Tanti anni fa , i navigatori greci di ritorno dai loro viaggi di esplorazione , furono i primi a narrare di aver visto uno straordinario luogo fatto di vulcani ardenti, di colonne di fumo e di lingue di fuoco alte nel cielo che con il loro riflesso nel mare rendevano le acque vicino la costa inquietanti e misteriose.

L’insenatura ,del nostro  golfo doveva apparire  ai loro occhi terrificante e meravigliosa al tempo stesso. I vulcani con le loro lingue di fuoco che alte sembravano lambire il cielo, le sorgenti termali che sgorgavano ovunque e i laghi scuri circondati da fitte e inesplorate foreste  erano proprio il luogo ideale dove immaginare potessero risiedere tutti i loro miti e le loro credenze e far vivere le loro leggende.

La maggior parte di questi fantastici luoghi  vennero di conseguenza ambientati intorno alle figure di Ercole, Ulisse Enea e Virgilio……  ma anche di Efesto .

Il primo , cioè Ercole venne associato alla costruzione della famosa via Herculanea, cioè la diga artificiale tra il Lago di Lucrino ed il mare fatta in occasione del suo passaggio con i buoi presi a Gerione (decima delle dodici fatiche a cui l’eroe fu condannato).

CURIOSITA’: Il mito di Ercole fu molto radicato nel territorio e molte località legarono il suo nome a quello dell’eroe: Bacoli (vacua = terra incolta e deserta; boaulia = stalla di buoi, venne cosi’ chiamata in ricordo della sosta di Ercole con gli armenti sottratti a Gerione) mentre Ercolano secondo leggenda pare sia stata fondata proprio da Ercole ( Hercolaneum ,cioe’ la greca Herakleion ).

La figura di Ulisse venne invece legata sopratutto ai nomi di Baia e Miseno, i due suoi sciagurati compagni seppelliti nei luoghi che hanno poi dato il nome alle due località.

Enea  invece  divenne il protagonista assoluto del Lago d’Averno, identificato dagli antichi come lo specchio d’acqua che tutti credevano celasse la porta di ingresso agli inferi. Il luogo ricco di paura e mistero dove non potevano volgersi in volo gli uccelli, era anche il luogo delle misteriose grotte abitate dai Cimmeri e della inestricata e inesplorata foresta sacra dedicata a Proserpina.

N.B. In questa zona si trova anche il luogo dei vaticini della Sibilla che come cita Virgilio nell’Eneide ( libro VI) fu visitato da Enea nella speranza di conoscere il proprio destino per mano della Sibilla Cumana da lui consultata.

Virgilio scelse addirittura il assoluto il luogo scegliendolo quale protagonista assoluto dove ambientare l’intero VI libro della sua opera.

Ad Efesto è associato sopratutto il Vesuvio , dove microbi speciali e certe alghe che si riproducono  nella lava bollente davano luogo a dei vapori puzzolenti.. Questi vapori fetidi e ovviamente il fuoco che da esso spesso eruttava , spinsero  la popolazione a credere che nel cratere dei vulcani si trovasse l’officina del Dio italico Vulcano( Efesto ) , il Dio del fuoco e delle forge. Il cratere del Vesuvio secondo antiche  credenze popolare, rappresentava infatti la porta per il regno di Efesto ,dove egli come   Dio dei fabbri, lavorava il ferro su un’incudine gigantesca.

Il fuoco di quei vulcani recavano una simbologia molto espressiva in cui andavano sviluppandosi sentimenti come paura , fascino e magia . I primi abitanti svilupparono quindi almeno inizialmente un rapporto  molto ambivalente con il fuoco di quei vulcani : da una parte temevano il potere distruttivo del vulcano, dall’altra parte avevano capito che la terra arricchita di lava era molto fertile e quindi molto importante per l’agricoltura

In un primo tempo credevano addirittura  che la terra cominciasse a tremare ed i vulcani sputassero fuoco, quando gli Dei si arrabbiavano. Successivamente si diffuse l’idea che questI “buchi “fosse l’entrata per l’Inferno, visto che ogni tanto ne usciva del fuoco.

Il maggior indiziato come vulcano ad avere una porta di acceso agli inferi fu ovviamente il Vesuvio che con le sue eruzioni più  volte nel corso dei secoli ha poi minacciato e annientato centri abitati e colture ed ha causato numerose vittime. Con i suoi improvvisi risvegli, il Vesuvio ha spesso apportato rovina e distruzione ai campi ed alla popolazione del posto. L’uomo, però, che ha abitato questi luoghi , in uno ambiguo  rapporto di odio e amore , è stranamente sempre ritornato in quelle zone che sono state teatro di morte e disastro ed ha ripreso il suo lavoro. Così la gente è riuscita a prendere confidenza con il Vesuvio e ad imprimergli un aspetto umanizzato, utilizzando il suolo per colture, giardini e campi.

 

Ma  quel luogo che  gli antichi greci  soprannominarono  come  ” Terra dei fuochi ” era anche il posto  dove si ergeva a Cuma il famoso Tempio di Apollo  con le sue gigantesche porte in oro, e le famose isola delle capre ( Nisida )o di Scheria ( Ischia ) ,narrata da Omero nella sua Odissea.

Fu più tardi anche una località molto ambita dalla nobiltà romana, famosa per il suo  clima mite, la bellezza del paesaggio, il verde delle sue colline e le sue acque termali: tutto il litorale e le colline circostanti furono infatti  luogo di insediamento di sontuose ville di patrizi romani per i quali divenne segno di prestigio e di affermazione sociale possedere una villa per esempio a Baia, considerata all’epoca il luogo più bello del mondo ed il più ambito per passarvi l’estate.
Frequentata dai personaggi più in vista della capitale  questi luoghi divennero  il bellissimo luogo dove Agrippina, Annibale, Cesare, Nerone, Cicerone, Lucullo, Caio Mario, Augusto, Caligola, Pompeo, Domiziano e tanti altri possedettero qui sfarzose ville , che divennero occasioni di incontri politici e di affari oltre che di cultura, lussi e lussuria.

Nel secolo scorso i campi ardenti divennero per i viaggiatori anche una tappa fondamentale di quel Grand Tour ottocentesco del programma di formazione a cui si doveva attenere qualsiasi europeo che si vantasse di essere colto e viaggiatore poichè solo in questo luogo egli poteva trovare immediato riscontro fatto dai suoi studi sui poemi , sui classici latini e greci ma anche sui misteri della natura e dei vulcani con i suoi diversi crateri .

CURIOSITA’ ; Oggi i Campi Flegrei  possono essere descritti come una grande  vasta  area di origine vulcanica situata a nord-ovest della città di Napoli,  avente un’estensione di circa 180-200 km2, , che viene  considerata  dal mondo scientifico ancora attiva.  Essa come vulcano mostra una singolare la struttura : non è un vulcano dalla forma di cono troncato ma uuna vasta depressione ( caldera ), ampia circa 12x15km.

N.B. Si tratta di uno dei supervulcani (o grande caldera) tra i più pericolosi al mondo ed è famoso per il fenomeno del bradisismo, ovvero un periodico innalzamento e abbassamento del livello del terreno.Il fenomeno di bradisismo che caratterizza l’area consiste in un lento movimento di sollevamento e abbassamento del suolo. (l’ultima crisi bradisismica si è verificata nel 1983).

N.B. Il nome datole dagli antichi è Phlegraea Pedia, ovvero campi ardenti, e fa riferimento alla natura vulcanica di quest’area.  Con la  parola “flegrei” che deriva dal greco flègo “brucio”, “ardo”, gli antichi  abitanti non si riferivano però alle manifestazioni eruttive (in epoca romana il vulcano era quiescente da secoli ) ma alla  presenza di numerose fumarole e acque termali, conosciute e sfruttate fin dall’antichità. Nella zona sono infatti riconoscibili diverse aree soggette ad un vulcanismo di tipo secondario, come fumarole e sorgenti termali. In particolare, nell’area della Solfatara si verificano manifestazioni gassose mentre le località di Agnano, Pozzuoli, Lucrino sono note per le acque termali.

La sua forma di semicerchio bordato da numerosi coni e crateri vulcanici. è dovuta alla forza eruttiva di due sue grandi eruzioni , che  per volume e velocità di magma furono talmente violente da causare collassi e originato vari crateri .

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L’intera area, dei Campi Flegrei vista dall’alto, mostra come vedete una morfologia  molto particolare: non c’è un singolo edificio vulcanico che domina il paesaggio (come nel caso del Vesuvio, dell’Etna e di tutti i vulcani più celebri) ma è caratterizzata dalla presenza di tanti coni vulcanici  , generalmente poco elevati. Nella maggior parte dei casi i vulcani in questione sono monogenici, cioè prodotti da una singola attività eruttiva di tipo esplosivo.

 

Caldera dei Campi Flegrei
L’ultima eruzione siè verificata nel 1538 e pur essendo stata fra le minori dell’intera storia eruttiva dei Campi Flegrei, ha interrotto un periodo di quiescenza di circa 3000 anni , dando origine nel giro di pochi giorni, al cono di Monte Nuovo, alto circa 130 m.
Da allora, l’attività ai Campi Flegrei è caratterizzata fortunatamente da fenomeni di bradisismo, attività fumarolica ed idrotermale localizzata nell’area della Solfatara.I cittadini di questa zona, (soprattutto della città di Pozzuoli)  convivono sin dalla nascita con questo fenomeno del bradisismo ,e per monitare quello che viene soprannominato  il “respiro vulcanico” si servono di alcune colonne di un antico Tempio . Esso invaso dalle acque termo minerali che scaturiscono dal sottosuolo mostra sulle sue restanti antiche colonne i segni del bradisismo poichè le stesse vengono  puntualmente  sommerse o riemergere in sincronia con gli avvenimenti geologici causati da cicli di sollevamento e abbassamento del terreno a causa di risalita di fluidi magmatici .Le  tre colonne  in marmo cipollino del Tempio di Serapide di Pozzuoli ,rappresentano da tempo , quindi  , un ottimo sensore per la popolazione del luogo. Esse infatti , come vedrete, presentano evidenti tracce di fori praticati da particolari organismi marini chiamati  litodomi  che involontariamente  testimoniano l’alterno movimento bradisismico della zona..

Queste colonne con i loro  fori testimoniano da sempre le varie variazioni del livello del mare nel corso dei secoli. In realtà, non è tanto il livello del mare a cambiare, quanto piuttosto il livello del suolo!N.B. monitorare costantemente il livello del terreno, permette di  comprendere quando si è in fase di sollevamento o di discesa. Il problema è infatti legato alla fase ascendente: è quando la terra sale che si creano i terremoti.Questo lo sa bene chi, negli anni ‘70 e ‘80, ha vissuto in queste zone. Nel 1970-1972 e nel 1983-1984 parte della città di Pozzuoli fu evacuata a causa di continui sciami sismici legati a due intense crisi bradisismiche flegree che comportarono un sollevamento complessivo di 150-170 cm e 180 cm rispettivamente.
Secondo l’INGV, dal 2005 si è avviata una nuova fase ascendente (la risalita totale al momento è di circa 45 cm). Questo è confermato dai frequenti sismi e dal monitoraggio delle fumarole che negli ultimi anni presentano una diversa composizione chimica, probabilmente legata alla risalita di magma e fluidi magmatici dalla camera magmatica più profonda. Nonostante tutto questo , dovete sapere che quella che in passato era chiamata “terra ballerina” oggi ospita più di 800 mila persone e rappresenta una delle zone con rischio vulcanico più elevato al mondo.Curiosita’ : Il Tempio di Serapide venne  fatto costruire dall’Imperatore romano Vespasiano  , come segno di ringraziamento per l’appoggio ricevuto nella lotta controun ottimo sensore  il rivale Vitellio, . Esso venne cosstruito insieme ad altri  splendidi monumenti come l’Anfiteatro Flavio ( così denominato per distinguerlo da quello più antico di età augustea),Il nome  Sarapeum o Tempio di Serapide,  erroneamente attribuitogli deriva solo dal ritrovamento all’interno di esso, durante lo scavo, di una statua del dio egiziano Serapis. Fu quindi erroneamente ritenuto un “tempio” mentre si tratta in realtà solo di un Macellum, ovvero di un mercato pubblico della città.
Oggi il Tempio  è celebre in tutta Italia , proprio grazie al  fenomeno del bradisismo che può essere letto sulle sue colonne.

Oltre al nostro famoso Vesuvio , probabilmente uno dei vulcani successivamente più fotografati negli ultimi secoli , esistono nel nostro golfo ,quindi  tanti altri tanti crateri  meno conosciuti che da sempre  hanno caratterizzato la nostra città, divenendone grande oggetto di studio.

Il più grande di tutti ,  quello che possiamo considerare il più maestoso , è sicuramente  quello chiamato GAURO che  si trova  alle spalle di Pozzuoli.  Lui è il vulcano di maggiore elevazione dei Campi_Flegrei, e su di lui svettano ben  tre cime: il monte Barbaro (331 m), il monte Sant’Angelo (308 m) ed il monte Corvara (290 m). Il grosso edificio vulcanico posto in posizione centrale rispetto al complesso dei campi flegrei , si riconosce facilmente perchè è il più alto della zona ed al suo cratere , non distante dall’uscita di via Campana ,della nostra (?) tangenziale  , vi si può facilmente accedere ( fermo restando che vi troverete una base militare americana) .

Il nome del vulcano è di origine greca, ed è dovuto alla sua notevole dimensione: Gauro in greco significa infatti “maestoso”. La struttura è in tufo è oggi in parte stata modiicato per dare opportunità di raggiungere il cratere ” del Campiglione “. Ad esso si accede dalla località Quarto subito dopo la cosidetta ” montagna spaccata ” provenendo da Pozzuoli . La zona più accessibile del Monte Guro è quella lungo il monte S. Angelo ( zona del castagnaro ).

Il cratere del Campiglione, dal diametro di 750 m, è  invece l nome con il quale si identifica la caldera al centro dell”edificio vulcanico.

N.B.  Sul fondo del cratere è allocata la base ricreativa militare americana del Carney Park, un’area ricreativa, piú unica che rara, a causa della sua posizione, all’interno di un cratere posto nell’ambito della Caldera dei Campi Flegrei ,  teoricamente fruibile solo da personale autorizzato degli Stati Uniti  ( il parco si apre, in realtá, anche a ospiti esterni, sia pure solo in occasione di eventi e ricorrenze particolari.)

CURIOSITA’: Il monte Gauro chiaramente riconoscibile anche dal poro di Pozzuoli per la sua altezza , ‘è stato teatro di battaglia  tra sanniti e romani nel 342 a.C.

 

Gli altri sono : il cratere della Solfatara ,il cratere semisommerso di Vivara, il cratere di Nisida, il Cratere di Capo Miseno,  il cratere vulcanico Senga , il cratere di Soccavo,  la coppia gemella dei crateri dei Fondi di Baia ,il  cratere di Agnano ed   i crateri dell’Averno e di Monte Nuovo

Il cratere della solfatara , è quello di un antico vulcano ,ubicato a tre chilometri dalla città di Pozzuoli , oggi  ancora attivo, ma in stato quiescente . Egli da circa due millenni conserva un’attività fumarolica, getti di fango bollente ed elevata temperatura del suolo.  Secondo recenti studi é verosimile che esso  rappresenti una sorta valvola di sfogo, per una colonna di gas in sovrapressione, cui é probabilmente attribuibile l’attuale fase di bradisismo ascendente oggi presente.

Questo cratere dalla  forma ellittica. è posto a novantadue metri sul livello del mare., Il suo diametro nei vari punti è di  di 770  e 570  metri, mentre il perimetro è di due chilometri e trecento metri; la parte più alta della cintura craterica è posta a centonovantanove metri ed è chiamata monte Olibano.

CURIOSITA’ : L’antico vulcano della solfatara  risalente  a circa 4000 anni fa  è oggi l’unico vulcano dei Campi Flegrei ancora attivo. dove  possiamo ammirare impressionanti manifestazioni fumaroliche . Durante la cosiddetta seconda crisi di Pozzuoli del 1983-1984, quando il bradisismo di tutta la zona ,montava ad un ritmo di 3 mm al giorno, i numerosissimi terremoti che quotidianamente accompagnavano il fenomeno nel suo parossismo, causarono una frattura trasversale attraverso tutta la spianata della caldera, la quale impiegò parecchi mesi per ricolmarsi: da allora, per ovvi motivi di sicurezza, la caldera è ampiamente recintata, obbligando i visitatori a percorrerla in gran parte perimetralmente.

Del cratere di Vivara, nell’ambito del complesso vulcanico dei Campi Flegrei , oggi  non rimane che una parte a formare una piccola isola a forma di mezzaluna, con una superficie di 0.38 Kilometri quadrati , un perimetro di 3 Km , ed un’altezza massima di 109 (s.l.m. ), grazie alla quale è stata scelta , in diverse epoche , dapprima come torre di segnalazione mediante l’accensione di fuochi , e successivamente come territorio di passaggio dell’acquedotto campano , che dalla terraferma , provvede all’approviggionamento idrico di Ischia.

L’isola di Vivara , la più piccola delle isole partenopee, non è altro infatti che la porzione occidentale dell’originario cratere vulcanico , delimitato dall collinetta di Santa Margherita , dall’istmo in parte sommerso che la collega a Procida.

Il ponte che collega Vivara a Procida , fu costruito nel 1957dall’acquedotto campano che tutt’ora neè proprietario per portare l’acqua dalla terraferma all’isola di Ischia . All’interno del ponte passano infatti le tubazioni che continuano poi sotto la  scala che porta a Vivara e proseguono verso Ischia per via sottomarine , grazie al principio dei vasi comunicanti che mantengono costante il flusso .

L’attuale scala di accesso all’isolottto , che prima era un canalone fu costruita invece negli anni 30 , per accoglire degnamente la Principessa Maria Jose , moglie del re Umberto di Savoia che amava e desiderava molto passeggiare per Vivara .

Dall’isola oggi  è talvolta ancora  possibile vedere una successione di prodotti tipici delle esplosioni causate dal contatto fra magma e acqua.

