Anticamente si pensava che un nome dato ad una persona  , racchiudeva in se una  forza energetica capace di  condizionare magicamente il destino di un uomo. Il nome con cui veniva quindi investito al battesimo un nascituro aveva grande importanza in quanto oltre a rappresentare in società una sorta di biglietto da visita con cui il mondo imparava  a conoscerlo  , esso rappresentava anche qualcosa capace di condizionare psicologicamente le stesse  sue caratteristiche future . Si  era infatti  convinti che vi era una precisa corrispondenza tra il significato del nome stesso e la capacità dello stesso di influenzare la personalità dell’individuo al quale era stato impartito . Questa influenza  poteva avvenire sia in senso strettamente psicologico infondendo cioè al  portatore del nome  coraggio ,audacia , astuzia o intelliganza ma anche infondendo allo stesso alcune particolari caratteristiche fisiche come  forza e virilità  .

Nell’antica  Grecia , il nome veniva imposto al neonato tra il quinto e il decimo giorno di vita e se primogento egli veniva rigorosamente chiamato come il padre o al massimo come un antenato paterno . Dal secondo figlio in poi invece la denominazione avveniva o scegliendo un nome di un Dio oppure scegliendolo tra quei nomi augurali la felicità , ai quali si faceva spesso seguire il nome del padre o quello della regione o città di provenienza .

Nell’antica Roma invece si era solito impartire ai neonati tre ordini di nomi : il primo , ( praenomen ) corrispondente più o meno al nostro nome proprio , gli veniva dato il nono giorno successivo alla nascita ( dies nominalis ) – il secondo ( nomen ) , indicava la gens di appartenenza – ed il terzo che indicava la famiglia e che veniva impartito solo quando la gens era suddivisa in molte famiglie.

Gli ebrei , che che attraverso i testi sacri hanno sicuramente tramandato molti nomi personali , avevano invece la tendenza , specialmente per i maschi , ad imporre nomi che contenessero la radice EL, ovvero l’appellativo con cui si chiamava il signore .

Le popolazioni germaniche erano soliti dare ai propri discendenti nomi con riferimenti guerreschi che esprimevano forza , coraggio e audacia.

Anticamente quindi si era convinti che  il suo nome fosse uno dei primi momenti per un uomo per evocare nelle altre persone un  forte condizionamento psicologico e mentale …  e più era forte o potente il nome , e più era capace di condizionare il pensiero di chi stava di fronte nel suo giudizio . Ecco perchè spesso ogni nome racchiudeva una storia , un personaggio famoso , un mito, o un aneddoto .che si portava dietro un preciso significato. .

Talvolta il nome serviva solo a ricordare la potenza di una famiglia e al solo evocarlo esso doveva suscitare forza e potere. Ecco il motivo per cui nacque ad un certo punto l’usanza in ogni cultura ed in ogni ceto sociale , di tramandare , di generazione, in generazione , sempre lo stesso nome .Con questa pratica si tramandavano alle generazioni future non solo il nome di un avo e spesso del suo casato , ma anche la sua ricchezza , il suo potere ed il suo bagaglio di esperienze positive ( ma talvolta anche negative ) .

Questa usanza  di dare ai propri figli il nome dei propri avi ed in particolare il nome del nonno paterno  è una tradizione molto radicata specialmente al sud e la mancata osservanza di questa tradizione  ( almeno oggi ) è spesso anche motivo di  forti dissidi che si vengono a generare  all’interno di una  famiglia.

Ancora oggi infatti l’ antica tradizione di imporre ai primi figli maschi il nome del nonno paterno viene visto talvolta come mancanza di rispetto della furura mamma nei confronti non solo dei suoceri , ma dell’intera famiglia del marito. Non dobbiamo quindi sorprenderci se nella nostra città molti si chiamano con vecchi antichi nomi che se andiamo ad indagare appartenevano già ai suoi nonni e poi ai bisnonni .

Ma sapete quali sono i nomi quindi più diffusi nella nostra città ?

Nel capoluogo partenopeo il nome più diffuso tra i maschietti, al contrario che invece vi aspettavate ,  è quello di  Antonio, mentre al secondo posto vi è quello di Giuseppe e al terzo posto quello di  Vincenzo , mente invece il famoso Gennaro si trova solo al quindicesimo posto e ” Ciro ” è scivolatao  ultimamente addirittura solo al diciottesimo posto . 

Per le donne  invece i nomi maggiormente scelti sono oggi quello di  Maria , Anna  e Carmela .

Come potete vedere siamo nella nostra città ancora sul classico .

Ma vediamo nel dettaglio le classifiche fino al ventesimo posto  dei nomi più diffusi in città e in provincia :

1) Antonio

2) Maria

3 ) Giuseppe

4) Vincenzo

5) Francesco.

6) Giovanni,

7 ) Anna

8 ) Luigi

9 ) Salvatore

10 ) Pasquale

11 ) Raffaele

12 )Mario

13) Michele

14 ) Domenico

15 Gennaro

16 ) Carmine

17 ) Carmela 

18 ) Ciro

19 ) Nicola

20 ) Rosa

Come possiamo osservare , in questa speciale classifica troviamo sopratutto nomi per lo più maschili il chè fa pensare ad una maggiore tendenza ad usare  per i figli maschi per una consolidata ed ancora oggi fortemente perpetuata tradizione  sempre gli stessi nomi .La speciale classifica dei nome femminili vede infatti emergere , rispetto a quella maschile , nomi nuovi a sorpresa come quello di  Gaia., Giulia ed Aurora , fino a poco tempo fa senza alcuna ,se non sporadica presenza .

Ora vi siete mai chiesti da dove originano questi nomi ?

Qual è il suo reale significato ?

Come si sono  sviluppati nel corso dei secoli e come sono arrivati a noi ?

Proviamo quindi ad analizzare insieme nel dettaglio i nomi  più diffusi nella nostra città : 

Il vecchio Gennaro come vedete è scivolato nella nostra speciale classifica solo al quindicesimo posto.ed in città oramai coloro che vengono battezzati con questo rappresentano una sorta di specie in via d’estinzione. Questo significa ovviamente che Napoli sta perdendo in questi ultimi anni  una delle sue più antiche e belle tradizioni non scritte, . Quella cioè che in passato, voleva che in ogni famiglia vi fosse un figlio, per lo più il primogenito, a cui  tramandare  il nome del Santo Patrono .
L’antico nome Gennaro deriva dal latino Ianuarius e significa “nato nel mese di gennaio”. Il nome era infatti in  genere attribuito ai bambini nati nel mese di gennaio, undicesimo mese dell’anno secondo il calendario romano, ma il primo dopo la riforma del II secolo; il nome del mese deriva da Giano, dio romano che presiedeva alle porte e ai passaggi, all’inizio dell’anno, all’inizio del mese e di qualsiasi attività.

Esso viene esteggiato il 19 settembre in ricordo di appunto San Gennaro , vescovo di Benevento , e attualmente patrono di Napoli che venne martirizzato a Pozzuoli nel 305a.C. Secondo leggenda  a tal proposito si racconta che dopo aver provveduto al suo arresto , l’allora  Proconsole Timoteo dopo averlo fatto arrestare ne ordino’ che fosse poi bruciato vivo .  A quel punto  I centurioni del proconsole tentarono di eseguire l’ordine ma le fiamme tra le quali venne gettato non lo lambirono neanche un po’ ( i resti di quella fornace sono ancora visibili nei sotterranei della chiesa di Cimitile , presso Nola dove si venera il corpo di San Felice).
Timoteo a quel punto si accani’ nei confronti di Gennaro con ogni sorta di supplizio , ma tutto fu inutile e il Santo ne usciva sempre indenne .
Ordino’ quindi che fosse dato in pasto alle belve nel circo di Pozzuoli ma ad un cenno di Gennaro i feroci animali si fermarono .
Il miracolo comporto’ la conversione di migliaia di pagani . Timoteo allora , infuriato , ordino’ che fosse decapitato insieme con i suoi compagni reduci dall’arena.
L’esecuzione avvenne il 19 settembre 305 alle ore 12 .00 .
Il sangue restato sulla pietra fu raccolto dalla nutrice del santo , Eusebia , che con l’aiuto di un ramoscello lo fece gocciolare in due ampolle di vetro: in una distillando il piu’ limpido e nell’altra quello misto a polvere , paglia e fili di erba .l giorno dopo il corpo del martire fu preso e deposto nel campo Marciano ( presso la solfatara ) , fu poi dissotterrato e trasportato in processione solenne , accompagnato dal vescovo di Napoli , Cosma , nelle catacombe in un luogo chiamato il ” cimitero di mezzo ” .
Durante il trasporto delle reliquie di s. Gennaro a Napoli, Eusebia consegnò al vescovo le due ampolline contenenti il sangue del martire.
Oltre un secolo dopo, nel 431 (13 aprile) si trasportarono le reliquie da Pozzuoli nelle catacombe di Capodimonte a Napoli, dette poi “Catacombe di S. Gennaro”, per volontà dal vescovo di Napoli, s. Giovanni I e sistemate vicino a quelle di S. Agrippino vescovo ; a ricordo delle tappe della solenne traslazione vennero erette due cappelle: S. Gennariello al Vomero e San Gennaro ad Antignano.
Il culto per il santo vescovo si diffuse fortemente con il trascorrere del tempo, per cui fu necessario l’ampliamento della catacomba. La tomba divenne meta di continui pellegrinaggi per i grandi prodigi che gli venivano attribuiti; nel 472 ad esempio, in occasione di una violenta eruzione del Vesuvio, i napoletani accorsero in massa nella catacomba per chiedere la sua intercessione, iniziando così l’abitudine ad invocarlo nei terremoti e nelle eruzioni, e mentre aumentava il culto per S. Gennaro, diminuiva man mano quello per San Agrippino vescovo, fino allora patrono della città di Napoli; dal 472 S. Gennaro cominciò ad assumere il rango di patrono principale della città.
Durante un’altra eruzione nel 512, fu lo stesso vescovo di Napoli, S. Stefano I, ad iniziare le preghiere propiziatorie; dopo fece costruire in suo onore, accanto alla basilica costantiniana di S. Restituta (prima cattedrale di Napoli), una chiesa detta Stefania, sulla quale verso la fine del secolo XIII, venne eretto il Duomo; riponendo nella cripta il cranio e la teca con le ampolle del sangue.
Questa provvidenziale decisione, preservò le suddette reliquie, dal furto operato dal longobardo Sicone, che durante l’assedio di Napoli dell’831, penetrò nelle catacombe, allora fuori della cinta muraria della città, asportando le altre ossa del santo che furono portate a Benevento, sede del ducato longobardo.
Le ossa restarono in questa città fino al 1156, quando vennero traslate nel santuario di Montevergine (AV), dove rimasero per tre secoli, addirittura se ne perdettero le tracce, finché durante alcuni scavi effettuati nel 1480, casualmente furono ritrovate sotto l’altare maggiore, insieme a quelle di altri santi, ma ben individuate da una lamina di piombo con il nome.
Il 13 gennaio 1492, grazie alla potente famiglia Carafa , dopo interminabili discussioni e trattative con i monaci dell’abbazia verginiana, le ossa furono riportate a Napoli e come degno luogo per ospitarle il cardinale Oliviero Carafa fece costruire nel Duomo di Napoli, al di sotto dell’altare maggiore , una cripta d’eccezione in puro stile rinascimentale: la cappella del succorpo .Intanto le ossa del cranio erano state sistemate in un preziosissimo busto d’argento, opera di tre orafi provenzali, dono di Carlo II d’Angiò nel 1305, al Duomo di Napoli.

Successivamente nel 1646 il busto d’argento con il cranio e le ormai famose ampolle col sangue, furono poste nella nuova artistica Cappella del Tesoro, ricca di capolavori d’arte d’ogni genere. Le ampolle erano state incastonate in una preziosa teca d’argento fatta realizzare da Roberto d’Angiò : una più grande di forma ellittica schiacciata, ripiena per circa il 60% di sangue e quella più piccola cilindrica con solo alcune macchie rosso-quindi semivuota , perché parte del suo contenuto fu sottratto da Carlo di Borbone che lo porto’ con se in Spagna ; la liquefazione del sangue avviene solo in quella più grande.
Tre volte l’anno , il sabato precedente la prima domenica di maggio ( in ricordo della prima traslazione da Pozzuoli a Napoli ) , il 19 settembre ( ricorrenza della decapitazione ) e il 16 dicembre ( in memoria della disastrosa eruzione del Vesuvio nel 1631, bloccata dopo le invocazioni al santo) durante una solenne cerimonia guidata dall’arcivescovo , i fedeli accorrono per assistere al miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro.Il popolo napoletano nei secoli ha voluto vedere nella velocità del prodigio, un auspicio positivo per il futuro della città, mentre una sua assenza o un prolungato ritardo è visto come fatto negativo per possibili calamità da venire.Secondo alcune fonti pare che oltre alle due ampolle nella teca custodita nella Cappella del Tesoro nel Duomo di Napoli ce ne sarebbe anche una terza, e pure preziosa perché d’oro, oggi scomparsa perchè sembra sia stata portata via secoli fa, e successivamente poi se ne sono perse le tracce. Di certo sappiamo  che Carlo di Borbone era devotissimo al santo napoletano e che, nel 1759, quando partì per sedere sul trono di Spagna, si portò a Madrid del sangue che si dice sia stato sottratto dall’ampolla più grande, che non è completamente piena.Da quanto infatti si evince da uno scritto del primo ministro del Regno di Napoli Bernardo Tanucci indirizzato all’erede napoletano Ferdinando IV, papà Carlo fece custodire l’ampolla nella cappella dell’Escorial e ogni 19 settembre faceva celebrare una messa per San Gennaro a Madrid.  Ma la cosa incredibile è che in questo luogo Il sangue non si scioglieva perchè il prodigio necessita della presenza del busto-reliquiario del Santo che contiene i resti del suo cranio.
Dunque, Carlo di Borbone portò con sé parte del sangue di San Gennaro da un’ampolla o portò via un’altra intera ampolla ? Fatto sta che da tempo sono stati apposti dei sigilli alle ampolle, proprio per impedire l’abitudine di nobili e sovrani di prelevare reliquieÈ singolare il fatto, che a Pozzuoli, contemporaneamente al miracolo che avviene a Napoli, la pietra conservata nella chiesa di S. Gennaro, vicino alla Solfatara e che si crede sia il ceppo su cui il martire poggiò la testa per essere decapitato, diventa più rossa.Nel luogo dove fu decapitato San Gennaro ora sorge una chiesa con annesso convento dei frati cappuccini , costruita nel VI secolo .
Nel tempietto vi e’ ora un busto di marmo che risalirebbe all’epoca del martirio .
Si racconta che durante una scorribanda di Saraceni a Pozzuoli , uno di essi per sfregio , con un colpo di scimitarra mozzo’ il naso alla statua , lo raccolse e lo porto’ con se’.
Appena le navi degli infedeli salparono , una burrasca di particolare violenza li costrinse a rientrare in porto . Durante la tempesta , il naso cadde in mare .
I puteolani si dettero un gran da fare per far restaurare la statua , ma tutti gli sforzi degli artisti non valsero a ridare a San Gennaro l’originario aspetto : la protesi non rimaneva attaccata al viso .
Un giorno , alcuni pescatori , trovarono nella rete , frammenti di marmo che messi insieme assunsero la foggia di un naso . Non c’era dubbio , quello era il naso di San Gennaro !
Lo portarono in chiesa e gli artisti senza molta fatica lo rimisero al suo posto.
Il Santo ha sul lato destro del viso una cicatrice ed anche questa ha una sua storia :
Si dice che durante una epidemia di pestilenza intorno alla fine del 700 quel busto fosse portato in processione perche’ salvasse la popolazione dal mortale morbo .
San Gennaro pose fine al flagello ma sulla sua guancia destra si presento’una ferita purulenta ( San Gennaro aveva salvato i fedeli dalla malattia e l’aveva presa su di se )
Si creda o no ai fatti e’ certo che la statua oggi e’ completa del naso e sul lato destro del viso ha una cicatrice .
Il 1767 fu un’altra data importante nella storia di San Gennaro e ne fu protagonista padre Rocco . Il 19 ottobre di quell’anno ci fu una delle più’ terribili eruzioni del Vesuvio . La lava avanzando travolgeva ogni cosa ed era arrivata quasi alle porte della citta’.
Il popolo era come impazzito , il cardinale terrorizzato, intervenne cosi’ padre Rocco a sedare gli animi invitando il popolo alla preghiera . Il giorno dopo organizzo’ una spettacolare processione alla quale parteciparono il clero , la nobilta’ e una folla di popolo con padre Rocco in testa che invocava la protezione del Santo patrono.
Giunto al ponte della Maddalena la processione si fermo’. Continuarono le preghiere e le suppliche e dopo alcune ore si vide rallentare il corso della lava fino a fermarsi proprio all’ ingresso della citta’.
L’episodio commosse tutta Napoli , la popolarita’ di padre Rocco raggiunse i vertici piu’ alti e San Gennaro fu dichiarato il piu’ grande santo del paradiso .
Chi si chiama con questo nome è in genere un uomo impulsivo ma non irrazionale .Egli ha grande capacità di saper valutare e capire le persone in un attimo e quindi sa anche come comportarsi in ogni circostanza . Pecca però un pò in presunzione  ed è probabile che debba soffrire oer amore , dal momento che si crede irresistibile e ha la tendenza a dare troppe cose un po scontate.
 
