DA PIAZZA BOVIO A PIAZZA DANTE

Il nostro percorso parte da quella che oggi e’ chiamata Piazza Bovio  ma che i napoletani continuano a chiamare con l’originario nome di Piazza Borsa .

Il nuovo nome in uso dalla  fine del XIX secolo ,  lo si deve a Giovanni Bovio, filosofo e politico del Regno d’Italia e membro eminente della massoneria italiana .
Egli nato a Trani il 6 febbraio 1837 mori’ a Napoli, considerata sua citta’ di adozione, il 15 aprile 1903.

 

La piazza era  prima chiamata Piazza Borsa per via del monumentale palazzo della Borsa ancora oggi presente e costruito nel 1895 , su progetto degli architetti Alfonso Guerra e Luigi Ferrara.

Il centro della piazza è oggi dominato dalle statue di Vittorio Emanuele II a cavallo e di Partenope mentre all’epoca al loro posto si trovava  la Fontana del Nettuno ora allocata in Piazza del Municipio .

L’attuale conformazione della piazza è il risultato di una serie di lavori attuati alla fine dell’Ottocento in occasione del progetto di Risanamento avviato per diversi quartieri della città ,  allo scopo di ripulire la città dalle scarse condizioni  igieniche che vi albergavano , dopo una devastante epidemia di colera che aveva afflitto la città .
Il grande palazzo della Borsa, che per tanti anni ha dato il nome alla Piazza è formato da tre piani con una facciata di stile neo-rinascimentale .

L’ingresso, a cui si accede da una bella scalinata, è affiancato da alcuni bronzi raffiguranti leoni cavalcati da geni alati, opera di Luigi de Luca, che rappresentano allegoricamente il “Genio che domina la forza”.

La magnificenza dei marmi del prospetto , delle scale e delle colonne che adornano il palazzo insieme alla sua grande sala centrale con lunette decorate contrastano con il disadorno ambiente paleocristiano del vestibolo e dell’ipogeo dell’ antica Chiesa di Sant’Aspreno al porto presente nel lato sinistro all’interno del palazzo .

La piccola chiesa dedicata a Sant’ Aspreno , primo patrono di Napoli , era un tempo presente proprio nel luogo dove ora si trova il palazzo .

Contrariamente a quel che si può ‘ pensare  non e’ San Gennaro il primo patrono della nostra città’ ma San Aspreno . Egli  era un infermo  che conobbe San Pietro nel suo passaggio a Napoli mentre si recava a Roma .Nel loro incontro avvenuto nella chiesa di San Pietro ad Aram ( presso la fine del corso Umberto ) non solo venne   miracolosamente guarito  ma ottenne da Pietro anche  l’ incarico di guidare il popolo napoletano e di reggerne la cristianita’ .   Alla sua morte il bastone con cui San Pietro l’aveva guarito ed il suo busto d’ argento entrarono a far parte del tesoro di San Gennaro .

La Chiesa si sviluppa su due livelli, di cui il piano terra si suppone fosse  l’abitazione di S.Aspreno. Durante la riprogettazione di piazza Bovio che prevedeva l’innalzamento del piano stradale, il piano terra diventa l’ipogeo. L’oratorio della Chiesa, costruito su un impianto termale di epoca romana, era considerato un santuario e veniva visitato dai fedeli che chiedevano la grazia di esser guariti dall’emicrania, infilando la testa in una cavità presente  sotto l’altare.  

Dopo essere stata ristrutturata dal devoto mercante miracolato Salvatore Perrella  e dopo aver aver subito diversi rimaneggiamenti fini poi per essere inglobata nel palazzo della Borsa al momento della sua costruzione nel 1895.

Nella cappella si trova un vano sotterraneo con al centro un piccolo altare del VIII secolo sul quale dietro un grata di ferro e’ posta una grossa pietra che si dice il santo usasse per le sue penitenze .

Ancora oggi Sant’Aspreno e’ invocato dai fedeli che soffrono di emicrania

 

In occasione dei lavori per la costruzione  della stazione della metropolitana oggi presente in Piazza , gli scavi  hanno portato alla luce una serie numerosa di reperti tra cui i resti della fortificazione d’epoca bizantina, un rilievo raffigurante un trofeo di guerra, la prua di una nave e due lastre marmoree d’epoca imperiale con la rappresentazione di legionari ed uomini togati. I reperti sono esposti al museo Stazione Neapolis all’interno della fermata “Museo” della metropolitana (linea L1).

 

Dalla Piazza Borsa rechiamoci nella vicina antica  piazzetta  di Porto . Alle sue spalle in uno stretto vicolo si trova la stretta Via del Cerriglio nota per la presenza di un’antica taverna , ” la taverna del Cerriglio “frequentata in tempi passati da nobili , artisti e gente poco raccomandabile . Pare che in questa taverna ,situata in uno dei vicoli più stretti del mondo , il celebre Caravaggio dopo una cena accompagnato da abbondante vino e degenerata in una rissa , nel 1609, fu aggredito e sfregiato al volto .
La locanda del Cerriglio esiste ancora e possiamo anche decidere di fermarci a mangiare qualche  piatto della tipica cucina  napoletana ricca di tradizioni e dal buon gusto.

 

Percorriamo per un breve tratto l’ antica Via sedile del Porto . una zona molto popolare e ricca di tradizioni e di monumenti così denominata per l’omonimo Seggio Nobile , ubicato un tempo ad angolo con via Mezzocannone.

Saliamo da via sedile del Porto  ad un certo punto   le strette scale note con il nome di ” Pendino di Santa Barbara “(così’ denominate perché’ nel luogo un tempo esisteva una chiesa dedicata a Santa Barbara che nella credenza popolare proteggeva dai tuoni e dalle saette nonché dalle morti improvvise ).Le scale mostrano la presenza di alcuni tipici bassi napoletani e di alcune edicole votive .

 

La nostra città possiede   circa duemila edicole votive,  appartenenti a diverse epoche nate con il  duplice scopo di evangelizzare il popolo  e creare una rete di illuminazione stradale per i vicoli più bui in maniera da rendere più sicura la povera gente che  la sera si rintanava in casa da brutti incontri (delinquenti e ladri).