CURIOSITA’: Anche  quel posto chiamato Nisida,  posto all’estrema propaggine di Coroglio , purtroppo oggi per stani ed inspiegabili motivi  precluso a tutti i napoletani ed al turismo ,  è una piccola isola di origine vulcanica . Essa  posta all’estrema propaggine della collina di Posillipo , è collegata dal 1963 alla  terraferma da un lungo pontile.

L’isola emersa  a seguito di antichi eventi eruttivi  sale in altezza fino a 105 metri sul livello del mare e corrisponde a ciò che viene chiamato maar, ossia un cratere parzialmente riempito dalle acque. Essa  possiede un diametro di circa mezzo chilometro  con una forma quasi perfettamente circolare mancando di una porzione  dove si apre l’insenatura di Porto Paone corrispondente all’antica caldera del vulcano (  chiamata Paone o Pavone per la sua forma somigliante alla coda di questo uccello).

La sua eruzione, con emersione del sito, risale ad oltre seimila anni fa rientrando in quello che, dai vulcanologi, viene  definito il “Terzo periodo flegreo”. Nei suoi fondali infatti esistono delle antiche strutture costruite in epoca romana , che dimostrano un abbassamento notevole del terreno dovuto a fenomeni di bradisismo, come accade in molte altre zone dei Campi flegrei.

Chiamata dagli antichi greci Nesís cioè isola) o Nesida ( piccola isola), è stata nel tempo  identificata come il luogo che Omero nella sua Odissea identificò  come “l’isoletta delle capre”  dove Ulisse riparò  poco lontano dal paese dei Ciclopi (l’approdo di Ulisse sarebbe avvenuto presso Porto Paone). In epoca romana si trovavano  sull’isola anche alcune ville romane di cui oggi non si hanno più tracce . Aveva qui una sua  sua villa usata come  residenza estiva , anche il famoso  Bruto che insieme a Cassio organizzò la famosa congiura contro Cesare .Dopo l’assassinio, Bruto vi si ritirò nell’estate del 44 a.C. dove poi incontrò in visita Cicerone, con cui ebbe lunghi colloqui sulla situazione politica e la azioni da intraprendere . Partito per la Grecia e morto nella battaglia di Filippi, secondo la tradizione la moglie Porzia, figlia di Catone Uticense , si sarebbe qui suicidata . Secondo alcuni storici   vi costruì una villa anche Lucio Licinio Lucullo , divenuto famoso per le feste e le cene che vi si celebravano ( secondo alcuni la stessa villa  potrebbe anche essere appartenuta  a Publio Vedio Pollione) .

Anche il  lago d’Averno è di per se un  cratere  ricolmo però questa volta di acque con una profondità  al centro 34 metri circa. Esso è solo  l’interno di un vulcano spento formatosi circa 4000 anni fa, e sicuramente il più conosciuto dei laghi flegrei.

Questo luogo è probabilmente la località flegrea che maggiormente evoca Omero, Virgilio e il culto dell’oltretomba, perché fu ritenuta l’ingresso all’Ade e quella famosa porta degli inferni dove Enea scese con la Sibilla Cumana per avere “consigli” su dove dirigersi per fondare la sua  nuova patria.

Oggi questo piccolo lago, circondato da colline, è molto lontano dall’immaginario terrificante che ne dovevano avere gli antichi.averna-12
Dalle sue sponde si innalzavano fumi densi, mentre dalle sue acque scure venivano fuori esalazioni di gas che non permettevano neanche agli uccelli di volarci sopra. Intorno era circondato da colline rivestite con folti e scuri alberi così da formare tenebre boschi che erano consacrati a un’antica divinità che fu chiamata con diversi nomi: Proserpina, Ecate, Giunone e Averna.

La parola «Averno» viene da a-ornis, senza uccelli. I volatili, infatti, sorvolando il lago morivano a causa delle esalazioni sulfuree sprigionate dall’acqua, trattandosi di cratere vulcanico. Per questo gli antichi credevano che fosse lì il regno dei morti, l’Ade, dove Odisseo incontrò l’indovino Tiresia e dove il pio Enea poté rivedere il defunto padre Anchise, accompagnato dalla Sibilia, e Orfeo provò a riprendersi Euridice incantando Plutone.

Venne quindi identificato dagli antichi come lo specchio d’acqua cantato da Omero e da Virgilio e tutti credevano che quello specchio d’acqua, nato da un antico cratere ormai spento, celasse la porta di ingresso agli inferi. Il luogo appariva ricco di paura e mistero poichè oltre al lago nero su cui non potevano volgersi in volo gli uccelli, questo era anche il luogo dei vaticini della Sibilla, delle misteriose grotte abitate dai Cimmeri e della inestricata e inesplorata foresta sacra a Proserpina.

In epoca romana, l’Averno era parte integrante del portus Iulius, in onore di Ottaviano Augusto, un grande scalo navale che comprendeva anche il lago Lucrino. I due laghi erano collegati fra di loro da un ingegnoso canale navigabile e da numerosi tunnel interrati che permettevano ai soldati di muoversi indisturbati. Oggi sono separati dallo sperone del Monte delle Ginestre.

All’epoca della guerra civile a Roma tra Sesto Pompeo ed Ottaviano per sopraggiunte ragioni di guerra il luogo sacro e misterioso venne trasformato per la sua importante posizione geografica in una formidabile roccaforte militare e marittima ad opera di Ottaviano per difendersi dalla potente flotta di Pompeo che minacciava tutto il litorale campano.

I miti che avvolgevano i luoghi vennero inesorabilmente profanati e sfatati per ragioni pratiche da Ottaviano che avviò imponenti opere di ingegneria per un nuovo e più attrezzato porto, profanando addirittura anche la sua foresta sacra di dedicata ad Agrippina ,per far sorgere da quegli alberi, pontili, navi e approdi mentre le misteriose grotte dei cimmeri divennero depositi di attrezzi.

Lago d'Averno, Pozzuoli

 

Su ideazione di Agrippa, fu collegato al mare mediante il lago Lucrino, con un ampio canale, per realizzarvi un colossale arsenale (Portus Julius) (fu scavato un canale di comunicazione tra il lago di Averno ed il lago Lucrino e tra quest’ ultimo e il mare ). Fu in quell’occasione anche costruita una galleria che forando il monte Grillo congiungeva rapidamente il porto militare con la vicina Cuma e fu allestito un efficiente cantiere navale per la costruzione e la riparazione delle navi.

Nella foto in alto possiamo facilmente identificare il cratere dell’Averno essendo ricolmo delle acque dell’omonimo lago. Subito sulla destra, vediamo invece  il cratere del “Monte Nuovo”, generato da un’eruzioneL’eruzione avvenuta nel 1538.

Questa  famosa  eruzione purtroppo sconvolse l’intera zona. L’improvvisa eruzione di un vulcano alto 140 metri e di 1250 metri di base sulla sponda orientale del lago di Lucrino fini col sconvolgere completamente l’assetto urbanistico della zona distruggendo per sempre le ultime opere a noi tramandate greche e romane.

Parascandolo, il noto studioso dei campi flegrei così ci racconta dell’eruzione.

Era il 28 settembre del 1538 . Alle ore 18 ….si seccò il mare per 200 piedi e dal lido uscì acqua fredda e calda. Moltissimi pesci furono lasciati in secco …….6 ottobre : Le ceneri arrivarono sino al Vesuvio , molte persone ascesero al monte , ma a due terzi del pendio …..alle ore 22 furono sorprese da forti esplosioni e da cadute di pietra e da eruzioni di gas ; sicche molte di esse furono asfissiate e non si trovarono più i corpi ne vivi ne morti .

 

 

 

 

 

 

 

Oggi è possibile passeggiare intorno al Lago d’Averno immersi nella natura e alla scoperta di resti archeologici; il più importante è sicuramente l’antica struttura conosciuta come Tempio di Apollo.

 

Strettamente collegato al Lago d’Averno vi è anche ’ il più piccolo degli specchi d’acqua dei Campi Flegrei. In origine esso era per la veritaì  molto più grande ed era separato dal mare da una  lunga e stretta lingua di terra sulla quale scorreva la via Herculanes :  la leggendaria strada costruita dall’eroe Ercole in occasione del suo passaggio con i buoi presi a Gerione ( decima delle dodici fatiche di Ercole ).

N.B. : L’antico tracciato, che partiva dall’odierna Punta dell’Epitaffio fino a Punta Caruso a Pozzuoli, è oggi però completamente sommerso per effetto del bradisismo.

Ovviamente stiamo parlando del  lago Lucrino  che e’stato uno dei laghi più importanti durante l’epoca romana . Esso all’epoca era un posto incantevole , con numerose fonti termali lungo le sue sponde , uno specchio d’acqua ricco di pesci e molluschi e completamente immerso in una bella zona di campagna circondato da verdi colline dove nobili famiglie romane avevano costruito sontuose ville .

In  epoca romana, ebbe la duplice funzione di allevamento ittico (sul lato sinistro) e insediamento militare ( nella parte destra).

 

Lago Lucrino - Campi Flegrei

Ancora oggi il luogo conserva intatta e funzionante un ‘antica fonte termale databile al II secolo : il Sudatorio di Trivoli detto ‘ Terme Stufe di Nerone ,  che si trova ai monti di una collina ( dove si trova una sorgente ancora oggi molto attiva ) che convoglia vapore caldo tramite cunicoli nelle varie stanze dove si trovano letti completamente scavati nel tufo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il  buon nome del lago fu associato nell’eta romana non tanto alla geografia militare del luogo , ma a quello dell’allevamento dei molluschi e alla pesca che in questo lago era abbondante e altamente remunerativa .
Sergius Orata , famoso imprenditore romano impianto’ intorno al I secolo a.C. in questo specchio d’acqua allevamenti intensivi di ostriche ( protagoniste di feste colossali ) usando un metodo di sua ideazione , grazie al quale divenne famoso in tutto il territorio romano .
Da questo lago egli ricavo’ tanta ricchezza e lustro al punto da pensare che il nome Lucrino risalga dal latino Lucrum , cioe’ guadagno .
A Orata e’ attribuita anche l’invenzione di un sistema per riscaldare gli ambienti termali . Le stanze degli ambienti termali , su sua invenzione erano fatte in maniera tale che in una doppia pavimentazione vi fossero intercapedini per il passaggio dell’acqua o dell’aria calda ( balineae pensiles ).

CURIOSITA’ : Il nome  Lucrino deriva infatti da Lucrum (lucro, guadagno, profitto) per il redditizio allevamenti di pesci e ostriche che intorno all’anno 90 a.C. vi aveva installato il senatore romano Sergio Orata. Sempre in epoca romana, intorno al 37 a.C., il lago Lucrino, e il vicino lago d’Averno, vennero inglobati nella complessa struttura portuale di Portus Julius (oggi sommerso).

In epoca romana accadde infatti che Ottaviano per difendersi dalla potente flotta di Pompeo che minacciava tutto il litorale campano avvio’ imponenti opere di ingegneria per un nuovo e più attrezzato porto in cui fu coinvolto anche il lago di Lucrino .
Nel 37 a.C., fu infatti realizzato un canale navigabile che collegava il lago d’Averno, il lago Lucrino e il mare. Su ideazione dello stratega Marco Vipsanio Agrippa, Lucrino ,fu collegato al mare mediante una diga artificiale che tagliava la via Herculanean e con il lago d’averno con un ampio canale artificiale , per realizzarvi una grandiosa struttura portuale adibita ad arsenale della flotta di Miseno (Portus Julius) . In tal modo il lago d’Averno costitui’ il bacino interno del porto mentre il lago di Lucrino in comunicazione con il mare costitui’ il bacino esterno e tutta l’area fu trasformata per l’occasione in un enorme cantiere navale .
Agrippa individuo’ nel doppio bacino dei laghi di Lucrino e dell’Averno la base per la flotta di Ottaviano e la realizzazione del progetto fu affidata all’architetto L. Cocceio Aucto .
Il progetto doveva rendere piu’agevoli gli approvvigionamenti dalla citta’ e rendere più rapidi
gli spostamenti per via terra dal porto ai piedi dell’Agropoli di Cuma.
Furono così anche aperte della vie sotterranee , una che collegava l’averno con la citta’ e un’altra che dal foro , passando dotto l’Agropoli , giungeva sotto il monte di Cuma ( dove normalmente vi si poteva approdare ).
La grotta di Cocceio lunga quasi un chilometro e alta circa 30 metri era illuminata da sei lucernari e parallelamente vi correva una conduttura per il trasporto dell’acqua al porto militare .
La cripta romana era invece lunga 180 metri con un’altezza massima di 23 metri .
L’ improvviso erompere del vulcano Nuovo cambio’ radicalmente il paesaggio ed oggi di Lucrino e del suo antico insediamento romano non restano altro che pietre sparse , sommerse nelle acque del mare o seppellite nella campagna che circonda il lago .
La creazione del monte nuovo ingatti inghiotti’ il piccolo villaggio di Tripergole che si trovava sulla sponda del lago e trasformo’ radicalmente l’intera zona . Inoltre il lento movimento bradisismico fece affondare nel mare i moli di Portus Julius e la via Herculanea riducendo di molto la grandezza del lago .
Ancora oggi possiamo ammirare tra Baia e Pozzuoli sotto la superficie del mare imponenti tracce delle strutture portuali .

N.B.: In  seguito ad un’eruzione, avvenuta tra il 29 settembre e il 6 ottobre del 1538, quando quindi si formò il Monte Nuovo, il paesaggio del luogo e del lago  cambiò radicalmente e da quel momento  dell’antico insediamento romano non restano che pietre sparse. A causa del successivo  fenomeno del Bradisismo il lago Lucrino per un lungo periodo è stato inghiottito dal mare

 

 

 

 

 

 

 

A proposito di laghi, lo sapete che un tempo avevamo anche una lago di Agnano oggi prosciugato ?

Il  fondo del cratere di Agnano (uno dei principali crateri del vulcano dei Campi Flegrei) era infatti un tempo  occupato da un lago con una profondità compresa tra i 12 e i 15 metri

Fu nel 1856 che si decise il suo  prosciugameno. I lavori ebbero inizio nel 1865 e terminarono nel 1870 con la costruzione di un emissario in galleria che, attraverso il Monte Spina, convogliò le acque nel mare di Bagnoli

Al centro dell’antico bacino c’é oggi una vasca di raccolta, collegata a una raggiera di canali colatori, che immette le acque nell’emissario artificialeI

 

Sul bordo meridionale della caldera di Agnano  è presente anche il  Monte Spina che , coincide con il camino vulcanico di una delle eruzioni che sono avvenute nell’area. Piú precisamente Monte Spina rappresenta un duomo lavico formato da lave viscose accumulatesi progressivamente attorno al centro di emissione.

Facente parte del complesso cratere di Agnano troviamo nella nostra città , anche il Cratere degli Astroni che divenuto un vulcano spento è divenuto dal 1987  una  grande e bellissima Riserva Naturale  che  rientra all’interno del circuito di protezione speciale del WWF.

Il  crateri degli Astroni è il più grande tra i circa trenta che si trovano nella zona dei Campi Flegrei ed è  sicuramente quello meglio conservato nella sua struttura. Esso estendensendosi su una superficie di 247 ettari, è attraversato da sentieri naturali per un totale di 15 km di percorsi diversificati. Nel suo interno , ad occuparne gran perte della sua superficie , vi sono 3 colli che si sono formati in seguito all’attività eruttiva , chiamati Imperatrice, Rotondella, e Pagliaroni .

Nelle zone più basse del cratere si sono generati tre  laghetti , quali il Lago Grande, il Cofaniello Piccolo ed il Cofaniello Grande, ricchi di specie animali e vegetali in  una vegetazione tipica degli ambienti lacustri ( canne, salici, giunchi e tife).

CURIOSITA’: La sua attività eruttiva si è manifestata complessivamente con 7 diverse eruzioni, la prima delle quali avvenuta circa  4100 anni fa,  mentre l’ultima risale a 3700 anni fa.

 

 

 

 

 

Durante il regno dei Borbone è stato uno dei siti reali di caccia, dove i sovrani organizzavano battute di caccia soprattutto ai cinghiali e ai cervi.

Oggi è un luogo incontaminato e bellissimo dove poter passeggiare all’aria aperta nei sentieri ricoperti di vegetazione e poter  abbracciare la natura incontaminata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Anche se a molti totalmente sconosciuto , ubicato quasi al centro della Caldara dei Campi Flegrei  si trova un cratere denominato dei fondi di Cigliano , il cui interno della bocca eruttiva  (generata da una delle piú recenti eruzioni ) é  parzialmente occupato da un “villaggio”, in parte residenziale, in parte agricolo, che gode della singolarissima caratteristica di essere completamente isolato alla vista e ai rumori della “civiltá esterna”

 

N.B. Nel quartiere di  Fuorigrotta, noto soprattutto perchè ospita l’attuale stadio dedicato all’amato scomparso Maradona ( ex Stadio San Paolo )  sono stati trovati reperti e tombe, dell’età del Bronzo, coperti da prodotti generati da una eruzione degli Astroni avvenuta fra il 1800 e il 1700 a.C.

Anche la conca di Soccavo rappresenta un’antica conca craterica riempita da materiali piroclastici. L’area fa da raccordo tra la zona S-SE dei Camaldoli e la piana di Fuorigrotta che si trova sottoposta a Soccavo con un brusco salto di pendenza tra il Rione La Loggetta e via Terracina.

Si tratta  probabilmente di un’area facente parte di  un centro eruttivo, collegato ai primordi dell’attivitá vulcanica dei Campi Flegrei (ma non sicuramente coincidente con il cratere di Soccavo), caratterizzato da un’etá superiore ai 39.000 anni.

Per il prossimo cratere la storia è un po piu triste … il suo destino non prevedeva basi ricreative americane o villaggi residenziali ma ….. solo immondizia

Durante una delle ricorrenti crisi dei rifiuti che hanno afflitto la Campania qualche “buontempone” propose di utilizzare il Cratere del Vesuvio come destinatario dei rifiuti per i quali non era disponibile altra destinazione
La proposta era evidentemente provocatoria ma… non inedita. L’immondizia di Napoli, almeno sino al termine degli anni 70, è stata infatti “ammassata” nel vasto cratere vulcanico Senga situato nella zona di  Pianura,  nel cuore dei Campi Flegrei .