 
 
 
Anche il mitico nome Ciro è ultimamente caduto in disuso  classificandosi addirittura al diciottesimo posto nella nostra classifica . Esso è stato a lungo come tutti sanno un nome molto diffuso nel Mezzogiorno d’Italia, e soprattutto in Campania. Infatti, in questa regione risiedono ancora oggi ( ma per poco ancora ) circa due terzi di coloro che portano questo nome..
L’enorme diffusione del nome Ciro dalle nostre parti è dovuta al culto dell’omonimo santo martire di Alessandria che anche se di origini egiziane venne per lungo tempo  molto venerato in Campania  grazie ai stretti rapporti esistenti tra gli egizi e gli antichi napoletani per i loro scambi commerciali. I napoletani  importarono tra le tante cose anche il culto del santo.
Di fede cristiana egli  visse nel  III secolo in Egitto. ed era un medico notissimo ad Alessandria dove veniva soprannominato ” anargiro “( senza soldi ) perchè curava i bisognosi senza chiedere alcun compenso .
In quel periodo ad Alessandria circolavano molti astrologi, maghi e indovini, che  operando senza alcuna autorizzazione ,spesso causavano disordini e rivolte.L’Imperatore Diocleziano  stufo di questa situazione incominciò così a perseguitarli, non facendo alcuna distinzione tra medici e maghi .In città inoltre I tempi peri cristiani si facevano pericolosi per i cristiani che sempre dallo stesso Imperatore erano  perseguitati con una ferocia inaudita .
Ciro , nell’intento di avere salva la vita , fu quindi costretto a lasciare la città e si ritirò  in  Arabia , a est del fiume Nilo dove nella solitudine poté dedicarsi totalmente alla preghiera e alla meditazione, dando origine a quella forma di vita monastica di cui, in seguiito San Antonio Abate  sarà considerato il fondatore. Pur vivendo nel deserto Ciro continuava ad accogliere malati che curava non più con le medicine ma con la preghiera. La sua fama di taumaturgo iniziò, così, a diffondersi in tutto l’Egitto.
Uno dei suoi primi discepoli che divenne in seguito anche il suo miglior amico fu  Giovanni,un ex soldato dell’esercito romano convertito alla fede cristianache con lui viaggiò a lungo in Arabia, senza mai smettere di  curare i malati . La bravura del medico era davvero straordinaria, tant’è vero che  si cominciò presto a parlare di ” miracoli ” .
Ai due monaci eremiti nel  loro girovagare  giunse notizia che nella città di Canopo che si trovava a pochi chilometri da Alessandria d’Egitto, tre fanciulle, ( Eudossia di 11 anni, Teodora di 13 e Teoctista di 15, ) erano state arrestate insieme alla loro madre Atanasia, con l’accusa di essere cristiane. Decisero allora di recarsi  ad Alessandria per sostenerle nella loro fede e nella loro testimonianza. Il governatore, accortosi di loro, li fece subito imprigionare, e durante il processo tentò di corromperli promettendo ricchezze e onori. Ma vedendoli fermi nella testimonianza della loro fede, decise di giustiziarli insieme alle quattro donne il 31 gennaio del 303.
I due monaci in questa circostanza   vennero bastonati, bruciati con fiaccole e, per straziarli dal dolore, le loro carni piagate furono cosparse di aceto e sale.. Secondo alcuni racconti Ciro pare sia stato immerso nella pece bollente e che, essendo sopravvissuto a questo supplizio, sia stato successivamente decapitato.
I loro corpi furono riposti prima ad Alessandria nel tempio di San Marco dove rimasero fino all’inizio del  V  secolo  e poi spostati nel 414 nella  città sacra di Menouthis (ricco sobborgo di Canòpo) dove le reliquie dei due santi vennero poste in un santuario costruito con lo scopo da parte dei patriarchi San Teofilio prima  e successivamente San Cirillo  di perpetuare il ricordo dei martiri e sradicare il culto degli dei pagani. Nella piccola cittàe era anche molto praticato il culto di Iside , il quale come sappiamo era molto noto anche a Napoli dove esisteva un seggio in cui era presente una colonia fondata da mercanti alessandrini da secoli operanti in città, che edificarono anche un tempio in loro onore presso il vico denominato de Alexandrinis . Questa città era molto frequentata da marinai ed alcuni di essi incominciato  a venerare il Santo , divenuto a tutti molto noto , esportarono ben presto il culto del santo in giro nei loro viaggi e sopratutto a Napoli  dove come vi abbiamo era presente una colonia alessandrina .
Il santuario acquistò ben presto larga fama, e la notizia di alcune guarigioni avvenute nel tempio di Menouthis richiamarono a Canòpo numerosi pellegrini. La principale pratica devozionale era quella della “ incubatio ”, ossia di dormire distesi sul pavimento e attendere, durante il sonno, l’apparizione di san Ciro che indicava i rimedi ai loro morbi . Nel santuario , divisi in sette decadi furono operate ,dai due santi ,  secondo racconti scritti a noi pervenuti , circa 70 miracoli .Il santuario con l’invasione araba, verso la metà del VII secolo   andò purtroppo in rovina, ma ancora oggi l’intera regione dove si svolsero i miracoli e il martirio del Santo viene chiamata dagli arabi Aboukir, in memoria dell’abate Ciro.
Intorno al  X secolo le spoglie dei martiri furono portate a Roma da due monaci, Grimaldo e Arnolfo. Qui la colonia alessandrina di  via Portuense  eresse e dedicò loro una basilica, tuttora esistente, chiamata  Santa Passera. dove furono riposti nell’ipogeo  i resti  dei due martiri . Successivamente  intorno al XIV secolo, a causa delle frequenti inondazioni del  Tevere , le reliquie dei santi martiri vennero trasportate nella chiesa di Sant’Angelo in Peschiera  , dove San Ciro, fin dal secolo VII, era particolarmente venerato.
Nel 1600  le reliquie ,grazie al cardinale Francesco Sforza,  furono poi traslate a Napoli  , dove  i  due santi erano già venerati  e collocate nella  chiesa del Gesù Nuovo  dove il culto sopratutto di San Ciro , grazie al frate gesuita Francesco De Geronimo che svolse per circa 40 anni il suo apostolato missionario a Napoli , raggiunse la massima fama. Di lui si narra Infatti  che durante la sua predicazione portasse con sé alcune reliquie in una teca e se ne servisse per benedire gli ammalati. Adoperava inoltre alcuni sacramentali che egli definiva “medicamenti con i quali San Ciro sana i suoi infermi”, e cioè “l’olio della sua lampada; l’acqua benedetta colla sua reliquia; li fiori polverizzati; le sue figure”. Numerose sarebbero state le guarigioni e ciò contribuì a diffondere la devozione di San Ciro presso il popolo napoletano.
Oggi in molte città italiane sono presenti tracce del culto di San Ciro:  Portici  dov’è presente la reliquia di una parte del cervello del santo, riposta in una teca nell’altare laterale sinistro della Basilica a lui dedicata, proprio sotto la stupenda statua lignea di San Ciro,
Il nome Ciro quindi come vedete ha origini antichissime e sicuramente a diffonderne la sua diffusione ha contribuito l’mperatore  Ciro II di Persia , uno dei più famosi regnanti della Storia che visse nel VI secolo a.C. Durante il suo governo si distinse non solo per il suo amore verso l’arte e la cultura  ma anche per le sue formidabili capacità militari che lo portarono a espandere i confini dell’Impero per una dimensione che andava dalla Turchia fino all’attuale Afghanistan .Il significato del nome è oscuro e l’etimologia non è di facile ricostruzione. Essoviene a volte associato al termine greco kyrios, il cui significato è “signore” oppure “padrone” ed alcuni pensano che questo sia da ricondurre proprio a Ciro il Grande che fu uno dei tanti sovrani a portare questo nome durante la dominazione persiana nel Medio Oriente.Altri studiosi, invece, avvicinano il significato a  ” giovane “ , ” lungimirante ” o “baciato dal Sole”.

A Napoli, Il nome  Ciro napoletano, è sicuramente riferito al Santo martire di Alessandria  venerato da tempi immemori grazie allo strettissimo rapporto esistente da tempo fra gli egizi e gli antichi napoletani. L’origine della  maggiore diffusione del nome a Napoli e provincia ha però un anno ben preciso:. Quello legato alla gravissima caresti avvenuta nel 1764 che anticipò una tremenda epidemia di peste in cui morirono quasi 20.000 persone .

I cadaveri in città erano ammassati ovunque e l’unica speranza rimasta ad un certo punto era solo quella di pregare . San Ciro era il Santo protettore degli ammalati  e nella sua vita era anche stato un medico e quindi a chi meglio rivolgersi di un santo medico per risolvere  una epidemia e salvare i napoletani ?

A  Portici , il vescovo Giuseppe Moscatelli  invitò quindi i fedeli a  rivolgersi proprio a San Ciro e le preghiere, a quanto pare, funzionarono .

il vescovo ordinò la quel punto la realizzazione nel 1770 , in segno di devozione , della famosa statua di San Ciro a cui i porticesi si affezionarono talmente tanto da chiedere il trasferimento delle reliquie del Santo da Napoli all’attuale chiesa in cui ancora oggi si venera il santo ogni  31 gennaio.

A nominare poi San Ciro Patrono della città di Portici fu  il re Ferdinabdo IV di Borbone . Egli da uomo estremamente devoto alla Chiesa di Roma  firmando un  atto da lui voluto ,  nominò San Ciro ufficialmente patrono di Portici .Da quel momento si ebbe  un’impennata del nome nelle anagrafi napoletane sia in città che in provincia in quanto un numero sempre maggiore di devoti cominciò ad  affidare i propri figli al ” medico santo ” in segno di devozione.

Chi porta il nome Ciro è in genere una persona che possiede una grande energia ed è pieno di vita ed emana  simpatia a tutti coloro che lo circondano. Con il sorriso sempre sulle labbra, la persona di nome Ciro  è capace di superare ogni avversità soprattutto quando si tratta di difendere la propria famiglia. L’unica vera pecca è la sua venerazione per il denaro e la sua indole calcolatrice.

San Ciro oltre  il  patrono delle città di Portici , lo è anche di  Nocera Superiore. Esso è il santo protettore degli ammalati ma viene anche spesso invocato anche nei naufragi e nei lavori dei campi .

Le malattie in cui viene spesso invocato sono le cefalee, le oftalmie, le otiti, i dolori allo stomaco e al petto, le piaghe e le paralisi.

San Ciro

 

1 ) ANTONIO , è un antico nome  che deriva dal gentilizio romano Antonius , il cui  significato  è “persona che combatte”. Ad avere questo nome in passato ci   sono stati molti imperatori romani ma anche molti artisti, scrittori e poeti.  Le sue più comuni varianti con il quale spesso viene alterato o meglio storpiato nella nostra città sono :  Antonello, Toni, Totò e Tonino.  Esso puo essere festeggiato  il 17 gennaio  se riferito in onore di Sant’Antonio abate ovvero del santo   protettore dei maiali ( e successivamente di tutti gli animali ) e patrono del fuoco, dei fornai, dei droghieri e dei salumieri, oppure il 13 giugno per commemorare Sant’Antonio da Padova, patrono delle reclute, dei commercianti del vetro e dei prigionieri.

Il primo fu un santo molto amato e venerato dai napoletani che in maniera confidenziale , lo chiamarono Sant’Antuono , forse per distinguerlo , dal suo omonimo di Padova.Una chiesa a lui dedicata ,  fondata da Giovanna  di’ Angio’ con a fianco un ospedale per i lebbrosi , si trovava e si trova attualmente alla fine di Via Foria ed ha la caratteristica , ancora oggi a distanza di tanti anni , di veder svolgere ogni anno nel suo spazio antistante  al l’antico portale gotico della chiesa, una particolare cerimonia .  il 17 gennaio si accalca in questo spazio una marea di animali di ogni specie,  condotti dai rispettivi padroni , tutti  agghindati a festa con fiocchi , nastri colorati , ghirlande di fiori e foglie in attesa della santa benedizione che secondo vecchie credenze protegge l’ animale da future malattie e aiuta nella guarigione di quelle in atto. Egli è infatti come vi abbiamo accennato , considerato il santo protettore degli animali e viene spesso raffigurato nelle  iconografie ufficiali circondato di maiali dei quali ne divenne il patrone per volere dei napoletani che, lo elessero per generosita’anche patrono di tutti i restanti animali. Sant’ Antonio, ( al pari di San Francesco ) prima di convertirsi a vita monacale era un nobile ricco giovanotto che ne aveva fatto di tutti i colori, poi preso dal credo di Cristo , vendette tutti i suoi beni e si ritiro’ a vivere da eremita nel deserto .Egli era di origini egiziane e non si e’ mai saputo come dalle rive del Nilo sia poi giunto a Napoli ma certamente sappiamo che grazie alla sua intercessione circa trecento maiali furono salvati da una grave epidemia .
In origine i monaci di Sant’ Antonio avevano l’abitudine di recarsi nelle campagne per la questa e benedire con acqua Santa gli animali.. La benedizione , secondo la credenza, li avrebbe preservati da ogni epidemia. Poi pian piano con l’andare del tempo, prevalse l’uso di portare gli animali direttamente a Sant’Antuono. Una tradizione che continua ancora oggi .
In segno di gratitudine , venivano offerti alla chiesa dei piccoli maialini , che i monaci portavano con loro durante la questua, legati con una cordicella , come tranquilli cagnolini. Quando i maialini diventavano adulti , facevano la fine di tutti gli altri loro simili e i reverendi, oltre a preparare salsicce, prosciutti e capicolli, mettevano da parte del grasso che vendevano in gran quantita’ avendo scoperto in esso delle proprieta’ terapeutiche per quella particolare infiammazione cutanea che prese il nome di ” fuoco di sant’ Antuono “dal miracoloso unguento del santo.

I monaci erano quindi considerati con i loro unguenti , in città come esperti nella cura delle malattie della pelle ed in particolare dell’Herpes Zoster ( chiamato fuoco di San’Antonio ) ed i loro maialini dal quale proveniva il miracoloso unguento  (che vediamo rappresentati nell’iconografia ai piedi del santo  ) erano liberi di circolare in città senza essere toccati da nessuno. I Monaci potevano allevarne un gran numero  e venivano riconosciuti perchè portavano una campanella al collo ed il loro libero circolare in città , nonostante potesse rappresentare un succulento appetibile piatto del giorno per l’affamato popolo , non tentava nessuno : quelli erano i ” maiali di Sant’Antuono ” e non si dovevano toccare .
Sant’Antuono , pero’ non e’ solo il protettore degli animali , e’ anche il patrono del “fuoco “.
Il giorno della sua festa , il 17 gennaio , nei piu’ popolari rioni della citta’, ancora oggi si preparano ‘ e cippi ‘, cioe’ delle piccoli catasti di mobili vecchi , carte e cartoni ma sopratutto alberi di natale cippi di albero) che hanno assolto il loro compito e oramai abbandonati vengono raccolti per le strade dai ragazzi e ammucchiati per poi arderli.
Quando la catasta raggiunge una certa altezza , si da’ fuoco tra la baldoria generale che raggiunge il culmine con il lancio , tra le fiamme di tronole e tric tracche ( fuochi d’artificio).
Un tempo , quando ancora nelle case non esistevano i termosifoni , una volta che tutto era ridotto in cenere e carboni , le donne si ammassavano  a raccogliere quei resti infuocati e li mettevano nei loro bracieri, sia perche’ , secondo la tradizione , erano dotati di poteri benefici, sia perche’ si assicuravano per una notte un dolce tepore.
La devozione per Sant’Antuono e’ ancora viva nel popolo napoletano nei rioni della vecchia Napoli e ancora oggi si vedono , la sera del 17 gennaio qua’ e la’ piccole vampate di cippi illuminare le strade , in ricordo di una antica tradizione oramai al tramonto.

Dovete inoltre sapere che per ben 15 anni dal 1799 al 1814 , il nostro attuale patrono della città San Gennaro fu spodestato e sostituito proprio da Sant’Antonio . Si tratta di una storia che non tutti conoscono e che incominciò il il 24 gennaio 1799,  cioè il giorno successivo alla proclamazione della Repubblica Napoletana. Quel giorno,dinnanzi ad una grande affluenza di popolo in gran parte molto scettico, furono esposte per volontà  del generale francese Championnet, le ampolle di San Gennaro . Egli era , sicuro che il santo avrebbe dato un segno di consenso al nuovo ordine repubblicano, e  San Gennaro gli diede ragione facendo sciogliere il sangue presente nell’ampolla  . Avvenuto il miracolo,  l’ampolla fu mostrata a tutti dall’Arcivescovo di Napoli Cardinale Giuseppe Maria Capece Zurlo. 

