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Perché nella Certosa di San Martino troviamo una cappella dedicata a un uomo che rifiutò di diventare arcivescovo? Il 6 ottobre, giorno in cui si celebra San Bruno, possiamo cercare la risposta salendo in uno dei luoghi più conosciuti di Napoli, dove la storia del fondatore dei certosini accompagna quella dei monaci che abitarono il complesso. Davanti ai dipinti e ai marmi della chiesa incontriamo il ricordo di un uomo che aveva insegnato a lungo, era stimato da un papa e avrebbe potuto occupare una posizione importante, ma scelse di trascorrere la propria vita nella preghiera e nella solitudine.

Bruno, nato a Colonia intorno al 1030, era stato maestro nella scuola della cattedrale di Reims e si era opposto all’arcivescovo Manasse di Gournay, al quale contestava la condotta. Nel 1084 si ritirò con sei compagni nel massiccio della Chartreuse, presso Grenoble, dando origine alla prima comunità certosina. Quando Urbano II, suo antico allievo, lo chiamò a Roma, lasciò il suo ritiro per raggiungerlo; rifiutò però la nomina ad arcivescovo di Reggio Calabria e fondò un nuovo eremo in Calabria, dove morì il 6 ottobre 1101. Napoli avrebbe accolto la sua eredità spirituale oltre due secoli dopo, quando Carlo, duca di Calabria e figlio di Roberto d’Angiò, volle costruire nel 1325 un monastero certosino sulla collina che domina la città.

 

Quel monastero fu dedicato a san Martino di Tours, mentre Bruno rimase il riferimento spirituale della comunità. Il legame tra i due santi si comprende osservando gli spazi nei quali i certosini trascorrevano le giornate, soprattutto il Chiostro Grande, lungo il cui perimetro sono ancora visibili le porte e i passavivande delle celle. Attraverso questi piccoli sportelli veniva consegnato il cibo ai monaci, consentendo loro di consumare il pasto nel raccoglimento della propria abitazione. La cella era infatti il luogo della preghiera personale, della lettura e del lavoro, all’interno di una vita che prevedeva anche celebrazioni e momenti comuni. Un’apertura accanto a una porta, davanti alla quale oggi possiamo passare senza fermarci, racconta così un’abitudine quotidiana e ci avvicina alla scelta compiuta da Bruno molto più di quanto possa fare una generica descrizione del silenzio monastico.

 

Nella chiesa, quella scelta venne raccontata attraverso le opere della cappella di San Bruno, la seconda a sinistra, strutturata da Cosimo Fanzago intorno al 1631. Massimo Stanzione vi lavorò dal 1631 al 1637, dipingendo le tele e gli affreschi con episodi della vita del fondatore. La decorazione seguiva l’estensione della sua festa alla Chiesa universale, avvenuta nel 1623, dopo che Leone X ne aveva autorizzato il culto nel 1514. Le figure della Solitudine e della Penitenza, ai lati dell’altare, furono eseguite da Lorenzo Vaccaro e terminate dal figlio Domenico Antonio: i loro soggetti richiamavano ai monaci le scelte sulle quali si fondava la propria vocazione. Nella stessa Certosa si conserva un busto di Bruno in bronzo argentato e dorato, datato intorno al 1638, per il quale il Catalogo generale dei Beni Culturali indica Fanzago come progettista e associa all’esecuzione il nome di Biagio Monte.

Il lavoro degli artisti si inserì nelle trasformazioni che, nel corso dei secoli, diedero al monastero medievale il suo aspetto attuale. Fanzago ebbe un ruolo decisivo in questa storia e intervenne anche nel Chiostro Grande, dove la bellezza delle decorazioni convive con il piccolo cimitero dei monaci. I teschi scolpiti sulla balaustra marmorea delimitano l’area delle sepolture e possono sorprendere chi arriva dalla ricchezza della chiesa, ma appartengono allo stesso ambiente religioso. Possiamo interpretarli come un richiamo cristiano alla brevità della vita; il cimitero documenta invece, concretamente, il luogo destinato ai defunti della comunità. Accanto agli spazi della preghiera e del lavoro, i monaci mantenevano dunque quelli della sepoltura, entro un complesso nel quale si svolgeva la loro esistenza.

Questa quotidianità aveva anche un rapporto con la terra, che il paesaggio dei giardini aiuta ancora a riconoscere. Il museo documenta un pergolato di viti con uve degli antichi ceppi cornicella e catalanesca, una presenza che aggiunge alla storia delle opere d’arte quella delle coltivazioni sulla collina. Dalle terrazze vediamo oggi una città profondamente cambiata rispetto ai secoli della fondazione, mentre all’interno della Certosa possiamo ancora seguire le tracce della sua precedente funzione, pur attraverso gli adattamenti che accompagnarono la destinazione a museo nel 1866, per volontà di Giuseppe Fiorelli, e l’apertura al pubblico nel 1867.

Da allora, chi entra a San Martino incontra le raccolte che raccontano Napoli negli ambienti un tempo abitati dai certosini. La ricorrenza di Bruno ci invita a soffermarci anche su ciò che quelle sale erano prima di accogliere i visitatori, riconoscendo nella cappella la memoria del fondatore e nel chiostro le abitudini della comunità. La prossima volta che saliremo per guardare la città, potremo dedicare qualche momento anche a quelle porte e ai piccoli sportelli rimasti accanto alle celle: conoscerne la funzione significa restituire al monumento una parte della vita delle persone che lo abitarono.

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