Il conferimento dell’immondizia nel cratere è avvenuta sino a quando lo stesso è risultato non più utilizzabile poichè completamente “ricolmo” .

Altra area . le cui cave sono state utilizzate come discariche di rifiuti solidi urbani sono state quelle del quariere Pianura.

La piana ( da cui il nome )  che raccorda i vulcani Senga, Astroni ed Agnano alla collina dei Camaldoli,  ha una lieve pendenza verso Soccavo ed è essa stessa un’antica conca craterica riempita, successivamente, da prodotti piroclastici (pozzolane), che si sono deposti sia a causa di eventi vulcanici che per dilavamento dai circostanti rilievi.

Questi  materiali che talvolta raggiungevano spessori di varie decine di metri, sono stati utilizzati nel settore delle costruzioni effettuando sbancamenti talora veramente voluminosi; si nota infatti, una serie di grosse cave localizzate in più punti della piana. Purtroppo alcune di queste alla fine del loro ciclo di produzione sono state utilizzate come vi raccontavamo , come discariche di rifiuti .

La galleria di questa grande cava si trova lungo  il versante occidentale della collina dei Camaldoli,  nei pressi della Masseria del Monte, . Fino a non molto tempo fa , essa era ritenuta l’unica cava dove poter estrarre il piperno , uno dei prodotti vulcanici caratteristici della Campania, comunemente usato nelle opere architettoniche soprattutto a partire dal XV secolo.

Solo ultimamente grazie a degli scavi eseguiti dalla Commissione per lo studio del sottosuolo di Napoli, hanno invece portato allaluce  lembi di piperno in diverse aree della zona urbana napoletana, inducendo a formulare l’ipotesi che il piperno, più che il prodotto esclusivo di un unico vulcano, sia da considerarsi frutto di un’attività eruttiva di diverse formazioni vulcaniche .

Tagliare questa particolare pietra locale non era comunque cosa facile e veniva considerata una vera e propria arte quella di saperla trattare.  Coloro che la maneggiavano co destrezza erano chiamati “maestri pipernieri,” e si dice che ricevessero  la conoscenza dell’antica arte del taglio della pietra campana (fin dai tempi dell’Antica Roma) da una potente quanto segreta corporazione che li obbligava al “giuramento degli apprendisti”. Molti di essi erano anche abili conoscitori dell’alchimia e dell’esoterismo.

CURIOSITA’ : Uno dei palazzi del nostro centro storico è un indiscusso protagonista , suo malgrado dell’arte di questi maestri . La facciata del palazzo della chiesa del Gesù nuovo , ex palazzo nobiliare del Principe di Salerno , Roberto Sanseverino, è caratterizzata da bugne di piperno di forma piramidale con la punta rivolta verso chi guarda . Le bugne presentano sui lati delle incisioni particolari simili ad ideogrammi di un misterioso alfabeto, opera per l’appunto dei mastri pipernieri .

Sembra che sull’ edificio gravava un maleficio che perseguitò i suoi occupanti e che trovava origine nei poteri della corporazione segrete dei maestri pipernai , i quali erano gli unici a saper lavorare il piperno ( pietra durissima ).
I segni sulle buglie rappresentano una formula negativa voluta dal primo proprietario e le punte rivolte verso l’ esterno per tenere fuori le forze malefiche , abbiano poi rivoltato queste ultime all’ interno perchè le bugne stesse furono malemente disposte dal maestro pipernaio .
L’imperizia degli operai che lavorarono alla realizzazione delle bugne a punta di diamante avrebbe fatto collocare le pietre in modo scorretto. Per questo le energie positive si sarebbero trasformate in negative, attirando sul palazzo numerose sciagure (l’ultima, durante la seconda guerra mondiale, con la caduta di una bomba proprio sul soffitto della navata che però, miracolosamente, non esplose).

I maestri pipernai sfruttavano le conoscenze iniziatico-esoteriche tramandate dagli antichi costruttori da migliaia di anni ed erano gli unici a trattare il piperno ( spesso tramandando tale arte da padre a figlio e da generazione in generazione ).”Bugnato” sta per costruzione di pietra, spesso muraglia, in cui i blocchi sono posti l’uno sopra e di fianco l’altro, con cadenza ripetuta, sporgendo a punta di diamante. Una costruzione messa in opera anche ai tempi del Medioevo, tipica del Veneto Rinascimentale ma poco conosciuta nel Meridione.

Il bugnato della Chiesa del Gesù Nuovo, di forte spicco barocco, però, a dispetto di tutti gli altri, presenta una particolarità: i simboli sulle pietre di dieci centimetri circa di lunghezza, sembrano lettere (inequivocabile, per esempio, è la A), somigliano ad antichi simboli alchemici (la A stava a significare “magnesio”, per i pionieri della chimica), probabile è che ricordino simboli astrali (la stessa A, vista meglio, potrebbe significare “leone”).

Una teoria poco accreditata afferma che ogni pietra del bugnato sia stata “marchiata” per ricordare da quale cava di tufo fosse stata raccolta e trasportata.
La leggenda più insistente vuole che i simboli incisi sulle pietre siano “canali di flusso” per incamerare energie positive e ricacciare quelle negative che riguardava l’alchimia con la quale  il principe incaricò Novellino di co.struire il suo palazzo .Egli avrebbe indicato nei dettagli dove posizionare le pietre che, prima di essere lavorate, venivano “irrorate” di magia positiva dal lato utile. . Un’interpretazione tipicamente rinascimentale che trascinava con sé una leggenda.
La leggenda si divide in due parti: la prima gioca sull’ignoranza dei maestri pipernieri, i quali avrebbero malauguratamente costruito il bugnato impilando le rocce al contrario. In tal modo gli influssi negativi sarebbero entrati nell’edificio e quelli positivi sarebbero sfociati all’esterno.
La seconda pare sia quella più accreditata: è un’accusa verso i maestri pipernieri, che avrebbero ben compreso come disporre le pietre magiche (si sospetta che lo stesso Roberto Sanseverino li avesse chiamati a corte perché anch’egli conoscitore della magia) , ma volutamente non avessero eseguito gli ordini ricevuti . Secondo questa teoria quindi  non si sarebbe trattato di un errore così grossolano (si sospetta che questi furono corrotti dai nemici del nobile).

Non ci è dato saperlo, almeno non ancora. Sta di fatto che nei secoli il Gesù Nuovo sarebbe stato afflitto da numerosi malefici. I problemi di proprietà, ad esempio: il figlio di Roberto Sanseverino, Antonello, ricevuto il palazzo in eredità, fu allontanato dal regno a causa di contrasti con gli Aragonesi; anche Ferrante Sanseverino, l’ultimo principe di Salerno, fu allontanato dal re Filippo II; la Compagnia dei Gesuiti, che acquistò il palazzo dallo stesso Filippo II, fu successivamente allontanata come Ordine.
Ma anche le numerose confische dei beni ai Sanseverino, la completa distruzione di un’ala del palazzo, gli innumerevoli crolli della cupola e il successivo incendio della chiesa
Dell’ originario palazzo resta oggi solo la struttura del basamento e la facciata in bugnato a punta di diamante .

Lo storico dell’arte, appassionato di rinascimento napoletano e musicofilo, Vincenzo De Pasquale ha decifrato un nuovo significato dei simboli sul bugnato: Non si tratterebbe di magia, ma più semplicemente e profanamente di musica, sebbene travestita in lettere semitiche ; sono solo sette segni e ognuno corrisponde a una delle note.
Si tratterebbe di uno spartito musicale scritto in lettere aramaiche, in totale sette lettere, da leggersi al contrario: dal basso verso l’alto, da destra verso sinistra. Un pentagramma sulla facciata del Gesù Nuovo scritto in aramaico . ( L’aramaico era la lingua parlata da Gesù.) L’uso di segni che componevano una musica non era inusuale negli anni del tardo umanesimo e Gli stessi Sanseverino fecero incidere dei simboli musicali nel loro palazzo a Lauro di Nola
Durante una cena in Ungheria nel 2005, anno di inizio dello studio, De Pasquale mostrò questi strani simboli a Lòrant Réz, suo amico musicologo che davanti a un piatto di gulasch e un bicchiere di tokai» cominciò a far concordare lettere e note, abbozzando lo spartito, scrivendolo sul retro del menù di un ristorante».
De Pasquale fu poi aiutato da un padre gesuita esperto in aramaico, Csar Dors, che tradusse le lettere dall’aramaico al latino.
E così vennero alla luce le prime note di quello che sarebbe diventata “Enigma”, partitura di un concerto per strumenti a plettro della durata di tre quarti d’ora circa. Si tratta di musica rinascimentale che segue i canoni gregoriani la cui riscrittura e’ oramai realta’ e il cui sogno è quello di eseguirla in pubblico proprio al Gesù Nuovo, restituendo a Napoli un frammento della sua storia infinita.
Il concerto è stato intitolato «Enigma», ed è stato trascritto per organo, invece che per strumenti a plettro.
Gli studi proseguono, anche perché il prof. Réz dichiara che lo spartito si possa leggere in altri nove modi diversi e che lo stesso spartito abbia delle assonanze addirittura con l’ “Herr Jesu Christ, dich zu uns wend, BWV 655” di Johann Sebastian Bach, che fu un massone e che fu a Napoli e che, a questo punto, è ipotizzabile sia stato influenzato dall’opera occulta.

Ritornando alle nostra cave di Piperno è importante sottolineare che Pianura, agli inizi del XIV secolo era un semplice  casale della città di Napoli, collegato ad essa da una via di comunicazione, che nel 1307 viene disposto da re Carlo II d’Angiò di riparare (  poiché ruinata ex tempestate aquarum)  . Tale arteria stradale, sveniva utilizzata soprattutto per il trasporto nella capitale partenopea appunto delle pietre di piperno, largamente impiegato in città  nella costruzione degli edifici in epoca angioina e  sopratutto aragonese dove tale materiale costruttivonon venne solo utilizzato per gli elementi decorativi degli interni e dei prospetti ma venne addirittura  utilizzato nella nuova murazione della città..

N.B. Il toponimo Planura o Planura majoris era in passato  usato per indicare una villa, ossia un più ampio insediamento de pertinentiis Neapolis; accanto ad esso compaiono diverse località: Iulianellu, ad Sanctu Nicola, ad Romanos.

CURIOSITA’ : Il Piperno è stato cavato in passato per ricavarne blocchi destinati a fornire architravi, mensole, zoccolature, piedritti e, principalmente, soglie e gradini. Si può infatti affermare che quasi tutte le scale degli antichi palazzi di Napoli sono state costruite con questo materiale. Con l’andare del tempo si constatò che il piperno, in dipendenza della non omogeneità della massa (costituita da un complesso di elementi scoriacei duri, detti “fiamme”, dispersi in una massa cineritica più tenera), mal rispondeva agli impieghi ai quali era stato destinato, specie se sottoposto ad usura, trasformando le sue superfici in una successione di solchi e protuberanze poco estetiche e pratiche nello stesso tempo. Questo difetto determinò l’allontanamento della roccia dalle costruzioni riservandone l’uso solo per lavori di restauro di paramenti di edifici eseguiti con la roccia stessa.

Gli studi scientifici dedicati all’analisi della fenomenologia vulcanica, sviluppatisi soprattutto a partire dalla fine del XVIII secolo, registrano un particolare interesse per le cave di piperno del territorio di Soccavo e Pianura, fornendo indirette testimonianze sullo stato dei luoghi a quell’epoca. In particolare Lazzaro Spallanzani, biologo e professore di storia naturale, pubblicò nel 1825 una relazione sul viaggio compiuto nel 1788 sui vulcani attivi in Italia, dedicando più di un capitolo all’area flegrea da lui visitata insieme all’abbate Scipione Breislak, direttore della Solfatara e professore di mineralogia .  Quest’ultimo nel 1798 diede alle stampe la Topografia fisica della Campania nella quale osserva che dal secondo cratere di Napoli, ossia da Capodimonte, parte il monte delle Donzelle che è una collina sviluppata nella direzione occidentale la quale forma un considerabil risalto che dicesi il monte de’ Camaldoli . Tra Capodimonte e i Camaldoli, continua l’abbate, vi è un vasto cratere intermedio, le cui pareti sono in gran parte composte di pomici e di sostanze incoerenti. L’aspetto dei luoghi è caratterizzato da profondi valloni, scavati dalle acque fluenti, e dalla presenza dell’eremo dei Camaldoli, da cui deriva la toponomastica dell’area. A sud ovest di questo cratere vi è quello di Soccava e ad ovest quello di Pianura. Dai due crateri di Soccavo e Pianura, riporta lo studioso, è sortita quella lava di cui si fa molto uso nelle fabbriche napoletane, meglio conosciuta come piperno. “Essa trovasi nella parte inferiore della montagna, mentre la superiore è composta di tufo in cui sono racchiuse frequenti pomici bianche e pezzi erratici di lave. Il Piperno trovasi in un masso unito come appunto deve essere una corrente di lava. Non ho potuto determinare la sua altezza, ma credo, che non ecceda i 25 piedi. Poiché le persone addette allo scavo tagliano la pietra sino alla profondità di 20 piedi, passati i quali trovasi la pietra stessa fragile, di poca coerenza e che è perciò dagli architetti si rigetta. Da questo ne segue, che non è possibile il vedere su qual materia posa il Piperno”. Lo studioso esamina nei dettagli la composizione del piperno della cava di Pianura notando che si differenzia nettamente dal peperino dei colli Albanesi Tusculani. 

Al piperno di Pianura successivamente dedica un’analisi petrografica Guglielmo Guiscardi, primo titolare della cattedra di geologia presso l’Università di Napoli, nella relazione egli   riporta che è possibile ritrovare il piperno alla profondità di 90-100 palmi sull’intero dorso di Posillipo e del Vomero in molti luoghi “nel cavare pozzi”, a Monte Spina presso il lago d’Agnano e sotto ai Camaldoli presso Pianura e Soccavo “nelle grandi cave che provvedono Napoli d’una delle sue piuttosto dure pietre da taglio” .
Nella seconda metà dell’Ottocento l’estrazione del piperno nelle cave di Pianura è ancora documentata: nel 1872 vi lavorano 26 operai per 200 giornate lavorative annue. Ma già nei primi decenni del Novecento a Pianura risulta attiva una sola cava, da cui nel 1931 vengono estratte 180 tonnellate di piperno . Di quest’unica cava, nel 1935, è attestata una saltuaria attività estrattiva eseguita con tecniche ormai vetuste (“ancora tutta a mano”) e con alti costi, limitata alla fornitura di piperno per i restauri di Castel Nuovo e per la Galleria della Vittoria .

 

Ma la storia eruttiva dei campi flegrei che risale a circa 60- 80 mila anni fa, ci ha regalata con i suoi due grandi principali eventi eruttivi anche altri importanti elementi come la Ignimbrite ed il tufo giallo .

Il primo , quello dell’Ignimbrite  è il risultato di una violenta eruzione vulcanica avvenuta circa 39 mila anni. In quell’occasione vennero  emessi 150 km3 di magma e la Campania venne seppellita da uno spesso strato di tufo. Più nel dettaglio, la ricostruzione ci suggerisce che l’eruzione pliniana sviluppò una colonna eruttiva di circa 44 km che, verso le fasi finali, collassò, creando nubi ardenti che raggiunsero i 50 km di distanza. Lo svuotamento delle due camere magmatiche, avvenuto in più fasi, permise la formazione della caldera che, all’epoca, comprendeva i Campi Flegrei, una parte di Napoli e le baie di Napoli e Pozzuoli.
Le rocce eruttate in quella circrostanza sono quelle oggi visibili soprattutto nelle porzioni più esterne dei Campi Flegrei, sia sulla terraferma che sul fondale del Golfo di Napoli., sopratuttonei 12 Km di  diametro in cui si estende la  cantera.
Ignimbrite Campana

Il secondo fenomeno eruttivo come importanza nell’area campana si è avuto circa 15 mila anni fa . Esso ha prodotto decine di metri cubi di magma, sufficienti a coprire un’area vasta circa 1000 km2. Nonostante lo sviluppo delle fasi eruttive sia piuttosto simile a quello dell’Ignimbrite Campana (si tratta infatti di eruzione pliniana in entrambi i casi), le cause scatenanti sono diverse: nel primo caso si pensa che si ebbe un aumento della pressione dei gas (il classico modello paragonabile al tappo di spumante che salta) mentre il secondo fu scatenato da importanti infiltrazioni di acqua che, interagendo con il magma, diedero luogo ad una cosiddetta eruzione freatomagmatica. I depositi associati a questa eruzione sono riscontrabili dalle pendici dell’Appennino fino alla Piana Campana e, durante questa fase eruttiva, si è verificato l’ultimo (per il momento) collasso della caldera che ha permesso di ottenere la conformazione attuale.

Tufo Giallo Napoletano

Anche in questo caso, le rocce eruttate in questo lasso di tempo sono visibili soprattutto nelle porzioni più esterne dei Campi Flegrei, sia sulla terraferma che sul fondale del Golfo di Napoli. Le eruzioni in questo periodo si sono verificate da centri eruttivi sviluppati all’interno della caldera, sia sulla terraferma che sotto al livello del mare.

Il tufo giallo venuto fuori da queta eruzione è quello che maggiormante ha poi caratterizzato nella sua conformazione morfologia e geologica  il territorio partenopeo . Questo materiale ha dato luogo infatti ad un nostro  suolo composto da roccia tufacea che ha caratteristiche di leggerezza, friabilità e stabilità del tutto particolari. Questo ha fatto modo che già cinquemila anni fa i primi abitanti del Golfo scavassero la pietra tufacea di origine vulcanica del sottosuolo napoletano per reperire materiale idoneo alla costruzione delle proprie dimore.

Successivamente anche i greci pensarono di ricorrere all’estrazione di tufo dal sottosuolo per la costruzione della città facendo sorgere così le prime cisterne che altri non era che un vuoto tecnico rimasto dopo la raccolta del materiale tufaceo.