Il generale era convinto che questo gesto gli comportasse la benevolenza del popolo proprio come in prededenza era accaduto ad altri nuovi regnanti nel passato ma questa volta il popolo reagì diversamente . Questa volta il famoso San Gennaro aveva ” sbagliato “e il popolo senza pensarci neanche molto decise di sostituirlo .

Il popolo napoletano era infatti convinto che mai e poi mai San Gennaro avrebbe  fatto il miracolo in presenza dei “repubblicani Giacobini” e al vedere il sangue liquefarsi , restò senza pregare tutto ammutolito 

Egli venne accusato di essere un partigiano della democrazia repubblicana, della libertà, dell’uguaglianza e quindi di essere amico dei “giacobini”, e per questo fu detronizzato da patrono della città partenopea e sostituito da Sant’Antonio da Padova . 

Il ” giacobino ” San Gennaro da quel momento e per  ben 15 anni non fu più patrono della città partenopea. Dumas racconta anche dell’esecuzione di un busto del santo, che con una corda al collo venne trascinato per strada, tra lo scherno della gente e poi gettato in mare, “I lazzari proclamarono nuovo santo patrono e nuovo generalissimo di tutti gli eserciti napoletani Sant’Antonio da Padova…”

A memoria di quanto accaduto possiamo trovare documenti, disegni e dipinti dell’epoca, in cui si vede Sant’Antonio rincorrere e scacciare San Gennaro con un bastone. Anche il cardinale Zurlo, fu punito per il suo essere stato troppo accondiscendente verso la Repubblica Napoletana, ed il comportamento in occasione dei prodigi del Santo ebbe un notevole peso nella sua condanna all’esilio a Montevergine da cui non tornò in vita.

Quello di San Gennaro comunque non è il primo caso di questo tipo, se il santo patrono di Napoli fu detronizzato per 15 anni per aver espresso il consenso verso la repubblica Napoletane, un trattamento simile hanno subito altre immagini sacre ree di essersi espresse per gli ideali della “democrazia repubblicana.” A Martina Franca per esempio si racconta che i sanfedisti troncarono il capo di una statua dell’Immacolata gettandolo nell’immondizia, e poi presero a bastonate la statua del santo protettore San Martino.

Come abbiamo visto il significato del nome Antonio , significa  “colui che combatte,”  che affronta i suoi avversari”.e questo incide anche sulla sua personalità

.Chi porta il nome Antonio è infatti in  genere un uomo coraggioso e passionale , introverso , sempre pieno di energie e nuove idee ed in cerca continua di qualcosa da fare, di obiettivi da raggiungere e di sfide da accettare. Questa sua caratteristica lo rende molto motivato nel lavoro e pur di ottenere ciò che vuole smuove mari e monti. E’ in genere un uomo molto  curioso, desideroso di sapere , ma anche discreto e se gli si sussurra un segreto si può star certi di averlo raccontato alla persona giusta. La sua voglia di vincere lo rende molto tenace, ambizioso, intelligente e affascinante, un grande leader. Egli è un gran lavoratore  che con gran fatica riesce spesso a raggiungere tutti i suoi obiettivi nei quali spesso poi primeggia.  Chi porta il nome Antonio concentra in sè tante virtù: tenacia, forza, coraggio, vitalità e volontà di imporsi. È un lottatore nato e ama incommensurabilmente la vittoria.   Allo stesso tempo è però premuroso con le persone che ama, molto protettivo e dolce, ed offre il suo aiuto senza voler ottenere nulla in cambio. Questo mix di caratteristiche apparentemente in contrasto tra loro rendonoin genere  un uomo da ammirare e seguire, una persona unica dalla quale si resta ammaliati.

Generoso e  saggio , purtroppo però porta dentro di se una tristezza che spesso lo allontana dagli altri. Standogli accanto si ha la sensazione che sia una bomba inesplosa , per questo si avverte una sottile inquietudine che, al contempo, lo rende molto affascinante. Non ama stare molto in gruppo e tende spesso ad  isolarsi in quanto ha un’indole  indipendente che lo porta a stare bene da solo.   Spesso e volentieri, però, risulta anche suscettibile e passionale. In conclusione, le persone che portano questo nome, hanno una vera attrazione per l’arte e tendono a sposarsi presto.  inoltre, rifiuta i limiti e in genere, molto aperto mentalmente , non accetta confini di alcun genere.

 

 

2) MARIA  è un nome che  deriva dall’ebraico Maryàm e significa “principessa, signora”  e dopo il nome Andrea ambigenere  è il nome più diffuso al mondo.  In Italia  è invece senza alcun dubbio il nome più diffuso ( circa il 7% della popolazione porta  questo nome).

Altri studi riguardanti l’etimologia di questo nome propongono, invece, un’origine egizia, basata sul termine mry o mr i cui significati sono, rispettivamente, “amata” e “amore”. Questa teoria trova conferma nel fatto che, nel Vecchio Testamento, l’unica persona a portare questo nome è Miriam (sorella di Mosè) nata proprio in Egitto.

Come primo nome, rientra fra i più noti e diffusi composti: Annamaria o Anna Maria, Anna Claudia, Anna Luisa, Annalisa . Come secondo nome: Marianna o Mariamne (Maria e Anna), Maria Grazia, Marisa (Maria e Isa o Elisa o Elisabetta o Luisa. Sempre come secondo nome è anche l’unico a essere usato pure al maschile: Aldo Maria, Antonio Maria ,Carlo Maria, Enrico Maria,Luigi Maria, Giovanni Maria, Vincenzo Maria., Vittorio Maria  E’ inoltre  anche il nome femminile col maggior numero di festività nel corso dell’anno (secondo solo a Giovanni).

Le sue varianti ebraiche: sono  Miriam, Mariam, Mira. Da quest’ultimo deriva il diminutivo Mirella che ormai ha acquistato forza di nome proprio.

La sua grande diffusione è legata soprattutto al culto mariano e alla devozione verso Maria madre di Dio.  Sul suo vero significato la  teoria più accreditata lo riporta a ” goccia di mare “, poichè in ebraico mar significa ” goccia ” e yam vuol dire ” mare “.

Da Maria  deriva anche il termine marionetta. Infatti, nel Medioevo, gli ecclesiastici che nelle rappresentazioni sacre interpretavano i ruoli delle tre Marie (Maria madre di Gesù, Maria Maddalena, Maria di Cleofa, che accompagnarono Gesù al Calvario), erano appunto chiamati marionette.

Suoi diminutivi: sono  Mariella, Mariuccia, Marietta, Mariolina, Mariola. L’onomastico si festeggia il 12 settembre in onore della Santa Madre di Gesù, patrona dei barbieri di Roma. 

 Personalità : Sia al maschile che al femminile, chi porta questo nome è una persona che ricopre un ruolo importante nella storia. Il suo compito è quello di aiutare le persone dal punto di vista spirituale e di diffondere la promessa di un mondo migliore.       Maria si nasconde dietro l’aspetto di donna assolutamente normale , ma questa è una maschera , perchè in effetti è una donna decisa e volitiva , E’ molto attaccata alla famiglia per la qualeè pronta a battersi strenuamente , anche perchè è una donna a cui non pesano i sacrifici.Adoracucinare e si cimenta spesso e volentiri con ricette sempre nuove .

Maria viene festeggiata il 12 settembre .

3)  CARMELA è un nome  puramente devozionale. Esso fu infatti, coniato in onore della Beata Vergine Maria del monte Carmelo  che si trova in Palestina ( a ovest di Nazareth).  Esso deriva dal nome spagnolo Carmen , a sua volta traduzione appunto  di Karmel , il nome del  monte ebraico  dove avvenne nel 1251  una  famosa apparizione mariana . La zona di questo  Monte  (dove si narra visse per un periodo il profeta Elia) è ricca di grotte. dove secondo molti studiosi  In esse , vi si rifugiarono, durante la prima Crociata nel 1156, dei pellegrini religiosi che in seguito presero il nome di Carmelitani (  proprio in questi luoghi, il crociato calabrese Bertoldo fondò, nel 1208, l’ordine dei Carmelitani).  Il nome Carmela , quindi, deriva dal termine ebraico Karmel il cui significato è “giardino di Dio” oppure “orto di Dio”. Il termine Karmel è successivamente passato al greco Karmelos , poi  al latino Carmelus., ed infine allo spagnolo Carmen che come potete ovviamente immaginare si è particolarmente duffuso dalle nostre parti sopratutto durante la dominazione spagnola.  .Carmela viene festeggiata il 16 luglio e chiunque porti questo nome pare che sia una donna dal fascino particolare ,a tratti oscuro ma sempre  allegra e vitale . Una donna quindi dalla doppia personalità ( una aperta e vitale metra l’altra diffidente e scontrosa ) .Ha in genere pochi amici a buoni che lei provvede a scegliere in modo diligente e con i quali si rivela  sempre molto leale e sincera .  Tale comportamento lo è un po’ meno nei rapporti d’amore , che vive con spensieratezza , facendo talvolta soffrire chi si innamora di lei ( che sia viva l’influenza esercitata dalla celebre  seducente sigaraia di Siviglia Carmen , mangiatrice di uomini , presente nell’opera lirica di Bizet che  ha reso famoso il suo nome in tutta Europa nell ‘ottocento ? ).Ama, inoltre, cucinare ed è una persona generosa e fedele.

 

4 ) GIUSEPPE è un nome che  deriva dal termine ebraico yosef  fondato sul verbo yasaph il cui significato è “accrescere”. Per estensione,il significato del nome Giuseppe   è quindi “egli aumenterà” che deve essere inteso come augurio per la nascita di nuovi figli.

Trasformato e adattato  in lingua greca come Ioseph (ma anche come Iosephos e Iosepos) e successivamente ripreso in quella latina nelle forme IosephIosephus, il nome Giuseppe   deriverebbe da Ioseppus, una forma più popolare  comunemente adattata nel  tardo periodo latino..

SI tratta ovviamente come di un nome di origini ebraiche molto diffuso nell’Antico e nel Nuovo Testamento dove come sappiamo Giuseppe era il nome dell’undicesimo figlio di Giacobbe erappresenta per la religione cattolica una colonna portante, considerato che era come sappiamo, lo sposo della vergine Maria  nonché il  padre putativo terreno di Gesù .

San Giuseppe è il patrono ei falegnami, dei carpentieri, degli ebanisti, dei moribondi e dei papà e viene spesso invocato anche per ottenere un buon matrimonio.Anche se la Chiesa ricorda moltissimi santi chiamati Giuseppe, il giorno in cui tutte le persone che portano questo nome festeggiano il loro onomastico è il 19 marzo  che è anche il giorno in cui si festeggia anche la festa de papà.

In Italia è il nome più diffuso anche nelle sue altre forme e abbreviazioni come Peppe, Peppino , Pino ,  Pinuccio ,  Geppino , Geppetto e Beppe .

Chi porta questo nome in genere  è una persona seria e autoritaria, giusta e che pretende giustizia . Vuole rispetto e gentilezza, due aspetti che è lui stesso il primo a portare. Gran lavoratore e appassionato dell’arte è inoltre  cpnsiderato un uomo laborioso, fedele e coraggioso nell’affrontare la vita. Egli oltre che un uomo buono. si dimostra spesso paterno oltre che molto dolce e affettuoso.Rinomato per il suo coraggio, non teme mai il parere degli altri e oltre ch essere   ritenuto  una persona intelligente  non pecca certo in autorità.

5 ) VINCENZO è un nome che deriva dal nome latino Vincentius, che in ambito cristiano divenne nome personale con il valore augurale di “vittorioso sul male”.Il significato del nome Vincenzo  è, quindi, “colui che vince” oppure “colui che conquista”. Alla stregua di Vittorio, , anche Vincenzo  si è configurato nel tempo quindi soprattutto come nome augurale in battaglia. Ad ogni modo, con il diffondersi del cristianesimo, assunse sempre più il significato di “vincente sul male”.

Questo nome, in Italia, ma soprattutto nel Mezzogiorno, è uno dei più diffusi. La sua grande popolarità si deve, in special modo, al culto di una grandissimo numero di santi a portare questo nome. Esso viene in genere festeggiato il 27 settembre in ricordo di San Vincenzo de’ Paoli, ma anche il 22 gennaio (S. Vincenzo diacono di Saragozza) e il 5 aprile (S. Vincenzo Ferrer).

Poichè esso  significa  “destinato a vincere” chi porta questo nome sono in genere  persone toste, forti , piene d’energia e volontà ma con una giusta dose di dolcezza. Sono persone abili, laboriose e sincere e proprio per questo  simpatiche e  capaci di andare d’accordo con tutti, grazie anche alla loro sincerità e lealtà oltre che alla loro inesauribile carica umana.. La loro istintiva  impulsività li porta ad avere pochi amici ma buoni pei i quali si rende comunque sempre molto disponibile .  Hanno una personalità molto sensibile e di conseguenza, a volte, vivono  con difficoltà le sfide della vita. Amano i lavori manuali che gli permettono di esprimere la loro  creatività ed hanno certamente  una spiccata propensione agli affari commerciali aiutati sicuramente dalla loro intelligenza, diplomazia e astuzia.

Nella nostra città nel  popolare Rione Sanità è molto radicato il culto del santo domenicano  San Vincenzo Ferrer, popolarmente detto o’ Munacone. A lui è infatti dedicata  la bellissima  chiesa di Santa Maria alla Sanità che potete subito  riconoscere  percorrendo il Ponte della Sanità, grazie alla sua cupola maiolicata gialla e verde.Essa fu eretta su disegno di frà Giuseppa Nuvolo tra il 1602 e il 1610 .Nel suo interno ,oltre  alle  numerose tele di famosi artisti (  Andrea Vaccaro, Francesco Solimena, Pacecco De Rosa,  Giovanni Balducci e ben cinque  tele  di Luca Giordano ) si trova un bellissimo altare posto al di sopra di una scenografica scalinata a doppia rampa , e l’accesso alle famose  catacombe di San Gaudioso con i suoi affreschi raffiguranti le anime del purgatorio ed i resti di teschi di nobili del 500 incavati nelle mura di tufo .Nei suoi cunicoli sono presenti alcuni sedili in pietra dove i cadaveri venivano adagiati e fatti ” essiccare “. Gli organi ed i liquidi in tal modo scolavano in un pozzetto sottostante da cui il celebre anatema napoletano ” Puozze scula  ! “.

Punto di riferimento del Rione Sanità, nel quartiere la Basilica è conosciuta come chiesa di San Vincenzo ‘O Munacone (il monacone ) perché custodisce una famosa statua di San Vincenzo Ferrer. La statua, secondo la tradizione, fu portata in processione nel 1836, quando la città venne colpita dall’ennesima epidemia di colera. Grazie all’intercessione del Santo il morbo cessò miracolosamente e da allora il primo martedì di luglio il rito si ripete in ricordo della grazia ricevuta.
È l’unico Santo della Chiesa che, per la proclamazione, ha avuto il riconoscimento di più di 80 miracoli accertati, su migliaia e migliaia di deposizioni, durante il suo processo di canonizzazione. Ancora oggi il culto per questo Santo Medioevale è presente in tutto il mondo.
Grande predicatore, era dotato di potente carisma e godeva quindi dell’attenzione sia della popolazione locale che di quella dei potenti del suo tempo.
Un profondo affetto lega la basilica al quartiere, che esplode in tutto il suo entusiasmo il 5 Aprile e il primo martedì di luglio, quando si festeggia San Vincenzo Ferrer.
Nella prima data, dopo la funzione, la statua del Santo viene portata in spalla dalle associazioni cattoliche locali con gli stendardi sciolti sul sagrato della chiesa. E’ il momento del rito “trase e jesce”: i portatori incitati dal capo paranza si fermano e poi tornano indietro di tre passi, quasi saltellando, e così per tre volte.
La seconda data celebra il miracolo a lui attribuito della fine del colera del XVII sec. Per l’occasione la Piazza è addobbata con luminarie e bancarelle e di nuovo la statua è in processione. Lungo il quartiere bambini vestiti di bianco come San Vincenzo e bambine vestite da contadinelle accompagnano il santo, con i suoni della banda e gli spari dei mortaretti in sottofondo. Non si può che restare affascinati da tutto ciò e gioire con loro proprio come dei bambini!

6 ) FRANCESCO deriva da franciscus, aggettivo latino che significava ” dei Franchi ” . Da esso si sviluppò dapprima il soprannome indicante coloro che appartenevano alla popolazione dei Franchi  e poi il nome personale ,svicolato però da ogni sua origine inter-etnica.  Un’altra ipotesi attribuisce a questo nome il significato di   “libero” e, per estensione, “uomo libero”.Le motivazioni di tale attribuzione dipendono dal fatto che i Franchi, durante il Medioevo, erano l’unico popolo che poteva godere del diritto di liberi cittadini.

