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Ci sono luoghi di Napoli che attraversiamo ogni giorno senza interrogarci davvero sul loro nome. Strade che diventano abitudine, scorci che diventano parte del paesaggio quotidiano, e che proprio per questo rischiano di perdere la loro storia.
Uno di questi luoghi è via Filippo Palizzi.
Chiunque abbia percorso questa strada del Vomero, che scende verso il Petraio, conosce bene il panorama che si apre all’improvviso tra le curve: il Golfo di Napoli, il Vesuvio, il mare e i tetti della città che digradano fino alla costa. Uno dei punti di osservazione più amati e riconoscibili della città.Un vero e proprio balcone sospeso su Napoli.
Eppure, mentre lo sguardo si perde in quella veduta, raramente ci si sofferma sul nome che accompagna questo luogo.
Chi era Filippo Palizzi?
Oggi, 16 giugno, la domanda diventa particolarmente significativa, perché proprio in questo giorno, nel 1818, nacque uno degli artisti più importanti dell’Ottocento italiano.

Nato a Vasto, in Abruzzo, Filippo Palizzi non fu napoletano di nascita. Ma Napoli fu la città che lo accolse ancora giovane, che ne formò il talento e che gli consentì di diventare uno dei protagonisti della pittura italiana del suo tempo. Qui arrivò ancora giovane, seguendo il fratello Giuseppe, e qui si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Napoli, entrando in contatto con un ambiente artistico culturale vivace in cui la tradizione accademica conviveva con nuove sensibilità artistiche.

CURIOSITA’: Nel 1838, ottenuto un sussidio della Provincia dell’Abruzzo di quattro anni, Filippo Palizzi raggiunse il fratello Giuseppe a Napoli, dove venne accolto nell’Accademia, sotto la guida di Camillo Guerra, Costanzo Angelini e Gabriele Smargiassi.

Palizzi inizialmente si formò secondo i canoni dell’insegnamento ufficiale, ma ben presto maturò una posizione autonoma e originale. In lui si fece strada una convinzione destinata a cambiare il suo percorso: l’arte non doveva limitarsi a rappresentare il mondo ideale, ma doveva osservare e restituire il mondo reale.