Le cisterne nacquero infatti come risorsa di materiale tufacea per permettere ai Greci la costruzione delle mura della città di Neapolis che stava man mano allargandosi. I coloni greci usarono il tufo (materiale abbondante e di facile lavorazione), per costruire le loro fortificazioni, templi ed abitazioni. Il materiale da costruzione veniva ricavato direttamente dal sottosuolo sopra al quale si edificava. Così man mano che Neapolis cresceva si andava formando in profondità una immagine speculare della città, conferendo a Napoli la speciale caratteristica di essere generata dalle proprie viscere.

Possiamo quindi realmente dire che le prime trasformazioni della morfologia del territorio, avvennero  ad opera proprio dei Greci a partire dal 470 a.C..

Il tufo veniva estratto secondo una tecnica innovativa: venivano inseriti dei pali di legno all’interno di crepe naturali, così che i blocchi di tufo venissero estratti con maggior facilità senza danneggiare la struttura portante della cava, successivamente i massi venivano  “marchiati” per segnalare da quale cava era stato estratto ; infatti, è possibile scorgere graffi e simboli appartenenti al IV secolo a.C. rappresentanti appunto l’appartenenza a quella precisa cava.

 

Le cisterne nate  in seguito all’estrazione di tufo dal sottosuolo per la costruzione della città, vennero poi ampliate ed adattate per raccogliere acqua piovana in epoca romana ed essere adibite ad acquedotto.

I Romani infatti  nei primi secoli dopo la nascita di Cristo , in seguito all’ avvenuta  esigenza di un adeguato approvvigionamento idrico della città ,decisero  di sfruttare le  “cisterne” trasformandole in un acquedotto che trasportasse l’acqua dal lontano fiume Serino dell’Irpinia sino alla città crescente, secondo un preciso sistema di cunicoli e reticoli fatto di particolari fori sulla volta del sotterraneo non molto larghi che possiamo notare proprio lungo il cammino del nostro percorso.

I romani  continuarono quindi l’opera di scavo per ricavare il materiale da costruzione, ma provvidero anche a collegare tra loro  le varie cave con cuniculi, tunnel e canali per convogliarvi le acque del Serino, una fonte di acqua che si trovava a ben  70 Km da Napoli, e trasformarle così in vere e proprie cisterne. Fu così realizzato, grazie a questa serie di cisterne collegate ad una fitta rete di cunicoli, un vero e proprio acquedotto che permetteva di raccogliere e distribuire acqua potabile ad ogni luogo. Larghi  quel poco che permetteva il passaggio di un uomo, i cunicoli dell’acquedotto si diramavano in tutte le direzioni, con lo scopo di alimentare fontane ed abitazioni situate in diverse aree della città. In questo modo da ogni casa, tramite un pozzo, si poteva accedere alla cisterna sottostante e approvvigionarsi d’acqua.

Lo stesso sistema di trasporto fu usato anche per raggiungere Miseno e fornire di acqua la Piscina Mirabilis, un gigantesco serbatoio il cui scopo era quello di fornire acqua alle strutture militari della flotta romana insediata nell’enorme porto romano di Miseno.

Durante il periodo  Angioino nel 1266, la città conobbe una grande espansione urbanistica cui, ovviamente corrispose un incremento dell’estrazione del tufo dal sottosuolo per costruire nuovi edifici. Per evitare l ’espansione incontrollata delle costruzioni si rese pertanto necessario emanare una serie di leggi che proibiva di trasportare in città materiale da costruzione. I cittadini, per evitare sanzioni e soddisfare la necessità di ampliamento urbanistico, pensarono bene di estrarre il tufo sottostante la città, utilizzando e sfruttando  i pozzi già esistenti, e ampliando le cisterne sottostanti.  

Il sistema creato dai romani, accresciuto ed ampliato nei secoli successivi  fu usato fino al seicento fino a quando  si cominciò a costruire un nuovo acquedotto parallelo: così lentamente le cisterne andarono svuotandosi, avendo perso la loro funzione originaria, anche se una parte del sistema rimase in funzione fino ai primi del Novecento, quando fu definitivamente abbandonato.

Nel 1600 la fognatura e le cisterne pluviali erano inservibili e,  da questo momento, la fognatura si prosciugò e rimase vuota per essere  trasformata in fognatura. Solo nel 1885, dopo una tremenda epidemia di colera, venne abbandonato l’uso del vecchio sistema di distribuzione idrica e costruito un nuovo acquedotto, grazie sopratutto all’impegno del facoltoso nobile napoletano Cesare Carmignano.

Cesare Carmignano costruì il nuovo acquedotto che ancora oggi è in funzione e solo agli inizi del XX secolo  si è smesso di scavare nel sottosuolo per abbandonare definitivamente una rete di cunicoli e cisterne di oltre 2.000.000 m², diffusa per tutta la città.

I sotterranei riitornarono  poi utili durante la seconda guerra mondiale quando furono riutilizzati come rifugi antiaerei per proteggersi dai disastrosi bombardamenti che colpirono la città.

Tra un’epoca e l’altra delle due grandi eruzioni ci sono state ovviamente anche altre eruzioni e fortunatamente anche lunghi  periodi di di temporanea inattività del vulcano.

Complessivamente per semplificare possiamo affermare tre grosse epoche di attivita’ vulcanica

  • tra 15mila e 9.5 mila anni fa: 34 eruzioni, una ogni 70 anni;
  • tra 8.6 mila e 8.2 mila anni fa: 6 eruzioni, una ogni 60 anni;
  • tra 4.8 mila e 3.8 mila anni fa: 20 eruzioni, una ogni 50 anni.

L’ultima grande eruzione , di cui già vi abbiamo raccontato precedentemente ha avuto luogo nel 1538  ed è avvenuta dopo un periodo di quiescenza durato circa 3000 anni . Essa fu l’eruzione del  Monte Nuovo, che  fortunatamente per gli abitanti dell’epoca, fu una tra le meno intense della storia del Campi Flegrei.

Oggi i campi flegrei sono spopratutto noti per il fenomeno del bradisismo , cioè un unico  continuo sollevarsi e abbassarsi dell’area calderica.

CURIOSITA’:  La parola bradi deriva  qualche parola greca o latina , ed ha la stessa radice di bradi-po , animale mooooolto lento ,. Quindi la parola bradisismo vuol dire movimento lento.

Cio nonostante l’intera area dei campi  campi flegrei, e comuni come Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Quarto, parte di Marano e una piccola zona di Giugliano, nonché alcune aree di Napoli (Bagnoli, Fuorigrotta, Pianura, Soccavo, Posillipo, Chiaia, una parte di Arenella, Vomero, Chiaiano e San Ferdinando)“, sono oggi  inclusi  nella cosidetta “Zona Gialla” che include le aree in cui vi è una probabilità del 5% che vi sia un carico di cenere ‘asciutta’ superiore a 300 kg/mq, nel caso in cui si verifichi l’eruzione scelta di scenario. ( la definizione di quest’area, si basa su recenti studi e simulazioni della distribuzione a terra di ceneri vulcaniche prodotte da un’eruzione di taglia media da una bocca eruttiva in qualunque posizione all’interno della caldera flegrea, con altezza della colonna eruttiva pari a 12 chilometri” ). 

N.B.: Per  zona rossa si intende invece un’area per cui l’evacuazione preventiva è, in caso di “allarme”, l’unica misura di salvaguardia per la popolazione. È infatti esposta al pericolo di invasione di flussi piroclastici che, per le loro elevate temperature e velocità, rappresentano il fenomeno più pericoloso per le persone. Sono ricompresi in zona rossa i comuni di Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto, per intero; parte dei Comuni di Giugliano in Campania, di Marano di Napoli e alcune municipalità del Comune di Napoli. Nell’area vivono circa 500mila abitanti. Ovviamente anche tutti quei paesi che  si trovano a ridosso o ai limiti del Vesuvio: questi comuni vengono considerati a rischio in caso di eruzione vulcanica .

Ma vi siete mai chiesti oggi cosa accadrebbe se i campi flegrei eruttassero ?

Ma sopratutto vi siete mai chiesti se è più a rischio di eruzione il Vesuvio o la grande caldera dei campi flegrei ?

Ebbene vi sembrerà strano ma non è il Vesuvio quello attualmente più pericoloso . Esso è certamente quello più famoso ma  è un vulcano centrale, la sua attività si ripete sempre nello stesso posto, nel cratere sommitale, quindi in una sola bocca.

I Campi flefrei invece sono più subdoli: se dovesse succedere un’eruzione non potremmo mai sapere dove. Le sue possibili bocche eruttive possono essere molteplici e in zone anche distanti le une dalle altre. Questo complica ovviamente anche la pianificazione del momento di un’emergenza” . Come caldera d’altronde  poiche nel loro passato hanno emesso dalle centinaia alle migliaia di chilometri cubi di prodotti vulcanici durante i singoli eventi  sono chiamate ‘super vulcani’ ed oggi considerati come uno dei dieci vulcani più pericolosi del mondo. Recenti studi effettuati sulla composizione dei suoi minerali pare abbiano  mostrato modificazioni dei suoi componenti dichiarando quindi tutta la sua continua vitalità nella capacità di possibili future riattivazioni .

Cosa accadrebbe se i campi Flegrei eruttassero ?

Secondo la Protezione Civile, una eventuale futura eruzione dei Campi Flegrei dovrebbe avere  un carattere esplosivo  e consistere nel lancio di bombe e blocchi nelle aree limitrofe al vulcano, mentre flussi piroclastici potrebbero estendersi per svariati chilometri prima di arrestarsi. Ceneri e lapilli percorrerebbero lunghe distanze e, a differenza di quanto accadrebbe in caso di eruzione del Vesuvio, la città di Napoli risulterebbe sottovento e, dunque, verrebbe probabilmente coinvolta

Quindi i campi flegrei sono una caldera che ha una  una situazione che necessita di grande attenzione e costante controllo. Un monitoraggio comunque costantemente effettuato con mezzi tra i più all’avanguardia al mondo.presenti presso l’Osservatrio Vesuviano ,  una sezione dell’Istituto italiano di Geogfisica, dove lavorano esperti professionisti del settore  che continuamente vigilano sul territorio, anche in mare con sistemi di rilevamenti molto sofisticati.

CURIOSITA’:L’ Osservatorio Vesuviano  fondato nel 1841 dal re delle due Sicilie Ferdinando II di Borbone, è il più antico osservatorio vulcanologico del mondo.

L’immagine che gli antichi avevano dei Campi Flegrei doveva comunque , almeno inizialmente essere terrificante e meravigliosa al tempo stesso. I vulcani con le loro lingue di fuoco che alte sembravano lambire il cielo, le sorgenti termali che sgorgavano ovunque e i laghi scuri circondati da fitte e inesplorate foreste  erano proprio il luogo ideale dove immaginare potessero risiedere tutti i loro miti e le loro credenze e far vivere le loro leggende.
Il luogo per il suo misterioso fascino era quanto di meglio si prestava per immaginare ed intrecciare storia, miti e leggende.

Molti d questi luoghi videro successivamente potenti uomi del senato romano costruirvi le migliori residenze .

Le  colline e tutto il  litorale  , divennero lentamente  ricche  di sontuose ville appartenenti al patriziato romano che con il tempo entrarono tutte a far parte del demanio dei Cesari . Tutta l’intera area infatti finì per divenire una vera e propria residenza imperiale . La sua fisionomia architettonica e monumentale assunse un aspetto ancora più grandioso e lussuoso : tutte le pendici dei colli  con moli ed insenature sembravano quasi una sola grande sontuosa villa con numerosi vivai di pesci e coltivazioni di ostriche , piscine sportive e lussuosi edifici termali. Si moltiplicarono i giardini e si crearono numerosi piccoli e grandi moli per l’attracco delle loro imbarcazioni.

N.B. Teniamo ben  presente che il litorale di Baia  per esempio , allora era molto più ampio di quello che vediamo oggi perchè buona parte di esso in seguito al fenomeno del bradisismo sprofondò con tutte le sue costruzioni .  La linea costiera si abbassò di circa 10 metri ,portando alla perdita di numerosi edifici e monumenti che vennero sommersi dal mare e solo più tardi rinvenuti nel corso di ricerche archeologiche sottomarine .Oggi sono ancora visibili a  circa quattro metri sotto l’attuale livello della spiaggia  e fino a quattrocento metri dalla costa.

La località di  Baia divenne un luogo teso alla ricerca del piacere sia del corpo che dello spirito . I romani attratti  dalla natura lussureggiante e dal clima temperato  la scelsero  come luogo per liberasi dagli stress della vita quotidiana. Essi venivano in questo luogo   per  riposarsi dalle fatiche di Roma . Le sue acque termali ed i loro effetti benefici divennero famose in tutto l’impero ed alcuni suoi particolari effetti collaterali , dovuti probabilmente ai vapori vulcanici ed al calore che agevola la circolazione del sangue venivano accettati di buon grado.

Un certo effetto collaterale erotico chiamato ” effetto Baia ” incominciò a diffondersi tra i suoi illustri visitatori che addossando la colpa al luogo si lasciavano andare alle loro più recondite perversioni.

Marco Lorenzio Varrone scrisse ” … non solo le ragazze diventano pubbliche prostitute, ma persino gli uomini anziani  si comportavano da efebi e i giovanotti si concedevano come le ragazze per danaro … perchè comuni non furono solo le donne nubili …. ”

L’ effetto eros fu descritto da Ennio ( divertimento e giochi ) , da Seneca ( vizio ) , Marziale ( perdizione ), e molti persero il loro onore ed il loro amore . Il poeta Properzio per esempio scrivendo dell’amata e poco fedele Cynthia racconta ” ….siano maledette le corrotte acque di Baia : esse sono un delitto contro l’amore …. ”

L’amante del poeta Catullo,  Clodia che amava trscorrere le vacanze a Baia , giunta in questo luogo si lasciava completamente andare al desiderio e all’appagamento di tutti i suoi sfrenati piaceri …. ( era ovviamente colpa delle corrotte acque ).

Di lei scrisse Cicerone : ” Tutti coloro che parlano di Clodia hanno sulla bocca piaceri, amori, adulteri, Baia, spiagge, orge, canti, concerti, gite in barca …..”

Seneca impaurito invece fuggi da questo luogo  ” …. io sempre che posso , mi accontento di Baia , che , d’altra parte , ho lasciato il giorno dopo che l’avevo raggiunta : è una città che si deve evitare , quantunque abbia alcuni pregi naturali , perchè sembra che la dissolutezza l’ abbia scelta per frequentarla ….”

Baia come vedete era  il posto più ambito nell’antica Roma e tutta la Nobilitas romana possedeva una casa nello splendido ed intrigante golfo . In questo luogo posto si fecero costruire la casa per la villeggiatura o almeno trascorsero le “vacanze ” diversi imperatori , tra cui ,Caligola, Claudio, Nerone, Domiziano, Adriano, Antonino Pio, Commodo, Alessandro Severo, Pompeo e lo stesso Cesare . Usavano passarvi l’estate in questo luogo anche personaggi  come Licinio Grasso, Gaio Mario, Pompeo, gli Antonii, Varone, Cicerone , Ortensio , Marziale, Pisone ,  Augusto , , Adriano  e la famosa madre  di Nerone Agrippina.che nei campi flegrei possedeva  più ville.

In origine era solo uno degli approdi della potente e ricca colonia greca di Cuma ma presto divenne famosa per la bellezza dei suoi luoghi ricchi di acque sorgive termali e di vapori caldi che sgorgavano numerosi e copiosi dappertutto : ai piedi delle colline, lungo la spiaggia e nel mare stesso . La bellezza del paesaggio, il suo clima mite , il verde delle colline , il suo ampio litorale , la resero la località più amata dalla nobiltà romana. Possedere una villa nel ” luogo più bello del mondo ” divenne al tempo addirittura una esibizione di potere e di ricchezza , un segno di prestigio e di affermazione sociale nonchè un obbligo mondano. A quel tempo tra Pozzuoli e Miseno si concentravano dunque decine di fastose dimore e lussuose ville dell’aristocrazia romana, e tra questa la più bella e ricercata fu quella fatta costruire dall’imperatore Nerone .

L’antica villa di Nerone sorgeva nel posto più pittoresco del magnifico golfo di Baia , un luogo che secondo Orazio , vinceva di gran lunga la competizione con le più belle spiagge dell’universo e dove l’aria possedeva un profumo così inebriante ed intrigante che, a detta di Properzio , una donna non poteva resistere più di una settimana alle tentazioni della lussuria .

 

 

Antica testmonianza della importanza storica dei campi flegrei è anche l’amena bella Capo Miseno  che oggi per tutti noi è un delizioso luogo balneare .

Quello che infatti oggi noi vediamo è solo ció che rimane di un antico edificio vulcanico dei Campi Flegrei. .

Il Porto di Miseno nei Campi Flegrei è, in realtà, un cratere vulcanico, semisommerso, i cui bordi residui sono riconoscibili nel lungo isolotto ricurvo di Punta_Pennata e, di fronte a esso, nelle due punte di PuntaTerone e Punta della Sarparella..

 

NB. A Bacoli , non molto lontano dalla piscina mirabilis , si trova la piccola ed incantevole insenatura di  Punta Pennata , dove in assoluto relax , su di una spiaggia denominata dello Schiacchetiello,   ognuno di noi , dopo una bella visita ai tanti scavi archeologici presenti in zona può distendersi al sole e poi  magari decidere fare un rinfrescante  bagno tra gli scogli di tufo in  un’ acqua limpida e cristallina il bagno .

Il piccolo affascinante angolo di paradiso  , che si può raggiungere in barca o dalla Piscina Mirabilis, è  avvolto da varie leggende mitologiche. Si racconta, infatti, che il mitico  Ulisse, affascinato dalla costa flegrea approdò su questa meravigliosa spiaggia.

