzio Diomede Carafa duca di Maddaloni insieme con suo zio, il principe don Raimondo de Sangro di Sansevero.
Appena il giovane virtuoso Mozart iniziò a suonare, lo sprezzante duca di Cattolica prese a sbeffeggiarlo perchè si presentava come Trazom. Intervenne in sua difesa Raimondo de Sangro, sottolineando che altro non era che l’anagramma di Mozart, quindi il nome d’arte di un promettente genio musicale. Poi rincarò la mano  dissertando su nobili invertiti che si beavano delle corna di mogli sconsolate …
Dovette intervenire il padrone di casa per sedare gli animi, che dopo il concerto portò i due Mozart insieme con Lord Hamilton e il principe di Sansevero a visitare la sua ricca scuderia di cavalli purosangue napoletani.
Raimondo  da quel giorno divenne così amico e protettore di Wolfgang Amadeus Mozart accompagnandolo in molte visite culturali nel quale mostrò di essere un ottimo cicerone .
Furono così visitati gli scavi di Pompei fermandosi a suonare a Villa Prota, tra Torre del Greco e Torre Annunziata, dimora dal colonnello Moscati, amico del Sansevero . Salirono su al  Vesuvio, fermandosi poi a suonare a Villa Carafa di Torre del Greco, poi detta Villa delle Ginestre e non mancarono di visitare gli scavi di Baia , Miseno e la Solfatara.
Una appassionata visita guidata fu fatta anche agli scavi di Ercolano ed ai famosi  papiri ercolanesi la cui  storia fu narrata dal principe di Sansevero e da Lord Hamilton, appassionato archeologo.
Bisogna però dire  che riguardo ai papiri  ritrovati carbonizzati, il Principe  dovette registrare un cocente insuccesso  nei suoi  tentativi  di svolgimento degli stessi non riuscendo quindi  a risolvere il problema affidatogli dal re . Egli trattò con il mercurio tre o quattro rotoli di papiro, nella persuasione che la capacità di penetrazione del metallo potesse favorire il distacco dei fogli determinandone  invece la perdita completa.
Raimondo introdusse i  Mozart  nel  frequentare l’alta società napoletana, e anche ambienti massoni, che a quei tempi erano strettamente legati l’una agli altri. ( anche la regina Maria Carolina era massone ), fino alla loro partenza verso Roma dove papa Clemente XIV nominò il giovane Mozart Cavaliere dello Speron d’Oro.
Mozart ritornò alla Reggia di  Portici  a fine gennaio del 1771  dove tenne un concerto davanti la regina Maria Carolina e le sue dame, ed infine venne per  la terza e ultima volta  a Napoli per tenere  un concerto a Palazzo Maddaloni di Carafa.
Apprese in questa circostanza  della morte di don Raimondo de Sangro e chiese al figlio, l’ottavo principe Vincenzo, di poter sostare da solo con lui  davanti la tomba del suo augusto padre, in Cappella Sansevero. Commosso e colpito, poco dopo compose nel vicino palazzo nell’attiguo Palazzo Sansevero La marcia del principe, una piccola sonata in memoriam di Raimondo …
In quegli  anni si moltiplicarono le  cariche ufficiali, del Principe  ( con  conseguente invidia  da parte dei nobili )  venendo nominato  dal re gentiluomo di camera con esercizio di Sua Maestà . Dopo essere divenuto accademico della Crusca ,ottenne inoltre il consenso da parte di Benedetto XV di poter leggere ‘ i libri proibiti ‘ accedendo alle numerose biblioteche papali , dove ebbe modo di leggere gli scritti di Pierre Bayle , le opere degli illuministi radicali e del philosophes francesi , tutti ricchi di suggestioni alchemiche e massoniche .

Furono studi  fondamentali che portarono il Principe sempre più legato al mondo della Massoneria divenendone come già detto nel 1747 Venerabile maestro e successivamente nel 1750  gran maestro della Massoneria napoletana. Fondò nel suo Palazzo di Famiglia una “Cerchio Interno” alla sua Loggia, che definì Rosa d’Ordine Magno, dalla quale prese vita il Rito Egizio tradizionale .

Accadde poi che nel nel 1751, papa Benedetto XIV, preoccupato dal proliferare di congreghe che sfuggivano al controllo della chiesa, consigliò a Carlo III di emanare un editto anti-massonico con il quale condannare i membri della «rispettabile Società» e chiunque li frequentasse:  Raimondo incurante della sopravvenuta scomunica papale,  continuò a restare Gran Maestro massonico riuscendo  ad unificare tutte le logge massoniche napoletane   sotto un unico rito , quello appunto  del  Rito Egizio tradizionale . A questa sua attività s’affiancarono, però, nello stesso periodo in un clima di Santa Inquisizione ,le invettive della Chiesa, ed in particolar modo dei Gesuiti, contro la Massoneria ed  il suo maggior esponente napoletano individuato proprio nel principe . Dopo aver evitato, grazie all’intervento di Carlo III in persona, di cui era consigliere ,  l’insediamento di un tribunale del Santo Uffizio a Napoli contro le logge massoniche , Raimondo  dovette in seguito alla rinnovata scomunica del papa contro gli appartenenti alla massoneria assistere inerme  all’emanazione da parte di re Carlo III, ( al fine di evitare una guerra)   di un un editto con cui egli cancellò le logge napoletane e bandì la Massoneria dal Regno.

 

 Carlo III , indotto dalla pubblicazione della bolla Providas Romanorum di Benedetto XIV – promulgò  infatti un editto con il quale condannò i membri della «rispettabile Società» e chiunque li frequentasse. Il Principe a quel punto , anticipando tutti al fine di  evitare   maggiori  punizioni a se e agli affiliati, dopo aver abiurato, si convinse a fornire al Re l’elenco degli iniziati. Con tale atto, Raimondo di Sangro, violava consapevolmente il segreto della Massoneria, guadagnandosi così la damnatio memoriae da parte della Fratellanza Universale, ma salvando, oltre alla sua, le teste di tutti gli affiliati delle logge partenopee vittime solo di “una solenne ammonizione” da parte del sovrano che non aveva alcuna voglia di imprigionare più della metà della sua corte ( tra i ‘ fratelli’ della massoneria napoletana c’era infatti il fior fiore  della nobiltà napoletana ).Nonostante egli con il suo gesto avesse salvato la teste  a molti affiliati , il suo gesto non piacque all’intero ordine massonico ed in seguito a queso episodio venne messo all’indice dalla «fratellanza» internazionale e dagli stessi amici di un tempo. A quel punto al Principe , quale primo massone pentito della storia , non restò altro che  che rinunciare, sotto la fede del giuramento, la sua appartenenza alla Massoneria, provocando lo sdegno delle  classi socialmente più elevate che già non  lo stimavano più di tanto. Il nome di Raimondo de Sangro venne  da quel momento maledetto in tutte le logge europee e in alcuni casi la sua effigie venne anche pubblicamente bruciata..