La loro invenzione si deve a Padre Rocco , un famoso frate vissuto a Napoli nella prima metà del settecento tenuto in molta considerazione sia dal popolo che dalla nobilta .Egli dedicò la sua vita alla cura delle classi più povere ed era molto influente ed ascoltato dai sovrani che si succedettero in quel periodo ed in particolare da  Carlo III e Ferdinando IV . All’epoca  l’illuminazione delle strade era inesistente. I nobili venivano scortati da servi con lanterne ela povera gente, onde evitare brutti incontri, la sera si rintanava in casa. I delinquenti, ed erano molti, la facevano da padroni: essi si appostavano al buio tendendo una corda nella quale il malcapitato che inciampava, veniva immediatamente sopraffatto (da qui nacque il detto “e che te cride ca’ vaco a mettere ‘a fune ‘a notte”, per dire: non vado mica a rubare). Dopo un primo tentativo, di padre Rocco, di far mettere delle lanterne ad olio, che venivano prontamente distrutte dai ladri, al Domenicano venne l’idea vincente. Il sentimento religioso nei napoletani, anche nei ladri, é sempre stato molto forte allora, padre Rocco, ogni 5 o 6 case consegnava ai fedeli più devoti delle immagini sacre, invitando loro ad appenderle fuori casa ed ad accendervi un lume ogni sera. Le lampade non furono più distrutte e Napoli ebbe la sua prima illuminazione.

Individuo’ contemporaneamente, lui stesso i luoghi più a rischio dove fece costruire Croci di legno con affisse copie di un quadro della Vergine e vi costruì intorno nicchie e piedistalli. L’ intuizione fu di affidare poi alla gente del luogo il compito e l’ onore di tenere sempre accese le lanterne.
Le lampade non furono più distrutte e Napoli grazie a questa idea del padre Domenicano riuscì a garantire la prima forma d’illuminazione pubblica della città e nel contempo anche a diffondere la sua opera religiosa.
La città di Napoli, così, conobbe le sue luci notturne e fu senza dubbio sempre più sicura, a mano a mano che le edicole votive si estesero a tutto il territorio abitato.
Questo retaggio dei Santi e delle Madonne di Padre Rocco è tutt’ora esistente ed e’ costituito dalle tante edicole religiose che, appunto, si vedono sui muri.

I famosi bassi che oggi vediamo invece non sono più quelli descritti in passato da cronisti e viaggiatori che ne evidenziavano lo squallore, la miseria, e le condizioni di vita al limite estremo del decoro umano. Essi attraverso ingegnose opere edilizie hanno acquistato nel tempo una certa dignità senza per questo snaturarsi.
Nei tanti bassi palpita il grande cuore di Napoli , tutti accoglienti , lindi e profumati. Teatri di storia , letteratura e commedie rappresentano un vero spettacolo dell’arte di arrangiarsi : soppalco, tanto di verandina fiorita, una grande camera con l’angolo cottura e una cucina sempre avviata con un bagno ricavato in un angolo . Tutto tenuto a meraviglia, magari con un arredamento un po’ chiassoso con al centro un bel televisore al plasma e un vaso pieno di fiori, poggiato su un centrino al centro del tavolo. In camera da letto, sul letto una vecchia bambola con il vestito di pizzo, sul comò qualche fotografia di chi non c’è più.

Alla fine delle scale sbucheremo In piazzetta Monticelli dove alla nostra destra troveremo il famoso Palazzo Penne , uno dei pochi esempi sopravvissuti di edifici civili di epoca angioina .
Il palazzo fu edificato dal segretario del re Ladislao Antonio Penne e mostra un bel portone con arco abbassato dove sono presenti decorazioni e stemmi di famiglia incassato in una facciata in bugnato .
Il palazzo fu acquistato nel 700 dall’ordine religioso dei padri Somaschi che lo collegarono alla contigua chiesa dei Santi Demetrio e Bon
Intorno al Palazzo Penne si racconta  una “storia” molto particolare che nel tempo lo ha fatto soprannominare ” il palazzo del diavolo “.
Il palazzo secondo la leggenda fu costruito in una sola notte e dal diavolo in persona , al quale Antonio Penne chiese aiuto , firmando con lui un patto col sangue .
Il Penne si era fortemente innamorato di una ragazza e fatto follie pur di possederla .
La fanciulla ,gia’ corteggiata da altri e fortemente indecisa tra i suoi tanti pretendenti , impose delle condizioni impossibili e promesso che lo avrebbe sposato se fosse riuscito a costruire un sontuoso palazzo in una sola notte.
Fu così che Antonio Penne, per riuscire nell’impresa, chiese aiuto al diavolo, il quale naturalmente pretese in cambio la sua anima con tanto di contratto scritto. C’era una clausola però: Penne avrebbe ceduto la sua anima solo se il demonio avesse contato tutti i chicchi di grano che egli avrebbe sparso nel cortile del palazzo da costruire.
A palazzo costruito, fu il momento della “prova”. Penne sparse nel cortile grano, ma anche pece: i chicchi di grano si attaccavano alle mani del demonio e questi non riusciva a contare. A quel punto il protagonista si fece il segno della croce, e questo gesto aprì una voragine nella quale il diavolo sprofondò. Un pozzo ora chiuso, ma ancora visibile a chi visita l’antico e meraviglioso palazzo rinascimentale Partenopeo.

 

 

Lasciata la Piazzeta Monticelli ,continuando  il nostro percorso sulla destra lungo Via Banchi Nuovi incontriamo dapprima il bel palazzo dei Duchi di Casamassima con il suo  portale del 700 e successivamante la  Piazzetta  Banchi Nuovi dove di trova purtroppo in evidente stato di abbandono la chiesa del 600 dedicata ai santi Cosma e Damiano .

Di fronte alla piazza  , ad angolo con via Santa Chiara sorge poi il palazzo la cui balconata d’angolo al terzo piano fu protagonista della celebre scena del caffè di Questi Fantasmi nella versione girata per la televisione (il palazzo è purtroppo facilmente individuabile in quanto fu gravemente danneggiato da un incendio alcuni anni fa).