 Di fronte ad essa si trova l’isola di Punta Pennata,che pare si sia formato in seguito al terremoto del 4 novembre del 1966, Esso secodo molti vecchi  racconti  di anziane personedel luogo, fece scomparire la sabbia che collegava Bacoli a questo lembo di terra ferma,

 

Diversi ritrovamenti archeologici, come pavimenti, resti di mura , ed un documento del IV secolo d.C. dell’imperatore Costantino , testimoniano le origini molto antiche, di questo tratto di terra . Molti infatti sostengono che l’isolotto fu anche sede del comando delle legioni “praetorium misenate”, infatti anticamente il porto di Miseno era sede della flotta militare.

 

Ritornati al nostro Capo Miseno , come potete notare in queta immagine , la grossa parte residuata del cratere, non è  visibile da terra ma solo dall’alto . Essa appare grosso modo a forma di mestolo ed  é visibile al meglio solo da un aereo.

Il luogo deve il suo nome alla leggenda che pone qui, il luogo dove fu seppellito da Ulisse il suo sciagurato compagno di avventura e trombettiere Miseno, gettato in mare e ucciso da un Tritone ( divinita’ marina).  L’eroe battezzò quel luogo col nome del suo amato compagno ( Miseno ) in modo che venisse ricordato in eterno.

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Il posto è molto suggestivo e ricco di storia . Qui  infatti tanto tempo fa si trovava il porto alle dipendenze dall’antica città di Cuma ; mentre in epoca romana divenne sede della classis misenensis, la flotta navale romana che controllava tutto il Mediterraneo occidentale.

Il complesso portuale era composto da un doppio bacino naturale: quello più interno , detto Maremorto ), per l’aspetto stagnante delle sue acque ( oggi denominato Lago Miseno ) dedicato ai cantieri e alla manutenzione navale,ed uno esterno più grande  che rappresntava  il porto vero e proprio. Tra i due cera un ampio passaggio (oggi interrato) con un ponte girevole.

CURIOSITA’: In questo luogo Nerone fece uccidere la madre Agrippina, e vi  morì anche  l’imperatore Tiberio di ritorno dalla vicina isola di Capri.

Campi Flegrei Miseno

 

 

Nel passato il luogo non era come oggi visto come punto dove prendere il sole e fare un bel bagno ma invece considerato  un importante porto marittimo e militare . Da esso infatti, con una flotta ben attrezzata, i greci di Cuma dominavano tutto il litorale della Campania e lo stesso Dionisio di Alicarnasso, tiranno di Cuma riconobbe che una delle circostanze che portarono alla potenza navale del territorio cumano fu proprio il possesso del promontorio e del porto di Miseno.

L’importanza del luogo come porto militare si affermò successivamente anche in epoca romana, dapprima con le opere navali e militari volute da Agrippa durante la guerra civile tra Pompeo ed Ottaviano e poco dopo con la designazione da parte di Augusto di base navale del Tirreno alle dirette dipendenze dell’Imperatore tramite un prefetto.

CURIOSITA’: Misenum inizialmente fu sede di ville marittime; solo  partire dall’inizio del I sec. d.C. ritornò alla sua primitiva vocazione militare. Augusto, dopo la battaglia di Anzio (31 a.C.), decise infatti di porre in questo  la base della Classis Praetoria, cioè la flotta al diretto servizio della corte imperiale.

Tra i prefetti militari a capo della famosa prima  prima flotta imperiale romana ( la classis Praetoria Misenensis ) si ricordano Tiberius Claudius Anicetus che mandò i suoi sicari ad assassinare Agrippina, madre di Nerone, e Plinio il Vecchio che morì durante l’eruzione del Vesuvio (79 d.C.).

CURIOSITA’: Capo Miseno, il Monte di Procida, le alture di Bacoli e la duna sabbiosa del litorale, venivano a formare con il loro doppio bacino il più bel porto naturale di tutta la costa campana cosi importante ed imponente che tutta la difesa marittima dell’Italia romanica venne ad essere ripartita principalmente tra Miseno e Ravenna.

Nella vicina località di Miliscola sorse un’ importante scuola per soldati romani mentre lungo il suo litorale la ricca nobiltà’ romana costruì numerose ed eleganti ville.
Tra le sontuose ville primeggiava quella del dittatore Caio Mario, poi acquistata da Lucullo, dove morì, nel 37 d.C. l’imperatore Tiberio, ma non si può dimenticare quella di Cornelia, figlia di Scipione l’Africano, mentre quella di Agrippina invece si trovava a Bacoli (vacua = terra incolta e deserta; boaulia = stalla di buoi, venne cosi’ chiamata in ricordo della sosta di Ercole con gli armenti sottratti a Gerione) dove oggi si può anche visitare il suo sepolcro.

Per fornire acqua alle strutture militari dell’enorme porto romano di Miseno i romani pensarono di costruire un gigantesco serbatoio, che era solo il punto terminale di una mastodontica opera capace di integrare l’acquedotto greco della bolla con quello Augusteo che portava a Napoli l’acqua del Serino (in maniera da fornire sia Napoli che la flotta romana stanziata a Miseno ).

Il terminale di questa enorme opera, ultimo punto di arrivo della grande opera idraulica dell’acquedotto del Serino, era nel gigantesco serbatoio della Piscina Mirabilis che fu realizzato in età augustea, e tutto scavato nel banco di tufo.
Lungo m.70, largo m. 25,50, alto m. 15, con una copertura poggiante su 48 pilastri cruciformi, poteva contenere circa 12.600 metri cubi di acqua, che grazie ad alcune ruote idrauliche, sollevavano l’acqua per canalizzarla verso l’abitato e il porto per il rifornimento della flotta misenate.

 

 

 

 

 

 

 

Nel visitarlo l’impressione e’ che si tratti di un tempio sotterraneo più’ che una cisterna.
Nel V secolo quando la sede dell’Impero si trasferì a Costantinopoli cominciò il lento declino di Miseno.

 

 

 

 

 

 

Insabbiato da un secolare interramento, oggi dell’antico insediamento militare, orgoglio della Cuma Greca e vanto dell’Impero Romano, non resta che uno specchio d’acqua circondato da un basso litorale sabbioso in cui è difficile riconoscere quella che fu la potenza militare di due grandi Imperi. Il luogo appare più simile ad un grosso stagno dove   si possono  ormeggiare sono solo piccole barche di privati e da questo appunto deriva il suo attuale soprannome di ‘Maremorto’.

Triste, strano nome per la piccola Miseno che deve il suo nome alla leggenda omerica che pone in questo luogo il sepolcro del compagno di Ulisse, Miseno , trasformato da Virgilio nel trombettiere di Enea.

La spiaggia dell’antico villaggio militare si trova ai piedi del promontorio di  Capo Miseno  e rappresenta l’ultima propaggine di terraferma del golfo di Napoli.

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CURIOSITA’: Oltre alla Piscina Mirabile, a Bacoli c’è un’altra imponente cisterna romana: la cosiddetta Grotta della Dragonara. Essa completamente scavata nel tufo, con acqua che sgorga da una fonte termale, che la ha inondata, è visitabile grazie a una passerella pedonale sopraelevata. Utilizzata come rifugio e deposito nel Novecento, era probabilmente al servizio della villa marittima appartenuta a Lucullo (in cui secondo Tacito morì Tiberio)

Ubicata all’estremità orientale della spiaggia di Miseno , la cosiddetta “Grotta della Dragonara” pare debba il suo nome proprio dal termine latino.“roccioso”.

La visita si effettua su una passerella in ferro, poiché a causa del bradisismo il monumento è attualmente semi-sommerso. Si tratta di una cisterna romana a pianta quadrangolare divisa in cinque navate da quattro file di piloni ricavati nel tufo,foderati in opera reticolata e rivestita dal tipico intonaco idraulico che impermeabilizzava questo tipo di strutture. La cisterna, lunga circa m 60 e larga m 6, è coperta da una volta a botte con tre grandi aperture dotati di scale, oggi parzialmente visibili, e utilizzati per l’immissione dell’acqua e per le manutenzioni ordinarie. Contiene gallerie laterali che si diramano e si intrecciano tra loro formando un labirinto che per il visitatore, insieme all’effetto dell’acqua che invade il monumento, diviene assai suggestivo.

Le varie gallerie provvedevano al rifornimento idrico della flotta misenate, peraltro già abbondantemente soddisfatta nell’approvvigionamento idrico dalla nota Piscina Mirabilis , ma probabilmente potrebbe essere anche servita per approviggionare di acqua le strutture residenziali situate poco più a sud e visibili sul costone, attribuite dalla tradizione letteraria a Lucullo.

La villa disposta a terrazzamenti con ambienti che digradano fino al mare, attualmente insabbiati, era stata di Caio Mario, per poco tempo di Cornelia madre dei Gracchi e poi acquistata da Licinio Lucullo, ricchissimo personaggio politico del I sec. a.C., ed infine passata al demanio imperiale. È la residenza dove secondo Tacito vi morì l’Imperatore Tiberio. Nel medioevo il monumento era noto come “Bagno del Finocchio” per le abbondanti coltivazioni che lo circondavano.

CURIOSITA’.  La grotta raffigurata nelle incisioni settecentesche e quindi tappa nei viaggi di cultura fra le antichità,  appariva nei vari disegni  sviluppata fin sopra l’arenile. Ultimamente grazie alle laboriose  indagini di scavo che interessarono la Grotta e le zone limitrofe , sono venute alla luce importanti resti di un ninfeo e di cisterne.

Sulla stessa striscia di terreno di Miseno , anticamente occupata dai principali edifici dell’antica  Misenum, la cittadina romana sede della Classis Misenensis, la flotta navale più potente dell’impero , possiamo oggi ammirare i resti archeologici del celebre ” Sacello degli Augustali . Un edificio dell’epoca romana   realizzato in epoca giulio-claudia dedicato al culto dell’imperatore Augusto e sede del locale collegio degli Augustali; fu risistemato alla metà del II secolo d.C. su commissione di Cassia Victoria per onorare il marito L. LaecaniusPrimitivus, un sacerdote Augustale  la cui accresciuta ricchezza  era probabilmente legata ad attività di commercio marittimo, a cui si riferiscono certamente il rilievo con la nave e il delfino che occupava gli spazi angolari del frontone.

Il saccello  venne distrutto alla fine del II secolo, probabilmente da un terremoto; i suoi resti sono attualmente semisommersi a causa dei fenomeni di bradisismo che caratterizzano  l’intera area . I resti dell’antica struttura   si trovano addossate al costone tufaceo, oggi in parte crollato.

Il culto degli Imperatori era curato dai  sacerdoti augustali (Sacerdotes Augustales ) anche chiamati Sodales Augustales . Essi erano  un collegio sacerdotale istituito dall’imperatore Tiberio nel 41 d.C.   per il culto del  Divo Augusto e della Gens Iulia sull’esempio dei Sodales Titii creati da Romolo.  Il collegio era composto da 21 sacerdoti estratti a sorte tra i maggiori esponenti della nobiltà . Quando uno di essi moriva , il posto vacante veniva rimpiazzato tramite cooptzione   su indicazione dell’imperatore o del Senato. Essi erano presieduti da tre magistri annuali e da un flamine  nominato a vita dall’imperatore.

Come membri dell’alta gerarchia sacerdotale, gli Augustales godevano di vari privilegi: avevano posti riservati al  Teatro  si sedevano su selle curuli  e figuravano nelle cerimonie religiose più importanti.

CURIOSITA’: Sulle figure degli Augustali è nota la colorita testimonianza di Petronio che nel suo Satyricon fa del liberto Trimalchione, un servilesaugustales, il suo personaggio chiave, delineando un tipico rappresentante di chi si è elevato rapidamente a una condizione economica e sociale superiore, senza avere tuttavia acquistato le maniere e lo stile

Col tempo furono create nuove confraternite per il culto di ogni imperatore divinizzato. Così alla morte di Claudio furono creati i  Claudiales  che si aggiunsero agli Augustales assumendo così il titolo di Augustales Claudiales. Alla morte di  Vespasiano  furono creati i Flaviales i che aggiunsero il nome di  Titiales alla morte di Tito. Alla morte di  Adriano  furono creati gli Ha drianales   e alla morte di  Antonino Pio  furono creati gli Antoniniani  . Questi furono gli ultimi e a loro fu affidato il culto di ogni nuovo Divo aggiungendone il nome: così si ebbero gli Severiani .

Sacello degli Audustali, Timpano

Successivamente, a causa del fenomeno del bradisismo, la struttura fu distrutta e rimase dimenticata e nascosta fino al 1967, anno della scoperta archeologica.

All’interno sono state rinvenute statue di alcuni imperatori (Vespasiano, Tito e Nerva) e di divinità (Asclepio, Apollo e Venere), attualmente tutte esposte al Museo archeologico dei Campi Flegrei di Baia , situato nel  Castello Aragonese di Bacoli .

In questo museo   è stato conservato anche il magnifico frontone del Sacello nel cui  timpano si scoprono due vittorie che reggono una corona di quercia e, negli angoli, una prua di una nave e un delfino.

Sacello degli Audustali 3

Il Sacello, oggi parzialmente sommerso dalle acque di una falda acquifera   è ripartito in tre ambienti principali che erano parzialmente scavati nel tufo. Il principale è quello centrale, sopraelevato rispetto agli altri.

La cella è rettangolare, mentre la parete di fondo ospita un’abside scavata nel tufo. L’altare era situato all’esterno e vi si accedeva per mezzo di un’ampia gradinata marmorea.

Adiacente al Sacello degli Augustali c’è il teatro romano, ad oggi ancora poco indagato , sia perché a causa del bradisismo parte del monumento si trova al di sotto del livello del mare e sia perché la parte superiore è inglobata in costruzione moderne.

Il monumento, appartenente al II sec. d.C. ,doveva comunque essere a tre ordini di ambulacri ad arcate costruiti contro il costone retrostante. Alla porzione visitabile si accede mediante una galleria sotterranea aperta nell’area demaniale; si entra in un tratto del corridoio mediano coperto da volte a crociera,che sorregge il livello medio delle gradinate, costruito in opera laterizia con listature in opera vittata,con gli imbocchi dei corridoi radiali che conducevano al corridoio interno e alla cavea stessa, oggi del tutto tamponati.In corrispondenza della tredicesimaarcata si apre una galleria rettilinea, in origine aperta sulla via Herculanea e da cui si accedeva tramite rampe, che oggi per effetto del bradisismo regala al visitatore una vista inaspettata su una piccolissima insenatura delle acque del Golfo di Miseno. Resta invece inglobata in una proprietà privata adiacente una parte dell’ambulacro superiore e una piccola porzione di un’arcata in laterizi e di una scala, probabilmente di accesso alla summa cavea se non all’attico.Gli scavi condotti nel 2003 nell’area demaniale attorno al teatro hanno individuato strutture relative ad un’area pubblica, probabilmente pertinenti alle adiacenze del teatro stesso o all’area del Foro. L’edificio fu abbandonato gradualmente, fino all’interro definitivo agli inizi del V sec. e una frequentazione dell’area non oltre il VII sec. d.C.

Il monumento, come tutta l’area flegrea, ha da sempre attirato l’attenzione dei viaggiatori e degli eruditi del ‘700 – ‘800. Lo studioso Paoli nel descrivere l’edificio ricorda dell’accesso dal Porto e da qui sulla via Herculanea direttamente nei corridoi del teatro, per il quale dice “per dove venissero agli spettatori que’ di Baja, i quali, senza neppure girare il promontorio, potevano attraversare quelle grotte navigabili, ch’erano nell’opposta collina”.

Ma nelle vicinanze di Bacoli esistono tante testimonianze di grandezza e bellezza: una zona diventata  come predentemente accennato anche rifugio di  ricchi patrizi romani  che costruirono le loro grandi ville.

Nel territorio è  infatti  presente l’antico complesso arcgheologico romani denominato  ” Cento Camerelle “, cioè un antico impianto idrico dotato di due cisterne, uno al piano superiore ed uno al piano inferiore , il cui edificio vantava numerosi vani distribuiti in altezza su tre o quattro vani . Esso era un edificio appartente al console romano Quinto Ortensio Ortalo ma in seguito appartenne addirittura a Nerone ed infine a Vespasiano.

 

L’edificio completamente scavato nel tufo strutturato in una serie di csterne  realizzate in opus reticulatum . Le due parti sovrapposte appartenenti ad epoche diverse ,sono caratterizzate  al piano superiore  da un ampio serbatoio di epoca imperiale , mentre al livello inferiore da una serie di cunicoli , datati all’età repubblicana , che servivano all’approvigionamento idrico .

L’edificio , come vedete fu costruito  a picco sul mare di Miseno ,, mentre l’attuale nome gli fu attribuito nel tardo seicento , anche se nello stesso periodo venne più volte identificato col nome di ” prigioni di Nerone .

Nel  comune del Monte di Procida esiste comunque anche un piccolo isolotto di circa 16000 metri quadrati che in passato probabilmente era collegato alla terraferma costituendone un promontorio . In seguito a vari eventi geologici ( presumibilmente un maremoto oppure a frequenti movimenti tellurici ) , la lingua di terra che teneva unito questo lembo di paradiso al Monte di Procida inizio’ a dissolversi fino a scomparire del tutto . L’isolotto quindi  si stacco dalla terraferma e ad oggi ad esso si accede solo attraverso uno stretto tunnel ed un pontile .

L’isolotto è costituito da un materiale tipico dei campi flegrei : la pozzolana , la cui estrazione ne ha causato una riduzione dell’altezza di circa 16 metri .

L’isolotto sembra quindi non avere un buon rapporto con l’uomo .

Venne infatti dapprima per lungo tempo utilizzato dai procidani come punto base per la pesca del tonno e poi utiliazato ( dal 1917 ) come stabilimento industriale per il collaudo di siluri . Solo dal 1960 è diventato polo di attrazione turistica offrendo a tutti la possibilità di ammirare reperti storici ed un fondale marino da esplorare . ma per l’isolotto no c’è pace. La zona, negli ultimi anni, spesso è stata interessata da numerosi frane del costone adiacente al ponte.

Per l’Isolotto è quindi cominciato un lento  ma inesorabile degrado, con un primo crollo verificatosi nel marzo del 2016 che ha diviso il ponte in due parti. Ovviamente il danno non venne immediatamente ripristinato , e  ultimamente  è crollata anche una nuova parte del ponte., con il conseguente isolamento di uno dei posti più suggestivi del nostro golfo .