Il più famoso tra le persone a portare questo nome fu San Francesco d’Assisi che come sappiamo,  rinunciò a tutti i suoi averi per vivere in povertà. Egli oltre ad essere patrono d’Italia (insieme a Santa Caterina da Siena) lo è anche di Assisi, di Massa Carrara, dell’ecologia, dei commercianti, dei cordai, dei mercanti, dei tappezzieri e dei floricoltori. Ma santi con il nome Francesco sono molti e, tra questi, possiamo ricordare San Francesco di Sales, protettore degli scrittori e dei giornalisti. Il nome Francesco  fu portato anche da molti personaggi storici importanti fino ad arrivare al primo papa a portare questo nome salito al soglio pontificio il 13 marzo 2013.

Francesco è uno di quei nomi classici per qualche tempo andato  in ombra, ma da alcuni anni in forte ripresa,  grazie alla fresca elezione a pontefice il 13 marzo 2013 del cardinale argentino, ma di origini italiane, Jorge Mario  Bergoglio che, infatti, per la prima volta nella serie dei 266 suoi predecessori, ha scelto come soprannome religioso proprio Francesco.

Chi porta questo nome è sempre apparentemente allegro e spensierato ma serio e responsabile .Sa essere un ottimo amico, ma ha bisogno di essere libero. È una persona che sa ascoltare ed è sempre pronto ad aiutare tutti. È fedele ma a volte pare cupo nelle relazioni amorose. Non disdegna le novità anche se preferisce una vita piuttosto sedentaria.

È festeggiato il 4 ottobre in onore di San Francesco d’Assisi

7 )  GIOVANNI deriva dal termine ebraico Yehōchānān.  Questa è formata dai termini Yehō (un’abbreviazzione di Yahweh) nome proprio di Dio e chānān il cui significato è “ha avuto misericordia” oppure “ha avuto grazia”.  Il significato complessivo è ” il signore ebbe misericordia “. Il nome ebraico venne poi tradotto nel greco Ioannes e nel latino Iohannes, da cui derivò il nostro Giovanni.
Il nome  più di 500 santi omonimi e fra i principali il primo e più celebre San Giovanni Battista o Decollato (ricorrenza onomastica 24 giugno e del martirio 29 agosto): egli è l’unico che si festeggia mel giorno della nascita fisica perché era destinato a battezzare Gesù (mentre gli altri santi si ricordano nel giorno della loro morte: ‘dies natalis’ o della rinascita a nuova vita celeste). Da ricordare ancora San Giovanni Bosco il fondatore dei Salesiani. Solo in Italia sorgono oltre 100 paesi (toponimi) omonimi intitolati a San Giovanni ( il primato spetta  San Pietro   con ben oltre 600 omonimi ).
Chi porta questo nome è in genere un uomo dal carattere gentile ma fermo e deciso . Socievole  e disinvolto  ama le comodità e la buona compagnia . E’ un padre sicero , affettuoso , ma un po troppo apprensivo .Forse è un po troppo suscettibile , ma le sue collere , così come vengono , passano velocemente .

Si festeggia il 27 dicembre (San Giovanni Evangelista, l’autore del quarto Vangelo), ma anche il 24 giugno (San Giovanni Battista classico universale), il 31 gennaio (San Giovanni Bosco)

Nella nostra città , nel nostro centro storico , esiste una  Basilica di San Giovanni Maggiore nata sui resti di un tempio pagano dedicato ad Antinoo, il giovane e bellissimo amante dell’Imperatore Adriano morto annegato durante una crociera sul Nilo.

La Basilica sorge  secondo molti sul luogo dove un tempo si ergeva  , in prossimità del mare , il famoso sepolcro ed il grande Tempio  della dea sirena Partenope . La cosa , a vedere oggi la Basilica , potrebbe sembrarvi alquanto strana in quanto il mare sembra un tantino lontano ma  non fatevi prendere in inganno , perchè questo colle  era  un tempo , tanti anni fa ,  lambito dal mare .Secondo infatti molti illustri storici,  parte dell’antico porto di napoletano ,  penetrando   per un lembo di mare giungeva  prorio fino al colle di San Giovanni .

Curiosita’ : Secondo le fonti più accreditate sul sepolcro della Sirena Partenope ,  sembra  che la tomba della  Sirena  doveva esser posta su di un colle che sovrastava il mare, ma in un punto, non lontano dalla spiaggia e neanche il più elevato del colle, insomma un luogo centrale, per permettere alla sirena di osservare il mare in eterno. Quel luogo centrale è da individuare secondo ricostruzioni storiche, proprio nell’attuale chiesa di San Giovanni Maggiore . 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell’interno della Basilica è stata ritrovata una lapide risalente al Medioevo su cui sono incise le parole : “Omnigenum Rex Aitor Scs Ihs Partenopem tege fauste” (o sole che passi nel segno del mese di gennaio, generatore di tutti i beni, proteggi felicemente Partenope) , apparterrebbe secondo molti , alla tomba di Partenope .

Le due frasi come vedete , sono separate da una croce iscritta in un cerchio tra le parole SNS e IAN , ovvero a San Gennaro  ( affinchè protegesse l’antico sepolcro di Partenope ?) .

Ora vi stare certamente domandando del perché Gennaio. Bene dovete sapere che  anticamente esso era il mese in cui la costellazione della Vergine (da cui Partenope) raggiungeva il grado di maggior visibilità dalla terra e coincideva con il periodo dell’ascensione del Sole.

A seguito di un vivace interesse della tomba di Partenope durante il Seicento, la chiesa per spiegare il significato di questa epigrafe fu costretta ad aggiungere una seconda lapide : “Omnigenum Rex Aitor Scs Ian Partenopem tege fauste” tradotto in «Sole che passi nel segno del mese di Gennaio, generatore di tutti i beni, proteggi felicemente Partenope» o ancora «Creatore di tutte le cose, Altissimo, proteggi felicemente Partenope».

Un’altra interessante interpretazione sull’iscrizione presente in chiesa lega il nome di San Giovanni Battista (Ian) a Partenope, in quanto rappresenterebbe il santo protettore della verginità; ricordiamo infatti che Partenope significa Vergine e che San Giovanni incarna il simbolo dell’eremitaggio e della castità e inoltre l’elemento che lega i due personaggi è l’acqua, rinomata per le sue proprietà purificatrici e impiegata sin dall’antichità nei rituali propiziatori (basta citare il rituale di San Giovanni ).

Diversamente c’è chi sostiene che la parola Ian è da legarsi a San Gennaro (Ianuario) primo protettore della città, succeduto a Virgilio Mago e al culto di Partenope e qui si apre la strada all’esoterico; altri richiami collegano Partenope al busto scultoreo di Donna Marianna ‘a capa è Napule e in Santa Patrizia, compatrona di Napoli.

Insomma ad oggi   l’ipotesi più accreditata per stabilre il luogo dove si trovava il sepolcro di Partenopre sembra portarci proprio alla famosa chiesa di San Giovanni.

 

Tra i  tanti oggetti che si scoprirono in occasione della  fondazione della chiesa  furono anche ritrovati in alcuni stanzoni sotterranei adorni di marmo  con bellissimi pavimenti a mosaico, una  statua alata femminile con trecce annodate  di antica struttura greca.

Fondata nel XII secolo, troviamo nella nostra città , anche un’altra chiesa dedicata a San Giovanni , a cui fu annesso un ospedale dedicata a San Giovanni.

La chiesa denominata San Giovanni a mare fu eretto dai cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, divenuto poi di Malta, per accogliere coloro che tornavano malati dalla Terrasanta.
È una delle poche chiese che presenta ancora testimonianze dell’architettura romanica a Napoli ; sconsacrata e poco conosciuta agli stessi napoletani, l’edificio affascina anche per il suo nome: fu cosi’ denominata perche’ quando fu costruita, nel dodicesimo secolo, il mare arrivava quasi a lambire le sue mura esterne .

N.B. La struttura è un’importante testimonianza del periodo normanno a Napoli e relativamente a quel periodo e’ da considerarsi una struttura di notevole interesse culturale. La chiesa rappresenta infatti l’unico esempio di edilizia religiosa a Napoli in età normanna perche’ in conseguenza dei difficili rapporti che presto si stabilirono tra i Normanni ed il Papato vennero eliminati in quel periodo molti edifici sacri ; essa, pertanto, risulta essere l’unica testimonianza architettonica cattolica normanna in citta’.

Il Santo protettore di questa chiesa  che lambiva il mare , era la biblica figura di San Giovanni che battezzò nel fiume Giordano nostro Signore Gesù. Intorno ad essa , vista l’immediata  vicinanza al mare si consolidò nel tempo un rito, ripetuto ogni anno nella notte di San Giovanni il 23 giugno, che prevedeva un battesimo collettivo nelle acque marine.

Era questo però solo l’atto finale di una grande festa pagana che iniziava con la funzione in chiesa e la processione con la miracolosa statua del Santo ricca di argento oro e pietre preziose. Era la grande  la festa di S. Giovanni a Mare,  che originata da un motivo religioso ( si intendeva ricordare il battesimo di Gesu’ nel Giordano ) finiva con un bagno notturno collettivo nelle acque del mare, dove  volta inibita la comune morale ci si abbandonava a poco licenziosi atti amorosi . La festa quindi  spesso degenerava di notte fino ad arrivare ad un punto tale che esso dovette essere soppresso, dal viceré Spagnolo per la piega pagana e misterica che stava prendendo  ( il bando di abolizione del periodo vicereale parla di promiscuita’ fra ” homini et femine”.)

Alla notte di San Giovanni è legato anche il famoso nocillo  un liquore dal sapore forte , preparato direttamente con le noci del Vesuvio , usato dai napoletani come amaro per digerire. Esso viene tradizionalmente confezionato con 24 noci fresche raccolte il 24 giugno , giorno dedicato a San Giovanni Battista ( ovvero sei mesi prima della nascita di Cristo ). .Le noci vanno assolutamente raccolte in questo giorno perchè una leggenda vuole che in questo giorno i prodotti della terra abbiano una particolare forza e potere, ma  vanno raccolte di notte prima che esse vedano la luce del sole , prima cioè che la rugiada li ricopra ed incominci la festa di San Giovanni .

L’effetto del nocillo , oltre a quello di essere un potente digestivo , sembra  mostri un’ azione attiva sull’emicrania e secondo molti  anche nei confronti delle malattie mentali e ferite alla testa.

 

8 )  ANNA è ancora oggi  un nome estremamente diffuso a Napoli ma anche nel resto d’Italia . Esso molto presente dalle nostre parti sin dall’Antichità e dal Medioevo deriva dal nome ebraico Channah il cui significato è “grazia” anche se, talvolta, viene inteso come “graziosa”.

Anna , considerata  nel vecchio testamento la madre di Maria  e del profeta Samuele è  una figura  emblematica della cristianità  ed il suo nome   divenne molto popolare sopratutto nel periodo medievale. In seguito, la grande diffusione di questo nome, ha dato origine, nel corso dei secoli a una folta schiera di forme alterate come Anita,  Nina,  Nancy. o Agnese che molti considerano unvero e proprio  diminutivo di Anna .

 Anna ed il marito Gioacchino , due figure così importanti della chiesa cattolica , paradossalmente non appaiono nella sacra scrittura della Bibbia (nei vangeli canonici ) e ciò che oggi sappiamo di essi  ci viene solo tramandato  dalla letteratura estracanonica dei primi secoli della Chiesa e dagli elogi che ne tessero gli scrittori sacri dei tempi posteriori. In particolare  di loro le maggiori notizie  ci giungono dal un vangelo apocrifo del II secolo   scritto da  S. Giacomo, (Giacomo il Minore, fratello di Gesù), .In questo Protovangelo esso secondo alcuni , composto nel 150d.C. si parla, con una certa abbondanza di particolari, di Gioacchino e Anna, che in età avanzata diedero alla luce la vergine Maria.

 Le elaborazioni posteriori di tale documento aggiunsero via via altri particolari, che soltanto la devozione andava dettando. Anna era una israelita della tribù di Giuda, figlia del sacerdote betlemita Mathan, che in età avanzata sposò Gioacchino, un uomo pio e molto ricco che abitava vicino Gerusalemme, nei pressi della fonte Piscina Probatica e durante le cerimonie al Tempio era solito dare una parte dei suoi beni al popolo, e un’altra in sacrificio per il Signore.

Curiosità : La leggenda vuole che entrambi fossero membri della classe sacerdotale ebraica, anche se esistono diverse versioni che attribuiscono ad Anna parentele illustri con altre figure della storia religiosa, come Giuseppe di Arimatea, l’uomo che si occupò del recupero e della sepoltura del corpo di Cristo, che sarebbe stato suo zio.

In considerazione della  loro reciproca tarda età , Anna e Gioacchino , dopo 20 anni di matrimonio non riuscivano ad avere figli, ma la loro speranza era grande e speravano prima o poi di riuscre a realizzare questo loro grande desiderio.  Accadde però un giorno che mentre Gioacchino stava portando le sue abbondanti offerte al Tempio come faceva ogni anno, il gran sacerdote Ruben lo fermò dicendogli: “Tu non hai diritto di farlo per primo, perchè non hai generato prole ”. Gioacchino ed Anna erano sposi che si amavano veramente, ma non avevano figli e ormai data l’età ( 60 per lui e 40 per lei )non ne avrebbero più avuti; secondo la mentalità ebraica del tempo, il gran sacerdote scorgeva la maledizione divina su di loro, per il fatto di essere sterili (all’epoca l’infertilità era considerata il segno di una maledizione della Legge).

L’episodio della cacciata dal tempio di San Gioacchino, fu un duro colpo per i due sposi . Entrambi furono presi dallo sconforto  , ma mentre  Anna confidando nel Signore sperava di risovere il problema della sua sterilità con la sola preghiera verso Dio , Gioacchino , ufficialmente  pubblicamente umiliato   venne almeno inizialmente preso  dalla vergogna e molto spaventato dalla colpa di cui lo si accusava.

La gente  malignava su questa coppia sterile,  e molti consigliavano a Gioacchino di aver prole con la schiava…ma egli, santo, rifiutava per amore della moglie.

L’anziano ricco pastore, per l’amore che portava alla sua sposa, non voleva trovarsi un’altra donna per avere un figlio; pertanto addolorato dalle parole del gran sacerdote si recò nell’archivio delle dodici tribù di Israele per verificare se quel che diceva Ruben fosse vero e una volta constatato che tutti gli uomini pii ed osservanti avevano avuto figli, sconvolto non ebbe il coraggio di tornare a casa e un po per la vergogna ed un po per il dolore si ritirò in una sua terra di montagna tra i pastori  e per quaranta giorni e quaranta notti supplicò l’aiuto di Dio fra lacrime, suppliche, preghiere e digiuni.

Anna, invece  tornata a Nazareth, pregava incessantemente Dio di soccorrerla in tale momento. Anche lei  soffriva per questa sterilità, e a ciò si aggiunse la sofferenza per questa ‘fuga’ del marito; quindi si mise in intensa preghiera chiedendo a Dio di esaudire la loro implorazione di avere un figlio. Durante la preghiera le apparve un angelo che le annunciò: ” Anna , il signore ha ascoltato la tua preghiera e tu concepirai e partorirai e partorirai e si parlerà della tua prole in tutto il mondo ” .La stessa lieta notizie venne cominicato dall’Angelo anche a Gioacchino. Ad egli un giorno, mentre lavorava nei campi,  l’angelo Gabriele  gli disse che un grembo sterile avrebbe dato alla luce in modo miracoloso, la più dolce e la più santa delle creature mai esistita.

Su indicazioni dello stesso angelo  i due si incontrarono quindi presso la Porta Aurea di Gerusalemme, dove , grazie a un unico bacio,  concepirono  la loro creatura.

CURIOSITA’: Nel passare degli anni, questa porta di casa fu chiamata la Porta Dorata di Gerusalemme, e divenne il simbolo “ianua coeli”, cioè, la porta del paradiso, porta che sarà riaperta al genere umano grazie all’Immacolata Concezione della Vergine Maria. Diventerà infatti un elemento iconografico frequente per rappresentare i due nonni di Gesù.

Passarono nove mesi ed ecco che la piccola nacque tra le mura di una piccola casa di Nazareth. quaranta giorni dopo la nascita le fu imposto il nome di  Myriam, che vuol dire “amata da Dio”.

I pii genitori, grati a Dio del dono ricevuto, crebbero con amore la piccola Maria, che a tre anni fu condotta al Tempio di Gerusalemme, per essere consacrata al servizio del tempio stesso, secondo la promessa fatta da entrambi, quando implorarono la grazia di un figlio. Dopo i tre anni Gioacchino non compare più nei testi, mentre invece Anna viene ancora menzionata in altri vangeli apocrifi successivi, che dicono visse fino all’età di ottanta anni, inoltre si dice che Anna rimasta vedova si sposò altre due volte, avendo stranamente anche due figli la cui progenie è considerata, soprattutto nei paesi di lingua tedesca, come la “Santa Parentela” di Gesù.

