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Oggi, 14 ottobre, ricordiamo Giovan Battista Marino, nato a Napoli nel 1569.
Prima di diventare uno dei poeti più celebrati del Seicento, fu un giovane cacciato di casa perché aveva preferito la poesia al diritto.
Per ritrovare una parte della sua storia possiamo fermarci in piazza Bellini, davanti a ciò che resta di Palazzo Conca: una dimora nella quale libri, dipinti e incontri letterari alimentarono la sua passione per la bellezza.
«Il padre, Giovan Francesco, giureconsulto, lo aveva avviato agli studi giuridici. Quando Marino li abbandonò per dedicarsi alla poesia, il padre lo cacciò di casa, costringendolo a cercare sostegno fra amici e mecenati.
Fra questi vi fu Giovan Battista Manso, che lo aiutò anche nelle sue disavventure giudiziarie: nel 1598 ottenne la sua liberazione dopo un arresto dalle cause ancora oggi poco chiare.
Sembra infatti che nel 1598 finì in carcere per ragioni ancora discusse: le fonti riportano vicende amorose incerte legate ad una giovane donna che lui avrebbe sedotta e che poi sarebbe morta in seguito a un aborto da lui procurato. È però una versione incerta, così come quella dell’’accusa di sodomia, rilanciata dai suoi nemici letterari.

Dopo aver recuperato la libertà grazie all’intercessione di Giovan Battista Manso , appena un anno dopo , questi lo aiutò a fuggire dal carcere, dove era stato rinchiuso per aver falsificato documenti nel tentativo di salvare dalla condanna a morte il suo grande amico Marcantonio d’Alessandro ( che venne comunque giustiziato ) .
In questa circostanza egli falsificò documenti vescovili per farlo riconoscere come chierico e sottrarlo così alla giustizia secolare, invocando la giurisdizione ecclesiastica. L’espediente fu scoperto: Marcantonio venne decapitato e Marino imprigionato .
La perdita di questo amico fu un episodio doloroso che sconvolse molto la sua vita .
Anni dopo dedicò a questo evento , mai del tutto dimenticato un famoso sonetto:
«sí ch’io piansi fuggendo. Ella, sdegnosa,
due vite amiche in una morte estinse».
È un’immagine fortissima: Marino racconta la morte dell’amico come una perdita che travolge anche la propria vita.
Il poeta che tenta una falsificazione per strappare un uomo alla morte, fallisce e fugge piangendo.
Un altro incontro decisivo fu quello con Matteo di Capua, principe di Conca, del quale divenne segretario nella seconda metà del 1596».
Il palazzo del principe sorgeva sullo slargo oggi intitolato a Vincenzo Bellini, accanto al convento di Sant’Antoniello a Port’Alba.
Già appartenuto ai Pandone e poi a Ferdinando Alarcon, era passato nella seconda metà del Cinquecento ai di Capua. Con Matteo conobbe una stagione di splendore, diventando anche luogo d’incontro per letterati: vi fu ospitato Torquato Tasso e vi lavorò lo stesso Marino.
Come già abbiamo raccontato su Cose di Napoli, in un articolo dedicato a Piazza Bellini , la residenza custodiva quadri pregiati, arredi, argenterie e una notevole biblioteca.
Era un ambiente nel quale la ricchezza si manifestava anche attraverso le collezioni e la cultura. Marino ebbe accesso alla biblioteca e alla quadreria del principe, coltivando quella familiarità con le arti figurative che avrebbe accompagnato tutta la sua vita. Proprio in quegli anni stava già lavorando all’Adone.

Oggi, attraversando la piazza, è difficile ricostruire mentalmente l’estensione e la ricchezza di quel complesso.
Il palazzo aveva anche un giardino sul retro e, dalla parte di San Pietro a Majella, uno spazio coperto destinato al gioco del pallonetto. Un particolare che aiuta a immaginare una residenza vissuta, con le sue occasioni di svago, oltre ai libri e agli incontri dei poeti.
Giovan Battista Marino con la sua scrittura cercava accostamenti inattesi, immagini capaci di sorprendere, parole che facessero vedere e sentire. L’amore per le arti trovò un’espressione particolare nella Galeria, pubblicata nel 1619: centinaia di componimenti costruiti in rapporto a dipinti e sculture. Una raccolta da percorrere anche come un museo di parole, dove la poesia incontra le immagini e prova a restituirne la forza.

Insomma , alla fine, fu proprio quella poesia che lo aveva allontanato dalla professione paterna ad aprirgli le porte dei palazzi e delle corti.
Il successo delle Rime, pubblicate nel 1602, gli procurò nuovi protettori e incarichi prestigiosi: da Roma a Ravenna, fino alla corte dei Savoia a Torino. Qui, però, il favore del duca Carlo Emanuele I non lo mise al riparo da un’altra prigionia. Alcuni suoi versi burleschi, appartenenti alla Cuccagna, furono presentati come una satira contro il sovrano: Marino sosteneva invece che il componimento risalisse agli anni napoletani e non fosse rivolto al duca. Nell’aprile 1611 venne arrestato e rimase in carcere fino al giugno 1612. Gli sequestrarono anche i manoscritti, che non gli furono restituiti insieme alla libertà: per recuperarli dovette continuare a sollecitare amici e protettori».
Nel 1615 , allo scopo di cercare maggior protezione, soprattutto da quelle persistenti tu incalzante minaccia dell’ inquisizione sempre più presente in Italia , egli decise di raggiungere la Francia, dove trovò la protezione di Maria de’ Medici.
A favorire quella scelta furono le opportunità offerte dalla sua fama,
Qui nel 1623 uscì a Parigi l’Adone, il vastissimo poema sugli amori di Venere e del giovane Adone, che coronò la sua celebrità europea».
A quel punto Marino era ormai un poeta di fama europea».

Il ritorno in Italia, nello stesso anno, lo riportò però davanti al Sant’Uffizio. Le accuse riguardavano versi giudicati osceni ed empi, alcuni dei quali non sono stati ritrovati. Il 9 novembre 1623 fu condannato all’abiura de levi, prevista per un sospetto lieve di eresia, e gli fu vietato di lasciare Roma senza autorizzazione.
Nel 1624 tornò a Napoli, dove ricevette l’accoglienza degli ambienti letterari e fu eletto principe dell’Accademia degli Oziosi».
«Anche l’Adone subì la censura: si contestavano la sensualità del racconto e la mescolanza fra linguaggio sacro e materia profana.

Persino chiamare Venere “santa madre d’Amor” risultava inaccettabile ai censori. La revisione richiesta non fu completata e il poema venne definitivamente inserito nell’Indice dei libri proibiti il 4 febbraio 1627, quasi due anni dopo la morte del suo autore».
Anche Palazzo Conca cambiò destino. Nel 1637 fu venduto agli Orsini e passò poi alle monache di Sant’Antoniello, che nel 1658 ottennero di incorporarlo nel monastero. Il terremoto del 1694 provocò danni tali da determinarne la quasi completa demolizione; sopravvisse la facciata sulla piazza, trasformata per la nuova funzione e nella quale fu conservato il portale originario.
Del suo splendore possiamo dunque riconoscere soltanto alcune tracce. Ma ricordare Marino ci permette di restituire a quelle pietre una storia: quella di un giovane che trovò fra libri e quadri un mondo più vicino alla propria vocazione. La prossima volta che passeremo per piazza Bellini, potremo cercare anche questo frammento della città, dove un palazzo contribuì alla formazione del poeta della meraviglia.