 

 La sua fama da quel momento si offuscò e la vita  per il Principe incominciò a rivelarsi abbastanza dura anche in considerazione del fatto che il suo illustre protettore re Carlo nel 1759,  fu costretto ad abbandonare il Regno delle Due Sicilie per il trono di Spagna, lasciando il suo posto al figlio Ferdinando IV e all’influente ministro Bernardo Tanucci  con i quali Raimondo  ebbe continui dissapori .   Il Principe non era molto simpatico alla nuova corte e sopratutto al  nuovo ministro   che teneva bene  a mente  le  sue precedenti vicende massoniche:  ebbe con lui numerosi  contrasti  a seguito dei quali  divenne più volte un illustre ospite delle patrie galere.
Disilluso, Raimondo si dedicò con assoluta e piena dedizione  per altri vent’anni alla sua attività alchemica , al’ermetismo e alla cabala  nei sotterranei del proprio palazzo  dove allestì un laboratorio  «con ogni sorta di fornelli»  per i suoi esperimenti ai quali potevano assistere solo alcuni individui ritenuti da lui degni per qualità umane e culturali appartenenti ad una loggia da lui fondata chiamata la “Loggia degli Eletti” .

 Nel 1766  con la  comparsa delle “macchine anatomiche”, accanto al  “lume eterno” ottenuto dalle triturazioni delle ossa di un teschio e la nascente leggenda dell’uccisione dei sette vescovi dalle cui ossa avrebbe ricavato sette seggiole, incomincia ad affermarsi intorno  al Principe l’alone di mago e stregone. Dallo scantinato del suo palazzo  di notte non era raro vedere strani fumi colorati e sentire odori pestilenziali che fuoriuscivano dalle finestre sbarrate che davano sulla strada ed i passanti incominciarono ad aver paura di quel luogo. 

 

Intorno alla sua figura e al suo nome , a causa  dei suoi strani esperimenti e della sua misteriosa attività , si consolidò nel corso della sua vita  una sorte di fama sinistra che incomincio’  a serpeggiare sopratutto  tra il popolino . Dicerie del popolo incominciarono a  narrare che lungo il vico San Severo la gente udiva provenire da luoghi sotterranei dei prolungati rumori che non tacevano neanche di notte , spesso  accompagnati anche da sinistri bagliori che impedivano di dormire agli abitanti degli angusti vicoli del centro . Tutto questo servì ad accendere la fervida fantasia popolare dei napoletani che con  insistenti dicerie  portarono a ritenere che il Principe si servisse addirittura di esseri viventi , magari rapiti per strada , per utilizzarli come cavie in alcuni dei suoi terribili esperimenti . Di lui la gente raccontava  che fosse una specie di stregone, un alchimista diabolico  che nessun potere, neanche quello del re, riusciva a controllare . Egli era capace di ridurre in polvere marmi e metalli ed “entrava in mare con la sua carrozza e i suoi cavalli senza bagnare le ruote .Qualcuno arrivò a dire che aveva ucciso sette cardinali con le cui ossa e pelle avrebbe fatto altrettante orribili seggiole. Altri riferendosi alle ‘macchine anatomiche ‘f sostenevano addirittura che aveva fatto uccidere due suoi servi” per “imbalsamarne stranamente i corpi , mentre tutti erano concordi che avesse fatto accecare  Giuseppe Sanmartino, autore del Cristo velato, affinché egli “non eseguisse mai per altri così straordinaria scultura” e sopratutto con la sua morte non svelasse ad altri l’alchimia con cui il principe avrebbe “marmorizzato”  il velo del Cristo.

Le macchine anatomiche custodite nella stanza da lui denominata  ‘Appartamento della Fenice ‘ in teche di vetro, apparvero a tutti come i corpi di un uomo e di una donna incinta che qualche intruglio alchemico era  riuscito letteralmente a disseccare, lasciando pietrificato  ed  intatto invece l’intero sistema circolatorio  . Si sparse voce che i due esseri umani fossero  stati sottoposti al processo mentre erano ancora in vita e che  la donna avesse il  braccio alzato, solo perchè colta da una paralisi mentre cercava di fuggire. Si pensava , infatti, che i due fossero stati legati vivi ad una sorta di tavolo operatorio e che la donna prima di morire, a causa dell’iniezione di una misteriosa sostanza che avrebbe metallizzato vene e arterie preservandole dalla composizione, abbia liberato il braccio nel vano tentativo di liberarsi.  Lo scheletro della donna con il braccio alzato ed i globuli oculari interi cristallizzati  appare difatto in un’espressione di vero terrore, al contrario dell’uomo che ha le braccia lungo i fianchi.