Le cause del crollo sono le forti mareggiate ed il vento di scirocco che hanno colpito i Campi Flegrei. Ora, come si può vedere dalla foto , resta ben poco del ponte che in passato collegava l’isolotto con la terra ferma.

 

Il vicino Castello di Baia, anch’esso facente parte del comune di  di Bacoli, a noi tutti noto sopratutto per essere la sede del Museo Archeologico dei Campi Flegrei. , come vedete dalle foto è eretto  su un promontorio, a picco sul mare, da dove domina per intero  il Golfo di Pozzuoli fino a Procida, Ischia e Cuma.  Ma ció che lo rende davvero unico sono le retrostanti bocche eruttive dei Fondi di Baia che, nelle foto , sono chiaramente visibili con la loro cinta semicircolare. Questi sono altri due grandi crateri del nostro territorio .

Sono quelli che vengono definiti “la coppia gemella ” dei crateri di Baia .

Baia  , come molti sanno è stata l’area dei campi flegrei che  più ha risentito del bradisismo. Il fenomeno meteorologico ha fatto lentamente scivolare nella acque antistanti il golfo gran parte degli insediamenti architettonici del vecchio insediamento greco romano. Muri, pavimenti a mosaico, statue e strade lastricate giacciono sui fondali marini fino a quattrocento metri dalla costa.

 

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L’antico insediamento di Baia sorgeva all’interno di una piccola insenatura del golfo di Pozzuoli ed in origine era uno degli approdi della potente e ricca colonia greca di Cuma.

CURIOSITA’: Il suo nome deriva da Baio, uno dei compagni di Ulisse che la tradizione vuole fosse stato qui sepolto dall’eroe greco.

Fu una località molto ambita dalla nobiltà romana, famosa per il suo clima mite, la bellezza del paesaggio, il verde delle sue colline e per le sue acque termali che divennero famose per il potere curativo e terapeutico su molti mali.

Le sue rinomate sorgenti termali erano diffuse ovunque e i suoi vapori caldi sgorgavano copiosi dappertutto: ai piedi delle colline, lungo la spiaggia e nel mare stesso. Tra queste, sorgeva una zona particolare chiamata ” bagno virgiliano ” in cui Virgilio, grande studioso delle acque, pare fosse riuscito ad identificare le virtù terapeutiche di ogni singola fonte. Il poeta dopo numerosi studi ed esperimenti  aveva fatto costruire accanto ad ogni sorgente una serie di statue e di iscrizioni che indicavano la parte del corpo che bisognava immergere e le malattie curate da quel particolare tipo di acqua. Nel tempo questa zona divenne talmente famosa che la gente accorreva numerosa per curare i propri mali preferendolo addirittura alla classe medica.

La classe medica, in particolare quella Salernitana  (all’epoca assai famosa), subirono con gran gelosia questa zona dove i pazienti preferivano affidarsi alla potenza dei bagni piuttosto che alla loro scienza. L’invidia e la gelosia arrivarono  al punto da portarli a macchiarsi dell’ignobile gesto di distruggere di nascosto tutte le iscrizione e le statue, cosi che nessuno potesse più distinguere le acque secondo i loro poteri.

Ancora oggi, visitando questi luoghi possiamo ammirare affascinanti luoghi adibiti all’epoca a terme . Tra questi veniamo colpiti dalle  oramai famose  terme  di Mercurio   caratterizzate dalla presenza del grandioso “frigidarium”, un ambiente  a pianta centrale con una grossa cupola ,adibito un tempo a bagni freddi, un “apodyterium”,( odierno spogliatoio )e un “laconium”, ricavato nel fianco della collina. Ma non vanno dimenticate la  villa dell’Ambulatio, il settore della Sosandra, ed infine il settore di Venere  che comprendeva due grandi sale termali.

Tra le piu’ famose terme ancora oggi funzionanti  non bisogna dimenticare il Sudatorio di Trivoli detto ‘ Terme Stufe di Nerone ‘che si trova tra Bacoli  e Pozzuoli in un luogo dove ai tempi dei romani sorgevano le cosidette Terme Silvane con vista sul lago di Lucrino ,dedicate a Rea Silvia , madre di Romolo e Remo,

La struttura è databile al II secolo ed era un ninfeo tutto aperto verso il lago di Lucrino che si trovava ai monti di una collina ( dove si trova una sorgente ancora oggi molto attiva ) che convogliava vapore caldo tramite cunicoli nelle varie stanze dove si trovavano letti completamente scavati nel tufo.

Nel tempo, le colline e il litorale di Baia divenute presso Roma assai famose cominciarono rapidamente a coprirsi di sontuose ville di patrizi romani per i quali divenne segno di prestigio e di affermazione sociale possedere una villa a Baia, considerata all’epoca il luogo più bello del mondo ed il più ambito per passarvi l’estate.

Divenne quasi un obbligo mondano e al tempo stesso un’esibizione di potere e di ricchezza possedere una villa a Baia o quantomeno nei campi flegrei.
Nonostante il massivo insediamento della società mondana ed elegante di Roma con la costruzione di ricche ville, il luogo non ebbe mai una autonomia politica o amministrativa, rimanendo per tutto il tempo del suo splendore un ameno posto di villeggiatura di lussi sfrenati, costumi licenziosi, avventure, ambienti ed atmosfere ambigue.

Ebbero ville a Baia e lungo il suo litorale Licinio Crasso, Caio Mario, Cesare, Pompeo, gli Antonii, Varrone, Cicerone, Ortensio, Agrippina, Pisone, Marziale, Nerone e tanti altri.

Tutta la zona venne quindi frequentata dai personaggi più in vista della capitale e questi luoghi diventarono di conseguenza occasioni di incontri politici e di affari oltre che di cultura, lussi e lussuria. Baia era il regno delle acque consacrate a Venere e le sue accoglienti acque ed i suoi bagni ( ma tutta la zona in particolare ) furono famosi per la loro promiscuità. Nei famosi bagni di Baia in atmosfere rarefatte di oli, profumi ed essenze naturali, i corpi si lasciavano andare alle gioie della vita in cerca della guarigione sia del corpo che dell’anima.

Dopo la guerra civile, Baia divenne invece un dominio ed una residenza Imperiale e lentamente le antiche ville entrarono a far parte di un’unica grande magnifica Villa Imperiale. Questo fece assumere a Baia un aspetto ancora più grandioso e lussuoso: tutto il litorale e le pendici dei colli sembravano quasi una sola grande villa con moli e insenature, con vivai di pesci e coltivazioni di ostriche, piscine sportive e per cure termali che dal mare risalivano come una corona fino alla cima delle colline circostanti.

Per effetto del bradisismo, gran parte della città e del suo litorale è oggi sommersa dal mare trovandosi a circa 4 – 16 metri sotto il livello attuale della spiaggia. I fenomeni eruttivi e bradisismici della zona hanno fatto scomparire la maggior parte dei grandiosi monumenti di Baia.baia-sommersa
E’ oggi possibile con escursioni con battello dal fondo trasparente osservare resti di ville sommerse, colonne, reperti archeologici, fauna marina e fenomeni vulcanici sottomarini stando comodamente seduti in una barca mentre questa viaggia sotto il livello del mare.
Esiste anche un percorso di visita per subacquei.
Dal mese di agosto 2002 e’ stato istituito il parco archeologico sommerso di Baia che e’ stato equiparato ad area marina protetta sotto il patronato della soprintendenza per i beni archeologici di napoli e caserta. L’area archeologica conserva diversi edifici termali come il Tempio di Diana, quello di Mercurio e quello di Venere con un’ampia zona anche sommersa. Poi la  Villa di Servilio Vatia sulle rocce di Torregaveta,  e le famose  Terme Stufe di Nerone   un antico centro termale di origine romana.

Esistono visite guidate mirate per osservare il Parco Archeologico sommerso con cui si possono osservare i resti di antiche ville (villa dei Pisani, villa Protiro, villa marittima di marina grande, villa antistante il Castello Aragonese ), la secca delle fumose, la torre del faro di Miseno, il presepe, il Ninfeo Sommerso e il famoso Porto julius .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vi è un ultimo lago di cui dobbiamo raccontarvi . Si tratta di un  lago costiero dalla forma trapezoidale che in origine era però un ampio golfo aperto sul mare; la duna sabbiosa che lo separa dal mare si sono formate  a partire dal I secolo d.C..

Parliamo ovviamente del Lago Fusaro al cui  centro del piccolo laghetto del Fusaro, su un piccolo isolotto di origine vulcanica, collegato alla terraferma tramite un antico ponticello in legno, sorge in questo posto , un bellissimo casinò reale, fatto costruire da Ferdinando IV nel 1782 dall’architetto Carlo Vanvitelli.

Casina vanvitelliana sul Lago Fusaro

Il re fece costruire questo splendido sito quale luogo di riposo e di svago (spesso peccaminoso) dove potersi rifugiare lontano dalla sua corte e dai problemi che essa comportava.
Il luogo permetteva certamente la pesca e sopratutto la caccia stagionale di cui Ferdinando era grande appassionato. Egli infatti amava molto questo luogo, tanto da dedicarlo alla sua seconda moglie morganatica Lucia Migliaccio, Duchessa di Floridia.

L’edificio di pianta poligonale è composto da due piani ed all’epoca doveva essere incantevole rifinito in ogni particolare e rivestito con preziose sete di San Leucio.casina-3
Vi erano affissi dei quadri stupendi ed in particolare il “Ciclo delle quattro stagioni” di Hackert andato perso o rubato.

Filippo Hackert dipinse il ciclo delle quattro stagioni rappresentando in ogni tela una località: la primavera a San Leucio, l’estate a Santa Lucia di Caserta, l’autunno a Sorrento e l’inverno a Persano.
Purtroppo gli splendidi arredi interni furono saccheggiati durante le tumultuose vicende della Repubblica Partenopea nel 1799 ed in seguito nella seconda guerra mondiale quando tutta l’area venne sequestrata dalle truppe alleate.

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CURIOSITA’: Nell’antichità era identificato con la mitica Acherusia palus, la palude infernale formata dal fiume Acheronte.

Lungo le sue sponde i romani costruirono numerose ville e stabilimenti termali. In età medievale il lago fu utilizzato per la macerazione della canapa e del lino diventando un infusarium (bagnare, o anche inzuppare d’acqua) da cui l’origine del nome.

La Casina Vanviteliana Concepita nel XVIII secolo come sito di caccia e di pesca dei borbone , la piccola casina diventò in seguito meta di ospitalità e soggiorno di artisti, uomini di cultura e capi di stato in visita alle antichità del Regno. Fra i tanti ricordiamo Mozart, Rossini, Metternich, lo Zar di Russia, Vittorio III, e il presidente Einaudi.

La casina Vanvitelliana , una elegante palazzina in stile rococò collegato alla terraferma da un ponticello, ancora oggi resta per tutti un posto incantevole da visitare.

Il contrasto dell’edificio che sembra sorgere dalle acque con la natura circostante, ci proietta in un’immagine fiabesca di altri tempi.

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Per agevolare il ricambio d’acqua all’interno del Lago , esso ha tre canali artificiali costruiti in epoche diverse: il primo scavata dai romani sotto la collinetta di Torregaveta e  chiamato “La foce vecchia “, di cui però resta poco , un secondo di epoca borbonica fatto  a suo tempo  per volere di Francesco II  ( foce centrale ) ed infine un terzo chiamato la Foce  Nord. 

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Non possiamo ovviamente concludere il nostro articolo sui vulcani e crateri del nostro territorio , non citandovi quello che è uno dei vulcani più fotografati negli ultimi secoli, e certamente il simbolo che più identifica la nostra città.

Parliamo ovviamente del Vesuvio , considerato dal mondo scientifico un caratteristico vulcano poligenico e misto, ossia costituito da lave di composizione chimica diversa (ad esempio trachiti, tefriti, leucititi) e formato sia da colate di lava sia da depositi piroclastici.

Il nome Vesuvio deriva, forse, dalla parola “aves” che significa “risplendere” oppure “eus” che significa “bruciare” o ancora lo si fa  derivare dall’unione dei nomi greci di “Ercole” – a lui dedicata poi la città di Ercolano  e del padre Zeus (Giove); ma anche sul Vesuvio non manca  la tradizione popolare, che rende veritiera la cosa più degli atti storici.

Infatti, il nome Vesuvio si vuole che derivi dalla traduzione – dal latino in napoletano – della parola ” Vae Suis “(guai ai suoi – ai napoletani),  dal momento che le eruzioni che si ricordavano fino ad allora,  erano avvenute prima o dopo eventi importanti, tutti portatori di disgrazie e sventure per Napoli e zone limitrofe.

Nell’epoca geologica Eocene il monte era un’isola circondata dal mare, solo nel Pliocene si saldò poi alla terra ferma e si stima che allora raggiungesse l’altezza di ben 2300 metri. Si ritiene infatti che già 400.000 anni fa la zona del Vesuvio sia stata soggetta ad attività vulcanica,  e che circa 39.000 anni fa avvenne un’eruzione davvero colossale detta Ignimbrite campana dove si emisero fino a 15 km³ di magma.

Ciononostante   sembra che la montagna abbia iniziato a formarsi 30.000 anni fa, probabilmente come vulcano sottomarino nel Golfo di Napoli; emersa successivamente come isola, si unì alla terraferma per l’accumulo dei materiali eiettati. 

E’ alto circa 1281 metri ed il cratere ha un diametro di circa 500 metri ed una profondità di oltre 230 metri. Egli domina con la sua grandezza tutto il golfo di Napoli. La sua silhouette lo ha reso inconfondibile in tutto il mondo. Alla sua inconfondibile silhouette che lo ha reso famoso ed inconfondibile in tutto il mondo  contribuisce un vulcano più antico: il Monte Somma, che forma il fondamento del Vesuvio.

Il Monte Somma ha una circonferenza di circa 80 km e copre un territorio di circa 480 km².13 Dopo l’eruzione del 79 d.C., la montagna ha cambiato completamente forma. Prima aveva probabilmente soltanto una cima che è crollata durante l’eruzione. Si è formata la caldera enorme del Monte Somma, dalla quale oggi vediamo soltanto la parte settentrionale, la Punta del Nasone, alta 1132 metri. Le eruzioni successive hanno prodotto nell’antica caldera un nuovo cono, fatto di materiale lavico: il Vesuvio.

Nella vulcanologia questo fenomeno si chiama vulcano a recinto ed il Somma-Vesuvio ne è un raro esempio. Tra i due complessi vulcanici si è formata la Valle del Gigante, che fa parte dell’antica caldera.

Classificato oggi come un vulcano in stato quiescente,  egli non deve comunque trarre in inganno perchè si tratta in ogni caso di un vulcano esplosivo la cui ultima eruzione ha avuto luogo solo nel vicino 1944 , al termine di un lungo periodo di attività del vulcano, iniziato poco dopo l’eruzione del 1631 .

N.B. Il Vesuvio si innalza ogni anno di 4 millimetri

Cratere del Vesuvio prima del 1944Prima dell’eruzione del 1944, il cratere era quasi del tutto colmato da lave sulle quali si ergeva un piccolo cono di scorie.

Le fasi di questa ultima eruzione sono state seguite e poi descritte in dettaglio  dall’Osservatorio Vesuviano, grazie sopratutto al lavoro speciale fatto dall’allora direttore Giuseppe Imbò  ed il suo gruppo  che osservando  e monitorando attentamente  l’eruzione dalla sede storica dell’Osservatorio situata sul fianco orientale del Vesuvio, a quota 608 m s.l.m.  , distinsero quattro fasi principali dell’eruzione.

N.B. Il direttore ed il suo gruppo di lavoro non abbandonarono  mai l’Osservatorio ,  naanche durante la fase parossistica più violenta  dell’eruzione mettendo a repentaglio la propria vita.

La prima fase avvenne dopo un’esplosione che distrusse parzialmente il piccolo cono di scorie intracraterico e fu caratterizzata dalla emissione di due separate colate laviche dal cratere, che in breve tempo invasero di lava le cittadine  di S.Sebastiano e Massa.

Dopo pochi giorni ,ebbe inizio la seconda fase che fu caratterizzata da una nuova fase esplosiva che si manifestò con ben otto incredibili  fontane di lava. I prodotti associati a tale fase esplosiva raggiunsero altezze di circa 4 Km e, trasportati dal vento per 15-20 Km verso Est, ricoprendo le cittadine comprese tra il Vesuvio e l’Agro Nocerino-Sarnese.

Il giorno dopo nella terza fase,  le fontane di lava lasciarono il posto a lievi esplosioni caratterizata da  piccoli  lanci di bombe vulcaniche e con la formazione di una colonna eruttiva alta più di 5 Km., che comportò una copiosa deposizione di cenere colore scuro . Durante questa fase si ebbero 23 vittime a causa del collasso di tetti per il peso della cenere.

La quarta ed ultima fase vide le esplosioni divenire meno frequenti fino poi a scomparire del tutto. Le colonne eruttive divennero non più alte di di 2 Km. , mentre emissioni di cenere divennero chiare, imbiancando il Gran Cono come dopo una nevicata..

Da quel momento avvenne la transizione del vulcano da attività a condotto aperto a condizioni di condotto ostruito, in cui ci troviamo attualmente, caratterizzate esclusivamente da attività fumarolica e bassa sismicità.

Lave nell'abitato di San Sebastiano

 

Colonna eruttiva del 22 marzo

 

Vesuvio imbiancato il 24 marzo

I paesi più danneggiati dalla caduta del materiale piroclastico furono Terzigno, Pompei, Scafati, Angri, Nocera, Poggiomarino e Cava. Un rapporto del Governo Militare Alleato riferì di 21 morti nella sola giornata del 26, per il crollo dei tetti di abitazioni in località non precisate. Gli abitanti di S. Sebastiano, di Massa e di Cercola, circa 10.000 persone, furono costrette all’evacuazione. Napoli fu favorita dalla direzione dei venti che allontanarono dalla città la nuvola di cenere e lapilli. Alla fine dell’eruzione comparvero delle mofete, tipica pericolosa coda delle eruzioni vulcaniche, e la loro emissione di anidride carbonica dai pozzi e dal terreno proseguì fino alla fine dell’anno 1944.

