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La rivoluzione francese e la decapitazione dei due sovrani, Luigi XVI e Maria Antonietta, gettò nel panico la corte Napoletana, che reagì  infittendo i controlli di polizia e perseguitando pesantemente l’opposizione interna.


Il periodo certamente non era dei migliori e un pò dappertutto si respirava aria di repubblica.
La regina, convinta che il regno fosse  pieno di giacobini pronti alla rivolta organizzò una fitta rete di spionaggio che operava nei luoghi pubblici e nell’intimità delle case, conferendo di notte con le spie della reggia nella sala chiamata “sala oscura”. Esercitavano lo spionaggio sacerdoti, magistrati , ed alcuni nobili ( fra cui primeggiò Fabrizio Ruffo  principe di Castelcicala).
Un ruolo primario lo ebbe il clero che oramai libero dalle restrizioni anticlericali del Tanucci era divenuto grosso amico della casa reale.
Nelle chiese e nei confessionali fu messa in atto una vera campagna anti-giacobina rivolta ai fedeli nell’intento di aizzare il popolo contro i francesi.
Fu ordita in tutto il regno una vera e propria campagna di odio nei confronti dei giacobini e delle loro idee liberali ed a farne le spese furono inizialmente sopratutto molti intellettuali dell’epoca come i Pagano, Cirillo, ed il Conforti che furono spiati e malvisti.
I libri del Filangieri furono addirittura banditi dal Regno.
All’arrivo di  Napoleone in Italia visto come il diavolo (si temeva sopratutto per le loro teste) si  provvide immediatamente a potenziare l’esercito e fortificare il  territorio con forte  aggravio per l’Erario.
Furono arruolati tutti gli uomini atti alle armi garantendo a chiunque si arruolasse una decennio di franchigia fiscale e assicurata un’immunità da eventuali condanne in atto.
Napoleone giunto a Roma il 15 febbraio 1798 , espatriò il papa Pio VI ( mori dopo sei mesi chiuso in un oscuro deposito ) e dichiarò cessato il tirannico Impero della chiesa.


Ferdinando intanto allestito un esercito di 40.000 soldati, che affidò al generale Mack ( chiamato dall’austria su consiglio della Regina)  convocò un consiglio per decidere se muovere guerra o meno all’esercito napoleonico stazionato a Roma.
Prevalse ovviamente l’idea dalla Regina e di Acton  che erano in favore della guerra. Essi riuscirono  a convincere Ferdinando del fatto che presto l’Austria avrebbe mandato le sue truppe in aiuto e che il generale Austriaco Barone Carl von Mack da loro ingaggiato era un grande  condottiero ed il migliore nel suo campo.
Ulteriore punto a favore nel marciare su Roma era il fatto che  Napoleone  era momentaneamente bloccato in Egitto.
La scintilla scattò quando l’ammiraglio Nelson distrusse la flotta francese ad Abukir.

L’episodio fu accolto a Napoli  con grande euforia come se la vittoria fosse stata napoletana e non inglese.
Nelson di ritorno a Napoli fu accolto con grandi onoranze: il re e la regina accompagnati dall’ambasciatore Hamilton e dalla sua bellissima consorte  (Emma Lyon) andarono incontro all’ammiraglio tributandogli grandi elogi mentre  in città furono organizzate grandi feste.
Presi da rinnovato entusiasmo l’esercito napoletano agendo su più fronti partì quindi alla riconquista di Roma.
Il fronte più agguerrito era quello centrale comandato dal generale Mack con al seguito il re e la regina (che sopra una quadriga con abito di amazzone incitava le file dei soldati) e la bella Lady Hamilton che sfoggiava il suo dominio su Nelson.