Saliamo a questo punto per Via Santa Chiara , costeggiando le alte mura del Monastero di Santa Chiara per giungere finalmente alla nostra prima meta .Uno dei posti piu’ suggestivi di Napoli .

 

Ci troviamo nell’ antico  Decumanus della Neapolis greco-romana , oggi comunemente chiamato ” spaccanapoli “perchè la stretta strada a guardarla dal belvedere della certosa di S. Martino divide in due parti uguali la Napoli ottocentesca.

Questo tratto di strada era nel medioevo e nel rinascimento una delle strade più aristocratiche della città ed ancora oggi  rappresenta una delle vie dalla bellezza e ricchezza architettonica unica al mondo dove il popolo vive con naturale disinvoltura in luoghi precedentemente vissuti da antichi cavalieri, re e regine .Le sue chiese , i suoi monumenti ed i suoi palazzi sono vere opere d’arte ed i suoi vicoli stretti e misteriosi rappresentano il posto dove potrete incontrare il vero folklore dei napoletani , la loro lingua , i loro rumori, i loro odori ed i loro colori.

Si tratta di  un tratto di strada molto suggestivo e caratteristico ; percorrere spaccanapoli significa di fatto incontrare dal vivo la cultura napoletana ,assaporare il profumo dei suoi cibi , calarsi nella sua lingua e nella sua musica., nella  storia e nella sua arte.

E’ l’occasione per abbinare storia, arte e cultura alla conoscenza  del popolo napoletano più genuino e provare a carpire  la NAPOLETANITA’ che capirete rappresenta una vera diversa filosofia di vita.

Non dimenticate mai girando in questi luoghi che un tempo  durante Il periodo greco/ romano la vita di Neapolis era improntata sopratutto al ben vivere , e indirizzata in tal senso dalla filosofia epicurea che dominava.
Esistevano a Neapolis ben due scuole epicuree ( Posillipo ed Ercolano ) dove dominavano le attivita’ ludiche e del tempo libero.
Neapolis era detta ” otiosa e docta “, ed i napoletani concepivano l’esistenza come tesa alla ricerca del piacere sia del corpo che dello spirito,e  al risparmio di energie per tutelare la propria liberta’ dagli stress della vita quotidiana.
I romani conquistati dal fascino di tale impostazione di vita , scelsero Neapolis come luogo di educazione e di perfezionamento negli studi , attratti anche dalla natura lussureggiante e dal clima temperato . Essi venivano a Neapolis a riposarsi dalle fatiche di Roma e a preparsi agli studi trasferendo immense biblioteche con se.

Il nostro quindi è un modo di intendere la vita che risulta giungerci da tempi antichi Un modo diverso di ricordare, di socializzare e di amare.E’ un modo per ricordarsi che i piaceri della vita vanno condivisi lontani dallo stress ed in un’atmosfera soft e rilassante  dove prevale l’amore per i contatti umani. È un’attitudine allo stare al mondo in un modo che è diverso da altri. È dare poca importanza a cose che da altre parti sarebbero vitali e tantissima rilevanza a cose invece superflue per alcuni. La napoletanità non è un pregio e non è un difetto è solo un modo diverso di vivere e vedere la vita dove ancora certamente conta tantissimo la solidarità e l’amicizia .

Ma torniamo al nostro itinerario.

Spaccanapoli è un nome  privo di ufficialità ed il  lungo ma stretto rettilineo percorso che andremo ad esplorare vedrete che assume di volta in volta diversi nomi : dopo la Basilica di Santa Chiara prende il nome di via Benedetto Croce ,mentre dopo la chiesa di San Angelo a Nilo , oltrepassato la statua del Nilo ,  prende il nome di San Biagio dei Librai grazie alla corporazione dei librai che avevano una confraternita nella strada intitolata al Santo , del quale è ancora visibile la chiesetta.

La via Benedetto Croce , prima aveva due nomi , nel primo tratto si chiamava via Trinità Maggiore e nel secondo via Mariano Semmola . Solo successivamente alla strada è stato dato il nome dell’ insigne filosofo ( dopo la sua morte ) che abitava al n 12 , nel palazzo Filomarino già dei Sanseverino principi di Bisignano.

La nostra passeggiata tra chiese e splendidi palazzi nobiliari, inizia  in Piazza del Gesù che con la sua bellezza possiamo dire rappresenta la vera porta di accesso al decumano inferiore .

Prima di cominciare voglio ricordarvi che recentemente l’UNESCO ha nominato Piazza del Gesù  e tutto il nostro centro storico Nuovo patrimonio dell’umanità.

La piazza prende il nome attualmente dall’ omonima chiesa di epoca rinascimentale eretta nell ‘ ex palazzo, dei Sanseverino , di cui è ben visibile il bugnato a punta di diamante sulla facciata principale.
Dove oggi vediamo la chiesa un tempo sorgeva l’antico palazzo dei Sanseverino che era una delle famiglie nobili piu’ potenti della città .
Dell’ originario palazzo , resta oggi solo la struttura del basamento e la facciata in bugnato a punta di diamante mentre la restante parte venne distrutta per far posto alla chiesa .
La caratteristica di questa chiesa del Gesu’ Nuovo che vediamo dinanzi a noi e’ quindi quella di mostrare  una facciata in stile rinascimentale esternamente mentre il suo interno che vedremo e’ tipicamente barocco .

Il palazzo fu confiscato ai Sanseverino dal vicerè  don Pedro de Toledo nel 1547 , perchè la nobile famiglia aveva appoggiato la rivolta popolare contro l’inquisizione e fu donato in quella circostanza ai gesuiti che pensarono bene di conservare la facciata ma trasformare  il suo interno in una magnifica basilica.

Il complesso conventuale comprendeva una intera immensa insula che andava da Piazza del Gesù fino all’attuale Piazza Dante.

Avviciniamoci alla chiesa e alla sua bellissima facciata in stile rinascimentale .