Da questa data fortunatamente non si sono verificate più eruzioni,

Ma non bisogna comunque assolutamente abbassare la guardia, perchè anche se è vero che il Vesuvio , oggi è considerato un vulcano quiescente , egli  è classificato tra i vulcani attivi più pericolosi al mondo,avendo ben sei bocche nel golfo di Napoli sepolte  in fondo al mare con un diametro di circa 800 metri concentrate sopratutto ,in un tratto di costa compreso tra Torre Annunziata ed Ercolano.

Le sei strutture vulcaniche nascoste sotto il nostro fondale marino  hanno la forma di cupole di lava (duomi) e coni. Le loro bocche emettono anidride carbonica, come le fumarole di Campi Flegrei.

Subito dopo l’eruzione del 1944 vi abbiamo detto che per il Vesuvio cominciò  un periodo di attività a condotto aperto.

Ma vi siete domandati che significa condotto aperto o condotto chiuso ?

Il  condotto lavico è quel tratto del cratere che mette in comunicazione la camera magmatica sottostante del  vulcano con la superficie esterna ., e possiamo considerarlo una sorta di valvola di sfogo di quella che è la pressione dei gas e magmi che si accumulano nel cratere del vulcano nel corso degli anni , a circa 20 Km di profondità .

Se il condotto lavico è ostruito , come adesso (non è la prima volta che accade) , le eruzioni non avvengono , se invece il condotto lavico è aperto il vulcano erutta regolarmente ogni pochi anni evitando in tal modo una eccesiva pressione ai gas presenti all’interno del cratere .

Le eruzioni di un condotto lavico aperto sono quindi sono quasi sempre tranquille,mentre quelle che avvengono dopo anni in cui il condotto è ostruito sono sempre più pericolose e quanto più tempo passa in cui il condotto è chiuso , più l’eruzione sarà violenta.

Il condotto lavico del Vesuvio è purtroppo un condotto molto stretto e per tale motivo tende periodicamente  ad ostruirsi rimanendo tale per troppi anni,

La sua prima eruzione storica avvenne II 24 agosto del 79 d.C. e come tutti sapete essa portò Pompei e Stabia ad essere distrutte e  sepolte sotto un manto di lapilli e cenere e la più piccola Ercolano ad essere  sommersa da un fiume di fango.

CURIOSITA’:   Un racconto impressionante del disastro è giunto fino a noi e ne siamo debitori a Plinio il Giovane che si trovava a Miseno, all’estremità nord-occidentale del golfo di Napoli. Egli era ospite nella casa di suo zio Plinio il Vecchio, storico, scienziato e uomo dal sapere enciclopedico, che era il comandante della base navale di Miseno.

Nei dodici secoli che seguirono la distruzione di Pompei il Vesuvio ha avuto altre undici eruzioni.  Tra queste quella  del 1139 fu particolarmente violenta. Seguì un lungo periodo di stasi durante il quale il vulcano si ricoprì di vegetazione fino alla cima.

II Vesuvio rientrò poi in attività nel 1631 ed in quella circostanza  morirono oltre 4000 persone mentre  il fumo oscurò il cielo fino al golfo di Taranto per diversi giorni. Da allora si susseguirono numerose eruzioni, tra le più significative ricordiamo quelle del 1694, 1767, 1794 (che rase al suolo Torre del Greco), 1872 e 1906.

L’ultima eruzione è stata nel 1944.

Oggi dopo l’eruzione del 1944 il nostro Vesuvio non fuma più perché il condotto lavico dopo quell’eruzione si è completamente ostruito , ma negli ultimi  2000 anni il vulcano ha alternato lunghi periodi di attività definita “a condotto aperto” con lunghi periodi di attività definita “a condotto chiuso”.

Si sa per certo ad esempio che prima della terribile eruzione di Pompei ed Ercolano , il Vesuvio era quiescente da diverse decine di anni ( se non di secoli ) perché la sua superficie  era ricoperta da foreste fino alla cima.

Una situazione analoga la si ebbe anche prima della catastrofica eruzione del 1631, la più colossale dopo quella del 79 dc, che contò più di  4 mila vittime. Anche in quel caso il Vesuvio non eruttava da oltre un secolo .

Prima ancora in ordine cronologico , altre breve eruzioni sono avvenute nel 1891, 1895, 1900, 1903, 1906, e 1929.

Le  statistiche fanno quindi vedere che la montagna di fuoco ha periodi di quiescenza di una durata massima di 25 – 50 anni ed il  fatto che il vulcano dorma da più di 60 anni suscita grande preoccupazione , perché gli scienziati tutti , sono sicuri che il Vesuvio sputerà di nuovo fuoco e lava…. è soltanto una questione di tempo, ma è certo che prima o poi si svolgerà una nuova eruzione di dimensioni terrificanti.

Il Vesuvio è, insieme ai Campi Flegrei, una bomba a tempo insidiosa. .

Se quindi il nostro vulcano dovesse al massimo decidere di ugugliare  il periodo di quiescenza che ha preceduto la grande eruzione del 1631, la prossima eruzione presumibilmente potrebbe arrivare non prima del 2075  (naturalmente ciò non è detto, potrebbe accadere prima o anche dopo, molto prima o molto dopo) e potrebbe addirittura essere neanche tanto piccola  visto che sono già passati 78 anni dal 1944 .

Ovviamente con certezza nessuno  mai potrà affermare l’anno della prossima eruzione , tutto dipende come avete capito dalla pressione che si sviluppa all’interno del cratere e sopratutto dalla tenuta dello stretto condotto lavico .

Ora vi starete certamente chiedendo come quindi è possibile che il popolo napoletano viva in maniera così tranquilla e senza alcuna preoccupazione ai piedi di un vulcano ancora attivo, se pur apparentemente “dormiente”, la cui eruzione nessuno può escludere che possa essere   imminente oppure no.

Un napoletano , secondo quanto ci siamo detti , il Vesuvio dovrebbe temerlo ,e  invece lo ama, ed anche se il gigante ( come spesso viene soprannominato )  fa talvolta paura , egli non riesce a distaccarsene perchè attratto dalla sua magia.  Il napoletano è incredibilmente legato al  suo vulcano con il quale nei secoli ha instaurato allo stesso tempo, un rapporto di paura e magia.

Siamo fatti così …. lo temiamo …… ma  non sappiamo farne a meno … lo teniamo nell’animo … egli ci fa sentire a casa .. anche se siamo consapevoli che prima o poi lui tornerà ad eruttare … e poichè questo è un male di cui il nostro ” grande amico ” può soffrire, ci ritroviamo durante il giorno talvolta a pregare  in maniera un po’ pagana pure per il Vesuvio, come si fa per una persona che vuoi bene …

Il Vesuvio per noi napoletani non è una montagna sproporzionata rispetto alla città, ma è considerato una persona di famiglia …un uomo grande e grosso, che come noi tiene dentro la cenere dentro. ed un giorno potrebbe anche arrabbiarsi e rompere tutto .

Insomma proprio non riusciamo a distaccarci da quello che riteniamo a ragione l’immagine che su ogni cartolina simboleggia la nostra città e a lui perdoniamo tutto .. anche quello un giorno di coprirci di lava . In assoluto fatalismo questa cosa  un po’ ci preoccupa e dall’altro un pò nun ce ne fotte..

Basti solo vedere che la  zona rossa, dichiarata dall’Osservatorio Vesuviano , quella cioè intorno al Vesuvio, è la più popolata d’Europa: Chi ci vede da fuori pensa sia solo incoscienza, non sa invece quanto amore c’è dentro quel gesto voluto di vivere attaccato alle proprie radici.

Il napoletano, più di altri popoli, sa di non essere eterno. Il carpe diem in realtà deve essere stato inventato da queste parti qua. Il napoletano, più di altre culture, sa infatti bene che la bellezza che gli sta attorno non è eterna. Forse è pure per questo che ci stanno specie di napoletani che fanno di tutto, ma proprio di tutto, per far sì che la bellezza sia di meno. Eh si ci stanno certe specie di napoletani che poiché sanno che tutta questa bellezza deve finire prima o poi, allora se ne fottono. Se prima o poi tutto deve finire – si dicono forse inconsciamente tra di loro – allora a che serve tutta questa bellezza? E così allora questa è diventata pure una Terra dei Fuochi dove seppelire i rifiuti tossici.

Questo incredibile  rapporto del popolo napoletano con la natura cicostante ma sopratutto con suo vulcano , affascinò molto anche il grande scrittore Johann Wolfgang  Goethe. Egli dopo aver visitato  il vulcano, con le  sue colonne di fumo, il suo suolo nero e rovente e sopratutto  la sua incessante puzza di zolfo, , definì il luogo  come  la trasposizione terrestre dell’Inferno. Questa esperienza generò in lui la consapevolezza che i napoletani fossero unici, proprio per essere nati nel punto preciso in cui la bellezza assoluta e il terrore si incontrano e convivono:“La terribilità contrapposta al bello, il bello alla terribilità: l’uno e l’altra si annullano a vicenda, e ne risulta un sentimento d’indifferenza.

 I napoletani sarebbero senza dubbio diversi se non si sentissero costretti fra Dio e Satana.

Il vesuvio incarna quindi l’eterno conflitto tra il male ed il bene, il sacro ed il profano  e l’enorme conflitto tra il bene ed il male che caratterizza tutti gli strati della popolazione .Nel corso della sua vita ,il nostro vulcano non è stato solo un fenomeno della natura che distrugge tutto con la sua lava ma anche una  forza creatrice, perché le sue falde più basse appartengono alle più floride aree agricole della Campania e di tutta l’Italia. Le pendici del vulcano sono formate da cumuli di scorie laviche, si sono rivelate spesso  preziose per la vegetazione a causa della loro natura fertile.

 

Nonostante  quindi il pericolo ed il rischio rappresentato dalla vicinanza del  Vesuvio, tante persone hanno deciso di guadagnarsi la vita proprio ai piedi del  vulcano dedicandosi alll’agricoltura, la viticoltura o la coltivazione dei Pomodorino del Piennolo.  La terra è  infatti talmente ricca di sostanze nutritive, che ogni anno si possono effettuare ben  quattro raccolti di ortaggi. Grazie soprattutto al ricco e fertile terreno; anche i vigneti danno la loro gran soddisfazione, le cui uve fanno primeggiare il bianco vino “Coda di Volpe” per il suo caratteristico grappolo simile alla forma della coda della volpe, (già coltivato ai tempi dei Romani)  e certamente  meglio conosciuto come il “Caprettone”  ( dal soprannome del suo originario vignaiolo )  o come “Fuocomorto”  (riferito al fuoco della lava che, fortunatamente, è spenta).

Già in epoca epoca greco-romana il Vesuvio era  rinomato per i vini eccellenti prodotti sulle sue pendici coperte da vigne e da densi boschi . Questi luoghi hanno dato vita a vini illustri come il Falerno del Massico, , il greco ( chiamato anche aglianico ) il catalanesca ,  il Bianco Dolce di Somma, il Vesuvio Extra , la falanghina  e il Lacrima Christi, che deriva dalle uva del ” Piedirosso del Vesuvio “, il cui nome deriva dal colore rosso vivoche vive il tralcio prima della potatura, rosso come il piede del colombo, per questo in dialetto napoletano è soprannominato anche “Per ‘‘e  palummo”.

N.B. :Sulle anfore vinarie, trovate a Pompei, si trova spesso la scritta Vesvinum oppure Vesuvinum, ossia vino del Vesuvio.

Il cratere del Vesuvio ha quindi come potete vedere sempre avuto nel tempo un significato molto ambivalente per gli abitanti dei  suoi dintorni: da una parte temevano il potere distruttivo del vulcano, dall’altra parte avevano capito che la terra arricchita di lava era molto fertile e quindi molto importante per l’agricoltura. La fertilità dei suoi terreni ha quindi sempre quindi attirato l’uomo e perciò le aree circostanti ai piedi del Vesuvio sono state popolate da sempre. Il vulcano , quindo da queste parti non è soltanto un fenomeno della natura che distrugge, ma è considerato anche come forza creatrice, perché le sue falde più basse appartengono alle più floride aree agricole della Campania e di tutta l’Italia.

N.B. Le pendici del vulcano sono formate da cumuli di scorie laviche, che si rivelano preziose per la vegetazione a causa della loro natura fertile

Il vesuvio quindi incarna il bene ed il male al tempo stesso ed anche una sorte di Dio punitore se i suoi abitanti si comportavano male. Basti pensare che dopo la sciagura del 79 d.C. si iniziò a pensare che le eruzioni del Vesuvio fossero una sorte di grande punizione divina  dovuta alla collera e alla rabbia di Dio( o Zeus )  verso il popolo pagano dei Vesuviani, che trascorrevano le loro giornate nell’ozio, negli agii e nel lusso, succubi di vizi e del danaro.

Per gli antichi greci la montagna di quel vulcano simbolizzava  un luogo dove la terra incontrava  il cielo e la sua  cima veniva  spesso associata con una diversa  sede degli Dei, (una specie di   pendant dell’Olimpo) da dove essi li osservavano per poi punirli laddove sbagliavano . Gli abitanti di Pompe , prima del  periodo  dell’eruzione del 79 d.C.,  convivevano tranquillamente con la montagna “addormentata”, e  credevano che la terra cominciasse a tremare ed i vulcani sputassero fuoco solo quando gli Dei si arrabbiavano.

Hanno quindi forse esagerato gli antichi abitanti di Pompei nel condurre uno stile di vita eccessivo  molto libero e licenzioso ?

Certo non è stato questo il vero motivo della terribile eruzione del 79a.C. ma è altrettanto vero  che  la vita degli abitanti di Pompei era certamente piena di voluttà e lussuria come te stimoniano ancora oggi i lupanari, i bordelli della città.  La gente di Pompei si divertiva nelle ville meravigliose, nei teatri magnifici, nei bagni pubblici e nei bordelli. Inoltre godevano i piaceri della buona tavola e passavano il loro tempo in atri decorati sfarzosamente con pitture murali e mosaici di arte straordinaria. Gran parte di queste decorazioni sono di origine greca, perché secondo gli storici, i romani ammiravano enormemente arte e letteratura greca. La vita piena di lusso e godimento non era riservata soltanto ai ricchi di Pompei. Anche tutti gli altri ceti sociali avevano accesso all’anfiteatro, ai bagni pubblici e ai templi.

L ’eruzione del Vesuvio venne quindi  vista a posteriori come la punizione degli Dei per questo stile di vita, considerato corrotto e degenerato.

Potremmo quindi a tal proposito mettere sullo stesso livello Pompei con altre due citta bibliche distrutte da Dio a causa della miscredenza e della decadenza dei costumi dei cittadini.

Nella tradizione cristiana, Sodoma e Gomorra sono simbolo delle conseguenze terribili di una vita immorale e di un abbandono della fede in Dio. Oggigiorno l’espressione “Sodoma e Gomorra” viene utilizzata per descrivere una catastrofe disastrosa, come anche la parola apocalisse, che nella Bibbia (Apocalisse di Giovanni) rappresenta la fine del mondo, che comporta grande dolore e terrore. Nel linguaggio moderno, invece, viene utilizzata per esprimere avvenimenti orribili, come per esempio catastrofi naturali.

Ma addirittura potremmo paragonarla al famoso diluvio voluto da Dio descritto nella Bibbia, dove  secondo il racconto dell’Antico Testamento , Dio si pentì di aver creato una umanità così malvagia e quindi stanco del loro  degenerato comportamento   prese la decisione di annientare tutte le persone e gli animali. L’unico con cui Dio fu misericordioso,come tutti sappiamo  fu Noè, che salvò la sua famiglia e ogni specie di animale con la sua Arca.

Anche la storia biblica della torre di Babele potrebbe essere   inserita tra i paragoni  ,perché anch’essa parla della sfrenatezza peccaminosa dell’umanità. In questo caso gli uomini non tennero conto dei limiti stabiliti da Dio e vollero costruire una torre che raggiungesse il cielo. Come punizione, Dio attribuì ad ognuno una lingua diversa, così che nel brusio di lingue nessuno capisse l’altro. Babele è quindi simbolo della superbia e sfrenatezza dell’uomo, che vuole superare il potere di Dio.

Ovviamente tutto questo serviva solo per dare un senso  a  fenomeni  naturali allorara ritenuti  incomprensibili.

Fenomeni misteriosi che rappresentavano  la base propizia per storie  e leggende legate a miti grechi che con la nascita del cristianesimo vennero poi rimpiazzati dai santi…. o meglio da un santo ….. San Gennaro …

E’ lui infatti il santo ” esperto nella eruzuzione del Vesuvio “, quello che i napoletani hanno scelto per farsi proteggere dal Vulano gigante .

Il tutto iniziò  il 16 dicembre 1631 .I napoletani in quel tempoi si erano  disabituati al terrore della lava. Il vulcano era  in uno stato di quiescenza  da circa 150 anni e nessuno prevedeva  una imminente  e quel terribile giorno , quando tutti erano impreparati ,  accade  provocando danni gravissimi la più disastrosa eruzione del Vesuvio dopo quella del 79 d.C.

Improvvisamente il Vesuvio incominciò ad eruttare rocce ed altro materiale dal suo cono mentre  lava bollente inizio ad  invadere i paesi sulle pendici del vulcano.  La città venne  coperta per alcuni giorni da una fitta pioggia di cenere.che cadeva dal cielo .  La popolazione impaurita si trovava  di fronte ad uno scenario da giudizio universale e incominciò a considerare la furia del vulcano come una punizione di Dio.

Incominciarono a temere , aiutati dal clero  che fossero  i loro peccati quotidiani a provocare  l’ira di Dio che per punirli  infuocava la loro montagna.

La loro fine era quindi vicina …. chi poteva salvarli ?

Decisero così di rivolgersi al loro santo protettore .

Quale possibilità di salvezza se non l’aiuto di San Gennaro?