Santi Gioacchino ed Anna con la Vergine Maria, icona bizantina

Quando la bambina ebbe compiuto 3 anni fu offerta al tempio  per essere istruita secondo la legge di Mosè. dove rimase per gran tempo. Sant’Anna e San Gioacchino spesso vi si recavano a trovarla. Si dice che all’interno del tempio sotto l’attenta guida della profetessa Anna (che ritroveremo nella presentazione al tempio di Gesù), Maria tesse il grande velo che poi si squarcerà, come il cuore di Maria, quando Gesù muore sulla croce. A quattordici anni Maria fu condotta in sposa a San Giuseppe e i genitori ovviamente erano presenti.

N.B. Sant’Anna e San Gioacchino morirono molto anziani e secondo la tradizione l’una morì di Martedì l’altro di Domenica alla presenza di Gesù, Maria e Giuseppe.

La  bambina, che avrebbe cambiato per sempre la storia del mondo, sarà quindi la  futura madre di Gesù Cristo.e come  tutte le mamme fu lei poi  a insegnare alla piccola Maria a fare le faccende domestiche, a pulire la casa, a tessere e a cucire. Per questa ragione è ancora oggi invocata come protettrice dei sarti, dei tessitori e dei venditori di biancheria. Ma è soprattutto il suo essere rimasta incinta in età avanzata ad averle meritato nei secoli il ruolo di patrona dei  parti impossibili e protettrice delle donne partorienti,  e contro la sterilità coniugale. Le partorienti a lei si rivolgono per ottenere da Dio tre grandi favori: un parto felice, un figlio sano e latte sufficiente per poterlo allevare. Essa è comunque protettrice anche delle vedove e delle madri di famiglia.

Inoltre, poiché portò Maria Vergine in grembo, come uno scrigno che contenesse un gioiello prezioso, è patrona degli  orefici , degli ebanisti, dei falegnami ,dei  carpentieri, dei tornitori  e dei minatori.

Nell’alto Medioevo Anna e la figlia Maria venivano spesso rappresentate insieme, Maria seduta con Gesù Bambino in braccio e la madre Anna alle spalle, a simboleggiare la gerarchia della famiglia divina .

Ma se adesso abbiamo capito chi erano i nonni materni di Gesù ….. vi siete mai chiesti che erano invece i nonni paterni di Gesù’?Cioè i gentori di San Giuseppe ?

Secondo lo  storico del II secolo Giulio Africano, originario di Israele, che ci ha lasciato alcune  informazioni riguardo  la famiglia di Cristo ai suoi tempi, il nonno di Giuseppe , un certo Mattan sposò una donna di nome Esta, che gli diede un figlio di nome Giacobbe. Dopo la morte di Mattan, Esta sposò il parente di lui Melchi , e gli diede un figlio di nome Eli (all’epoca i matrimoni tra parenti erano comuni tra gli ebrei). Giacobbe ed Eli erano quindi fratellastri. Eli morì senza figli, e quindi Giacobbe sposò la sua vedova ed ebbe come figli Giuseppe, che era biologicamente figlio di Giacobbe ma legalmente figlio di Eli .

L’adozione era comune nella cultura ebraica, e influiva direttamente sulla linea genealogica. Se una persona poteva essere nata in uno specifico lignaggio, se in seguito veniva adottata assumeva anche quello nuovo. Oltre a questo, spiega Akin, “l’adozione poteva aver luogo anche in modo postumo”. Ciò voleva dire che “se un uomo moriva senza figli, era dovere di suo fratello sposare la vedova e avere un figlio per conto del fratello. Questo figlio sarebbe poi stato ‘adottato’ in modo postumo dal defunto e ritenuto suo figlio nella genealogia familiare”.

È quindi ampiamente diffusa la convinzione per la quale Giacobbe sia stato il padre “principale” di Giuseppe e colui che lo ha allevato per diventare un “uomo giusto”. Quanto alla madre di Giuseppe, non esistono prove al riguardo, anche nelle tradizioni più remote. Una veggente del XVIII secolo, Madre Cecilia Baij, afferma che si trattasse di “Rachele” anche se le le visioni di Madre Cecilia Baij sono tutt’oggi considerate “rivelazioni private” e non sono autenticate dalla Chiesa cattolica.

Chiunque fossero i genitori di Giuseppe, hanno allevato un figlio virtuoso che sarebbe stato fondamentale nella storia della salvezza e un degno padre putativo di Gesù.

Il culto di Gioacchino e di Anna si diffuse prima in Oriente e poi in Occidente   (anche a seguito delle numerose reliquie portate dalle Crociate); la prima manifestazione del culto in Oriente, risale al tempo di Giustiniano, che fece costruire nel 550 circa a Costantinopoli una chiesa in onore di s. Anna. L’affermazione del culto in Occidente fu graduale e più tarda nel tempo, ed il suo culto cominciò a manifestarsi solo verso il X secolo a Napoli e poi man mano estendendosi in altre località, fino a raggiungere la massima diffusione nel XV secolo, al punto che papa Gregorio XIII  decise nel 1584 di inserire la celebrazione di s. Anna nel Messale Romano.

Curiosita’ : Gioacchino fu lasciato discretamente in disparte per lunghi secoli e poi inserito nelle celebrazioni in data diversa; Solo dal 1913  viene anch’esso celebrato insieme alla consorte Anna il il 26 luglio.

Il culto dei genitori della Vergine Maria fu tardivo in Occidente, con inizio timido intorno al 900-1000, mentre nell’Oriente cristiano già nel VI secolo si avevano manifestazioni liturgiche rilevanti, specialmente in collegamento con le feste mariane quali la Concezione e la Natività.

Joseph Paelicnk, Sacra Famiglia con i Santi Gioacchino ed Anna

Il nome di Anna, che in ebraico significa “grazia”, viene celebrato il  26 luglio, e viene molto invocata come accennato prima  contro la sterilità coniugale e nei parti difficili, è protettrice delle nonne, delle madri e delle partorienti, in quanto madre di Maria e nonna di Gesù (non a caso negli ospedali molti reparti di ostetricia e ginecologia sono dedicati a lei).

Anna è un nome femminile   estremamente tradizionale e molto diffuso in tutte le regioni italiane. Oltre al nome puro si contano tantissime variante composte, come Annachiara, Annabella, Annalaura, Annamaria, Annarita, Marianna etc…

Chi possiede questo nome è in genere una persona con un forte senso di giustizia e ordine, è una madre perfetta, premurosa, dolce e protettiva. Difficilmente spicca in mezzo agli altri , ma se la si conosce non si può non ammirarla. Essa  ha bisogno di sentirsi al  sicuro nell’ambiente familiare  e necessita di sostegno e vicinanza da parte dei suoi cari per riuscire ad affrontare con successo tutte le difficoltà che si trova davanti. E’ sensibile  e perfezionista, e rischia di perdere facilmente la fiducia in sé stessa e ha bisogno di essere costantemente rassicurata. Per queste sue caratteristiche non assume quasi mai rischi inutili  e si affida prevalentemente  a ragione ed intuito per valutare la fattibilità reale di una sfida prima di intraprenderla. Ha la tendenza ad essere sospettosa  e si sente al sicuro solo con le persone che ama e dalle quali si  sente amata, per questo, anche se apprezza fare nuove amicizie, risulta essere rigida e antipatica con chi non le ispira fiducia.Dona, quindi, tutta se stessa in ciò che fa e non si lascia influenzare, si ferma solo quando conquista un obiettivo affrontando con tenacia tutti gli ostacoli.

Il suo spirito perfezionista e pignolo   la spinge ad imparare con attenzione dai suoi errori e a fare di tutto per eccellere: per lei non è sufficiente completare un lavoro o raggiungere un obiettivo, ma è necessario ottenere i risultati migliori possibili.

Ama trascorrere del tempo con la sua famiglia e non ama allontanarsi dai suoi cari, per lei la vera felicità risiede nel nucleo familiare più stretto.Riguardo una possibile futura professione ella apprezza molto impegnarsi nell’azienda di famiglia o sarà tentata da professioni nel campo artistico, ma anche in cucina, nel settore dell’alimentazione oppure nei campi che necessitano di grande precisione come le professioni tecniche e mediche.

Una delle feste più importanti dedicate a Sant’Anna è quella che si svolge ogni anno , la sera del 26 luglio ,da decenni nell’isola di Ischia . Essa è niente altro che il perpetuarsi di un antico rito devozionale nato tanti anni fa dalla consuetudine dei pescatori di Ischia Ponte di recarsi, via mare, in processione presso una piccola cappella votiva poco distante dalla Torre Guevara a Carta romana con lo scopo di  chiedere a Sant’Anna, in una  chiesetta  a lei intitolata, protezione per le partorienti, e più in generale per le famiglie.

In quell’occasione le varie imbarcazioni venivano addobbate a festa  e sulla via del ritorno si consumava a bordo un pasto frugale, quasi sempre il “mitico” coniglio all’ischitana., anzichè qualche pietanza della tradizione marinara. Una  consuetudine ancora stranamente  in voga ed oggi presente più che mai ,tra quanti il 26 luglio raggiungono Ischia Ponte con la propria imbarcazione per assistere alla competizione a mare.

La festa infatti si è lentamente trasformata nel corso degli anni in una competizione a cui nessun napoletano vuole rinunciare ( sopratutto se dotato di una barca )  che vede le barche dei sei comuni dell’isola e quello di Procida sfidarsi in una sana competizione nella migliore rappresentazione di figure sceniche .Ogni comune per questa l’occasione allestisce ciascuno la propria imbarcazione che poi sfilerà nello specchio di mare compreso tra il Castello Aragonese e, appunto, gli scogli di Sant’Anna. Alla giuria designata dal comitato organizzatore dell’evento il compito di scegliere la barca vincitrice del palio e di assegnare alle altre i premi speciali previsti per l’occasione.

La festa partendo dal presupposto che secondo una  una tradizione del secolo scorso,  Il 26 di Luglio, d’ogni anno, le donne gravide andavano in processione a venerare l’effige della Madre della Madonna che si trovava in una cappella nella baia di Cartaromana,  accompagnate da un corteo composto dalle barche dei pescatori, che per l’occasione addobbavano lo scafo con frasche e ghirlande di fiori, si è trasformata in una fastosa processione a mare con carri allegorici acquatici montati su zattere con forme ed ornamenti sorprendenti. Si tratta di una manifestazione che non ha eguali al mondo, perché si avvale di uno scenario che da solo varrebbe la pena di vivere sempre. Il numero è esorbitante degli spettatori che si assiepano sulla scogliera e sulle barche nella splendida baia la sera del 26 luglio da ogni anno è sempre più numeroso .

In questa occasione infatti da mare , sulla propria barca ,in uno scenario bellissimo dove in uno specchio d’acqua la natura si confonde con la storia ,in una fantastica romantica notte ricca di stelle , dopo aver spesso cenato gustando il “mitico” coniglio all’ischitana., bevuto dell’ottimo vino bianco tipico dell’isola e consumato il classico  ” mellone rosso ” si può concludere la fantastica serata ammirando il simulato incendio del Castello Aragonese e gli immancabili fuochi d’Artificio che brillano nelle notte sopre le proprie teste  coinvolgendo  tutta la baia.

L’atmosfera è una di quelle che ogni essere della terra almeno una volta nella propria vite dovrebbe vivere . Le numerose “lampetelle” poste sugli scogli di Sant’Anna, sui bastioni del Castello aragonese, sui merli della Torre di Sant’Anna,  e sui balconi del Borgo, disegnano una cornice scenografica di grande suggestione. Lo spettacolo dei fuochi e l’incendio simulato del Castello aragonese recuperano la memoria del cannoneggiamento dell’antica città sullo scoglio da parte degli Inglesi sulla collina di Soronzano agli inizi dell’Ottocento. E’ questo un momento spettacolare, tradizionalmente atteso dal pubblico che si assiepa sugli scogli e sulle imbarcazioni intorno allo specchio d’acqua della baia, che trasforma l’isolotto del Castello in una macchina scenica galleggiante, la più grande e poetica delle barche allegoriche.

 

9 )  Raffaele è un nome che deriva dall’ebraico רָפָאֵל (Rafa’el), composto dai termini  rapha (“egli ha guarito”) e da El (“Dio”), e il significato può essere interpretato come “Dio ha guarito”, “Dio è il guaritore”, “medico di Dio” e via dicendo.

Nel Medioevo, grazie ad un episodio citato nell’Antico Testamento in cui si narra che l’arcangelo guarisce dalla cecità Tobia il Vecchio. esso  divenne un nome molto comune.

Questo nome, al maschile è abbastanza diffuso in tutta la penisola specialmente in Campania.  La variante Raffaello è molto popolare invece in toscana, metre suo corrispettivo femminile Raffaella, sopratutto durante gli anni ’70 ha superato, in popolarità, il nome originale Raffaela .

Raffaele  si festeggia il 29 settembre in onore dell’arcangelo  Raffaele che come vi abbiamo accennato guarì dalla cecità Tobia e guidò poi  il figlio Tobia di quest’ultimo lo in un lungo viaggio alla ricerca di una sposa. Per questo motivo è il patrono sia dei medici e degli oculisti che degli emigranti e dei farmacisti. Considerato protettore delle acque termali, lo si invoca anche per guarire dall’epilessia.

Nella nostra città in onore dell’Arcangelo esiste una famosa chiesa che si trova nel quartiere di Materdei ed e’ soprannominata la chiesa della fecondita’ .Essa costruita nel 1759, si presenta in stile barocco con un ricco apparato decorativo di metà Settecento e con due affreschi raffiguranti il racconto biblico di Tobia e Sara e di San Raffaele e cosa strana  è testimone da secoli di un rito popolare legato alla storia di Tobia e San Raffaele che ruota intorno ad  una statua di San Raffaele deposta nel suo interno ,con un grosso pesce deposto ai suoi piedi .

Nel libro di Tobia si racconta dell’avventura di quest’uomo che dà il nome al libro, in cui durante la sua sosta presso il fiume Tigri mentre pescava viene assalito da un grosso pesce. Impaurito, l’uomo viene preso dal panico e cerca di fuggire, ma ecco apparire l’Arcangelo Raffaele che sprona Tobia a non scappare e a afferrare il pesce per la testa. Così il giovane riesce a sconfiggere l’animale e vinta la lotta sempre su consiglio dell’angelo, estrae dal pesce il fiele, il cuore e il fegato. Giunto poi ad Ecbatana, sposa la sua amata Sara.
A fronte di questo episodio, San Raffaele viene spesso rappresentato mentre tiene tra le mani alcuni pesci, o mentre assiste Tobia durante la lotta col pesce .
All’epoca il mare, era visto come fonte di fertilità e il pesce usato da sempre come simbolo cristiano e a Napoli dove non si tarda ad unire il sacro (Arcangeli e Tobia) con il profano (credenza che il pesce ed il mare che lo ospita siano entrambi segni di abbondanza), subito si giunse alla conclusione che venerare l’Arcangelo Raffaele potesse portare abbondanza e fecondità, soprattutto nelle donne che purtroppo non riuscivano ad avere figli.
Si mescolarono ben presto usanze pagane che accompagnavano dei riti campani della fecondita’ con la ritualita’ popolana cristiana e un bacio al pesce che la statua di San Raffaele, ospitata nella omonima chiesa del rione Materdei a Napoli divenne un rito che evocava futura fertilita’ .
Divenne tradizione ( tramandata nel tempo ) ed usanza che le donne sterili e le fanciulle da marito si recassero a baciare il pesce del santo deposto ai piedi della statua .
La frase “Va’ a vasà ‘o pesce ‘e San Rafèle” (“va’ a baciare il pesce di San Raffaele”) divenne ben presto una frase che tra il serio e il faceto, si rivolgeva alle giovani e belle ragazze in senso augurale .
Era questa la frase rituale che per lungo tempo e sino a qualche decennio fa, specialmente nel giorno di San Raffaele ( 24 ottobre ) genitori, parenti ed amici rivolgevano alla belle ragazze in cerca di marito oppure con voglia di gravidanza.
Ancora una volta troviamo cosi nella nostra stupenda citta’ un immagine popolare ed una usanza che unisce il sacro e il profano in cui si mescolano i l mare visto come donatore di fecondità e il pesce come antichissimo simbolo cristiano che rendevano accettabile il rito, nonostante vi fosse riconoscibile un esplicito benevolo esagerato riferimento sessuale (visto che a Napoli il fallo viene definito, tra gli altri, ’”‘o pesce“).
Di tale usanza ne parla anche Roberto De Simone dove nel ” nel canto delle lavandaie ” da la gatta Cenerentola e nel brano “Italiella “recita: “A mugliera ‘e Manuele vasa o’ pesce ‘a San Rafele”, riferendosi alla storia della moglie di Vittorio Emanuele che non riusciva a dare un erede al trono.
Sembra che il passaggio della regina dalle parti di Materdei (con relativo bacio) sia stato miracoloso ed abbia risolto la questione…..così anch’ella si rivolse al Santo riuscendo a partorire il futuro sovrano.
Ancora oggi la chiesa e ‘ meta di pellegrinaggio da parte dei devoti napoletani.
Nel giorno in cui si festeggia San Raffaele , il 24 ottobre nella chiesetta di Materdei, la statua di San Raffaele viene esposta per far si che non solo le donne in cerca di marito ma anche quelle in cerca di fertilità possano baciare il pesce chiedendo l’intercessione al Patrono . La frase in questione, quindi, (va’ a vasà ‘o pesce ‘e San Rafèle ossia vai a baciare il pesce di San Raffaele) puo’ essere un suggerimento prezioso prima di intraprendere pratiche di fecondazione artificiale.