 

Secondo il popolo il diabolico don Raimondo, sempre con l’assistenza del medico Giuseppe Salerno, aveva  iniettato nelle vene delle due malcapitate cavie una sostanza in grado di cristallizzare vene e arterie che, entrando in circolo, fece  progressivamente bloccare la rete sanguigna fino alla morte dei soggetti. A questo punto la misteriosa sostanza avrebbe «metallizzato» vene e arterie preservandole dalla successiva decomposizione. I corpi poi come sempre avviene , in seguito alla morte, si sarebbero decomposti senza che i vasi  venissero intaccati.Il Principe, infatti, deve aver aspettato che pelle e carne si decomponessero completamente prima di ottenere quelle che lui, con tanta pomposità, chiamava le « macchine anatomiche»

 

La leggenda popolare vuole che si tratti sicuramente dei corpi di quei due sventurati servitori che da qualche tempo erano scomparsi e che molti sospettavano fossero stati rapiti dal Principe per essere poi sottoposti a qualche suo terrificante esperimento . A quei tempi infatti gia’ correva voce di alcuni processi di metallizzazione dei corpi a cui il Principe Raimondo stesse lavorando da tempo .
Si penso che egli avesse svolto tali esperimenti proprio su quelle due vittime iniettando nelle loro vene un liquido speciale dagli effetti ” metallizzanti ” che si sarebbe poi solidificato lentamente . E’ stato ipotizzato che Salerno abbia inoculato in due cadaveri una sostanza – forse a base di mercurio – creata in laboratorio dal principe, la quale avrebbe permesso la “metallizzazione” dei vasi sani . L’altra possibilità è che il sistema circolatorio sia frutto, in parte o nella sua interezza, di una ricostruzione effettuata con diversi materiali, tra cui la cera d’api e alcuni coloranti . Quella massa scura e ramificata che si estende per tutto il corpo dunque , rappresenterebbe il sistema venoso ed arterioso completamente pietrificato e consolidato al punto da potersi conservare , assieme alle ossa dello scheletro , nella posizione rigida ed eretta senza aver bisogno di sostegni o di altri supporti esterni .

 

Secondo alcuni studiosi quelle due macabre figure costituirebbero soltanto una perfetta simulazione di due cadaveri, in realta’ esse non sarebbero altro che della ” macchine anatomiche ” , congegnate dal Principe . Si tratterebbe cioe’ di due manichini , ovvero di una diabolica ricostruzione di fantomatici cadaveri in cui soltanto le ossa ed alcuni organi interni hanno veramente provenienza umana , mentre tutto il sistema venoso costituisce il frutto di una prodigiosa ricostruzione . Pare infatti che sia stato scoperto che quelle vene siano composte da una sottilissima anima metallica portante avvolta in una sorta di garza imbevuta di qualche misteriosa sostanza chimica . Il tutto opportunamente modellato e sagomato nei vari spessori ; da quelli piu’ spessi per la arterie a quelli piu’ sottili per i capillari e cosa pure importante , che il tutto fosse poi capace di poter conservare perfettamente l’ aspetto e la rigidita’ nel tempo .
Se cosi’ fosse ,non si tratterebbe di due orrendi crimini perpetrati in laboratorio ma sarebbe il risultato di un gran lavoro , fatto con abilita’ da persona con grande conoscenza anatomica del corpo umano  e certamente stupisce il fatto comunque che il sistema artero-venoso sia riprodotto con notevole verosimiglianza e fin nei vasi più sottili, nonostante all’epoca le conoscenze di anatomia non fossero così precise. Ossa e crani sono senz’altro quelli di due veri scheletri umani.

Il popolo  a quel punto  era intimorito  dalla figura del Principe e non mancava di aumentare la propria andatura  nel passare dinanzi al suo palazzo spesso ricorrendo al  segno della croce o a  veri e propri scongiuri passando  nei pressi della sua l’abitazione .  Ancora oggi  non  è raro imbattersi in un passante che, davanti a Palazzo Sansevero, si fa il segno della croce come per scacciare i malefizi del temuto e “diabolico” principe e addirittura c’è perfino chi ha narrato di “incontri ravvicinati” con lo spirito di Raimondo di Sangro.

A tal proposito , ci racconta Benedetto Croce : << Solo che per essere un gran signore , un principe , egli riuniva alle arti diaboliche capricci di tiranno , opere di sangue e atti di raffinata crudelta’ . Per lieve fallo , fece uccidere due suoi servi,un uomo e una donna , e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri , le arterie e le vene , e li serbo’ in un armadio , e ancora si mostravano dal sagrestano in un angolo della chiesa ; ammazzo’ altra volta nientemeno che sette cardinali , e delle loro ossa costrui’ sette seggiole , ricoprendone il fondo con la loro pelle …..>>


Salvatore Di Giacomo invece scrisse : “Fiamme vaganti, luci infernali – diceva il popolo – passavano dietro gli enormi finestroni che danno, dal pianterreno, nel Vico Sansevero […] Scomparivano le fiamme, si rifaceva il buio, ed ecco, romori sordi e prolungati suonavano là dentro: di volta in volta, nel silenzio della notte, s’udiva come il tintinnio d’un’incudine percossa da un martello pesante, o si scoteva e tremava il selciato del vicoletto come pel prossimo passaggio d’enormi carri invisibili”. 

La paura nei vicoli nei confronti del principe diventava ogni giorno sempre più forte e molti lo incominciarono ad identificare nell’incarnazione napoletana del dott Faust. Sentite cosa dice e sopratutto scrive a tal proposito Benedetto Croce:

 …e’ il principe di Sansevero , o il principe per antonomasia , che cosa e’ in Napoli, per il popolino delle strade che attorniano la cappella dei Sangro , ricolma di barocche e stupefacenti opere di’ arte , se non l’ incarnazione napoletana del dottor Faust o del mago Pietro Barliario , che ha fatto il patto col diavolo , ed e’ divenuto un quasi diavolo egli stesso , per padroneggiare i piu’ riposti segreti della natura o compiere cose che sforzano le leggi della natura ? …….

Altre cattive dicerie gli valsero anche l’appellativo di essere  anche conosciuto  come il castratore.  Si raccontava infatti che la sua passione per il canto lo portasse in giro nei possedimenti  terrieri del regno  alla ricerca di fanciulli dalla bella voce da comprare per farli poi castrare dal suo medico di fiducia Giuseppe Salerno  e quindi  avviarli alla carriera di cantanti  nel Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo. Si trattava spesso di ragazzi che provenivano da famiglie indigenti come contadini analfabeti senza un soldo e con tanta prole  oppure di orfani presenti nei cori parrocchiali .

A sua difesa il solo fatto che in quell’epoca vigeva la moda dei ‘famosi cori bianchi‘: un gruppo di ragazzi eunuchi dalla voce bellissima e cristallina che deliziavano l’ascolto di persone presso salotti privati o interi teatri (alcuni di loro sono poi divenuti famosissimi come Farinelli o Moreschi) o meglio in chiesa dove facevano parte di selezionati cori di cui il più prestigioso aveva sede presso il Vaticano dove il Papa vietava alle donne di calcare il palcoscenico.