La facciata è caratterizzata da bugne di piperno di forma piramidale con la punta rivolta verso chi guarda . Le bugne ,se vi avvicinate e guardate bene , mostrano delle incisioni particolari simili ad ideogrammi di un misterioso alfabeto .
La leggenda vuole che i simboli incisi sulle pietre siano “canali di flusso” per incamerare energie positive e ricacciare quelle negative . Queste pietre pare che prima di essere lavorate dai maestri pipernai   venissero  “irrorate” dagli stessi , di magia positiva dal lato utile  .
I mastri pipernai che tramandavano , la loro arte di lavorare queste pietre dure di padre in figlio , ( come in una casta chiusa ) erano si dice grandi conoscitori dell’alchimia e dell’esoterismo.
A tal proposito sembra che sull’ edificio sia gravato nel corso dei secoli un maleficio che perseguitò i suoi occupanti e che questo maleficio trovava origine proprio sul potere di questi strani segni incisi dai maestri pipernai  che erano gli unici a saper lavorare questo tipo di marmo .
I segni sulle buglie dovevano rappresentare  una formula negativa e le punte rivolte verso l’ esterno dovevano servire per tenere fuori le forze malefiche .
Ma pare che le bugne siano invece state disposte in maniera errata portando di fatto alla trasformazione delle energie positive in negative  e attirando in tal modo sul palazzo numerose sciagure (l’ultima, durante la seconda guerra mondiale, con la caduta di una bomba proprio sul soffitto della navata che però, miracolosamente, non esplose).
Non sappiamo ora se sia stata l ’imperizia degli operai che lavorarono alla realizzazione delle bugne a commettere l’errore oppure come molti sostengono sia stato un “errore “programmato e voluto fatto dai maestri pipernai  in quanto corrotti  dai nemici del nobile Sanseverino ma tutto sta che in qualche modo gli influssi negativi sarebbero entrati nell’edificio e quelli positivi sarebbero sfociati all’esterno.
Il risultato e’ stato che nei secoli il Gesù Nuovo ne ha passato di tutti i colori ……. ……..

I Sanseverino subirono piu’ volte la confisca dell’immobile e dei propri beni  e gli stessi Gesuiti che poi avevano acquistato il palazzo per trasformarlo in chiesa  furono successivamente allontanati come Ordine dalla città’.
Ma oltre a questo , l’edificio fu  vittima della completa distruzione di un’ala del palazzo, di innumerevoli crolli della cupola e di un successivo incendio .
Ultimamente  e’ stata ipotizzata una teoria  che sembrerebbe dare un nuovo significato ai simboli sul bugnato . Non si tratterebbe di magia ma solo di uno spartito musicale scritto in lettere aramaiche (cosa che spesso accadeva nel tardo umanesimo ).
Si tratterebbe  di musica rinascimentale che segue i canoni gregoriani e la cui riscrittura e’ oramai stata decifrata compilando addirittura un concerto  intitolato «Enigma».

La chiesa fu dedicata alla Madonna dell” Immacolata e fu chiamata del Gesù nuovo per distinguerla dalla prima sede della compagnia di Gesù , il Gesù vecchio , nella zona del Nilo , alla fine di via Paladino.

La chiesa è il più significativo esempio di barocco napoletano ed è caratterizzata da una pianta a croce greca a tre navate con una cupola al centro del transetto e dieci cappelle laterali ( cinque per lato ). Ogni cappella merita almeno uno sguardo e qualche minuto di ammirazione . Tra  le tante cappelle che meriterebbero ognuna una particolare descrizione vi invitiamo in particolare ad avvicinarvi alla prima cappella alla vostra destra.
Nella prima cappella della navata destra c’è una grande statua di bronzo con un lungo camice ed uno stetoscopio al collo e con la mano protesa in avanti in segno di saluto . La statua è quella di Giuseppe Moscati , il medico santo .
Quì riposano linfatti le sue spoglie mortali sotto l ‘altare della cappella della Visitazione , così detta per la famosa pala dipinta da Massimo Stanzione.
Giuseppe Moscati visse e morì al civico n 10 di via cisterna dell’ olio  ( una traversa dietro piazza Dante ).
All” interno della chiesa come potete vedere e’ stato ricreato nell’ala destra una suggestiva rappresentazione degli ambienti dove lui teneva studio .

 

L’ Interno di questa chiesa è di straordinara bellezza per la grande quantità di marmi che la  ricoprono integralmente dal pavimento , alle pareti e alle cappelle . Il pavimento è punteggiato da numerose lapidi sepolcrali .

In questa chiesa da come potete immediatamente capire ammirando le pitture e le sculture barocche , vi lavorarono i più influenti artisti dell’epoca ( seicento e settecento ) come Cosimo Fanzago che realizzo’ le maggiori decorazioni marmoree e numerosi famosi  pittori . Nel suo interno si possono infatti ammirare affreschi di Francesco Solimena , di Luca Giordano , di Massimo Stanzione ,di Giovanni Lanfranco , di Aniello Falcone e sculture di Cosimo Fanzago.
L’altare maggiore anche se realizzato in un’epoca successiva (1854) e’ un vero e proprio gioiello d’arte .

Il grande affresco della controfacciata è opera di Francesco Solimena e raffigura la cacciata di Eliodoro dal tempio ( 1725 ).Gli affreschi invece della prima parte della navata centrale sono di Paolo De Matteis mentre quelli lungo la le pareti laterali sono di Belisario Corenzio .

Al centro della Piazza notiamo un obelisco fatto innalzare dai Gesuiti nel XIII secolo,  grazie a una colletta pubblica che venne dedicato all’Immacolata Concezione.
Sulla  guglia marmorea  poggia infatti una statua interamente in rame  della Madonna dell’Immacolata , che riceve ogni anno l’8 dicembre ,  l’incoronazione da parte dei vigili del fuoco, come segno di devozione della città nei riguardi della Vergine.
Si tratta della guglia piu’ alta della citta’( 30 metri )  fatta interamente di marmo ricca di ornamenti e fiori , angioletti e mensoloni.  Una vera esplosione di arte barocca.