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Chi porta il nome Raffaele  è in genere una persona allegra e solare, che sa quello che vuole e sa come ottenerlo. Si basa molto sulle proprie idee e non si lascia influenzare. La sua peculiarità è la generosità di cui  ne fa largo uso con parenti e amici.

 

10 ) LUIGI  è l’ottavo nome in posizione nella speciale classifica dei nomi maggiormente scelti nella nostra città con cui battezzare i propri figli. Di origine Franco- tedesca, proviene dal francese Louis che a sua volta derivava da Hlodowig, un nome di origine germanica : composto da hluda , che significava ” famoso “, e da wigaz, cobattente , Luigi è il combattente famoso. Nel tempo il nome Hlodowig ha originato vari nomi propri che hanno lo stesso significato di Luigi: Lodovico,Luise,Aloisio, e Clodoveo.

La diffusione del nome , sopratutto in Europa è avvenuta dal medioevo fino a settecento grazie al prestgio di numerosi re feìrancesi ed oggi in Italia continua ad essere uno dei nomi più popolari.Tradizionale e mai fuori moda. Luigi è infatti il nome perfetto da dare a un bambino per il suo significato importante e per le qualità, come la tenacia e la forza, a lui associate.

Luigi viene festeggiato il 21 giugno in onore di  San Luigi Gonzaga patrono degli scolari, degli studenti, della gioventù e di Villafaletto.

Luigi Gonzaga è uno dei santi patroni dei giovani gesuiti che spesso se ci fate caso compare nelle chiese gesuiteinsieme ad altri due santi gesuiti morti anch’essi in giovane età  (Luigi con il giglio, Giovanni con il rosario, Stanislao con le mani giunte e lo sguardo pio fisso al cielo)

Egli nacque il 9 marzo 1568 a Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova da un ramo di una delle più potenti famiglie del Rinascimento italiano. Suo padre Ferrante era marchese di Castiglione; sua madre era dama di compagnia della moglie di Filippo II di Spagna, nella cui corte il marchese Gonzaga aveva una posizione eminente.

Luigi era il maschio primogenito e in lui erano concentrate le speranze del padre per il futuro della famiglia. Fin dall’età di quattro anni Luigi riceveva in dono armi giocattolo e accompagnava suo padre nelle esercitazioni militari, così che potesse imparare “l’arte delle armi”, come scrive Joseph Tylenda SJ nel suo libro Jesuit Saints and Martyrs (Santi e martiri gesuiti). In queste occasioni imparò anche diverse parole salaci dai soldati, con grande costernazione della sua nobile famiglia. Ferrante era così ansioso di preparare il figlio al mondo degli intrighi politici e delle imprese militari che gli procurò un’armatura della sua taglia di bambino e lo teneva accanto a lui mentre passava in rivista le truppe. All’età di sette anni, tuttavia, Luigi aveva altre idee e decise di essere poco interessato al mondo di suo padre e attratto da un tipo di vita molto diverso.

Ferrante era tuttavia conscio delle potenzialità del figlio ed era entusiasta al pensiero di renderlo erede del marchesato. Nel 1577 mandò Luigi e suo fratello Rodolfo alla corte di un amico di famiglia, il granduca di Toscana Francesco de’ Medici, dove i due giovani avrebbero dovuto acquisire la maniere necessarie per ben figurare nella corte. Luigi però, lungi dal rimanere affascinato dagli intrighi e dalle pugnalate alle spalle (letterali e non figurate) che caratterizzavano il mondo decadente dei Medici, si ritirò in se stesso e si rifiutò di partecipare a quello che considerava un ambiente corrotto. A dieci anni, disgustato da ciò che vedeva, fece voto privato di non mai offendere Dio con il peccato.

Fu in quel periodo che Luigi iniziò seriamente le pratiche religiose, spesso molto severe, che lasciarono perplessi i suoi  contemporanei, i quali le giudicavano segno di un animo abnormemente morboso, soprattutto visto che era ancora un bambino. È soprattutto per questa ragione che la sua vita oggi scandalizza anche molti devoti cattolici. Digiunava a pane e acqua tre volte la settimana. Si alzava a mezzanotte per pregare sul pavimento di pietra della sua stanza, in cui non voleva fosse acceso nessun fuoco, nemmeno nelle notti più fredde. È noto come fosse molto preoccupato di mantenere la sua castità e di salvaguardare la sua modestia. Butler, nelle sue Lives of the Saints (Vite dei santi), scrive come Luigi, fin dall’età di nove anni, “custodì i suoi occhi”, come scrivono gli autori spirituali: “Sappiamo, per esempio, che teneva gli occhi costantemente a terra in presenza delle donne e che non permetteva né al suo valletto né a chiunque altro di vedere i suoi piedi nudi”.

Queste pratiche, molto ammirate dalle passate generazioni, sono proprio ciò che allontanano da Luigi molti credenti contemporanei e che appaiono manifestazioni di una pietà quasi disumana.

Considerando questi aspetti della sua vita, dobbiamo però ricordare tre cose. Primo, la pietà cattolica prevalente a quel tempo, la quale raccomandava fortemente tali pratiche e che esercitò ovviamente una forte influenza su Luigi; il giovane aristocratico era, come tutti noi, un uomo del suo tempo. Secondo, quando faceva tutto questo, era ancora giovanissimo, e come molti giovanissimi di oggi, era trasportato da un entusiasmo adolescenziale più che da considerazioni da persona matura. Il terzo aspetto, forse il più importante, è che Luigi, in mancanza di modelli religiosi, in un certo senso fu costretto a creare la sua spiritualità personale (non aveva nessun adulto che gli dicesse “Basta così, Luigi”). Nella sua fuga disperata dal mondo corrotto e licenzioso in cui si trovò a vivere, il caparbio Luigi, a cui mancava una guida adulta, andò troppo in là nel suo tentativo di essere santo.

Negli anni seguenti, tuttavia, riconobbe i suoi eccessi. Quando entrò nella Società di Gesù disse questo di sé: “Sono un pezzo di ferro contorto, e sono entrato nella vita religiosa per essere raddrizzato” (questa famosa frase, secondo lo studioso gesuita John Padberg, poteva anche riferirsi al carattere contorto della famiglia Gonzaga).

Nel 1579, dopo due anni passati a Firenze, il marchese mandò i suoi due figli a Mantova, presso dei parenti; a dispetto dei piani di Ferrante, la casa di uno di essi vantava una bella cappella privata e Luigi prese a passarvi molto tempo, leggendo le vite dei santi e meditando sui Salmi. Fu lì che al figlio del marchese venne in mente l’ipotesi del sacerdozio. Anche dopo il ritorno a Castiglione Luigi continuò le sue letture e le sue meditazioni, e quando il cardinale Carlo Borromeo visitò la famiglia fu fortemente impressionato dalla serietà e dalla cultura del dodicenne. Il cardinale scoprì che Luigi non aveva ancora fatto la prima comunione e così lo preparò a riceverla (in questo modo, un futuro santo ricevette la prima comunione da un altro futuro santo).

Nel 1581 Ferrante, che ancora intendeva fare di Luigi il suo erede, decise che la famiglia sarebbe andata in Spagna con Maria d’Austria. Maria era la vedova dell’imperatore Massimiliano II d’Asburgo e Ferrante vide nel suo ritorno in Spagna un’eccellente opportunità per il figlio. Luigi divenne un paggio al seguito dell’erede al trono spagnolo, il duca delle Asturie, e fu fatto cavaliere dell’Ordine di San Giacomo di Compostela.

Ma tutti questi onori non fecero che rafforzare la sua determinazione a non vivere una tale vita. A Madrid ebbe un confessore gesuita e decise di diventare anch’egli un gesuita, ma il suo confessore lo avvertì che, prima di entrare nel noviziato, avrebbe dovuto chiedere il permesso di suo padre.

Quando Luigi parlò con suo padre, Ferrante ebbe un accesso d’ira e minacciò di frustarlo. Ne seguì uno scontro tra il fiero e intransigente marchese di Castiglione e l’egualmente determinato sedicenne. Sperando di fargli cambiare idea, riportò il figlio in Italia e lo mandò, assieme al fratello, per diciotto mesi in giro per le corti d’Italia; ma quando tornò a Castiglione, Luigi non aveva cambiato idea.

Di fronte alla perseveranza del figlio, Ferrante diede finalmente il suo permesso. Nel novembre 1585 Luigi, all’età di diciassette anni, rinunciò alla sua eredità in favore del fratello Rodolfo, che era un tipico Gonzaga con tutti i difetti di quella famiglia. Lasciatosi alle spalle la sua vecchia vita, partì per Roma.

Mentre andava verso il suo noviziato, Luigi portava con sé una lettera di suo padre al superiore generale dei gesuiti, che conteneva questa frase: “Voglio dire semplicemente che sto consegnando nelle mani di Sua Eccellenza Reverendissima la cosa più preziosa che possegga al mondo”.

Al Metropolitan Museum of Art di New York]è esposto un colossale dipinto del Guercino che mostra allegoricamente il momento della decisione di Luigi. Grazie ai ritratti contemporanei conosciamo abbastanza bene il suo volto e il Guercino lo ritrae con il lungo naso e il volto magro dei Gonzaga. Sotto un arco marmoreo e un gruppo di cherubini e serafini che suonano e cantano vediamo Luigi, con una talare gesuita nera e una cotta bianca; osserva assorto un angelo davanti a un altare, che indica un crocefisso. Lontano sullo sfondo, sotto un bel cielo italiano, sta il castello di suo padre. Ai piedi di Luigi un giglio, simbolo della castità. Dietro di lui, per terra, la corona del marchesato, che il giovane ha ceduto. Sopra di lui scende un cherubino che pone sulla testa di Luigi un altro tipo di corona, quella della santità.

La sua determinazione a entrare nella vita religiosa nonostante la fiera opposizione di suo padre mi riempiva di ammirazione durante il mio noviziato gesuita. Quando annunciai ai miei genitori la mia intenzione di abbandonare il mondo del business per entrare nel noviziato, anche loro non furono contenti, almeno all’inizio, e speravano che non sarei entrato nei gesuiti (ma non minacciarono di frustarmi). Dopo alcuni anni giunsero ad accettare la mia decisione e a sostenere con gioia la mia vocazione; ma nei primi tempi, quando io ero determinato e lo erano anche loro [in senso contrario], Luigi fu il mio patrono.

Nella sua instancabile ricerca di Dio, e soprattutto nella sua volontà di disfarsi delle ricchezze materiali, Luigi è l’emblema perfetto di una meditazione fondamentale degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio, quella dei “Due vessilli”. In questa meditazione bisogna immaginare che ci chiedano di combattere sotto il vessillo di uno dei due capi, Cristo Re o Satana. Se uno sceglie di servire Cristo, deve necessariamente imitare la vita di Gesù e scegliere “la povertà opposta alla ricchezza […] gli insulti e il disprezzo opposti agli onori di questo mondo […] l’umiltà opposta all’orgoglio”. Pochi hanno impersonato tutto questo come Luigi; per me è stato un grande eroe.

Date le severissime pratiche adottate in precedenza, il noviziato gesuita fu sorprendentemente facile per lui. Scrive padre Tylenda: “La vita da novizio si rivelò meno esigente di quella che si era imposta da se stesso a casa” (anche la mancanza dei continui litigi con il padre deve avergli donato un certo sollievo). Fortunatamente i suoi superiori gli prescrissero di mangiare con più regolarità, di pregare meno, di fare attività più rilassanti, e in generale di ridurre le sue penitenze. Luigi accettò queste limitazioni. Richard Hermes SJ, in un saggio intitolato On Understanding the Saints (Capire i santi), ha scritto che, come fu la ferrea volontà di adempiere alla volontà di Dio che lo portò alle sue penitenze estreme, “fu una egualmente ferrea obbedienza che lo portò a moderarle una volta nella Compagnia”.

“C’è poco da dire sulla vita di san Luigi nei successivi due anni, salvo che si dimostrò un novizio ideale” scrive Butler nelle Lives of the Saints. Nel 1587 pronunciò i voti di povertà, castità e obbedienza; l’anno seguente ricevette gli ordini minori e cominciò i suoi studi di teologia.

All’inizio del 1591 scoppiò un’epidemia di peste a Roma. Dopo aver raccolto elemosine per le vittime, Luigi cominciò a lavorare con i malati, a togliere dalle strade chi stava morendo e a portarli nell’ospedale fondato dai gesuiti; lì lavava e dava da mangiare ai malati e li preparava meglio che poteva a ricevere i sacramenti. Ma, sebbene si mettesse anima e corpo in questo compito, in privato confessava al suo direttore spirituale, Roberto Bellarmino, che gli rivoltava la vista e l’odore dei malati e che gli era estremamente penoso vincere quel disgusto fisico.

In quel periodo molti dei gesuiti più giovani erano già stati infettati, così i suoi superiori gli proibirono di tornare all’ospedale: Luigi, abituato per molto tempo ai rifiuti del padre, insistette e chiese il permesso di tornare, che gli fu concesso. Gli diedero il permesso di occuparsi dai malati, ma solo nell’ospedale chiamato Nostra Signora della Consolazione, dove non era ammesso chi aveva una malattia contagiosa. Un giorno, Luigi sollevò un malato dal suo lettuccio, lo medicò, poi lo rimise steso. Quell’uomo era appestato: Luigi si ammalò e si mise a letto il 3 marzo 1591.

Per un po’ si riprese, poi la febbre e la tosse ricominciarono e andarono avanti per settimane. Mentre pregava, ebbe il presentimento che sarebbe morto nel giorno del Corpus Domini, e quando quel giorno arrivò, agli amici che erano con lui apparve migliorato rispetto ai giorni precedenti. La sera arrivarono due sacerdoti a dargli la comunione. Così racconta padre Tylenda: “Quando due gesuiti gli vennero accanto, notarono che il suo volto era mutato e compresero che il loro giovane Luigi stava per morire. I suoi occhi erano fissi sul crocefisso che teneva in mano; morì mentre tentava di pronunciare il nome di Gesù”. Come Giovanna d’Arco e i martiri dell’Uganda, Luigi Gonzaga morì con il nome di Gesù sulle labbra. Aveva 23 anni.

La sua peculiare santità era stata riconosciuta già lui vivente, soprattutto dai suoi confratelli gesuiti. Dopo la sua morte, quando il cardinale Roberto Bellarmino guidava i giovani studenti gesuiti negli esercizi spirituali a Roma, diceva di un particolare tipo di meditazione “Questo l’ho imparato da Luigi”. Fu beatificato solo quattordici anni dopo la sua morte, nel 1605, e proclamato santo nel 1726.

Chi porta il nome Luigi è in genere una persona geniale , intelligente ma un pò sbadata e sempre con la testa fra le nuvole .È, inoltre, una persona capace di sedurre e sembra che sia anche molto piacevole alla vista, aggraziata,  ammaliante e  dotato di un grande cuore, che lo rende molto amato da tutti.  Per quanto molto capace, alterna soventemente periodi di grande attività ad altri di totale inerzia. La sua intuizione e la sua intelligenza lo aiutano comunque sempre ad uscire fuori dalle situazioni in cui potrebbe essere smascherata la sua natura pigra e indolente. Ha in genere  un alto senso della morale ed è mosso da pricipi e valori importanti .Tra le qualità delle persone che si chiamano Luigi figura anche il senso di giustizia . Luigi è una persona protettiva che cerca di aiutare gli altri e abbraccia con passione le cause importanti in cui crede. Chi porta questo nome  apprezza i complimenti e cerca il riconoscimento sociale, è tenace e pronto a impegnarsi a fondo per raggiungere gli obiettivi che si prefigge. Luig è anche una persona riflessiva, pragmatica, equilibrata e a volte silenziosa. Il significato di Luigi  è associato a chi cerca la conoscenza, ama la lettura, la ricerca e punta a una formazione continua. In base alla caratteristiche del nome,  le persone che si chiamano Luigi possono puntare su professioni legate alla giustizia, alla medicina ma anche al viaggio e all’arte

Nella nostra città il nome Luigi ha molte varianti : Gigetto, Gigi, Gigino, Gino e Luigino.

