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Oggi, domenica 25 ottobre, molti saliranno al Vomero per la consueta passeggiata tra vetrine, bar, ristoranti e pizzerie. Percorreranno anche via Luca Giordano, passando davanti a un villino che forse avranno già guardato tante volte, distrattamente. Ma quanti si sono fermati a leggere la targa accanto all’ingresso? E quanti si sono chiesti chi fosse Giuseppe Casciaro, l’uomo ricordato su quella parete?

Proprio oggi ricorre l’anniversario della sua morte, avvenuta a Napoli il 25 ottobre 1941. Pugliese di nascita e napoletano d’adozione, Casciaro fu un maestro del pastello, capace di cogliere nei paesaggi e nelle cose più semplici una bellezza che la fretta, spesso, ci impedisce di vedere.

Paesaggista apprezzato anche fuori d’Italia, il suo nome rimane legato a un villino del Vomero: un indirizzo concreto dal quale cominciare a ritrovare una vita che molti passanti, forse, non conoscono.
Casciaro, veniva da Ortelle, nel Salento. Fu il suo primo maestro di disegno, Paolo Emilio Stasi, a incoraggiarlo a proseguire gli studi a Napoli. All’Istituto di Belle Arti seguì gli insegnamenti di Gioacchino Toma e Stanislao Lista; frequentò inoltre gli studi di Filippo Palizzi e Domenico Morelli.

Una scelta decisiva nella sua vita fu quella del pastello, al quale si dedicò dopo essere rimasto colpito dalle opere di Francesco Paolo Michetti. Chi pensa a questa tecnica soltanto come a uno strumento per schizzi preparatori può trovare nei suoi lavori una sorpresa: il colore diventa materia luminosa, capace di restituire la morbidezza della vegetazione, l’aria di una marina, le variazioni del cielo.
Il suo sguardo non si fermava alle vedute più riconoscibili. Nel suo repertorio entrarono anche fiori, interni e piccoli spazi domestici. Un pastello del 1926, catalogato dal Ministero della Cultura come Cortile con sedia, si sofferma su una sedia di paglia, uno sgabello e alcuni recipienti. Bastano oggetti semplici a suggerire una presenza umana, anche quando nessuno occupa la scena.
Nel 1887 presentò undici pastelli alla Promotrice napoletana “Salvator Rosa”, ottenendo l’apprezzamento di Morelli e Palizzi; l’anno successivo ne espose altri dodici, quasi tutti dedicati al paesaggio salentino. Era l’inizio di un percorso che avrebbe portato le sue opere nelle esposizioni italiane e straniere. Tra il 1892 e il 1896 soggiornò più volte a Parigi, dove lavorò per il mercante Goupil e nel 1896 tenne una mostra personale.
A Napoli, il centro affettivo della sua vita rimase proprio quel villino di via Luca Giordano, accanto al quale oggi tutti noi oggi passiamo passeggiandovi vicino in maniera quasi indifferente e distratta talvolta neanche notiamo.
Esso è legato alla stagione del Liberty vomerese e come potete osservare nella sua targa  conserva nel nome la memoria del suo proprietario che qui visse e vi morì.

Pensare a questo luogo soltanto come una residenza sarebbe pero’ riduttivo: per lui questa casa era anche il luogo del lavoro e delle opere raccolte negli anni.
Di Casciaro esiste al Vomero anche un altro ricordo particolarmente delicato, raccolto e pubblicato dall’Istituto Storico Sannio Telesino. Attraverso una testimonianza familiare, lo studioso Di Lello ha ricostruito il legame di Casciaro con il giardino della famiglia Zingaropoli, al Vomero: il pittore lo frequentava e vi dipinse le ortensie accanto al cancello. Un episodio minuto, tramandato nella memoria privata, che ci restituisce un artista attento anche alla bellezza incontrata vicino a casa.

Casciaro morì il 25 ottobre 1941. Nel 1965 il Circolo Artistico Politecnico di Napoli collocò all’ingresso del villino una targa che lo ricorda come «maestro del colore». Sono parole che invitano a guardare di nuovo i suoi lavori, prima ancora che a celebrarne il nome.
La prossima volta che passerete davanti al numero 112 di via Luca Giordano, rallentate per un momento. Quell’indirizzo ci ricorda che la storia dell’arte abita anche nelle strade quotidiane, accanto ai negozi e ai percorsi che facciamo senza pensarci. E che un giardino, un cortile o un gruppo di ortensie possono custodire qualcosa che un pittore ha visto prima di noi e ci ha lasciato il tempo di riconoscere.

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