Il Panormita è, come da molti noto, solo un semplice soprannome che venne dato a suo tempo ad Antonio Beccadelli per la sua matrice  siciliana . Questo soprannome deriva infatti dalla sua città natale, Palermo (Panormum), da cui poi si trasferì nel 1419 per girovagare nei principali centri culturali italiani dell’epoca: Firenze, Padova, Siena, Bologna  Roma, Pavia.

Proveniente da una nobile famiglia bolognese egli quindi nacque a Palermo nel 1394, ed a Palermo venne  educato fino al 1419 dove pare il padre cercò durante la sua  giovinezza di avviarlo  alla mercatura, ma con scarso entusiasmo perché, ben presto attirato dai più suggestivi studi letterari

Lasciata la città natale e, dopo un breve passaggio per Firenze, raggiunge dapprima Siena e poi Bologna per studiarvi giurisprudenza , Divenuto allievo di Barzizza a Padova , dopo aver ottento  brevi incarichi presso la corte di Cosimo de` Medici prima, e successivamente  a Mantova presso i Gonzaga, il Panormita ,nel terminare gli studi a Pavia ottenne un nuovo incarico presso la  corte dei Visconti., dove dopo aver  composto i due libri  dello Hermaphroditus,  il primo di dicembre del 29 venne dapprima  nominato Poeta Aulico nel 1429 e successivamente incoronato d’alloro  dll’imperatore Sigismondo nel 1432.

N.B L’opera  Hermaphroditus. frutto più di un felice e avventuroso scoppio di giovinezza che non di una profonda cultura o di una vera linfa poetica, è una raccolta di epigrammi latini, scritti in modo elegante e tecnicamente ineccepibili ,dove alcune indovinate macchiette e dei tipi umani si  prestano a  divertenti e suggestivi  schermi che  suscitarono subito, sull’onda di una clamorosa e rapidissima diffusione, una vasta eco di consensi, ma anche perplessità o, addirittura aspre condanne.

Sulle piazze e nelle chiese violentemente biasimato dalle roventi parole di un s. Bernardino da Siena, di un Roberto da Sarteano, di un Roberto da Lecce, l’Hermaphroditus andò tuttavia incontro a consensi tali da accrescere sempre di più la rinomanza del Panormita.

Tutto questo gli comportò ad ottenere nel  1430  un insegnamento a Pavia, per la bella somma di quattrocento fiorini d`oro. Ma la pacchia non dura e molto presto l`allettante somma si riduce ad appena trenta fiorini, il che lo induce a fuggire da Pavia verso Napoli, da dove fortunatamente non si allontanerà più, se non temporaneamente per gli incarichi di corte in qualità di  ambasciatore talvolta in compagnia di un giovanissimo G. Pontano.

CURIOSITA’: Attratto dalla fama che Alfonso d’Aragona, il Magnanimo , si era procurato in qualità di  tutore delle arti e mecenate della cultura , egli entrò in contatto con il re aragonese, durante un viaggio che quest`ultimo svolge in Sicilia nel 1434.

I due una volta conosciuti scoprirono  immediatamente una sintonia culturale, che permise al Beccadelli di comparire da subito nelle vicende che coinvolgono Alfonso alla conquista del regno di  Napoli che  come sappiamo  non fu certo  una passeggiata.

Alfonso d’Aragona, fu un re elogiato dai contemporanei come sovrano illuminato e generoso, che seppe fare del regno  di Napoli un centro artistico e culturale tra i primi in Europa. Considerato amico e protettore di poeti, musicisti e umanisti,  egli spese molto danaro per il mantenimento a corte di numerosi artisti e letterati dei quali lui amava circondarsi. La sua corte fu il punto di incontro di alcuni dei più illustri umanisti del tempo: Lorenzo Valla,   Giovanni Pontano, Jacopo Sannazzaro, Pietro Summonte sono solo alcuni dei grandi personaggi che frequentarono a sue spese la sua corte.

Ma quello a cui teneva particolarmente e considerava forse il piu colto ed affidabile per incarichi di fiducia fu certo Antonio Beccadelli detto ‘ il Panormita. Costituì costitui presso la corte una importante e imponente biblioteca e fondò  a Napoli la prima accademia italiana chiamata Porticus Antoniana che poi in onore del suo successore, Giovanni Pontano, fu chiamata ” Pontaniana “.

Il re Alfonso avendo molta stima del Beccadelli  lo volle fin dal primo momento al suo fianco affidandogli importanti incarichi diplomatici di mediazione tra precari equilibri di  alleanze in cui  Alfonso, nella corsa alla conquista del regno di Napoli,  doveva districarsi con lo Stato pontificio, e le varie signorie di Firenze, Siena,  Venezia e Milano.