11 ) SALVATORE  è uno dei più antichi nomi di origine cristiana esistenti. Esso deriva dal latino salvator ,indicante ” colui che salva “, ovvero la figura di Gesù Cristo. Yĕhošūa’ era infatti  in ebraico il nome di Gesù che in forma ridotta si diceva Yeshua che letteralmente significava ” Dio e salvezza ” quindi  ” Dio salva “. In  tal senso, nei primi periodi di diffusione del cristianesimo, Salvatore  veniva usato come traduzione del nome di Gesù. Il significato di questo nome è  quindi, “salvatore” e per estensione “salvatore dell’uomo” oppure “colui che salva”.

I greci lo tradussero in Soter che,curiosamente era l’appellativo di un loro Dio molto venerato e considerato il patrono della medicina ,Ascelepio ( Esculapio )  .Durante l’impero romano i cristiani di lingua latina lo tradussero in Salvador , dal verbo salvare.

Esculapio è un semidio della mitologia greca , figlio di Apollo e di  Coronide  che pare avesse ereditato dal padre il dono dell’uso della medicina ( alcuni diversi racconti sostengono invece che ad averlo  istruito nella medicina fosse stato il centauro Chirone )  . Egli divenne quindi il Dio   della medicina, delle guarigioni e dei serpenti  e al pari di suo padre, ed era una divinità molto adorata dal popolo, in quanto benevola con gl’infermi.

CURIOSITA’: Molti riferimenti ad Esculapio  sono stati ritrovati anche in ambito “occulto”: la sua capacità di riportare in vita i morti lo rendeva difatti anche il dio invocato dai negromanti.

Il suo culto aveva il suo centro a Epidauro  , ma era onorato anche a  Pergamo.

Secondo la mitologia greca Apollo si innamorò della bella pricipessa  Coronide  ( figlia di Flegia, mitico re dei Lapiti ) mentre lei  faceva il bagno in un lago.  I due , dopo essersi innamorati consumarono la loro passione, fino a quando Apollo dovette poi assentarsi per un periodo di tempo durante il quale affidò al suo fedele servitore  corvo, (all’epoca caratterizzato da un bellissimo piumaggio bianco) , il delicato compito di sorvegliare la fanciulla .Durante l’assenza del dio, Coronide conobbe il giovane Ischi con cui tradì Apollo; il tradimento, però, fu scoperto dal corvo che decise di avvertire immediatamente il suo padrone.

Il corvo, quando li vide assieme, volò da Apollo per riferire non solo del tradimento di  Coronide ma che la stessa era incinta.

Apollo infuriato decise innanzitutto di punire il corvo perchè colpevole di non aver allontanato Ischi da Coronide trasformando  il colore delle sue piume da bianche a nere e poi colto da ira e preso dalla collera, uccise Ischi  trafiggendolo con una freccia.In seguito deluso ed amareggiato, sfogandosi , commise l’errore di  lagnarsi   con la sorella Artemide che subito dopo offesa del torto ricevuto , decise di vendicare il fratello disonorato scagliando contro Coronide un intero turcasso di frecce sotto gli occhi di Apollo .  La donna prima di morire  rivelò ad Apollo di essere incinta di suo figlio, e che, per colpa del suo gesto di collera, sarebbe morto insieme a lei. Apollo a quel punto fu preso da tardivi rimorsi, ma ormai non c’era più nulla da fare.Il cadavere di Coronide giaceva inerme innanzi a lui e già  la sua ombra era scesa al Tartaro,. Affranto e disperato si limitava a guardare il corpo di Coronide  steso sulla pira dove già si versavano gli ultimi profumi, quando  improvvisamente ritrovò la prontezza di spirito e chiamò in aiuto il fratello Ermete, salvare il piccolo che Coronide aveva in grembo , il quale alla luce delle fiamme che lambivano la pira, liberò dal seno della pricipessa , un bimbo ancora in vita. Apollo lo chiamò Asclepio e lo affidò al centauro Chirone perché lo allevasse.

Curiosità : Secondo un’altra versione , solo in un secondo momento Apollo punì il corvo ed esttamente quando morì Coronide .Egli in questo caso decise di punirlo solo perchè   reo di aver fatto la spia e di aver quindi determinato la morte di Coronide, e trasformò il colore delle sue piume da bianche a nere. Con questa diversa versione  si spiegherebbero, oltre all’origine del colore del piumaggio, anche le caratteristiche di esagerata loquacità e di portatore di cattivi presagi tradizionalmente attribuite al corvo.

Esculapio poichè come vi abbiamo detto aveva il potere di guarire qualsiasi malattia , guarire ogni tipo di ferita e persino addirittura di fare risorgere i morti, ben presto fece arrabbiare Ade e di conseguenza  Zeus in persona ,  poiché l’afflusso dei morti dell’oltretomba diminuiva. Accadde così che Zueus isigato dal fratello Ade,  decise di fulminarlo perché temeva che il particolare potere che Asclepio condivideva con gli uomini avrebbe potuto minacciare la fede negli dei, annullando di fatto la sostanziale differenza fra divinità e uomini, ovvero l’immortalità. Apollo, però, si sentì oltraggiato per il trattamento severo riservato a suo figlio e si vendicò uccidendo i tre  Ciclopi che forgiavano le folgori di Zeus.  Per placare Apollo, Zeus rese Asclepio immortale facendolo diventare un “dio minore” (date le circostanze non era certo possibile riportarlo in vita), tramutandolo nella costellazione di Ofiuco.

Salvatore viene festeggiato il 18 marzo in ricordo di  San Salvatore da Horta. Anche se in in Calabria viene riferito a  Gesù Salvatore  e viene festeggiato il 6 agosto in occasione della Trasfigurazione di Gesù

San Salvatore da Horta era un  un santo che a causa del fatto che  operava  troppi miracoli, passò parecchi guai nella sua vita. Egli nacquendel dicembre 1520 a Santa Coloma de Farnés nella Catalogna (Spagna), i genitori di cui si conosce solo il cognome Grionesos, lavoravano assistendo gli ammalati del piccolo ospedale della zona e di cui in seguito ne ebbero la direzione.
Rimasto orfano giovanissimo, andò a Barcellona dove si mise a fare il calzolaio per sostenere la sorella minore Blasia. Non appena questa sorella si sposò, Salvatore poté così in piena libertà, scegliere la vita religiosa da sempre desiderata; lasciata Barcellona andò nella famosa abbazia benedettina di Montserrat per un periodo di prova, ma la sua vocazione di umiltà e povertà ebbe la sua attuazione, dopo l´incontro con i francescani, entrando il 3 maggio 1541 nel loro convento di Barcellona, dove si distinse subito per le sue virtù e pietà.   Trasferito poi nel 1542  a Tortosa dove fu impiegato in tutti i servizi più faticosi, che espletò con prontezza e diligenza,  dotato di poteri taumaturgici,incominciò ad  operare prodigi su prodigi e la sua fama di dispensatore di miracoli, che lo rendevano oltremodo popolare, suscitò l´incomprensione dei confratelli e l´ostilità dei superiori, i quali infastiditi da tanto clamore lo ritennero un indemoniato e presero a trasferirlo da un convento all´altro.


Dovunque arrivasse i prodigi proseguivano, i frati si mettevano le mani nei capelli e giocoforza si armavano di pazienza con quel confratello laico professo, che faceva perdere la loro pace. Da Tortosa, fu inviato prima a Belipuig e verso il 1559 ad Horta nella provincia di Tarragona in Catalogna, dove restò per quasi 12 anni, compiendo anche qui numerosi miracoli, .

Pur di  di nasconderlo dalla sua popolarità e nel vano tentativo di allonatanarlo dai fedeli , gli fu mutato anche il nome in fra´ Alfonso, ma alla fine fu trasferito anche da qui. Giunto a Reus lo attendevano ulteriori persecuzioni e un altro allontanamento a Barcellona, che era sede della famigerata Inquisizione spagnola e a cui Salvatore venne perfino denunziato, uscendone comunque trionfante con l´umiltà e la carità dei santi.
Infine ultima tappa del suo doloroso calvario itinerante, fu il convento di S. Maria di Gesù a Cagliari in Sardegna, giungendovi nel novembre del 1565, trovando finalmente qui un´oasi di pace, pur continuando i fatti straordinari che l´avevano accompagnato per tutto quel tempo, procurandogli dolori, sofferenze, incomprensioni; in altre parole beneficando la vita degli altri e avvelenandosi la sua.
Colpito da una violenta malattia, fra´ Salvatore da Horta, morì a Cagliari il 18 marzo 1567 fra il dolore di tutta la città, che ancora oggi ne venera le reliquie nella Chiesa di S. Rosalia; il corpo del santo è custodito in una preziosa urna di bronzo dorato, arricchita di pregiati cristalli. L´urna è sistemata visibile, sotto la mensa dell´altare maggiore al centro del presbiterio, attorniata da quattro angeli oranti in marmo bianco.

Da qui, il culto per il taumaturgo, laico professo dei Frati Minori Francescani, crebbe e si estese in tutta la Spagna e Portogallo; il 15 febbraio 1606 dietro richiesta del re Filippo II di Spagna, il papa Paolo V gli accordò il titolo di beato, confermato il 29 gennaio 1711 da papa Clemente XI.E il 17 aprile 1938, papa Pio XI lo canonizzò, stabilendo la festa liturgica per l´umile santo, perseguitato perché troppo miracoloso, al 18 marzo.

Il nome Salvatore è molto diffuso nell´Italia Meridionale e in particolare in Sicilia, anche nelle varianti Turi, Turiddu; bisogna però dire che il nome Salvatore più che al santo di cui abbiamo parlato, si riferisce almeno in Campania, a Gesù Salvatore e la cui festa della “Trasfigurazione di Gesù” è al 6 agosto.
Il santo spagnolo di Horta è molto venerato anche nel Comune di Orta di Atella, in provincia di Caserta, che per puro caso ha il nome come la città spagnola, che identifica il santo francescano.

Coloro che si chiamano Salvatore sono in genere uomini pratici e positivi. Vivono proiettati nel futuro, facendo mille progetti e sogni , Possiedono coraggio e uno sviluppato senso della giustizia che li trasforma , spesso e volentieri , in veri e propri paladini dei più deboli . Mostrano spesso di essere  persone  forti e determinate. Amano  oltremodo la famiglia e farebbero  di tutto per essa, sacrificando sia il proprio  tempo che i propri  spazi. Ad ogni modo, fanno tutto con cuore senza mai rivendicare nulla. Purtroppo, però, la loro  gelosia loi porta a volte ad essere troppo irruenti specialmente nelle loro decisioni e modi di agire.

Tra le sue infinite varaianti , nella nostra città ricordiamo quelle di Salvo,  Salvuccio,  Sasà, Rino, Tato, Tatore, Totò, e Tore

 

12 ) PASQUALE è un nome che derivando dal latino Paschasius., venne poi sostituito  nel medioevo  da Paschalis (scritto talvolta Pasqualis, volgarizzato in Paschale) che significa ” relativo alla  Pasqua,”

Esso è un nome che quindi come avete capito ha chiare origine ebraiche legate alla celebrazione della festa della Pasqua. Il nome ebraico da cui proviene è pesah, che assume il significato di “passaggio”. che come sappiamo  ricorda il passaggio degli ebrei attraverso il Mar Rosso, in fuga dall’Egitto e, in secondo luogo, il passaggio di Gesù dalla vita alla Resurrezione. Per tale motivo a partire dall’alto medioevo, il nome Pasquale si diffuse in tutta Italia, soprattutto nel nord Italia, in Francia e in Spagna , ed in genere veniva  tradizionalmente dato ai bambini nati il giorno di Pasqua, o nel periodo pasquale.Nel sud Italia , dove si diffuse più tardivamente ,contribuì certamente  alla sua diffusione la dominazione spagnola, in particolare quella catalana, e il culto per il santo aragonese San Pascual Baylon, protettore delle donne, particolarmente venerato a Napoli e nei territori del regno delle Due Sicilie.

Ma sapete perchè è il protettore delle donne ….ed anche dei cuochi e pasticcieri ?

Il fattariello è divertente … Si narra infatti che San Pasquale Baylon sia stato l’inventore dello zabaione, un ricostituente a base di uova sbattute con vino o liquore che egli era solito  consigliare  alle donne che in confessione  si lamentavano dei mariti troppo secondo loro assai deboli… nel tentativo di riaccendere il fuoco della passione .

Ma oltre che per  queste e povere spose infelici , San Pasquale è anche protettore delle donne che cercano marito…. e a tal proposito  in Campania è molto  diffusa anche una preghiera e un canto che recita:
«San Pasquale Baylonne protettore delle donne,
fammi trovare marito, bianco, rosso e colorito,
come te, tale e quale, o glorioso san Pasquale!»

Il  suo culto a Napoli  si concentrò in due grandi e celebri conventi francescani ancora oggi esistenti, S. Pasquale a Chiaia e S. Pasquale al Granatello, di Portici, anche se la storia più  colorita del frate protettore delle donne riguarda una statua che si trovava in una chiesa di Torre Annunziata che raffigurava il santo come un marinaio con tutta l’attrezzatura di pesca e con in mano un pesce che…. sembrava…

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San Pasquale  festeggia il 17 maggio perche’ è il giorno in cui nel 1592 morì San Pasquale di Baylón, ( nato nel giorno di Pentecoste ) religioso spagnolo proclamato santo nel 1690 da papa Alessandro VIII.

Chi porta questo nome è in genere un uomo legato alla tradizione . Ama la buona cucina, il buon vino, e la compagnia di amici e parenti .Non ama vivere da solo, tanto da diventare un vero patriarca , circonadato da uno stuolo di figli e nipoti

Nel corso poi del XX secolo la sua diffusione di questo nome nel nord e nel centro Italia si è drasticamente ridotta, e oggi risulta più accentrato nel sud Italia, dove tuttavia, negli ultimi anni, sta subendo un calo graduale.

 

13 ) Mario : Il nome Mario deriva dal latino Marius , che a sua volta deriva da mas, maris, che vuol dire “maschio”, “uomo”, ma secondo molti potrebbe essere anche derivato dal nome del dio Marte. Ulteriori ipotesi lo riconducono al nome del dio osco  Mavors o Mamars[ (da cui “Marte” stesso deriva ), e quindi al nome etrusco maru che generalmente  veniva  attribuito ai sacerdoti , oppure infine al  più antico nome celtico Mar il cui significato è “spaccare”.

Il nome Mario  assumerebbe  quindi secondo molti il significato di “maschio” oppure “uomo vigoroso”.

Nella sua forma femminile  di Maria ,l’ipotesi invece più accreditata, indica questo nome come avente origine egizia . Esso sembra sia basato infatti sul termine mry o mr i cui significati sono, rispettivamente, “amata” e “amore”. Questa teoria trova conferma nel fatto che, nel Vecchio Testamento, l’unica persona a portare questo nome è Miriam (sorella di Mosè) nata proprio in Egitto. Il nome guinto poi in Italia come   Miryam ,  dapprima si trasformò in  Miriam e d infine in  Maria, uno dei nomi più diffusi al mondo e che nella lingua italiana oltre a trovare derivazioni come Mariella, Mariolina, Mariuccia, Marion, Marisa,  Mariangela, Maristella, Marilena, Marilda e Marlena, ha lasciato il posto a  molti nomi composti coem Maria Pia, Maria Teresa, Maria Luisa, e Annamaria . In altre lingue, questo nome  nome diventa Myriam in ebraico, Marion in francese, Minnie oppure Molly in inglese, Marusha in russo, Marianka in slavo.

Maria viene festeggiata il 12 settembre mentre Mario viene festeggiato il 19 gennaio in onore di  San Mario , un nobile persiano,martire a Roma con la moglie Marta, i figli Audiface e Abaco., per la sola colpa avvenuta nel 270  di  venerare i sepolcri dei martiri. Egli con la moglie ed i figli si dedicò decise di dedicarsi alla sepoltura dei martiri cristiani a Roma , ma purtoppo vennero scoperti e perseguitati e nonostante tutto rimasero comunque sempre fedeli fino alla fine al signore .

Quando si parla di San Mario Martire, ricordato il 19 gennaio, si fa riferimento alla storia di una  famiglia che visse durante il periodo delle persecuzioni cristiane messe in atto da parte dai governanti romani. Le notizie su di loro derivano dalla Passio di san Valentino, del IV secolo.