Approfittando che le forze francesi erano sopratutto concentrate in Abruzzo, l’avanzata delle milizie borboniche avvenne indisturbata fino a Roma dove il re una volta preso alloggio, cantando troppo presto vittoria, offrì subito al papa l’opportunità di ritornare in sede.
Ma l’esercito napoleonico mosso  dall’Abruzzo con a capo il generale Championnet riuscì facilmente ad avere ragione dello spezzettato battaglione borbonico organizzato da Mack in piccoli reparti

jean etienne championnet

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I francesi avanzarono fino a Roma sbaragliando facilmente l’esercito napoletano ( il Mack fuggì miserevolmente )  ed il re con il suo seguito dovettero ritirarsi precipitosamente a Napoli.
In questa occasione il re che certamente non brillava di coraggio si racconta che fuggi travestendosi nella fuga con i vestiti del suo cortigiano e scudiero il duca d’Ascoli.
Una volta scambiati gli abiti egli si sedette a sinistra nella carrozza, ordinò al duca di dargli del tu, e lo servì lungo tutta la strada come se lui fosse stato il duca d’Ascoli, e questi fosse stato re Ferdinando.
Le truppe francesi a quel punto minacciavano di marciare su Napoli e Ferdinando a questo punto, terrorizzato, dopo aver emanato un appello al popolo affinché si armasse e si opponesse ai nemici del Re, della Patria e della Religione decise insieme alla corte ed ai nuovi amici inglesi  Hamilton, Nelson e Acton di scappare da Napoli per rifugiarsi a Palermo  portando con se tutto il danaro dei banchi pubblici, mobili e casse di capolavori d’arte.
Il popolo e particolarmente i  ‘lazzari’ si affollarono sotto la reggia e invocarono il re a non abbandonare il Regno dicendosi pronti a sacrificare la propria vita per difenderlo.


Ferdinando di fronte alla prova di affetto del suo popolo cominciò a tentennare ma l’inflessibile Maria Carolina lo spinse alla partenza.
Caricarono il tutto  sulle navi inglesi che li scortavano guidate dall’ammiraglio Nelson sempre accompagnati da lady Hamilton  (di cui oramai Nelson era profondamente e perdutamente innamorato) .
Le navi vennero colte da una tempesta di proporzioni eccezionali che rese la traversata difficilissima. Da questa brutta situazione che si venne a creare le navi ne vennero fuori solo grazie alla bravura dell’ammiraglio Francesco Caracciolo che desto’l’ammirazione del re che ne vantò le lodi.
Questo episodio scatenò una terribile gelosia in Nelson a tal punto che una volta giunto in Sicilia egli insieme al ministro Acton costrinsero Caracciolo a disarmare la sua nave.
Incollerito e deluso a questo punto l’abile uomo di mare chiese ed ottenne di tornare a Napoli per curare il propri interessi (con grande gioia di Nelson).

Francesco Caracciolo

Questo episodio condizionò enormemente il napoletano nel prendere la decisione di assumere successivamente il comando della flotta repubblicana e le sue simpatie per gli ideali giacobini.
Quando tornò a Napoli fu accolto con onore ed ebbe la proposta di aderire alla repubblica e comandare i resti della flotta. Dopo qualche esitazione, convintosi che si trattava dell’occasione giusta per riscattare il regno dalla pessima e cieca amministrazione borbonica, pensò bene di accettare la  proposta.
Successivamente dimostrò quindi le sue qualità nella difesa dalla flotta inglese che minacciava Napoli dalle isole di Ischia e Procida al punto da combattere contro la stessa flotta reale di ritorno a Napoli.
Dopo la fine della repubblica, si nascose nei suoi feudi a Calvizzano, ma fu tradito da un servo e consegnato a Nelson, che ne impose l’impiccagione ad un albero della nave. Il corpo, gettato in mare, fu raccolto dai marinai e sepolto nella chiesa della Madonna della Catena a Santa Lucia.

Intanto a Napoli il proclama del re non fu evaso e migliaia di uomini di ceto medio ma sopratutto il popolo ed in particolar modo i Lazzari opposero una tenace resistenza ai francesi combattendo strada per strada e casa per casa in maniera eroica.


La lotta fu epica specie a Porta Capuana e dopo tre giorni di scontro più che le armi furono le trattative a decidere le sorti della città.
I napoletani accettarono di non opporsi all’occupazione francese a patto che non profanassero le chiese e che non venissero perseguitati i combattenti.
Championnet per rassicurare il popolo dispose un picchetto francese al Duomo e la guardia d’onore alla cappella di San Gennaro.
Il 24 gennaio il generale Championnet proclamò in San Lorenzo la Repubblica Partenopea ma questa era già stata proclamata due giorni prima nel Castel S. elmo dai patrioti napoletani.