Sul marmo dell’obelisco secondo molti , pare ci siano dei strani simboli e una faccia di scheletro . Una leggenda popolare racconta di una figura della morte   che sembrerebbero mostrarsi solo in alcuni momenti della giornata, soprattutto verso sera all’imbrunire  (con il gioco di luce ed ombre in certe visuali creati dalla prospettiva) . L’immagine della morte con la falce apparirebbe guardando la statua da dietro. Sempre secondo questa ‘ antica leggenda si vuole che chiunque riuscisse, semmai , a vederne l ‘ immagine di faccia ne acquisti in cambio l’ immortalità.
Verso la luce del tramonto o dell’alba, l’aspetto della statua cambia alla vista. Il drappo non sembra più coprire la Vergine, ma una figura scheletrica che regge una falce: la Morte.
L’accezione esoterica presenta tra le mani, oltre che la falce e la bilancia, una marionetta e una clessidra, a sottolineare la sua importanze nel conteggio della vita dell’uomo.
Spesso si pensa che invocarla inutilmente provocherebbe la morte di un parente o un amico e che, più raramente, la Santa Muerte sia gelosa degli altri santi, che non dovrebbero essere più adorati.

Dalla piazza possiamo scorgere il complesso di Santa Chiara ed in particolare la chiesa ed il campanile con le sue iscrizioni  in lettere franco-galliche.

La torre campanaria contiene 4 iscrizioni in cui si narra la storia e le fasi evolutive della costruzione di Santa Chiara. Nella prima iscrizione è riportata la data di edificazione del complesso, nel 1310 e dotata di molte opere da re Roberto e dalla regina Sancia.  La seconda riprende la data di fine costruzione, nel 1328 e che il Papa Giovanni XXI concesse ai frati francescani tutte le indulgenze.  La terza ricorda  la consacrazione della Chiesa in pompa magna a cui parteciparono 10 arcivescovi. L’ultima iscrizione racconta della partecipazione alla consacrazione della regina e del re e personaggi illustri dell’epoca. 

 

Il complesso fu realizzato agli inizi del trecento per volere del re Roberto d’Angio’ , e della  sua seconda religiosissima moglie Sancia di Majorca che vollero dedicarlo all ‘ordine di S. Francesco a cui erano devoti .

L ‘ opera fu affidata al maestro Gagliardo Primario e Leonardo De Vita ( ricompensato con l’assegnazione di un vigneto ) mentre al senese Tino de Cameino furono commissionate la sculture .

Il complesso di Santa Chiara costituito dalla chiesa e dagli edifici contigui che avrebbero poi accolto gli ordini delle clarisse e dei frati minori  fu costruito su una vasta superficie  ai limiti della cinta muraria , realizzando una vera e propria cittadella  con due porte di’ ingresso che si congiungevano ai lati della torre campanaria .
Entrambi gli ingressi sono ancora oggi presenti con i loro due portali trecenteschi di notevole interesse artistico
Tra i due regnanti in particolare fu la moglie Sancia ad avere una particolare preferenza nei confronti di questo ordine con desiderio di ritirarsi a vita monastica , forse a causa della morte prematura dell ‘ unico figlio Carlo , ma anche a causa dei rapporti freddi con il marito avvalorata da una richiesta di divorzio presentata dalla regina ma respinta da papa Giovanni XXII.
Indubbiamente essi erano entrambi molto religiosi al punto da indossare il saio francescano in molte occasioni .

La chiesa fu costruita come reale cappella di corte per i sovrani angioni e affidata ai padri francescani .Essa per volontà dei due reali doveva essere destinata ad accogliere le spoglie della famiglia reale. Il primo ad essere sepolto degli Angiolini fu proprio il loro unico figlio Carlo per la sua prematura morte .

Da allora Santa Chiara custodi’ le spoglie degli Angiolini .
Le dinastie che seguirono non confermarono la tradizione .Carlo , il primo dei Borbone a Napoli volle la tumefazione del suo primogenito Filippo nella chiesa di Santa Chiara
Da quel momento i suoi successori concepirono il,progetto di una cappella all ‘ interno del complesso angioino , che accogliesse le spoglie dei sovrani e dei principi delle due Sicilie .
Ma ne Ferdinando ne il figlio Francesco dettero corso a tale progetto cosi’ i resti dei sovrani e dei principi borbonici furono ospitati in un locale adiacente al coro dei frati e qui rimasero per lungo tempo .
Con l’ arrivo dei Savoia il problema perse definitivamente ogni interesse .

La cittadella francescana fu realizzata costruendo due edifici religiosi contigui ma separati: un monastero, destinato ad accogliere le clarisse, e un convento, ospitante i frati minori francescani. Questa originale conformazione a “convento doppio” fu possibile grazie all’approvazione papale ottenuta nel 1317.
E’ interessante notare che per la prima volta si accoglievano nello stesso complesso in un ‘ area circoscritta ordini religiosi dei due sessi .
Nel tempo , pero ‘ i frati minori divennero sempre più ‘ numerosi , mentre le clarisse diminuirono fino a scomparire .

La chiesa di Santa Chiara lunga 130 metri ,  larga 40 metri e’ forse il monumento piu’ conosciuto in citta’ e rappresenta la piu’ grande basilica gotica della citta’ .
La chiesa si presenta oggi nelle sue originarie forme gotiche, con una facciata a larga cuspide sulla quale  spiccano un occhio triangolare ed uno splendido antico rosone. Il pronao mostra degli archi a sesto acuto .

Entrati in chiesa infatti si rimane subito colpiti dall’atmosfera austera e severa del maestoso gotico che avvolge l’ambiente ( l’esatto contrario della prececente chiesa del Gesu’Nuovo ) .
Nel mezzo del bellissimo pavimento ricostruito ( originariamente di Ferdinando Fuga ) c’e il grande stemma angioino -aragonese . Nella parte sinistra dello scudo si vedono i gigli di Francia del re Roberto e nella parte destra i 4 pali rossi aragonesi della regina Sancia .
Questa chiesa dal 300 in poi fu la chiesa della nobilta’ napoletana .