 

Nel regno Pontificio vigeva una regola fondamentale : ‘Mulier taceat in ecclesia‘ la donna in chiesa deve tacere. E se non poteva parlare figuriamoci se poteva cantare!   Allora per poter ottemperare a questa prescrizione e avere comunque cantanti che potessero eseguire le parti femminili, tra il XVII e il XVIII secolo e perfino in pieno 800 i castrati erano i soprani più ricercati  nelle esecuzioni musicali profane.
La pratica di utilizzare eunuchi nel coro del Vaticano fu bandita solo nel 1878. L’ultimo castrato cantava ancora nella cappella Sistina nel 1922. Si chiamava Alessandro Moreschi e un critico musicale tedesco scrisse: Non credevo che la voce umana potesse essere il più straordinario di tutti gli strumenti musicali, fino a quando non ho ascoltato Moreschi.

 

Ma per avere una voce così bella era necessario che la castrazione si facesse prima della pubertà, cioè prima della muta della voce poichè solo così in teoria il risultato poteva essere eccellente: si otteneva una voce femminile emessa però da un torace maschile, che può contenere molta più aria, e attraverso corde vocali maschili che per vibrare hanno bisogno di meno aria e possono quindi tenere una nota più a lungo. Potevano arrivare a coprire anche tre ottave e mezza, un’estensione vocale fuori dal comune.

La figura di Raimondo di Sangro diveniva sempre più nera ed era oramai consuetudine farsi il segno della croce dinanzi al palazzo .Egli in cambio incominciò ad uscire sempre di meno impegnato com’era in quella che oggi è considerata a ragione la sua opera massima : la cappella gentilizia di famiglia conosciuta oggi come conosciuta come Cappella San Severo dei Sangro, o  anche come Santa Maria della Pietà dei Sangro, o più semplicemente come La Pietatella.

 

Osteggiato dai potenti della massoneria e inviso all’aristocrazia napoletana , gli ultimi quindici anni di vita di Raimondo furono segnati dalle pesanti difficoltà economiche, che per fortuna non compromisero il completamento della sua meravigliosa Cappella gentilizia a cui il Principe dedico per la sua realizzazione tutte le sue ultime risorse ed energie assumendo alle proprie dipendenze vari artisti che diedero alla luce sculture  meravigliose come il Cristo velato, la Pudicizia e il  Disinganno, oggi considerate capolavori dell’arte mondiale .

La sua meravigliosa cappella gentilizia  sembra sia  ricca di allegorie massoniche attraverso cui il Principe abbia voluto lasciare ai posteri qualche misterioso messaggio  contenuto nella  disposizione dei monumenti e nel contenuto dei dipinti,  Un ermetico messaggio che  fino ad oggi nessuno ha saputo ancora decifrare e spiegare in modo esaurientemente ,forse perchè alla sua morte, purtroppo, i parenti distrussero tutti quei documenti che avrebbero potuto collegare il nome di Raimondo agli ambienti della Massoneria e del mondo dell’occulto. Sono andati persi  quindi alcuni segni e invenzioni  di inestimabile valore,  che forse avrebbero facilitato e anticipato molte scoperte. Si temevano vendette da parte dei massoni che si sentivano traditi e quindi fu distrutto anche il passaggio sopraelevato che collegava il palazzo alla cappella, dove era presente un piccolo tempio che custodiva al suo interno una delle invenzioni più stravaganti del Principe : un incredibile e stupefacente carillon che , con un particolare sistema di ingranaggio , permetteva alle campane del piccolo campanile del Tempietto   di suonare ad ogni ora un’armonia diversa ,destando lo stupore di tutti  i passanti per la zona .

Il ponte-cavalcavia , fu costruito nel 500 da don Paolo di Sangro per collegare il palazzo di famiglia  con la vicina cappella . Esso è restato visibile a tutti fino alla notte tra il  22 ed il 23 settembre 1889 , , quando , in piena notte , creando un boato enorme  , crollò  l’intera ala sinistra di Palazzo Sansevero , cancellando , non solo il  cavalcavia ma molte altre importanti testimonianze riguardo il principe ed il suo laboratorio , non ancora oggi ritrovato e probabilmente presente proprio nelle macerie di quel luogo .

Il misterioso laboratorio era probabilmente presente proprio in questo piccolo Tempio che attraverso il passaggio sopraelevato era da un lato collegato con la famosa cappella e dall’altro dava direttamente nell’appartamento detto del ” Patriarca ” , considerato la stanza personale del Pricipe Raimondo di Sangro . Qualcun’altro invece sostiene che il laboratorio  , celato in una posizione segreta e strategica , andrebbe ricercato sopratutto nei sotterranei della cappella piuttosto che dal palazzo , ma per avere delle risposte definitive a tale supposizione , bisognerebbe effettuare degli scavi molto impegnativi.

Il piccolo ponte  crollato e mai ricostruito collegava direttamente il palazzo Sansevero con la cappella dando la possibilita’ ai membri della nobile famiglia di recarsi comodamente in chiesa senza passare per la strada e molto probabilmente veniva usato dalo stesso l Principe per potersi recare celermente nel suo laboratorio , in qualsiasi ora del giorno o della notte , per attendere ai suoi importanti esperimenti , con il notevole vantaggio di non destare alcun sospetto durante l’ attraversamento , non potendo egli mai essere visto dalla strada.

Curiosita’ : Molti esperti di dottrine esoteriche sostengono che la cappella parrebbe essere caratterizzata dalla presenza di consistenti vibrazioni, dovute  a un corso d’acqua denominato Taglina che, oltre a catalizzare e trasmettere le energie, sembrerebbe essere stato utilizzato per il riempimento della Vasca Sacra impiegata per le purificazioni spirituali realizzate mediante lavaggio rituale durante  il culto dei misteri egizi e all’energia da essi sprigionata presenti in zona definita in città un triangolo  esoterico magico . Essa   nel suo interno custodirebbe  molti dei simboli massonici legati agli egizi , ed avrebbe  come vertici , la chiesa di San Domenico Maggiore , la statua del Nilo e proprio  la famosa cappella di Sansevero.