Tutto questo a dimostrazione che la repubblica napoletana non fu figlia di quella francese, anzi possiamo dire che essa sorse contro la volontà del governo francese.
La Francia era infatti ostile alla formazione di nuove repubbliche che riteneva fonte continua di guerre  e difatti non  riconobbe mai ufficialmente la repubblica napoletana rifiutandosi sempre di ricevere una loro delegazione.
Championnet, da buon giacobino l’appoggiò fino a quando restò con le sue truppe, diventando così  inviso al Direttorio francese che una volta richiamatolo in patria lo fece arrestare.

Il fallimento della rivoluzione napoletana fu il semplice fatto che la sua matrice non nasceva dal popolo ma solo da un gruppo di  intellettuali patrioti che non aveva coinvolto il popolo  che infatti rimase fedele al re al punto da difendere con le armi il suo regno contro quelli che venivano dichiarati nemici francesi e non amici.
Non essendo  un’espressione del popolo,  i giacobini vennero considerati dalla maggior parte del popolo traditori in quanto si erano ribellati al re e alle autorità costituite e solo da pochi considerati patrioti. Essi erano per la maggior parte giovani aristocratici colti portatori di idee e di ideali lontane dall’esigenza dell’uomo di strada e la loro colpa fu quella di non arrivare a spiegare e a far capire al popolo i vantaggi delle loro nuove idee.
Il popolo ignorante insomma non capì mai chi erano e cosa volevano questi giacobini creando in tal modo una vera e propria frattura di classe.
Essi secondo la maggior parte di loro  instaurarono una repubblica rivoluzionaria fondata sulle armi di un invasore  straniero contro la volontà della popolazione del Regno fermamente fedele invece al re.

Ferdinando intanto era fuggito a Palermo e la prima cosa che fece fu quella di potenziare e rinforzare nel sistema difensivo  l’isola siciliana vista come il loro ultimo ed estremo rifugio: vennero presidiate le coste, armati i porti, restaurate le antiche fortezze e strette alleanza con Austria, Russia ed ovviamente Inghilterra.
Entrò a questo punto in scena il Cardinale Ruffo che seguito i sovrani in Sicilia gli fu da questi,  in una storica riunione, conferito il titolo di Vicario generale del Regno ed affidato il compito, con pieni poteri della riconquista del Regno.

Il Cardinale Ruffo contava, armato del solo crocifisso e della sua mente di sollevare il popolo contro gli stessi rivoluzionari, contando sopratutto sulla Calabria, terra di molti suoi feudi.
Partì da Palermo con un gruppo di uomini con scarse provvigioni e pochi denari e una volta giunto nella terra natale, emanò un proclama ai bravi e coraggiosi calabresi perchè vendicassero le offese fatte alla religione, al re e alla Patria invitandoli a unirsi sotto il vessillo della Santa Croce, per scacciare i francesi  dal regno di Napoli e ristabilire la monarchia.
Radunò i volontari, sopratutto contadini a Pizzo Calabro e incominciò una lunga marcia verso Napoli, alla raccolta di soldati volontari.
Ben presto cominciò a formarsi un piccolo esercito che raccoglieva uomini di tutti i ceti sociali e finanche carcerati e briganti. Non aveva importanza chi fossero: nobili e plebei, villici e cittadini, briganti e galantuomini, sbandati, malfattori, disertori, reclusi, evasi e frati sfratati, erano tutti bene accetti per formare l’esercito della Santa Fede.
Il Cardinale infatti emise un editto che garantiva il perdono a tutti i galeotti o banditi che si fossero pentiti e uniti al suo esercito e fu instaurata a tal proposito una grazia sovrana che condonava colpe  e delitti che riguardava sopratutto i capimassa.
Al cardinale si unirono quindi anche numerosi briganti  tra cui anche Michele Pezza detto “fra diavolo” ( che si diceva mangiasse in teschi umani) e  Gaetano Mammone.