La semplicita’ dell ‘ interno rispecchia i canoni della chiesa francescana , con un’ unica lunga navata, su cui si aprono dieci cappelle per lato , ed e’ priva dell ‘ abside ; la parete di fondo , infatti e’ piatta.
Le cappelle  custodiscono le tombe realizzate tra il XIV e il XVII secolo appartenenti a membri di nobili famiglie napoletane . Molto di questi  monumenti funebri furono realizzati da scultori trecenteschi come Tino di Camaino, che lavorò alle tombe di Carlo di Calabria e di Maria di Valois, e i fratelli Bertini, cui si deve il sepolcro di Roberto d’Angiò.
Quest’ultimo risalta in tutta la sua imponenza  in quella che viene  considerata una delle piu’ belle tombe gotiche italiane , opera come detto , dei scultori fiorentini Giovanni e Pacio Bertini e fatto   costruire da sua nipote Giovanna , prima regina di Napoli .
Da notare anche la ottava cappella del nobile G.B. Sanfelice dove risalta un sarcofago greco del III o IV secolo a..C. di grande valore archeologico .
Nella nona cappella , che ha conservato la struttura barocca troviamo il sepolcro ufficiale dei Borbone , dove teoricamente dovevano riposare  i sovrani del Regno delle due Sicile ma che attualmente ospita solo la tomba di Filippo , il figlio demente di Carlo ( opera di Giuseppe Sammartino )
Il trecentesco altare maggiore mostra un crocifisso ligneo di scuola senese.

Alle spalle dell’altare è situato il Coro delle clarisse, composto da tre navate che fu realizzato  da Leonardo di Vito ed oggi considerato una delle maggiori espressioni del gotico napoletano . Su una parete sono visibili i frammenti di un affresco raffigurante la Crocifissione, in cui si riconosce la mano di Giotto, chiamato a decorare le pareti della chiesa nel 1326.Secondo il Vasari l’intera chiesa un tempo era rivestita da bellissimi affreschi di Giotto.

Il complesso e’ arricchito da un refettorio con volta dipinta in maniera monocratica , da altri cortili e da suggestive cappelle trecentesche .

In questa chiesa la mattina del 29 agosto 1344, Giovanna I fu incoronata regina,e qui, in una mattina del luglio del 1344,fu portato , oramai morta , il corpo della bella angioina , perche’ nessuno dubitasse della sua morte.
Ma la regina era morta scomunicata e quindi non poteva essere inumata in terra santa , secondo quanto si tramanda tra i religiosi le spoglie furono prima tumulate nella sacrestia di Santa Chiara e poi buttate in una fossa comune coperta da una lastra di marmo vicino all’ingresso del chiostro. Per la grande regina quindi , assassinata nel sonno da quattro sicari ,non vi fu nessun funerale , nessuna tomba , nessuna benedizione .
Secondo una  leggenda ogni anno , nella ricorrenza della sua morte ,  ( 22 maggio 1382 ) avvenuto nel castello di Muro Lucano , ( per ordine del nipote Carlo di Durazzo ) per soffocamento ( con un cuscino di piume ) ricompare la figura della regina Giovanna che avanza lentamente nel chiostro  lungo i viali  in cerca di sollievo

.Nel 1742 la chiesa subì delle modifiche ad opera dell’architetto D. A. Vaccaro. Fastosi rivestimenti donarono al complesso un aspetto barocco: l’interno fu ricoperto da marmi policromi, stucchi e cornici dorate; il tetto a capriate fu nascosto da una volta affrescata da grandi pittori dell’epoca, quali F. de Mura, S. Conca, G. Bonito e P. de Maio; G. B. Massotti si occupò dell’altare maggiore, mentre il pavimento in marmo fu eseguito da F. Fuga.

Nel complesso conventuale vi sono ben tre chiostri e di questi il piu’ noto e’  “il chiostro grande ” realizzato nel settecento dall’architetto Domenico Vaccaro . Ad esso vi si accede dal coro delle clarisse attraverso la grande scala , sulle cui pareti si intravedono tracce degli affreschi di Belisario Corenzio .

Dal porticato si accede ai viali dei giardini che nel 1742 Antonio Vaccaro ridisegno’ ricoprendoli con maioliche che realizzarono Donato Massa e suo figlio .
I motivi di queste ceramiche di scuola napoletana sono temi diversi e raffiguranti paesaggi campestri , scene mitologiche , festoni di fiori e frutta ( anche gli affreschi alle pareti ).
Il chiostro maiolicato , come detto , fu realizzato da Antonio Domenico Vaccaro per volonta’ della badessa Ippolita di Carmignano , la quale non bado’ a spese , pur di ottenere un luogo accogliente e adatto allo stile di vita delle sue ospiti , normalmente appartenenti a famiglie aristocratiche .
L’ architetto progetto ‘ il chiostro su un piano sollevato rispetto a quello dei portici .
Uniche sono le scene dipinte sui parapetti dei pilastri rappresentanti le allegorie dei quattro elementi fondamentali : acqua – terra – Aria – fuoco .
Si tratta di un esempio di giardino rustico in stile roccoco’con due viali che incrociandosi dividono lo spazio in quattro settori .

Il chiostro e’ di forma leggermente rettangolare , lungo 82,39 metri e largo 78,30 metri con 64 pilastri maiolicati di forma ottagonale  sui quali sono poggiati archi a sesto acuto
Cio’ che colpisce l’occhio sono i 64 pilastri a pianta ottagonale che fiancheggiano i viali e che sono rivestiti da splendide maioliche con decorazioni  di fiori e frutta  che furono realizzati da  Donato Massa e suo figlio .

I pilastri maiolicati sono collegati tra loro da sedili sui quali sono rappresentati scene della vita quotidiana nel settecento.

Dal Chiostro volendo potete  fare una visita all’annesso museo dell’Opera di Santa Chiara dove viene ripercorsa la storia della riedificazione della chiesa che venne quasi completamente distrutta in seguito al bombardamento aereo del 4 agosto 1943 .