 

Questi tre punti formano un triangolo dentro il quale aleggiano strane forze. Molti storici sudiosi  lo hanno definito come un  ” luogo di potere ” in cui un essere umano attraverso determinati riti può manifestare capacità extrasensoriali, diventando talmente sensibile da poter giungere in diretto contatto con il trascendente . L’area infatti , circoscritta dal congiungimento di questi tre vertici del centro antico di Napoli, oltre a celare meravigliosi gioielli del patrimonio artistico cittadino, pare sia anche  caratterizzata da misteriosi avvenimenti che sembrano scaturiscano proprio dal flusso di forze energetiche che percorrono il luogo.

L’energia è quella utilizzata nel passato per fini materiali dalla comunità egizia, che qui è rimasta grazie ad un arcano lascito della tradizione iniziatica e sapienziale, imperniata sulla spiritualità egizio – alessandrina.  ed ha così  innalzato questa zona geografica ad una potente area di forza e di potere che in quanto ricca di energia vitale, pare sia un “centro cosmico”  capace di sprigionare vibrazioni cosmiche e magnetiche.

I tre vertici del triangolo ,  un tempo collegati tra loro mediante misteriosi cunicoli sotterranei, è stato testimone secondo diversi esperti di scienza ermetica, del passaggio di imporatnti e famosi personaggi storici  quali  Giordano Bruno , il Conte di Cagliostro , Tommaso Campanella , Luigi D’Aquino dei Caramanico, Giovanbattista della Porta, Tommaso d’Aquino  e dello stesso   Principe di San Severo che , hanno certamente percorso chissa quante volte quei stretti cunicoli sotteranei alla ricerca di approfondimenti, percezioni, intuizioni, occulti esperimenti e  rituali particolari nel tentativo  di pervenire al sovrannaturale, e  ascendere quindi verso l’infinito.

La sua grata di accesso ( Camera Caritatis ) , considerato il luogo di massima caduta di energia , a questi cunicoli sotterranei ,  si trova sotto il monumento dell’obelisco di San Domenico . La grata , che si trova dislocata  alle spalle e all’esterno dell guglia di San Domenico ,era il posto dove nel lontano 700 , attraverso i corridoi sotterranei ,  gli altri adepti  massonici raggiungevano il luogo segreto ed eseguivano i propri riti

Il Principe di Sansevero assieme ad altri personaggi dediti all’alchimia e all’ermetismo, pare che utilizzasse la Cappella e la zona circostante San Domenico, raggiunta mediante cunicoli sotterranei, come eccellenti luoghi di forze e di energie che  ben si prestavano  ai rituali iniziatici legati alla spiritualità egizio – alessandrina,  in quanto ne conservano  intatto  tutto il loro l’esoterismo .

La  cappella,  sita su di un tempio di Iside dell’antica Neapolis ,pare che anch’essa fosse collegata tramite un cunicolo sotterraneo con il misterioso luogo presente sotto l’obelisco .

La cappella   fu fatta costruire dal duca  Giovan Francesco nel 1590 come luogo in cui venerare una statua della Vergine della Pietà che, rispondendo alle sue preghiere, lo aveva guarito da una grave malattia. Per questo, oltre che a essere conosciuta come Cappella San Severo dei Sangro, lo è anche come Santa Maria della Pietà dei Sangro, o più semplicemente come La Pietatella.

