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Quante volte siamo passati davanti alla scalinata di Santa Teresa a Chiaia senza salirla? In via Vittoria Colonna, poco lontano da via dei Mille, quella facciata rialzata custodisce una parte della storia del quartiere che le vetrine e il traffico hanno reso meno riconoscibile: la Chiaia dei giardini, dei conventi e delle grandi committenze del Seicento.

Per ritrovarla bisogna partire dal nome con cui la chiesa era conosciuta: Santa Teresa a Plaggie, o Santa Teresa Burghi Plaggie. Un riferimento alla spiaggia e al borgo cresciuto lungo il litorale, quando il rapporto con il mare era più diretto e l’assetto dei luoghi molto diverso da quello attuale. È una piccola traccia linguistica che ci aiuta a immaginare ciò che oggi gli edifici nascondono.

Le origini del complesso risalgono ai primi decenni del Seicento. Tra il 1620 e il 1625 prese forma la prima sistemazione della chiesa con l’annesso noviziato dei Carmelitani Scalzi, sostenuta dal lascito di Rutilio Collasino. Era una Napoli nella quale la riforma carmelitana legata a Teresa d’Avila stava trovando un terreno favorevole, anche grazie ai rapporti con il mondo spagnolo. La religiosa sarebbe stata canonizzata nel 1622, proprio negli anni in cui questa presenza si consolidava a Chiaia.

La chiesa che vediamo, però, appartiene soprattutto alla successiva stagione di ricostruzione. Dal 1650 al 1662 il progetto fu affidato a Cosimo Fanzago, grazie alle donazioni di benefattori napoletani, fra i quali ebbe un ruolo importante Isabella Mastrogiudice. Nel 1664 la nuova chiesa venne consacrata. Fanzago vi intervenne con quella capacità di tenere insieme architettura e scultura che ha lasciato un’impronta così profonda nella città.

Anche la scalinata a doppia rampa partecipava a questa concezione: accompagnava la salita verso il tempio, posto più in alto rispetto alla strada, e ne preparava l’ingresso. Ma sarebbe inesatto immaginarla rimasta identica da allora. Il terremoto del 1688 impose restauri e rifacimenti; gli interventi successivi modificarono anche l’aspetto della facciata, arricchita dalla decorazione in stucco. Più tardi, le trasformazioni urbanistiche ottocentesche della zona di via dei Mille e via Vittoria Colonna ridussero lo scalone originario. Anche quei gradini, dunque, raccontano quanto la città abbia cambiato forma attorno alla chiesa.

Il 1664 fu un anno importante anche per la devozione napoletana a Teresa: nell’aprile di quell’anno la santa venne proclamata compatrona di Napoli, con il sostegno del viceré conte di Peñaranda. La sua presenza fra i protettori della città ricorda quanto fossero intrecciati, nella Napoli vicereale, la vita religiosa, le relazioni con la Spagna e il mecenatismo artistico.

Varcato l’ingresso, lo spazio a croce greca si raccoglie sotto la cupola. Sull’altare maggiore si trova la statua marmorea di Santa Teresa, opera di Fanzago: l’architetto che aveva ridisegnato la chiesa ne aveva realizzato anche l’immagine della titolare, unendo il luogo della celebrazione alla figura cui era dedicato.

Luca Giordano vi lasciò un gruppo di dipinti che merita, da solo, una visita. Nel Riposo durante la fuga in Egitto il racconto sacro si ferma su una pausa del viaggio della Sacra Famiglia; nell’Infanzia di Maria, con sant’Anna e san Gioacchino, si entra invece nella dimensione familiare dell’educazione della Vergine. Altri due dipinti ci riportano alla vita di Teresa: San Pietro d’Alcantara che appare alla santa e San Pietro d’Alcantara che la confessa. È il francescano che fu suo consigliere e sostegno spirituale, una presenza importante per comprendere quelle scene.

 

La visita continua anche abbassando lo sguardo. Il pavimento settecentesco in maiolica reca al centro il cuore di Teresa, richiamo alla sua esperienza mistica e alla devozione che ne tramandò la memoria. Ai lati dell’ingresso, le acquasantiere in marmo grigio e i quattro confessionali settecenteschi in noce intagliato, ornati dallo stemma carmelitano, conservano il lavoro degli artigiani accanto a quello dei grandi maestri. Sono oggetti legati ai gesti quotidiani dei fedeli, parte della storia della chiesa quanto le tele e le sculture.

Intorno, il complesso conventuale subì profonde trasformazioni: nell’Ottocento gli spazi furono interessati da usi militari, i giardini scomparvero e parti dell’antico insediamento lasciarono posto all’edilizia civile. Sarebbe però sbagliato concludere che la storia dei Carmelitani qui sia finita: la comunità è ancora presente e la chiesa continua a essere un luogo di culto.

Quando si torna in via Vittoria Colonna, la scalinata acquista così un significato diverso. Nella sua forma modificata restano insieme il progetto di Fanzago e le esigenze della città che gli è cresciuta intorno. Salirla significa ritrovare, a pochi passi dalle strade più frequentate di Chiaia, una parte del quartiere che possiamo ancora conoscere, purché ci fermiamo a guardarla.

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