Quel giorno Napoli subì dagli americani una tra i più pesanti bombardamenti di tutta la guerra (alla fine saranno ben 104) e  le bombe dirompenti ed incendiarie non risparmiarono la cittadella di Santa Chiara: l’incendio che seguì divampò per giorni.Tutto ciò che restava di questo splendido capolavoro erano le mura perimetrali, la facciata con il grande rosone e il portale.Dopo la fine del conflitto mondiale si decise di ricostruire la chiesa riportandola al suo originario stile gotico -angioino . Il suo restauro avvenne solo nel 1953 e sotto la direzione di Mario Zampino essa  fu ricostruita e restaurata sotto la direzione di Mario Zampino, secondo l’originario stile gotico.
Con coraggio e con passione recuperando tra le rovine quanto c’ era da recuperare , la chiesa e’ stata ricostruita ; le linee principali sono state mantenute , ma non ci sono più’ purtroppo molti dipinti e affreschi e possiamo ammirare solo quel che resta dei monumentali sepolcri degli Angiolini .Dopo la fine del conflitto mondiale si decise di ricostruire la chiesa riportandola al suo originario stile gotico -angioino
Dal museo si puo’accedere ad un’importante area Archeologica . Si tratta di un complesso termale romano del I secolo dopo Cristo realizzato in opus reticulatum e  latericium  che presenta due settori : uno con piscina non lontano da una palestra ed un altro termale con ambienti ipogei .Gli ambienti oggi visibili sono una vasca appartenente al calidarium o al tepidarium , una piscina per i bagni di vapore e una grande cisterna per il rifornimento idrico dell ‘ impianto .

Una volta usciti dal complesso vi consigliamo di percorrere la scalinata del campanile recentemente ricostruita che consente di salire in cima allo stesso da dove potrete godere di un panorama mozzafiato sul centro antico della citta’ .

Usciti definitivamente dal complesso di Santa Chiara alla nostra destra osserviamo dinanzi a noi l’inizio di quella strada che comunemente viene definita “spaccanapoli 
E’ questo, un nome privo di ufficialità e corrisponde in gran parte al decumano inferiore.
Si chiama così’ perchè a guardarla dal belvedere della certosa di S. Martino , la strada divide in due parti uguali la Napoli ottocentesca.
Nel suo lungo ma stretto rettilineo assume diversi nomi : al tratto di strada che si mostra innanzi  è stato dato il nome di Benedetto Croce , in onore alll’ insigne filosofo che abitava  nel palazzo Filomarino che fa  angolo con la strada .
A partire dal 1900 qui’ infatti dimoro’ Benedetto Croce che nel 1947 fondo’ l’ istituto italiano per gli studi storici con annessa biblioteca che tutt’oggi mette a disposizione degli studiosi un imponente patrimonio di libri divenendo una delle maggiori sedi culturali della citta’.
La stradina che invece vedete risalire alla vostra sinistra e’ Via San Sebastiano , oggi nota per la presenza di numerosi negozi che vendono strumenti musicali ( ricordate che siamo vicini al Conservatorio di musica ) ed un tempo nota per la presenza dell’antico monastero di San Sebastiano.
All’inizio di  questa stradina sulla nostra sinistra  possiamo notare la  piccola chiesa  di Santa Marta del XIV secolo costruita per volere  di Margherita di Durazzo, ( madre di re Ladislao ) sul finire del Trecento.

La facciata, risale al XV secolo e presenta delle monofore gotiche e un arco ribassato di stile catalano . All’ interno  di grande suggestione appaiono le numerose teche con statue di santi che popolano la navata.Gli altari e le decorazioni risalgono rispettivamente al XVIII e al XIX secolo.
Nel 1647, durante la rivolta di Masaniello, la chiesa fu teatro di violenti tumulti riportando gravi danni ; gli spagnoli la occuparono per stanare i rivoltosi, derubandola e distruggendola dandogli fuoco .

All’epoca della rivoluzione napoletana , alcuni rivoltosi  che sotto il comando  di Masaniello  lottava contro le gabellei nseguiti dalle truppe spagnole spagnoli  venne infatti a rifugiarsi proprio nella chiesa di Santa Marta .                                 La chiesa  divenne la loro roccaforte  e così gli spagnoli furono costretti a salire sul campanile di Santa Chiara per averli a tiro e colpirli .Molti morirono e vennero seppelliti nella chiesa . Per stanare definitivamente gli ultimi che opponevano una accanita resistenza,  gli spagnoli diedero poi durante il conflitto fuoco alla chiesa .Infine forzarono il portone e completarono lo sterminio  .

Nella chiesa, nel suo ipogeo , sono ancora oggi conservati le ossa ed i teschi dei poveri uomini che osarono ribellarsi ai spagnoli . Questi vennero messi al muro e brutalmente ammazzati proprio qui dentro la chiesa .                                           Le ossa mostrano i segni di  una avvenuta  violenza con  la presenza di crani spaccati da colpi di bastone e tempie forate da armi posizionate vicino alla testa mentre le pareti intorno ad esse appaiono costellate da fori provocati dai proiettili .

Nel saccheggio e nell’incendio, molte opere purtroppo furono distrutte: andarono in cenere il quadro di S.Lazzaro di Cesare Turco quello della Vergine di Bartolomeo Guelfo di Pistoia, nonché i ritratti della Regina Margherita e Ladislao.       Dopo l’incendio il Principe della Rocca, cardinale Filomarino, in parte con i propri fondi ed in parte con i fondi dell’Arciconfraternita e di alcuni benefattori, provvide alla sua  ristrutturazione: in tale circostanza fu  decorata da vari pittori tra cui Andrea Vaccaro.
Nel 1715 si ebbe un nuovo restauro ed un altro ancora nel 1800 che cancellarono ogni traccia del periodo barocco di cui ci rimangono solo alcuni dipinti del seicento e settecento.

Ed ora addentriamoci in Via Benedetto Croce .E’ un momento particolare perchè ci stiamo per inoltrare in Via Spaccanapoli , un  tratto di strada molto suggestivo e caratteristico .
Percorrere spaccanapoli significa di fatto incontrare dal vivo la cultura napoletana ,assaporare il profumo dei suoi cibi , calarsi nella sua lingua e nella sua musica.
La strada come detto si chiama Via Benedetto Croce nel suo primo tratto e Via San Biagio dei Librai nel secondo .
Avventuriamoci quindi in questa nostra passeggiata tra storici palazzi e splendide chiese.
Appena inoltrati , al numero 12 troviamo il Palazzo Filomarino comunemente conosciuto come Palazzo Croce , d’Angio nome dello storico filosofo Benedetto Croce che qui vi ha abitato fino alla sua morte .
Come già detto e’ oggi sede dell’Istituto Italiano per gli studi storico con annessa preziosa biblioteca lasciata in eredita’ da Benedetto Croce .