Nel 1631 il figlio di Giovanni, Alessandro,  ( patriarca di Alessandria e Arcivescovo di Benevento )  eseguì un esteso restauro e la ampliò per farla diventare cappella sepolcrale di famiglia . Sospesi i lavori nel 1642, fu conclusa, dopo più di cent’anni, da Raimondo che fu  il vero artefice della trasformazione dell’edificio conosciuta oggi dai napoletani come “la Pietatella” o Cappella San Severo .
Gli artisti che lavorarono nella cappella seguirono tutti  le precise istruzioni del principe e alcuni di loro riferirono che fornì strani colori e un tipo di mastice che una volta asciutto assomigliava in tutto e per tutto al marmo. L’affresco della volte a botte e’ di Francesco Maria Russo e rappresenta la ‘ gloria del paradiso ‘ . Questo soffitto , ancora oggi conserva inalterata la brillantezza dei suoi colori pur non avendo mai subito alcun significativo restauro . Tutto questo pare , grazie ad una particolare tecnica inventata dal Principe Sansevero e trasmessa al suo esecutore , un modesto pittore dell’ epoca. Sembra infatti che quest’ultimo , abbia mischiato assieme ai suoi abituali colori , una particolare sostanza , frutto appunto dell’ invenzione esclusiva del principe , capace di non far alterare la pittura nel tempo .
La cappella è una delle opere  più affascinanti e misteriose che si possano vedere non solo a Napoli ma in tutta Italia. Essa è  un luogo in cui i simboli esoterici si fondono con quelli religiosi. Una leggenda vuole infatti che la chiesa, oggi sconsacrata, sia stata eretta su un preesistente antico tempio dedicato alla dea Iside. Un’altra narra invece che la vita della cappella tragga  origini in una antica storia accaduta ad un uomo in tempi passati : questi era stato ingiustamente accusato di un grave delitto , e mentre passava proprio nei pressi del palazzo di famiglia dei principi di Sansevero , scortato dalle guardie del re che lo conducevano in carcere , ebbe la pia e sincera ispirazione di raccomandarsi alla Santa Vergine affinche’ venisse riconosciuta la sua innocenza  .
In quel momento avvenne qualcosa di prodigioso.
Si racconta infatti che in coincidenza del loro passaggio , all’ improvviso frano’ parte di un muro vicino al palazzo facendo affiorare un antico dipinto raffigurante una ” Pieta’ ” con l’ immagine della Santa Vergine Maria che quell’ uomo aveva appena ardentemente invocato ( il dipinto è quello posto nella cappella in cima all’altare maggiore).
Quando qualche tempo dopo fu riconosciuto del tutto innocente e scarcerato egli , in segno di riconoscenza , volle porre sul luogo del miracolo una lampada votiva che ardesse perennemente accanto a quella piccola Pieta’ rinvenuta .
Diffusasi rapidamente la notizia del miracolo , presto quel luogo divenne meta di pellegrinaggio popolare e e oggetto di invocazioni .
Piu’ tardi ,  a quella stessa immagine ,il primo principe di Sansevero ,  Giovan Francesco de’ Sangro , colpito da una grave malattia si votò anch’egli a  questa Madonna e in seguito avendo recuperato la salute fece erigere la piccola cappella di Santa Maria della Pietà, comunemente detta la Pietatella“ una piccola chiesa .
La prima pietra fu posta nel 1590 in un angolo del giardino della sua casa. Suo figlio Alessandro ( arcivescovo di Benevento ) amplio’ la costruzione destinandola a sepoltura dei membri della famiglia e le diede il nome di Santa Maria della pieta’ poi meglio conosciuta a Napoli con l’ affettuoso nome della ” pietatella
La cappella prende il suo aspetto definitivo con Raimondo de Sangro , principe di Sansevero .
Essa è una cappella a navata unica navata rettangolare con quattro arconi per lato mentre sulla destra troviamo l ‘ accesso alla piccola sagrestia e alla cavea sotterranea . La scena è dominata da bellissime  statue ad altri vari oggetti presenti come  compassi , caducei ,fiammelle  e cornucopie  che rendono il luogo  enigmatico e riportano immediatamente  la nostra mente al passato massonico del principe  . Le statue sono quasi tutte femminili e rappresentano le virtù fondamentali della natura umana tra cui la forza, la sapienza, e  la fede. 
Un piccolo  piccolo gioiello barocco ricco di stucchi , marmi e oro della nostra città dove dove mistero e  bellezza s’intrecciano creando qui un’atmosfera unica, quasi fuori dal tempo.  I colori perfettamente conservati dei suoi affreschi e lo stretto  spazio ristretto e stracolmo di opere d’arte , riempiono  ogni dettaglio del campo visivo. La differenza cruciale, rispetto a un qualsiasi altro affastellamento barocco di arte, è che alcune delle opere visibili all’interno della cappella non si limitano a regalare un piacere estetico, ma fanno leva su un secondo e più intenso livello di emozione: la meraviglia. Si tratta, cioè, di sculture che a prima vista sembrano “impossibili”, troppo elaborate e realistiche per essere figlie d’un semplice scalpello, in cui la grazia delle forme si sposa con un’abilità tecnica difficile anche solo da concepire.
Nel bel mezzo della cappella , si ammira la scultura de la Pudicizia velata, in onore della madre del principe morta in giovane eta ‘ , all’ eta’ di soli 23 anni ( Cecilia Gaetani dell’ Aquila d ‘Aragona).
La statua e’ opera dello scultore veneto Antonio Corradini  ( anch’egli massone ) : Essa rappresenta una bellissima donna con il capo ed il corpo ricoperti da un sottilissimo velo attraverso il quale traspaiono le belle ed eleganti sembianze della giovane .
L’opera che mostra una donna nuda, piuttosto giunonica, ricoperta da capo a piedi di un finissimo velo di marmo che ne fa intravedere in ogni dettaglio le sembianze  , secondo alcuni rappresenterebbe l’allegoria della sapienza il cui velo deve essere sollevato da chi vuole impadronirsene. , mentre la  lapide spezzata vuole si ricordare da un lato  che la madre  è morta molto giovane, ma sta anche ad indicare secondo una misteriosa versione esoterica  il sogno cullato da tanti alchimisti, e cioè quello di riuscire a sconfiggere la morte attraverso la creazione di un elisir di lunga vita. a cui pare il pricipe si stesse dedicamdo . La statua del Disinganno , posta di fronte alla Pudicizia e’ invece dedicata al padre ( Antonio de Sangro ) e’ invece opera di Francesco Queirolo e raffigura un uomo nell’ intento di liberarsi da una rete come fece il padre del pricipe  , Antonio de Sangro, duca di Torremaggiore  che si liberò di una vita dissoluta  dedicandosi a Dio ( il padre da uomo di mondo , divenne sacerdote) . Essa vuole significare la redenzione del padre , il quale dopo una vita dissoluta , vuole uscire ” dall’ inganno terreno ” per convertirsi finalmente alla fede .La statua lo mostra mentre si divincola in una rete cercando di liberarsene con l’aiuto di un giovinetto alato . Il significato allegorico è quello di un uomo alle prese con le false verità della vita (la rete) dalle quali vuole liberarsi tramite l’intelletto (il giovinetto) .Il padre Antonio si ‘liberò’ infatti di una vita dissoluta per dedicarsi a Dio. Il genietto alato, il globo e il libro rappresentano invece la conoscenza e la saggezza che aiutano l’uomo a elevarsi a un livello spirituale superiore. Secondo un messaggio esoterico invece  potrebbe essere interpretato secondo alcuni come  l’invito a liberarsi di tutti i preconcetti per meglio comprendere i segreti alchemici . A colpire sopratutto l’attenzione di questa statua  è il modo in cui la rete avviluppa il corpo e tuttavia non si fonde con esso.  La rete circonda interamente una statua già scolpita, pur essendo parte integrante di essa.  Sia il velo che la rete fanno pensare all’uso di un mastice-marmo descritto poi da uno degli artisti che contribuirono al restauro.  Secondo alcuni il principe pare infatti che avesse creato un materiale estremamente malleabile che aveva la proprietà , una volta asciutto di diventare  uguale al marmo . Secondo questa tesi , egli ,  dopo aver prima  fasciato l’intera  statua  con una semplice rete di corda  , avrebbe  poi immerso la statua in questo  liquido di sua invenzione . La corda a contatto del liquido avrebbe  cristallizzando  le sue fibra  facendola così diventare del tutto simile al marmo.Di particolare effetto scenografico e’ anche il Sepolcro di Cecco de Sangro ,opera di Francesco Celebrano , dove dal sepolcro si vede fuoriuscire la figura allucinata di Cecco de Sangro con la spada sguainata.
Il sepolcro rappresenta il curioso episodio della vita del defunto , il quale, ritenuto morto in battaglia e gia’ chiuso in una cassa , ne usci’ con la spada in pugno terrorizzando i nemici .
Tra le tante leggende popolari intorno alla figura di Raimondo , l’ uscita dal sarcofago rappresenterebbe una prefigurazione della resurrezione dello stesso principe committente dell’ opera .
Raimondo de Sangro mori’ il 22 marzo del 1771 e intorno alla sua morte si sono accumulate e intrecciate varie leggende , la piu’ note delle quali lo vuole ucciso dal suo stesso tentativo di resurrezione . 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma l’opera d’arte che maggiormente attira l’attenzione , posta al centro della cappella ,  è la famosa statua del Cristo Velato. oramai famosa in tutto il mondo . Uno dei capolavori della nostra città che per ammirare molti turisti sono oggi disposti a fare chilometriche file al botteghino.
La scultura ha affascinato i visitatori per due secoli e mezzo, impressionando artisti e scrittori (da Sade a Canova), ed è considerata fra i massimi capolavori scultorei al mondo. Essa fu Realizzata nel 1753 da Giuseppe Sammartino   su commissione di Raimondo di Sangro, e raffigura Cristo deposto dopo la crocifissione, ricoperto da un velo che ne lascia trasparire le forme.  Il velo è reso con una raffinatezza tale da ingannare l’occhio, e l’effetto dal vivo è davvero stupefacente: si ha quasi l’impressione che la “vera” scultura stia sotto, e che basti allungare una mano per sollevare il sudario.