fra diavolo Michele Pezza
brigante mammone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il suo piccolo esercito presto si ingigantì  fino a contare 25.000 uomini divenendo, sotto le bandiere borbonica e della Chiesa, l’Esercito della Santa Fede. Ruffo conquistò tutte le città e i villaggi che attaccò.
Il cardinale emise inoltre un altro editto con il quale garantiva il perdono a tutti i rivoluzionari che si fossero pentiti, che gli consentì di avanzare rapidamente e di giungere presto alle porte di Resina e di occupare il palazzo reale di Portici.
Intanto i francesi battuti nell’Alto Adige erano costretti ad indietreggiare dal territorio Italiano. Per rinforzare il loro esercito decimato e stanco richiamarono uomini dai presidi dislocati nelle varie regioni d’Italia, compreso quello dalla Repubblica Partenopea.
Lasciarono quindi solo 900 uomini a Napoli  nel Castel sant’Elmo affidando la sorte della Repubblica in città alle poche forze liberali.
Russi e Turchi, alleati di Ferdinando erano già sbarcati a Brindisi mentre la flotta Spagnola comandata da Nelson giungeva via mare.
Nei pressi del ponte della Maddalena i giacobini opposero resistenza asserragliati nel forte di Vigliena. La difesa fu vana e i rivoluzionari si fecero saltare in aria insieme al forte in un suicidio collettivo.
L’ultimo presidio della repubblica a quel punto fu Castel Sant’Elmo, ma ben presto capitolò anche questo e i rivoluzionari accettarono la resa a cui fu promessa salva la vita dallo stesso Cardinale Ruffo.
Con la promessa di essere poi condotti in Francia, i repubblicani si arresero e vennero arrestati; i capitolati tra cui Eleonora Pimentel Fonseca, furono portati sulle navi inglesi, pronte a partire per la Francia.


Il 24 giugno, giunse la flotta di Nelson, il quale a questo punto prese nelle sue mani la situazione e non rispettò le onorevoli condizioni della resa garantite da Ruffo, cioè ” salva la vita a tutti “.
Nelson non rispettò  i termini dell’accordo e, facendosi mano armata di Ferdinando IV, ordinò di fermare la partenza delle navi dando disposizione di riportare a terra tutti quelli che dovevano essere giudicati.
Migliaia di cittadini vengono arrestati e molte centinaia giustiziati. Caddero in quel tempo  i nomi più illustri della cultura e del patriottismo napoletano.
Non venendo  rispettate le condizioni della resa che garantiva salva la vita a tutti e venendo meno all’accordo si  commise  un vero e proprio massacro.
Furono condannati a morte tutti i giacobini e tra questi personaggi illustri come l’ammiraglio Caracciolo, il conte Rufo Ettore Carafa, il principe Colonna, il duca di Cassano, Mario e Ferdinando Pignatelli, Domenico Cirillo, i vescovi Natale e Serrao, Gennaro Serra di Cassano, Luigia Sanfelice, il giurista Francesco Conforti, il colonnello Gabriele Manthoné, gli scrittori Vincenzo Russo e Mario Pagano, Ignazio Ciaia, Giuseppe Logoteta.


La restaurazione borbonica, insomma, in brevissimo tempo falciò quello che Benedetto Croce definirà “il fiore dell’intelligenza meridionale”.
Il primo fu Caracciolo che pagò anche per l’odio che Nelson nutriva nei suoi confronti. Fu impiccato ad un pennone della sua nave ed il suo corpo fu gettato in mare.
Sui motivi che indussero Orazio Nelson ad operare in modo così poco onorevole, influì certamente la sua passione per lady Hamilton, la moglie dell’ambasciatore inglese e amica intima, MOLTO INTIMA  di Maria Carolina, la quale si servì appunto della sua amica per far pressione sull’ambasciatore e soddisfare tutto l’odio che nutriva per i repubblicani.
Nelson era pazzamente invaghito della bella Emma Lyon ( avventuriera di gran classe che era riuscita ad irretire fino a farsi sposare, Sir William Hamilton ) che per espresso desiderio di Maria Carolina era a bordo dell’ammiraglia.
Indignato e sinceramente addolorato, il cardinale  tentò in tutti i modi di evitare la feroce carneficina e resosi conto che Nelson li avrebbe massacrati tutti, offrì ai prigionieri  la possibilità della fuga via terra; ma questi purtroppo non si fidarono di lui e si consegnarono all’ammiraglio inglese, il quale con con l’approvazione di Maria Carolina più che di Ferdinando fece impiccare ben 99 di loro.
Il cardinale minacciato addirittura di arresto, assistette impotente agli orrori della repressione e molto amareggiato decise di ritirarsi prima a Roma e più tardi  a Parigi ( al seguito di  papa Pio VII in prigionia ). Solo dopo quindici anni tornerà a Napoli trascorrendo  gli ultimi anni della  sua vita nella sontuosa dimora di famiglia, Palazzo Bagnara, nell’attuale Piazza Dante, numero 89. Alla sua morte fu sepolto nella sontuosa Cappella di famiglia, nella chiesa di San Domenico.
Il  tradimento compiuto da Ferdinando e dai suoi alleati dei patti sottoscritti, lo macchierà da questo momento in poi  per sempre quale individuo vile ed inaffidabile creando di fatto una frattura tra la monarchia e i ceti  colti che non si ricucirà mai più.