Dopo la difficile e sanguinosa conquista del regno di Napoli , Alfonso nominò ufficialmente  il Beccadelli , oltre ad ambasciatore anche consigliere e segretario di corte, affidandogli  l`educazione del figlio Ferrante, futuro re.

Beccadelli d’altronde non venne meno alla fiducia riposta rivelandosi nel tempo un collaboratore prezioso quanto devoto nel bisogno.

Il  sovrano reduce da una guerra che lo aveva logorato e addolorato per la perdita di suo fratello, finalmente potette lavorare alla pace ed alla rifondazione della cultura. La crisi culturale legata all`ambiente durazzesco, aveva infatti  sottratto materia alla vita intellettuale napoletana e fatto precipitare  il Regno in un certo  degrado  culturale .

Questa apprrosimazione culturale non era certo dovuta alla mancanza di una certa intellighenzia cittadina . Queste illuminate menti avevano solo bisogno di nuova linfa e di qualche grosso mecenate che spronasse un certo fermento culturale.

Alfonso dimostrl ben preso a tutti di essere l’uomo giusto  attirando letterati ed uomini di pensiero da ogni parte d`Italia e dalla  Spagna. Il monarca servendosi del Beccadelli diede luogo ad un grande fermento culturale in città che ben presto portò la Corte aragonese  a conquistare un posto centrale nella cultura europea dell`epoca.

 Si iniziò cosi a  far rivivere presso la corte alfonsina i testi classici, a trattarli in dispute critiche, a ricopiarli ed a tradurli dalle lingue originali affidando il compito spesso a letterati stranieri che traducevano dalla propria lingua madre (Giorgio da Trebisonda, Benedetto Gareth, Nicolò Sagundino ecc.).

Questo portò ovviamente alla corte anche la presenza di molti  intellettuali importati del tipo Lorenzo Valla, proveniente da Roma, o Poggio Bracciolini proveniente da Firenze.

N.B.  La lingua ufficiale, nelle occasioni culturali, non era il volgare, guardato con sospetto, bensì il latino. L`utilizzo del greco, invece, veniva valutato come una pura ostentazione da studentelli imberbi, per tal motivo sprezzantemente definiti grecizzanti.

Il Panormita , considerato uomo di fiducia del sovrano, alla nuova corte napoletana del Magnanimo ottenne, quella posizione di risalto e quegli onori che invano aveva sperato di conseguire in Lombardia presso la corte del Visconti.

In questo ambiente egli poté dare ampia testimonianza delle sue capacità e delle sue risorse: l’amore per gli studi e per le attività umanistiche, la viva esperienza di letterato e di uomo di corte, la colta e brillante conversazione che ne fecero il centro della vivace vita culturale dell’umanesimo cortigiano nella Napoli alfonsina. In questo ambiente intellettuale e colto Beccadelli diede  più volte prova del suo spirito arguto nelle accese discussioni di poesia e di oratoria che egli soleva tenere  con gli altri “accademici”,

Ma vi manifestò anche apertamente il suo carattere ombroso e difficile, insofferente, talvolta incline agli intrighi e alla polemica (clamorosa la sua rottura col Valla, compagno di tanti dotti conversari nella “ora del libro”, che si teneva alla corte di Alfonso, e altrettanto note le burrascose polemiche col Porcelio, terminate con l’allontanamento di quest’ultimo dalla corte aragonese.

N.B. Nell`ambiente di corte, il fermento culturale spesso  si manifestava nelle dispute poetiche,  utilizzate come mezzo  ai  fini di studio oltre che cortesi.

Rapporti di affettuosa amicizia mantenne invece con altri dotti umanisti della stessa corte, come il Facio, l’Aurispa, il Gaza, il Calcidio, il Curlo, il Bracciolini e soprattutto il Pontano, il cui nome, assieme a quello del Panormita, è legato alla fondazione dell’Accademia. Questa nacque  inizialmente sotto il nome di Porticus Antonianus in quanto le  riunioni dei dotti amici avvenivano generalmente sotto i portici in via dei Tribunali,

CURIOSITA’ : Una  figura allora mitizzata dai poeti di corte, e perciò anche dal Beccadelli, fu la bella Lucrezia D`Alagno, favorita del Re.  Alfonso era sposato, in Spagna, a Maria di Castiglia. Matrimonio infelice, voluto per ragion di stato contro la tendenza del giovane sposo. Maria era di salute cagionevole, non bella, e l`unione non aveva portato il sospirato erede alla corona. Oltretutto, in quel periodo era lontana. (Ferrante fu infatti concepito al di fuori del matrimonio di Alfonso con la propria legittima consorte). La bella Lucrezia era originaria di Amalfi, di famiglia non nobile e questo pesò sul suo rapporto col re. Ciò non impedì  comunque  che la regina morganatica divenisse musa ispiratrice dei poeti di corte. Il Beccadelli le dedicò, tra gli altri, questi versi: Quantum rex proceres, quantum Sol sydera vincit, tantum Campanas superat Lucretia nymphas .