Il tutto appare talmente impossibile da realizzare al punto tale di aver creato intorno  al Cristo una delle leggende più dure a morire  ,  secondo cui il principe , committente dell’opera, avrebbe in realtà realizzato personalmente il velo, apponendolo sulla scultura del Sanmartino e pietrificandolo poi con una tecnica alchemica di propria invenzione; non si spiegherebbe altrimenti  secondo molti , la prodigiosa liquidità del drappeggio, e la “trasparenza” del tessuto.

Il  Cristo velato è una vera  perla dell’arte barocca  davanti alla quale,  non si riesce a non rimanere stupefatti. Una creazione che ci lascia senza fiato e senza parole.  Una statua divenuta icona di Napoli nel mondo che mostra in un unico blocco di marmo, il corpo privo di vita di Gesù  a grandezza naturale interamente ricoperto da uno straordinario velo trasparente   che aderisce perfettamente alle sue forme. La maestria dello scultore napoletano Sammartino sta nell’esser riuscito a trasmettere la sofferenza che il Cristo ha provato, attraverso la composizione del velo, dal quale si intravedono i segni sul viso e sul corpo del martirio subito. Ai piedi della scultura, infine, l’artista scolpisce anche gli strumenti del suddetto supplizio: la corona di spine, una tenaglia e dei chiodi.
Vedendo la scultura  ad un primo sguardo si ha  l’impressione che  la statua fosse stata dapprima scolpita e poi ricoperta da un velo di marmo , oppure  sia stato immerso in uno speciale smalto bianco.
 La leggenda, figlia dell’alone di mistero e d’orrore  che aleggia intorno alla figura del Principe  San Severo vuole che questi abbia ucciso o accecato l’autore del Cristo Velato affinché non rivelasse i segreti della marmorizzazione: un’ipotesi che tuttavia non trova alcun fondamento storico essendo l’autore, Giuseppe Sammartino, morto nel 1793, ovvero più di vent’anni dopo la morte del Principe stesso.

 

 CURIOSITA’ : Una  recente scoperta  pare che dimostri come  il velo non sia  di marmo, come si era finora creduto, bensì di stoffa finissima, marmorizzata con un procedimento alchemico dal Principe stesso a tal punto da costituire insieme alla scultura sottostante un’unica opera.

Nell’Archivio Notarile è stato infatti rintracciato il contratto tra Raimondo di Sangro ed il Sammartino per la realizzazione della statua. In esso si legge che lo scultore si impegna ad eseguire “di tutta bontà e perfezione una statua raffigurante Nostro Signore Morto al naturale da porre nella chiesa gentilizia del Principe”. Raimondo di Sangro si obbliga, oltre a procurare il marmo, “ad apprestare una Sindone di tela tessuta, la quale dovrà essere depositata sopra la scultura; acciò, dipodichè, esso Principe l’haverà lavorata secondo sua propria creazione; e cioè una deposizione di strato minutioso di marmo composito in grana finissima sovrapposto al velo … dinotante come fosse scolpito di tutto con la statua”. Il Sammartino si impegna inoltre a “non svelare al compimento di essa (statua) la maniera escogitata dal Principe per la Sindone ricovrente la Statua”. Allo stupefacente contratto si aggiunge un ulteriore documento nel quale è riportata la ricetta per fabbricare il marmo a velo. Se i due documenti stabiliscono senza equivoci i limiti dell’abilità del Sammartino mettono altresì in rilievo il talento alchemico del Sansevero che pone la sua perizia operativa al servizio della sua dottrina ermetica, dal momento che si impegna nella realizzazione di una delle immagini misteriche per eccellenza del simbolismo cristiano, quella della Sindone, il lenzuolo in cui fu avvolto il corpo di Gesù deposto dalla croce.

A vedere le tre stutue maggiori la prima domanda che vi viene in mente in questo posto è : ma  come hanno fatto questi scultori a ricoprire con veli e reti di marmo i loro lavori?
Allo stato attuale delle cose, la risposta non esiste.  Alcuni  sostengono che i veli sono stati ottenuti «cristallizzando una soluzione basica di idrato di calcio o calce spenta» . Il processo sarebbe stato il seguente: la statua veniva posta in una vasca e ricoperta da un velo, o da una rete, bagnati; su questi veniva versato latte di calce diluito e sul liquido veniva spruzzato ossido di carbonio proveniente da un forno a carbone. In questo modo si otterrebbe una precipitazione di carbonato di calcio, e cioè marmo, che si unirebbe al resto della statua. Finora, però , nessuno ha dimostrato con i fatti che questa teoria sia quella giusta..

L’ultima uscita pubblica  del Principe avvenne infine nel luglio 1770, quando un’elegante «carrozza marittima» solcò iil golfo di Napoli apparentemente trainata da cavalli ma in realtà mossa da un ingegnoso sistema di pale a foggia di ruote. Da lì a poco, la sera del 22 marzo 1771, nel proprio palazzo di Napoli , per malore cagionatogli  dall’inalazione o ingestione di  una sostanza chimica derivata da un suo esperimento , lo colse la morte . Si racconta che egli stesse lavorando da lungo tempo in quel periodo ad un potente elisir in grado di donare a chiunque lo ingerisse l’immortalità .