Ben presto, quindi , maturò una scelta personale che avrebbe segnato tutta la sua carriera: allontanarsi dalla pittura costruita su soggetti storici e mitologici per rivolgersi direttamente alla realtà.
N.B. Gli interessi di Filippo si rivolsero ad un certo punto unicamente all’indagine dal vero, e non trovandosi a proprio agio all’Accademia, la abbandonò per iscriversi alla Scuola Libera di Giuseppe Bonolis.
In un’epoca in cui l’arte “ufficiale” privilegiava eroi, battaglie e scene idealizzate, Palizzi scelse un’altra direzione. Uscì dagli studi e iniziò a osservare la natura, i paesaggi, la vita quotidiana.
Fu una scelta innovativa per il suo tempo.
Il suo atelier diventò la campagna.
Animali, contadini, alberi, rocce e luci mutevoli diventarono i suoi veri maestri. Cavalli, pecore, cani, buoi e asinelli non erano più elementi secondari del paesaggio, ma protagonisti assoluti delle sue opere.
Pittore instancabile, osservatore acuto e spirito profondamente moderno, Palizzi trasformò la natura in linguaggio, l’osservazione in poesia, la realtà in un racconto di verità e luce.
A Napoli nel 1837, fu a contatto con la scuola di Posillipo, che contribuì a fargli abbandonare la pittura accademica per dedicarsi allo studio del vero, soprattutto di paesaggi e di animali
Dopo che  1855,  in un viaggio di studi, visitò l’Olanda, il Belgio e la Francia, l’artista tornatto a Napoli portò con sé quella lezione, ricevuto nel suo soggiorno a Parigi e il contatto con lascuola di Barbizon  . 
L’artista con questa sua esperienza aveva compreso, la potenza espressiva del vero e la necessità di dipingere “dal vero”, en plein air, in sintonia con la natura.
Tornato in Italia, Palizzi portò con sé quella lezione, traducendola in una forma più intimamente mediterranea, fatta di luce tersa, di armonie cromatiche e di un naturalismo mai arido, sempre empatico.
Mentre quindi molti pittori dell’epoca continuavano a rappresentare scene mitologiche, episodi storici o soggetti idealizzati, Palizzi preferiva uscire dagli studi e osservare il mondo reale. Amava percorrere le campagne che allora circondavano Napoli, studiare la natura, seguire il lavoro dei contadini e osservare gli animali nei loro movimenti quotidiani.
I contemporanei ricordavano la sua straordinaria pazienza nell’osservazione: poteva restare a lungo davanti a un animale, studiandone il movimento, la postura, il modo in cui la luce ne modellava il corpo, prima ancora di iniziare a dipingere. L’arte nasceva prima nello sguardo, poi sulla tela.
In questo metodo c’era qualcosa di profondamente nuovo. Palizzi non si limitava a rappresentare la natura: la ascoltava. Il suo profondo interesse per la natura, sorretto dalla conoscenza dell’arte fiamminga e degli olandesi che lavoravano ed avevano operato a Napoli, lo condussero alla realizzazione di umili temi conferendogli la fama di pittore animalista: paesaggi con figure di contadini e pastori, rocce, tronchi, alberi, colombi, cavalli, asinelli, cani, mucche e pecore, sarebbero stati i suoi temi ricorrenti.
Pochi artisti del XIX secolo seppero rappresentare gli animali con la stessa sensibilità di Filippo Palizzi. Le sue pecore, i buoi, i cavalli, i cani non sono semplici comparse, ma protagonisti di una narrazione intima e rispettosa.
Attraverso loro, l’artista indaga la relazione dell’uomo con la natura, svelando un umanesimo profondo   che travalica il soggetto per farsi riflessione universale.
Non è un caso che il suo percorso si sia intrecciato con le correnti europee più moderne, sensibili alla pittura dal vero e all’osservazione diretta del paesaggio. Ma il suo linguaggio rimase sempre personale, mediterraneo, legato alla luce e alla realtà del Sud.
Napoli ebbe un ruolo decisivo non solo nella sua formazione, ma anche nella sua affermazione artistica. Qui Palizzi entrò in contatto con l’ambiente della pittura napoletana dell’Ottocento e con figure centrali come Domenico Morelli, condividendo con loro la stagione di rinnovamento dell’arte meridionale.
Fu tra i protagonisti di quella trasformazione che portò la pittura napoletana a confrontarsi con una nuova idea di modernità, più attenta alla realtà e meno legata alle convenzioni accademiche.
Non solo: Palizzi ebbe anche un ruolo istituzionale fondamentale. Fu tra i fondatori della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli, contribuendo a creare nuovi spazi di diffusione e confronto per l’arte contemporanea.
Nel 1868 diventò docente presso il Reale Istituto di Belle Arti di Napoli,influenzando generazioni di pittori con la sua idea di studio dal vero. Si dimise da questo Istituto nel 1880 per assumere la direzione del Museo Artistico Industriale Scuole Officine che aveva fondato nel 1878 con Gaetano Filangeri e Domenico Morelli. Sin dagli anni ’60 lavorò come ceramista e incisore di acqueforti.
Nel corso della sua vita mantenne un rapporto costante con la natura campana, frequentando anche luoghi come Cava de’ Tirreni, dove trovava paesaggi e atmosfere ideali per la sua ricerca pittorica. Convinto sostenitore del plein air (“all’aria aperta”), realizzò infatti numerosi paesaggi traendo ispirazione da Cava dei Tirreni dove si recava ogni anno da luglio a novembre.Accanto all’attività artistica e didattica, lasciò un’eredità concreta nella città: molte delle sue opere sono oggi conservate nelle collezioni pubbliche napoletane, contribuendo ancora alla memoria visiva della città. Oggi, lmolte delle sue sue opere sono  custodite in musei come il Museo di Capodimonte e la Galleria d’Arte Moderna di Roma dove  continuano a parlare con voce limpida e attuale.
Dopo una lunga vita dedicata all’arte e all’insegnamento, Filippo Palizzi morì a Napoli nel 1899. Non è un dettaglio marginale: Napoli non fu solo la città che lo accolse, ma anche quella in cui si chiuse il suo percorso umano e artistico.
Forse è anche per questo che il suo nome continua a vivere nel tessuto urbano della città. Il suo nome fu infatti uno di quei 37 nomi di artisti che vennero scelti per intitolare le strade del“Nuovo Rione Vomero”, formalmente inaugurato il 20 Ottobre 1889 con l’apertura della funicolare di Chiaia.
La prossima volta quindi che vi trovate a passeggiare lungo l’elegante strada ricca di palazzi in stile Liberty, e magari vi fermate estasiati ad ammirare quel panorama che sembra sospeso tra mare e cielo, oggi sapete che forse vale la pena alzare per un momento gli occhi e guardando quell’epigrafe ricordare l’uomo che le dà il nome , ma sopratutto ricordare che quel nome appartiene a un artista che fece della realtà osservata il centro della propria arte.

Filippo Palizzi (1818-1899)

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