Il vescovo decide l’esposizione delle ampolle col sangue e si accorge con sollievo che il sangue si era  già liquefatto. In tutta la città si incomincarono  a sentire in ogni dove preghiere e prediche che diedero luogo ad un lungo corteo di fedeli con l’ampolla del sangue di San Gennaro ,in processione verso la montagna .

Voi non ci crederete ma il miracolo accadde …..   il sangue liquefatto del Santo fermò la colata di lava.e quando  il vulcano dopo qualche giorno smise completamente di sputare fuoco, la popolazione di Napoli non dovette piangere neanche una vittima.

CURIOSITA’ : Per ringraziare il loro Patrono venne  stabilita una terza festività ianuariana, istituita proprio il 16 dicembre: la festa del ‘patrocinio di San Gennaro’.

Dal quel momento  la fede nel santo patrono di Napoli venne ovviamente sempre pià a raffozzarsi ed egli venne di nuovo chiamato in causa nel 1658, nel 1707 e nel 1767 , quando purtroppo  nuove disastrose eruzioni colpirono di nuovo  e la popolazione della città partenopea .

Il santo , nella sua perenne  ‘lotta’ contro  il Vesuvio   reagisce al  panico e alla disperazione dei suoi fedeli riuscendo a fermare miracolosamente le varie  colate .

L’eruzione avvenuta nel  1767 fu una delle più’ terribili  del Vesuvio. La lava avanzando travolgeva ogni cosa ed era arrivata quasi alle porte della citta’.
Il popolo era come impazzito , il cardinale terrorizzato,

Intervenne cosi’ padre Rocco a sedare gli animi invitando il popolo alla preghiera . Il giorno dopo organizzo’ una spettacolare processione alla quale parteciparono il clero , la nobilta’ e una folla di popolo con padre Rocco in testa che invocava la protezione del Santo patrono.
Giunto al ponte della Maddalena la processione si fermo’. Continuarono le preghiere e le suppliche e dopo alcune ore si vide rallentare il corso della lava fino a fermarsi proprio all’ ingresso della citta’.
L’episodio commosse tutta Napoli , la popolarita’ di padre Rocco raggiunse i vertici piu’ alti e San Gennaro fu dichiarato il piu’ grande santo del paradiso .

 

I   prodigiosi interventi del santo per salvare i napoletani dalle eruzione del Vesuvio ma anche da  immani catastrofi, come quello della terribile peste che provocò nel 1656 , circa  250.000  morti su un totale di 450.000 abitantiI , portarono i napoletani a promettere addirittura al santo che in cambio della grazia gli avrebbero costruito una nuova cappella, più grande. E per sottolineare che la cappella non sarebbe stata né della Chiesa né dello Stato ma di tutti i cittadini di Napoli, sottoscrissero un atto ufficiale davanti ad un notaio il 13 gennaio 1527.

 

Come potete vedere , le preghiere disperate, recitate dai napoletani in tempi disgraziati, sonoda sempre stati  una specie di difesa religiosa contro le catastrofi. In questi momenti difficili i partenopei hanno sempre pregato  San Gennaro, ricordando l’iscrizione che si trova all’ingresso della Cappella del Tesoro:

a ‘lotta’ tra San Gennaro ed il Vesuvio è destinata a proseguire

“Divo Ianuario / E Fame Peste Bello / Ac Vesaevi Igne / Miri Ope Sanguinis / Erepta Neapolis / Civi Patroni Vindici.”

Non si tratta soltanto di un’iscrizione, anzi, è anche un atto di fede nel quale risuona lo spirito con cui i napoletani guardano al loro Santo. San Gennaro non è solo il Patrono di Napoli ed un martire della fede, ma è anche un amico, un compagno di strada e un sostegno sicuro nei momenti di difficoltà.  Queste situazioni sgradevoli vivono ancora oggi nella mente dei napoletani: il Vesuvio rimarrà per sempre una minaccia. Per fortuna esiste San Gennaro che, secondo i napoletani, aiuta in ogni situazione d’emergenza ed allontana ogni male che minaccia Napoli.

Ai napoletani come vedete piace sdrammatizzare e vivere con ironia anche le cose più complesse ….e per rendere le cose più leggere e sopportabili , secondo la filosofia epicurea che qui aveva ben due scuole, si tramanda da generazione in generazione storie che rendono il Vesuvio più romantico e sopratutto BUONO .

Da qui,  la fantasia che la nascita di Pulcinella , la famosa maschera partenopea , sia uscita dal guscio di un uovo magico trovato ai piedi del Monte Somma, per volere del Dio Plutone, perché due fattucchiere avrebbero invocato l’arrivo di qualcuno che potesse finalmente “salvare” il popolo dalle oppressioni e dalle ingiustizie.

A proposito di fattucchiere… vi ricordare  il personaggio Disney di Amelia, la famosa  fattucchiera incantatrice,che preparava continue pozioni magiche per sconfiggere il papero più ricco del mondo e riuscire a impossessarsi della moneta “Numero Uno” ?

Vi ricordate di dove abitava ?

Abitava proprio qui …a in un antro alle pendici del Vesuvio…  e si serviva proprio del calore  del magma del vulcano,per rendere più efficaci le sue pozioni magiche  .

 

Il disegnatore americano Carl Barks , pare che per disegnare questa strega dai  foltissimi capelli neri, ciglia lunghe e vestito nero.si sia ispirato per le sue fattezze, a l’attrice Sophia Loren  e a  Morticia Addams  (altri indicano come possibile fonte di ispirazione anche  Gina Lollobrigida )

N.B. Amelia era una strega entrata in possesso del tocco di Mida, tenta continuamente di realizzare un potente amuleto che si ottiene fondendo “il metallo delle monete degli uomini più ricchi della Terra in un crogiolo da calare nella bocca del Vesuvio”.

Ad ispirare il personaggio probabilmente è stata però una vera fattucchiera vissuta tanti anni faquando i napoletani erano tutti un pò più superstiziosi e spesso si affidavano a vere e proprie fattucchiere per fare o rompere degli incantesimi .

La storia, tramandata fino ai giorni nostri, racconta di una vicenda avvenuta in seguito alla violentaeruzione del Vesuvio del 1858  . La lava che fuoriuscì fu talmente tanta che riempì un enorme ed antico burrone, chiamato il “Fosso Grande”, che da quel momento divenne attraversabile a piedi. La leggenda narra che dopo questa eruzione, gli abitanti della zona incominciarono a sentire un grido lacerante, che sembrava provenire da una persona che stesse patendo un’enorme sofferenza. L’urlo, che si ripeteva, puntualmente, tutte le notti, interrompeva la quiete notturna degli abitanti che non riuscivano più a dormire. Non potendo più sopportare questa situazione, alcuni contadini del posto decisero di perlustrare la zona, ma nonostante la lunga ricerca non riuscirono a capire cosa fosse quel rumore. Allora si rivolsero ad una fattucchiera che viveva alle pendici del Vesuvio, chiamata la ” vecchia e Mattavone ” , (considerata da tutti una vera e propria strega )che accolse subito la richiesta di aiuto. La donna di fece accompagnare dove il lamento si sentiva più forte e qui pronunciò delle parole arcaiche, incomprensibili per i presenti. Dopo poco, l’urlo cessò improvvisamente. L’incantesimo aveva funzionato e gli abitanti poterono tornare a fare sonni tranquilli.

N.B. Per i più curiosi e avventurieri è possibile da qualche tempo visitare  la casa di Amelia sul Vesuvio percorrendo il suggestivo sentiero della Riserva Tirone  che collega la Strada Provinciale Vesuvio con la Strada Matrone di Trecase. Nella casa, ricavata all’interno di una delle casematte poste a quota 500 metri che venivano utilizzate nella seconda guerra mondiale come postazione antiaerea, si trovano alcune sagome tridimensionali, la scopa della fattucchiera, il corvo Gennarino e il pentolone degli incantesimi nonché alambicchi e filtri magici.

I napoletani come vedete  hanno esorcizzato il pericolo del Vesuvio… e con esso il pericolo della morte.Tutto questo rientra nella grande filosofia del popolo napoletano che con pari disinvoltura mostra una esuberante confidenza con la vita e una grande familiarità con la morte.

Il rapporto dei napoletani con il suo Vesuvio rientra in  quel particolare significato filosofico tutto napoletano in cui la vita e la morte sembrano convivere in maniera quotidiana senza spazio e senza tempo.In una qualsiasi strada voi passegiate può capitare di vedere attaccati sulla porta dei palloncini blu con il nome del nascituro e sul muro di pietra accanto, un cartello che commemora la morte di un qualche vicino del luogo.Per generazioni, i napoletani sono quindi  cresciuti con l’idea che la morte fosse parte integrante della vita quotidiana. All’inizio del XX secolo, prima che il cimitero delle Fontanelle diventasse un sito turistico, i bambini erano soliti giocare con i teschi abbandonati nella caverna. Dunque questo legame, questa comunicazione continua, teatrale e mistica con l’altro mondo,

Napoli è sempre stata una città in cui convivono sacro e profano, fede e scaramanzia.
La citta’ ha sempre avuto un forte rapporto con la morte ed  i morti  in particolare . Ne è una dimostrazione la cura con cui sono tenuti i teschi del celebre cimitero delle Fontanelle, situato nel rione Sanità e la chiesa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. In questi cimiteri, sono conservati i teschi e le ossa di coloro che morirono nel 1600, un secolo di devastazioni, fra cui la Peste Nera e l’eruzione del Vesuvio, e non ricevettero degna sepoltura (perché non potevano permetterselo).

Secondo la Divina Commedia di Dante, senza una degna sepoltura queste anime erano condannate ad un’eternità in purgatorio, a meno che qualcuno non pregasse per loro. Così i napoletani rigirarono la questione a proprio vantaggio. Dedicavano preghiere ad un teschio affinché a sua anima raggiungesse il paradiso e in cambio aspettavano qualcosa. Io faccio un favore a te e tu a me. Nacque  in questo modo , nel tempo l ‘ usanza di adottare ” un ‘anima pezzentella “, ossia di scegliere il teschio di un anonimo defunto ( una capuzzella ) e prendersene cura proteggendolo ( talvolta in una piccola e rudimentale bacheca in legno e vetro )ed onorarlo con devozione continua e amorevole talvolta con la speranza di ottenere la …… sospirata grazia

Si … la grazia !!!

La grazia è la vera grande filosofia napoletana che si nasconde dietro il misterioso rapporto dei napoletani con la morte , poichè nella sua concezione egli ritiene che le anime dei morti svolgono un ruolo importante in quanto possono influire sull’ esistenza dei vivi .
Le anime dei morti , vengono viste come entità spirituali a cui potersi rivolgere con familiarità ma anche con dovuto rispetto per chiedere grazie ed intercessioni , nonchè per ottenere guarigioni , vincite al lotto ed altri favori , per cui esse vanno venerate quasi allo stesso modo dei santi ( la chiesa ad un certo punto preoccupata scese in campo e ne abolì il culto ).

Un INCREDIBILE  strano ma affascinante rapporto del popolo napoletano con i defunti ,che in nessun altro luogo del mondo troverete ,  ma anche simbolo di amore e pietà di questa gente che ancora oggi davanti a quelle ossa senza alcun nome depone lumini votivi … e non fa mai mancare fiori freschi  . Questo meraviglioso modo di relazionarsi sin dai tempi antichi con  con la morte  si è profondamente radicato nella cultura popolare partenopea . A Napoli i morti convivono in un rapporto amichevole coi vivi. «Sono parte della famiglia»

CURIOSITA’: Durante la seconda guerra mondiale le donne si recavano a far visita ai teschi chiedendo di far tornare i figli dalla guerra sani e salvi. Esse quindi non pregavano i santi ma si rivolgevano ai teschi che potevano toccare e sentire . Essi erano reali e forse più credibili di un’entità che non potevano vedere fisicamente come i santi ed in quei terribili anni molti teschi sono stati per molti decenni i migliori terapeuti, per molte mamme e mogli … erano qualcuno con cui parlare.

In questa incredibile città , come notate c’è quindi sempre stata una familiarità con la morte,che però  allo stesso tempo, ha suscitato un sentimento contrastante.In questa città ci sono stati terremoti devastanti, come quello del 1980 che portò alla morte di migliaia di persone.Ci sono state malattie terribili come la peste o il colera , Ci sono stati bombardamenti durante entrambe le guerre mondiali. Ci sono stati omicidi commessi camorra . Ed oggi c’è molta precarietà e instabilità  «Tutto  questo ci ha fatto avvicinare moltissimo alla morte» e con essa ci siamo abituati a convivere ma sopratutto a non averne paura grazie al pensiero filosofico di Epicuro che nella antica Neapolis aveva ben due scuole : una ad Ercolano ed una a Posillipo .Egli invitava gli uomini a non aver paura della morte, ma concepire  la nostra esistenza come tesa alla ricerca del piacere sia del corpo che dello spirito.

In questa città da secoli siamo stati felicemente ingabbiati dal pensiero ellenico di Epicuro e grazie alla sua filosofia di vita ha  sempre regnato tra i napoletani  , trasmettendola da generazione  in generazione ,  il culto della felicità ,  che era ed è ancora oggi considerato  da tutti un bene primario e naturale .

Grazie al suo pensiero manteniamo da sempre immutati valori importanti come amore, amicizia, e solidarietà.e conviviamo in armonia anche la morte considerandola qualcosacome che fa parte parte della nostra  stessa vita .. essa serve proprio per comprendere  al meglio la vita …e addirittura per viverla meglio perché da un momento all’altro si può perderla.

In  questa città da sempre la vita e la morte sono una sola cosa e addirittura viene considerata un’amica ….perchè se è tua  vicina, forse  non ti prende .

Il Vesuvio quindi è meglio averlo amico … egli  con le sue eruzioni nel passato ha distrutto intere popolazioni (per ricordarlo basta prendere un treno e in mezz’ora si arriva a Pompei), ma che allo stesso tempo ha permesso all’area circostante di godere di un terreno estremamente fertile. Il Vesuvio quando si comporta da amico porta benessere a tutti.

Per generazioni, i napoletani sono cresciuti con l’idea che la morte fosse parte integrante della vita quotidiana . Un buon napoletano sa bene quale pericolo corre vivendo nella sua città e pur di continuare a vivere tra le meraviglie del suo golfo accetta ogni giorno il rischio . Il Vesuvio ogni mattina con la sua mole che sovrasta la città suscita emozioni nell’anima degli uomini: esso si presenta come montagna bellissima ed affascinante quando dorme, ma quando erutta fa paura e spaventa la popolazione che vive sulle sue falde. Il fuoco del vulcano riscalda, ma contemporaneamente distrugge.

Egli ogni giorni ci ricorda che la vita è una sola e ogni attimo della stessa va vissuta alla grande come se non ci fosse un domani … ci ricorda che non dobbiamo affannarci per cose inutile ,, litigare per cose futili .

Dobbiamo vivere alla ricerca della felicità e ci basta per queso anche passeggiare per strada favoriti dalle belle giornate di sole che solo la nostra città oggre continuamente ogni giorno .

N.B. Se venite nella nostra città noterete con stupore che i napoletani vivono prevalentemente per strada affollando bar e locali all’aperto alla ricarca e na vrenzola e sole ( un po di sole ) E’ impensabile per un buon napoletano restare chiuso in casa e non vivere la sua giornata al sole e mafari  godersi le meraviglie del suo golfo .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La preoccupazione dovrebbe essere semmai rivolta soprattutto ai canali di fuga delle popolazioni che vivono alle falde del vulcano in caso di allarme rosso. Qui  vivono infatti  almeno 600.000  di persone  e la rete stradale che è attualmente presente è assolutamente insufficiente a garantire una via di fuga in caso di eruzione imminente. Pensate che in quella che viene oggi chiamata la Zona Rossa del Vesuvio  ossia quella ad altissimo rischio,  nonostante il Piano di Emergenza Nazionale ideato nel 1995 su carta, si ritiene impossibile, in caso di bisogno immediato, riuscire ad evacuare la zona.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fatalismo come vedete qui è di casa ed è inutile fare degli allarmismi .E’ inutile che vi preoccupate ..a ‘lotta’ tra San Gennaro ed il Vesuvio è destinata a proseguire ….

Una cosa sola ci conforta  : L’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. ha contribuito a farne il vulcano più famoso d’Europa. e di conseguenza  anche quello più studiato ,  monitorato e  tenuto sotto stretto controllo, dall’Osservatorio Vesuviano , nel tentativo di poterne prevedere con largo anticipo qualsiasi tipo di mossa.

CURIOSITA’: L’Osservatorio Vesuviano , considerato il più antico osservatorio vulcanologico del mondo , fu fatto installare su progetto di Gaetano Emanuele Fazzini (  architetto , matematici e fisico) nel 1841 dal re Ferdinando II di Borbone .Qui possiamo trovare anche il primo sismografo elettromagnetico del mondo , ideato e realizzato dall’allora direttore dell’osservatorio, il fisicoLuigi Palmieri che piu tardi lasciò il suo incarico al noto Giuseppe Mercalli che come certamente sapete è stato l’ideatore della scala di misurazione dell’intensità delle scosse sismiche, utilizzata ancora attualmente.

N.B. Negli anni dal 1980 in poi, la sua funzione risultò vitale per il monitoraggio della zona flegrea, in particolar modo del “bradisismo di Pozzuoli” , grazie al quale fu possibile evacuare e mettere in sicurezza circa 30.000 persone per  l’innalzamento del suolo di circa 2 metri.

Al Vesuvio nel frattempo i napoletani hanno anche dedicato un proprio Museo ( Museo di vulcanologia) , in cui sono stati raccolti ed esposti tutti gli strumenti scientifici utilizzati dai fisici e ricercatori dalla sua istituzione ad oggi, collezioni di minerali e rocce, una collezione di libri di vulcanologia, sismologia e meteorologia,  volumi del 1500 e del 1600, nonché sculture e dipinti del 1800.

E per finire , trattandolo come l’ultimo silente ed incontrastato Re di Napoli hanno cercato di salvaguardare le tante specie di animali e vegetali del suo ambiente , facendo sorgere nel 1955 , il Parco Nazionale del Vesuvio .

 

 

 

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