In esso si parla di un certo nobile signore Marius, chiamato anche col nome di Mario che, dalla Persia, decise di recarsi Roma, assieme a tutte la sua famiglia, composta dalla moglie Marta e dai figli Audiface e Abaco.Tale scelta venne presa per venerare le reliquie dei martiri, come facevano in quei tempi molti cristiani. A Roma, Mario e la sua famiglia aiutarono in maniera molto attiva ,  il prete Giovanni nel dare una degna sepoltura a 260 martiri sulla Via Salaria, vittime della persecuzione di Diocleziano, che giacevano decapitati e senza sepoltura in aperta campagna.Questa sua opera pia, non venne assolutamente vista di buon occhio dai governatori dell’Impero romano.Maria, assieme alla sua famiglia, venne fatto prigioniero.  Vennero interrogati con grande costanza e insistenza da parte del prefetto Flaviano e del Governatore Marciano. Mario, come gli altri membri della sua famiglia, fu invitato a sacrificare agli dei. Avendo essi rifiutato, furono condannati alla decapitazione: per i tre uomini il martirio avvenne lungo la Via Cornelia, mentre per Marta avvenne presso uno stagno poco distante. I corpi della famiglia di Mario vennero raccolti dalla matrona romana Felicità, che decise di dar loro una degna sepoltura,in un suo possedimento, lungo la stessa via, al tredicesimo miglio. Qui sorse una chiesa di cui esistono tuttora i ruderi e che nel medioevo era meta di molti pellegrinaggi. Attualmente è conosciuta come Tenuta Boccea.

Verso la fine del Settecento ( 1789 )  a seguito del graduale aumento degli abitanti delle zone limitrofe, fu edificata per volre di Papa Pio VI ,  una nuova chiesa capace di ospitare in maniera “decorosa” gli “abitatori” e i pellegrini devoti alla famiglia dei Santi Martiri Mario, Marta, Audiface e Abaco. .

Il culto di San Mario è oggi diffuso in tutta l’Italia, ma in modo particolare a Roma. Le sue reliquie, come quelle di moglie e figli, adesso si venerano in una urna posta sotto l’altare maggiore della chiesa di San Giovanni Calibita sull’Isola Tiberina a Roma.

Sia al maschile che al femminile, chi porta questo nome è una persona che ricopre un ruolo importante nella storia. Il suo compito è quello di aiutare le persone dal punto di vista spirituale e di diffondere la promessa di un mondo migliore.

Chi porta il nome Mario è una persona vitale ed energica, che si impegna con passione in tutto ciò che fa . In genere è un uomo semplice e tranquillo legato ai valori tradizionali della vita, ed è un gran lavoratore che non perde mai il buon umore ma non sopporta le complicazioni. Ama parlare di se , perchè ha una personalità narcisistica e tutto sommato è una persona estemamente superficiale che vive la vita quasi senza consapevolezza. Questo amore per se stesso lo rende un uomo possente e tenace al quale rivolgersi per chiedere sicurezza . Cura molto il suo aspetto fisico e si impegna per mantenersi sano e aitante. Questo suo amore per se stesso lo rende una persona decisa e sicura.

Molto virile , è attratto dalle belle donne  (  di cui però ha un pò timore ) e dalle feste. In amore dimostra insensibilità e indifferenza , nonostante a parole si  dichiari follemente innamorato. Dietro questa sua apparente indifferenza, è comunque molto affettuoso.   Molto  espansivo,  è attratto da tutto che è insolito e  fuori dal comune. Possiede un cuore affettuoso e sensibile. E’ un chiachierone e talvolta pettegolo. Ama parlare di sè, raccontare le sue follie, i suoi amori. La sua dote più grande è però la sua generosità che lo trasforma , in caso di necessità , in un uomo presente ed affidabile .

 

14 )  Michele. è un nome che deriva deriva dal nome ebraico Mikha’el. Questo è formato dalle parole mi il cui significato è “chi”, kha che significa “come” ed El che corrisponde a “Dio”.Il significato del nome è quind Michele i“chi è come Dio?”. Questa espressione veniva usata come domanda retorica per la risposta “nessuno”. Inoltre, era il grido di battaglia dell’arcangelo che alla testa delle schiere angeliche sedarono la rivolta degli angeli ribelli guidati da Satana sotto forma di drago.

Come Gabriele e Raffaele , quindi Michele è un nome teoforico ossia che porta in sé scritto quello di Dio. L’Arcangelo Gabriele è la figura è l’angelo che sta alla destra del Trono di Dio, annuncia all’anziana Sara la nascita del figlio Isacco e salva lo stesso Isacco dalla mano di Abramo che lo sta per sacrificare all’altare della volontà divina…Egli è sempre raffigurato vittorioso sul demonio, con una spada che trafigge il ‘drago’ di fuoco, simboleggiante l’inferno e difende il popolo d’Israele.

Il nome divenne molto diffuso  sopratutto durante il medioevo quando la figura  dellìArcangelo divenne molto popolare . Esso viene festeggiato il 29 settembre ed ì il  patrono sia degli armaioli che degli arrotini, ma anche dei bancari, dei commercianti, dei paracadutisti, dei giudici, dei pasticceri e, per finire, dei radiologi. È inoltre patrono di molte città tra le quali Aprilia, Caltanissetta, Caserta, e Cuneo.

Ci porta il nome Michele  è in genere una persona piena di vita. Risulta, inoltre, essere sveglia e di indole molto paziente. Per di più, è una persona ottimista, rasserenante e piena di energia. Un’altra caratteristica della personalità di chi porta questo nome è quella di essere sia estremamente alla mano che dotata di molto coraggio.

 

 

 

15 ) Domenico è un nome che  deriva dal latino dominicus e significa ‘consacrata al Signore’. Esso viene spesso  invocato contro il pericolo delle serpi e  si festeggia l’8 agosto, in onore di San Domenico di Guzman, fondatore dei domenicani, ma viene celebrato anche il 22 gennaio in onore di San Domenico abate, benedettino  E’ un nome molto utilizzato al sud, dove spesso viene usato con ildiminuito di  ‘Mimmo’. Molti bambini si chiamavano così perchè nati di domenica. Anche Menghino, la maschera di Milano, trae origine da questo nome A volte è usata anche la forma iberica Domingo.

Chi porta questo nome è spesso una persona ricca di passione . Di conseguenza mette ardore in tutto ciò che fà. Ama  sia gli sport che i libri. Inoltre, è spinto dal forte desiderio di conoscere sempre cose nuove.

 

 

 

 

16 ) Carmine ,è un nome che deriva dal termine ebraico  Karmel il cui significato è “giardino di Dio” , frutteto ,oppure “orto di Dio”. Esso è una variante del nome maschile Carmelo ed è sopratutto un  nome puramente devozionali in onore della Beata Vergine  Maria , apparsa nel 1251 sul Monte Carmelo, a ovest di Nazareth, in Palestina., dove si  narra visse per un certo  periodo il profeta Elia.. Il luogo  ha la caratteristica di avere numerose grotte dove si rifugiarono alcuni dei pellegrini giunti in Terrasanta al seguito della prima Crociata avvenuta nel(1156. Da loro ebbe origine l’ordine dei Carmelitani, consacrato alla devozione della vergine Maria. Come per Carmelo e le altre varianti, l’onomastico  di colui che si chiama Carmine viene festeggiato  il 16 luglio in memoria della Beata Vergine del Carmelo o del Carmine, patrona dei Carmelitani, della Bolivia e del Cile. Questa festa è stata istituita nel XIV secolo.    

Coloro che hanno il nome di Carmine ,sono persone dal carattere burbero ma allo stesso tempo aperto e gioioso. A causa della loro diffidenza non hanno molti amici, ma quei pochi li tiene stretti a se come il bene più prezioso. Sono, inoltre, grandi appassionati di cucina, dove si cimentano sempre ben volentieri.

 

 

 

17 ) Nicola è un nome che  deriva dal greco  Nikòlaos . Si tratta di un nome composto da due parole: “nike” che tradotto significa “vittoria” e “leòs” che significa “gente, popolo, folla”. Quindi il suo significato è letteralmente “vincitore fra e tra i popoli”.

 La grande diffusione di questo nome è dovuta soprattutto alla figura di San Nicola di Bari che molti non sanno ma è colui che ha dato luogo alla leggendaria figura di Babbo Natale.

Molti , sopratutto in Puglia lo conoscono infatti come San Nicola di Bari , ma il santo è noto anche come san Nicola di Myra, san Nicola Magno, o san Nicola dei Lorenesi, san Niccolò e san Nicolò. San Nicola è infatti probabilmente è il santo che vanta il maggior numero di patronati in Italia se lo osservate bene non solo somiglia a Babbo Natale ma anche ad Odino. 

La sua figura è infatti legata sia al mito di  Santa Claus (che in Italia è Babbo Natale) sia ad una antica tradizione sopravvissuta  ancora oggi in Belgio e nei Paesi Bassi. 

Questa tradizione voleva che i bambini per sfamare il cavallo del Dio Odino , lasciassero durante la notte più lunga del solstizio d’inverno , i propri stivali nei pressi del caminetto di ogni casa , riempendoli di carote , paglia o zucchero . In cambio Odino avrebbe avrebbe sostituito il cibo con regali o dolciumi .

Questa antica tradizione pagana è poi sopravvissuta nel tempo  anche in epoca cristiana . La sola differenza fu la sostituzione di Odino con la figura di San Nicola. Nell’aspetto Il dio Odino era infatti simile a San Nicola ( anche se il Dio era privo di un occhio ) ed era anche il Vescovo di Myra.

Appartenente ad una ricca famiglia, Nicola nasceinfatti  a Patara di Licia, una regione che corrisponde all’attuale Turchia, il 15 marzo dell’anno 270 e mostrando fin  da piccolo grande  spirito caritatevole e generosità verso gli altri., fini ben presto per tali doti ad essere nominato  Vescovo di Myra ( oggi Demre ) . Una volta eletto, la tradizione racconta che Nicola comincia a fare incredibili miracoli come quello di resuscitare  tre giovani morti,  placato una terribile tempesta di mare e ritrovare  e riportare  in vita cinque fanciulli, rapiti ed uccisi da un oste. 

La sua associazione con i bambini deriva proprio da quest’ultimo antico miracolo , poichè da quel momento egli  venne considerato il Protettore dei bambini  .Tutte le immagini che lo  rappresentano sono quelle di  un signore barbuto e corpulento, vestito di un mantello verde o rosso lungo fino ai piedi e ornato di pelliccia. esattamente come Santa Claus , un nome che vi ricordiamo deriva  da Sinterklaos , nome olandese di san Nicola.

Egli  molti paesi d’Europa viene ancora oggi rappresentato con abiti vescovili , mentre i bambini  di questi  luoghi ancora oggi , appendono al caminetto le loro scarpe piene di paglia in una notte d’inverno , perché vengano riempite di dolci e regali da San Nicola che a differenza di Babbo Natale , arriva però ancora a cavallo .

San Nicola , perseguitato per la fede,venne  imprigionato ed esiliato sotto l’imperatore Diocleziano, per poi riprendere l’attività apostolica nel 313, quando viene liberato da Costantino. Secondo le fonti del periodo nel 325 Nicola partecipò al Concilio di Nicea. Durante l’assemblea, Nicola pronuncia dure parole contro l’Arianesimo a difesa della religione cattolica. La data ed il luogo della morte di San Nicola non sono sicure: forse a Myra il 6 dicembre 343, nel Monastero di Sion.

Le sue reliquie rimasero fino al 1087 nella Cattedrale di Myra. Poi, quando Myra venne  assediata dai musulmani, le città di Venezia e Bari ,entrano in competizione per impossessarsi delle reliquie del Santo e portarle in Occidente. Sessantadue marinai di Bari organizzarono una spedizione marittima, riescendo  a trafugare una parte dello scheletro di San Nicola e la portano nella loro città, l’8 maggio del 1087, per porle  provvisoriamente in una chiesa, dove in seguito venne poi  costruita la Basilica in onore del Santo. Da quel giorno Nicola di Myra diventa quindi ” ” Nicola di Bari ” e da allora il 6 dicembre  (data della morte di San Nicola) e il 9 maggio (data dell’arrivo delle reliquie in città) diventano giorni festivi per la città di Bari, perchè ovviamente San Nicola e’ anche il Santo protettore della città di Bari .

Ben presto la Basilica divenne un punto di incontro tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente. Nella cripta della Basilica, ancora oggi, si celebrano riti orientali ed ortodossi.

Anche Venezia comunque custodisce alcuni frammenti appartenenti a  San Nicola  che i baresi non sono riusciti a portarsi via. Essi  vengono custoditi all’interno dell’Abbazia di San Nicolò del Lido ( San Nicolò venne  proclamato protettore dei marinai e della flotta navale della Serenissima).

San Nicola  è considerato il Protettore dei  pescatori , dei marinai,, degli arcieri , dei  farmacisti, dei bottai, dei profumieri, delle ragazze in età da marito,dei  scolari, delle vittime di errori giudiziari, degli  avvocati , dei  commercianti e mercanti ed infine anche delle prostitute, dei   prestatori di pegno e dei detenuti .

In alcuni Paesi europei il culto di San Nicola è assai diffuso: Svizzera, Austria, Belgio, Francia, Repubblica, Germania.

Il suo nome è  presentein questi luoghi  anche nelle sue varianti  Nicolò , Niccolò, Nico, Nicolino.

È comunque importante notare che nelle popolazioni nordiche e dell’Est,  San Nicola  è l’equivalente del nostro Babbo Natale, che viene appunto chiamato Santa Klaus.

 

 

 

 

 

Chi porta questo nome è una persona molto sicura di sé, ambiziosa e razionale. Tuttavia, non gli interessa il successo ma sa come ottenerlo. Metodico e tagliente, cerca sempre di vivere come più gli aggrada senza troppo sottostare alle regole convenzionali.

 

18 ) Rosa. è un nome che deriva dal latino e che vuol dire appunto “rosa”, il fiore più popolare in assoluto per eccellenza, sin dall’antichità. Esso  è il più diffuso tra i nomi di fiori attribuito a una persona. L’onomastico viene festeggiato il 23 agosto in memoria di Santa Rosa di Santa Maria di Lima, terziaria domenicana spentasi a soli trentuno anni, nel 1617(  fino a qualche tempo fa era venerata il 30 agosto).

Essa è patrona di Lima, del Perù e dell’America Latina, dei fiorai e dei giardinieri. La si invoca contro le febbri in genere, l’idropisia e il mal di stomaco. Diminutivi: Rosina, Rosetta, Rosella. II nome viene usato anche frequentemente come nome composto unito ad Alba, Maria e Anna ( Rosalba, Rosamaria, Rosanna etc.)

Il nome  dispone anche di molte varianti straniere come Rose (francese), Rosíta (spagnolo), Rosmarie oppure Rosy (inglese) e altri ancora.

Chi porta questo nome è in genere una  persona solare, che ama divertirsi e stare in compagnia; ha un’indole tranquilla e riservata e sia in amicizia sia in amore si dimostra sempre leale e comprensiva. In amore può sembrare delicata proprio come il fiore, ma non è affatto così. Si, ha un animo sensibile ma se messa alla prova sa essere piuttosto spinosa. Gli interessa l’arte la poesia e l’amore, anche viaggiare lo ritiene un buon modo per spendere il proprio tempo. Spesso Rosa trova appunto del tempo per se, un aspetto sempre più raro oggi giorno.

Come possiamo osservare , in questa speciale classifica troviamo sopratutto nomi per lo più maschili il chè fa pensare ad una maggiore tendenza ad usare nomi  per tradizione già consolidati a conferma che ancora oggi perolomeno nella nostra città è ancora fortemente perpetuata la tradizione di tramandare  sempre gli stessi nomi ai propri figli .

La speciale classifica dei nome femminili vede infatti emergere , rispetto a quella maschile , nomi nuovi a sorpresa come quello di  Gaia., Giulia ed Aurora , fino a poco tempo fa senza alcuna ,se non sporadica presenza .

Ecco infatti la classifica dei  nomi più diffusi tra quelli scelti per le bambine

1 ) Maria  

2) Anna 

3 ) Carmela 

4 ) Rosa

5 )  Gaia

6 ) Giulia

7 ) Francesca 

8 ) Giuseppina

9 ) Antonietta,

10 ) Concetta

11 ) Martina 

12 ) Aurora

13 ) Chiara 

14 ) Sofia

Uno sguardo infine ai cognomi.

I cognomi più diffusi a Napoli e  in provincia di Napoli trovano al primo posto, inutile a dirsi, il cognome Esposito, a cui segue quello di  Russo , Romano ,De Rosa, De Luca, Coppola, Varriale, Riccio, Marino e Ruggiero. 

A Giugliano cambia qualcosa. In prima posizione c’è Russo , poi Palma  e Pirozzi ed in seguito  a D’Alterio, Ciccarelli, Esposito, Maisto, Mallardo, Pennacchio e Di Nardo.

A Casoria il cognome più diffuso èovviamente   Esposito seguito da  Russo , Ferrara  ed a ruota Castaldo, Romano, Iodice, De Rosa, Orefice, Piscopo, Rullo.

A Torre del Greco. e nei paesi vesuviani troviamo invece  in prima posizione  Vitiello  seguito da Sorrentino e Borriello e poi  Palomba, Mennella, Ascione, Russo, Esposito, Scognamiglio e Balzano.

Pozzuoli torna invece in prima posizione Esposito , seguito  poi da Russo ,  Di Bonito , e di seguito Volpe, Testa, Lucignano, Di Fraia, Maddaluno, Coppola e Lubrano. 

 

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