Beccadelli nella sua vita privata ,fu sposato per ben due volte. La prima con una certe Filippa nel 1453,  durante la sua residenza in Lombardia che morì purtroppo  poco tempo dopo di parto, e la seconda con una napoletana che si chiamava Laura Arcelli dalla quale ebbe una nutrita discendenza.

Nella sua lunga permanenza presso la corte alfonsina il Panormita svolse un importante ruolo di ambasciatore e mediatore di numerose trattative , assumendo anche numerosi incarichi prestigiosi come quello di luogotenente del protonotaro,  presidente della Camera della Sommaria,  e commissario regio.

Egli venne per tale motivo  nominato da Alfonso cittadino onorario della capitale, mentre per i suoi meriti e per il continuo prodigarsi in favore del re, fu insignito  anche come notaro della Camera della Sommaria “ad vitae decursum” con il privilegio di un alto stipendio.

Spinto da molti a comporre in onore di Alfonso un poema glorificatorio, compose  nel 1455  il De dictis et factis Alphonsi regis, dove, sciolto da schemi e limiti strutturali, riuscì a innalzare un vero monumento a esaltazione e trionfo del sovrano aragonese. L’opera  subito ampiamente diffusa e tradottain varie lingue volgari, contribuì, forse più di qualunque altra opera, a creare e diffondere la fama di Alfonso grande mecenate e principe ideale.

N.B. Frutto di analoga ispirazione si accompagna al De dictis l’Alphonsi Regis triumphus,una breve   operetta in prosa, che descrive il celebre trionfo del re, al suo ingresso in Napoli, nel 1443. Scrisse inoltre anche “Epistole galliche” (Epistulae gallicae) e “Epistole campane” (Epistulae campanae) che furono pubblicate nel 1474.

La generosa gratitudine di Alfonso non si fece ovviamente attendere: oltre al privilegio di fregiare il proprio stemma gentilizio con le armi aragonesi, il Beccadelli  ottenne in dono, nel 1455, il castello palermitano della Zisa, già dimora degli emiri musulmani e dei sovrani normanni.

Né la morte di Alfonso, avvenuta nel 1457 né la conseguente assunzione al trono di Ferdinando I intaccarono minimamente la posizione di preminenza che il Beccadelli  aveva a corte; anzi il 1458 fu per il Panormita furono quelli anni caratterizzati da una  intensissima attività politica, che culminò con l’ambasceria a Milano presso Francesco Sforza.

Solo in un secondo momento i rapporti con Ferdinando , durante gli anni 1461-1462 andarono incontro a  qualche incomprensione reciproca causa forse  la riduzione degli assegni, causata dal grave dissesto dell’economia del Regno,

Questo lo  indusse a frequenti recriminazioni e ad elaborare il  proposito di lasciare Napoli per Palermo o la Spagna. Successivamente alcune generose elargizioni di Ferrante (tra l’altro, il dono di una casa già del principe di Rossano) riportarono la serenità fra i due, anche se non migliorarono molto le non più felicissime condizioni economiche del poeta, scosse altresì dalla costituzione della dote alla figlia Caterina, andata sposa a Cola Tomacello.

Gli ultimi anni di vita trascorsero serenamente tra le dotte discussioni all’Accademia e l’insorgenza di un’ombra d’ascetismo, minore tuttavia di quanto la redazione a noi nota delle lettere degli ultimi suoi anni non abbia fatto finora supporre.

La morte lo colse nella sua abitazione , lungo il decumano maggiore (via Tribunali)  in quel palazzo che sorge all`angolo dove giace la statua  del Nilo, mentre  attendeva a tracciare una biografia di Ferrante, il Liber rerum gestarum Ferdinandi Aragoniae, opera rimasta incompiuta e  nella quale avrebbe dovuto narrare anche le vicende degli anni tristi di cui era stato spettatore forse smarrito per la crudeltà che li aveva insanguinati.

Il Beccadelli  morì a Napoli il 15 gennaio del 1471.

 

 

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