Ferdinando giunse a Napoli il 10 luglio e si trattene fino ai primi di agosto, ma non entrò in città, rimase a bordo della nave che lo aveva trasportato da Palermo. Egli si limitò ad osservare gli eventi, diede alcune disposizioni e senza mai essere sceso a terra si fece poi riportare in Sicilia.
Non tornò subito a Napoli poichè visti gli avvenimenti che si svolgevano in Europa riteneva ancora  Palermo una città più sicura.
A Napoli ritornò solo dopo due anni ma ai napoletani pero’ si lascio’ intendere che il re rimaneva lontano perché ancora sdegnato contro la città che si era data ai francesi.
In Francia intanto, pervenuti le notizie dei rovesci subìti dalle armate francesi, Napoleone pensò bene di lasciare il comando dell’esercito in Egitto al suo generale e fare ritorno in patria. Giunto a Parigi, destituì con un colpo di stato il Direttorio e si fece nominare primo Console. Decise quindi di marciare verso l’Italia e valicare  le Alpi.
Il ritorno vittorioso di Napoleone con la battaglia di Marengo e la successiva sconfitta subita a Siena dal contingente napoletano spaventarono molto Ferdinando.
La conseguenza fu un trattato di armistizio con Napoleone e l’accettazione di  tutte le condizioni  francesi dettate con il trattato di pace di Firenze del 28 marzo del 1801.


Ferdinando perdeva così a favore della Francia tutti i presidi della Toscana ed il controllo dei porti pugliesi presidiati dai francesi nonchè una forte somma di denaro da sborsare come indennità di guerra.
Il trattato di pace prevedeva tra l’altro la chiusura dei porti del Regno agli inglesi e ai turchi e la cessazione della persecuzione dei patrioti con l’amnistia di quanti erano ancora in attesa di giudizio.
Inoltre impose ed ottenne l’allontanamento da Napoli del ministro Acton, considerato il principale fautore della politica inglese alla corte borbonica.
Soltanto a queste condizioni  Napoleone acconsentì a non invadere il regno di  Napoli  e a ritirare i presidi francesi e solo allora Ferdinando si decise di far ritorno nella capitale.
Ferdinando costretto a liberare i patrioti decise allora con un editto di far liberare anche i fedeli Lazzari rinchiusi per comuni reati che ovviamente fu ben accetto dal popolo che non mancò al suo ritorno di tributargli  calorose e commoventi manifestazioni  di affetto.
Dopo due mesi, proveniente da Vienna giunse anche la Regina ed a festeggiare il suo arrivo furono solo i Lazzari in quanto gli altri ceti sociali erano oramai divisi dalla monarchia borbonica dopo che molti giovani nobili erano rimasti vittima dei moti rivoluzionari in cui la regina si era resa certamente protagonista.
La regina non ne fu rammaricata anzi era soddisfatta di aver potuto sfogare tutto il suo odio nei confronti dei francesi e dei repubblicani  e di aver potuto in parte vendicare la sorella Maria Antonietta, regina di Francia ghigliottinata dai rivoluzionari nel 1793.
Per comprendere il suo odio nei confronti di tutto cio’ che era francese e repubblicano basti pensare che tra i quadri del suo palazzo di corte a Napoli vi era una rappresentazione della morte di Luigi XVI e di sua moglie con in basso aggiunta una scritta per mano della regina che diceva :  Giuro di perseguire la mia vendetta fino alla tomba.
Cosi’ mentre il re accettava le condizioni dettate da Napoleone, la regina trattava segretamente con la Russia e l’Inghilterra e in tutta Europa si tramava per  un’altra guerra nei confronti della Francia.

MA QUESTA E’ UN’ALTRA STORIA …

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