Sulla sua lapide tombale presente nella cappella su una grande lastra di marmo troviamo  scritto  tra le altre cose in latino  :

Uomo mirabile, nato a tutto osare, Raimondo de Sangro, Capo di tutta la sua famiglia, Principe di San Severo, Duca di Torremaggiore… illustre nelle scienze matematiche e filosofiche, insuperabile nell’indagare i reconditi misteri della natura, esimio e dotto nei trattati e nel comando della tattica militare terrestre e, per questo, molto apprezzato dal suo Re e da Federico di Prussia…imitando l’innata pietà a lui pervenuta per l’ascendenza di Carlo Magno imperatore, restaurò a sue spese e con la sua saggezza questo tempio…affinché nessuna età lo dimentichi.

Ma, nonostante l’imponente dimora, il suo corpo  non si trova all’interno del sepolcro ed i resti delle  sue spoglie sono ancora oggi  avvolto in uno strano mistero  che ricalca molto il mito della morte e resurrezione di Osiride.  

 Si dice infatti che il Principe avesse scoperto una pozione capace di far tornare in vita i morti e su questa diceria è ovviamente nata intorno ad essa una ennessima leggenda legata al Principe alchimista. 

Secondo questa , un giorno il principe convinto di essere vicino alla morte , decise di porre finalmente in atto una delle sue ultimi invenzioni  e per metterla in atto dovette avvalersi per forza di un suo servo al quale diede precise istruzioni .  Dopo la sua accertata morte egli  avrebbe dovuto tagliare a pezzi il suo corpo  e chiuderlo in un pposito  baule da lui appositamente costruito . Gli ordini furono che nessuno doveva aprire il baule  prima di tre  giorni , per dare così modo alla pozione di agire e, ricomporne le parti  in modo che poi egli potesse integro ritornare in vita .

Quando avvenne il fatidico giorno , il domestico   seguì alla lettera gli ordini del suo signore e si pose poi  a guardia al baule, Ma qualcosa andò storto .I parenti , all’oscuro di tutto , nella fretta di aprire il baule nella sperando di trovare nel forziere dei tesori,  , mettendo da parte il servo aprirono contro la sua volontà il baule convinti che nascondesse chissa quale ricchezze  . All’apertura del  baule , con grande sorpresa e paura di tutti  il corpo ancora in via di ristrutturazione del Principe si sollevò di scatto nel tentativo di risollevarsi . Il principe fissò i presenti con occhi pieni di orrore cadde immediatamente emettendo  un urlo agghiacciante. Poi il cadavere si disfece sul fondo del baule.

Lo stesso  Benedetto  Croce ne parla nel memorabile ‘ storie e leggende napoletane’ : ……“Quando sentì non lontana la morte, provvide a risorgere, e da uno schiavo moro si lasciò tagliare a pezzi e ben adattare in una cassa, donde sarebbe balzato fuori vivo e sano a tempo prefisso; senonché la famiglia […] cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, e il principe, come risvegliato nel sonno, fece per sollevarsi, ma ricadde subito, gettando un urlo di dannato”……

Una incredibli e suggestivo racconto diventuto leggenda avvalorato dal fatto che del corpo del Principe e dei suoi resti non siè mai trovato nulla , ne nel sarcofago che  sotto la lapide della cappella . Dov’è finiito il suo corpo ?

Qualcuno ipotizza che possa addirittura che il suo corpo possa essere stato trafugato dai suoi fratelli massoni per seppellirlo altrove mentre alcuni sostengono invece che possa essere stato poi distrutto da chi in zona lo credeva un inviato  del diavolo .

Una ancor più fantasiosa leggenda  narra che quell’ultima invenzione del principe non fosse altro che il famoso Elisir di lunga vita , la famosa pietra filosofale , capace di  dare la vita eterna e che addirittura il Principe grazie ad essa oggi sia ancora vivo perche uscito da solo con le  le sue gambe dalla propria tomba e  trasferitosi poi chissa dove per non farsi riconoscere e mantenere così custodito per sempre il suo segreto come si conviene ad ogni buon alchimista per non farlo giungere in mani sbagliate . 

Ma c’è  ancora un ultimo mistero che Raimondo de Sangro si è portato nella tomba. Nel 1790 di fronte al tribunale romano dell’Inquisizione il conte di Cagliostro affermò che tutte le sue conoscenze alchemiche gli furono insegnate anni addietro a Napoli da «un principe molto amante della chimica» . I giudici non gli vollero credere e non diedero peso alle sue parole. Forse il nome di quel principe venne anche pronunciato, ma non lo possiamo sapere visto che tutti gli atti di quel processo furono dichiarati segreti e si trovano ancora oggi sotto chiave e  ben custoditi nel  Vaticano.
Del processo di Cagliostro, che si concluse con la condanna e l’internamento dell’imputato nella rocca di San Leo, ci è rimasto solo un compendio fatto ad uso e consumo dell’Inquisizione.
Quali son dunque i veri rapporti tra il Principe di San Severo e Cagliostro ? 
Ma sopratutto il Principe e Cagliostro sono ancora vivi ?
Una  leggenda racconta che in alcune notti di luna piena si senta, nel vicino vico De Sanctis dove di trova la famosa Cappella Sansevero, l’eco dello scalpitio dei cavalli della sua carrozza. Mentre ogni notte, prima della mezzanotte, in prossimità della sua abitazione si odono ,  accompagnata da una strana figura ,  i rumori dei suoi passi…..

…… e se quella sinistra figura notturna somigliante ad un fantasma che gli abitanti del luogo giurano di vedere in talune notti somigliante al Principe   fosse invece realmente ancora il Principe in carne  e ossa ?

 

Magari chissà …  in tanti decenni di studio incessante il Principe di San Severo forse ha davvero scoperto l’elisir di lunga vita   ……..

D’altronde a meno che non si tratti di papiri bruciati  , dall’imprevedibile Principe potremmo aspettarci di tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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