Oltre questa piazza sono degni di nota il palazzo Pinelli e il palazzo dei Carafa della Spina che ha un magnifico gigantesco portale barocco con due grossi leoni con le fauci spalancate che servivano come luogo dove spegnere le torce .

 

 

La strada continua con palazzi storici come palazzo Capone – palazzo Venezia del XIV sec. – palazzo Mazziotti e palazzo Pinelli Foggia .

Palazzo Venezia di origine trecentesca fu sede della rappresentanza diplomatica della repubblica veneziana a Napoli . Nel suo interno ai piani superiori conserva un incredibile rigoglioso giardino pensile in cui in una sorprendente distesa di alberi e piante si nasconde una casina pompeiana di gusto neoclassico .

 

Via Benedetto Croce termina nella piazza San Domenico Maggiore che deve il suo nome alla omonima chiesa ; questa è una delle più importanti piazze della Napoli antica.
Al centro della piazza si eleva una guglia sormontata dalla statua bronzea di San Domenico voluta dal popolo quale ringraziamento per essere  scampati all’epidemia della peste del 1656 . Il popolo aveva invocato la grazia al Santo affinche’ intervenisse per porre rimedio al terribile morbo .
L’ obelisco di San Domenico , fu scolpito da Francesco Antonio Picchiatti  mentre per il rivestimento e le decorazioni in marmo che disegno’ anche la forma piramidale della guglia intervenne il Fanzago . L’opera fu terminata da Lorenzo Vaccaro e suo figlio Domenico Antonio che  realizzarono  anche la scultura in bronzo di San Domenico .
L ‘opera è’ ricca di marmi , bassorilievi , medaglioni e busti di santi domenicani : su tutto però campeggia la statua di S. Domenico .

La piazza e’ circondata da famosi palazzi nobiliari : palazzo del Balzo o Petrucci – palazzo Corigliano ( sede dell’Univesita Orientale ) -palazzo dei duchi di Casacalenda e Palazzo  Sansevero di Sangro , dimora del famoso Principe Sansevero famoso per le sue scoperte e le sue alchimie .Il palazzo costruito nella XVI secolo mostra un monumentale portale con un imponente stemma in marmo . Conserva uno dei monumenti piu’ densi di opere di’ arte che Napoli possegga : la Cappella Sansevero o S. Maria della Pieta’ , detta popolarmente ” Pietatella” il cui ingresso si trova in via F. DeSanctis n. 19 .
Il palazzo e’ anche tristemente famoso per un delitto avvenuto verso la fine del 500 dall’allora proprietario don Carlo Gesualdo , principe di Venosa che uccise a pugnalate la sua bellissima moglie Maria d’Avalos ed il suo amante Fabrizio Carafa esponendo poi i loro corpi all’ingresso del palazzo .Il lato sinistro della piazza è occupato dalla scalinata della chiesa antica e della parte absidale della chiesa di San Domenico Maggiore .
La chiesa di San Domenico Maggiore , assieme al suo adiacente convento , costituisce uno dei più ‘ grandi ed importanti complessi religiosi della città sia per le sue caratteristiche architettoniche sia per le opere d’arte contenute.
Voluta da Carlo II d’Angio ‘ ed eretta tra il 1283 ed il 1324 divenne la casa madre dei domenicani nel regno di Napoli e chiesa della nobilta’ aragonese .

La chiesa fu eretta secondo i canoni classici dello stile gotico fu realizzata in senso opposto alla preesistente chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa cioe’ con l’abside rivolto verso la piazza alle cui spalle fu aperto un ingresso secondario.
La chiesa fu infatti edificata intorno all’antica chiesetta di San Michele Arcangelo a Morfisa ( dal nome di una potente famiglia del luogo ) dei padri benedettini .
La facciata principale della chiesa e’ sulla piazza San Domenico Maggiore , ma vi e’ un ingresso chiuso ( sotto il balcone del 400 con i stemmi del Carafa) ed un altro di piu’ frequente accesso sulla grande scalinata voluta da Alfonso d’Aragona che portava alla chiesetta di San Michele Arcangelo a Morfisa , con portale gotico -rinascimentale del 400
L’ingresso principale si trova sulla facciata secondaria nello stretto vico San Domenico al n 18 , ( di lato alla grande facciata) dove dopo una leggera salita incontriamo sulla nostra sinistra un portone che immette in un vasto  cortile  . A  sinistra si prospetta la facciata della chiesa con un grande portale gotico ad arco acuto ed una porta di legno entrambi originali e voluti da Bartolomeo di Capua.
L ‘interno realizzato in classico  stile gotico mostra tre navate ,numerose  cappelle laterali ,( 27 e tutte meritevoli di almeno uno sguardo ) ), ampio transetto e abside poligonale.
Durante i secoli ha subito continui restauri , dei quali il piu’ significativo avvenne in epoca barocca con l’intervento anche di Domenico Vaccaro , modificando notevolmente la preesistenti forma gotiche .

Veniamo colpiti immediatamente dalla ricchezza degli ambienti con il soffitto che appare ricco di stucchi e ori e la splendida  navata centrale.
Visitare San Domenico e’ importante per le opere d’arte di grandi artisti del tempo che si possono vedere nel suo interno come quelle di Luca Giordano , Tino da Camaino , Cosimo Fanzago , Giovanni di Nola , Francesco Solimena , Tiziano,  Caravaggio , Mattia Preti , Lorenzo Vaccaro , Pietro Cavallini e affreschi di Giotto .
La bellissima Sagrestia rettangolare del 700 ospita  le bare dei sovrani aragonesi e di altre famiglie nobili . Affacciamoci di per guardare questa meraviglia .
Alzando gli occhi oltre a vedere nella volta il grande affresco del Solimena , si vede una balconata che corre su tre lati della sala rettangolare . Su questa , si possono osservare in due ordini sovrapposti , 40 casse di diverse dimensioni ed a forma di baule .

Queste casse , ricoperte , un tempo di drappi e velluti oggi scoloriti , lisi ed in parte scomparsi , sono in realta’ dei feretri che contengono i resti dei re , dei principi ed illustri personaggi aragonesi .
Nel 1594 il vicere’ d. Giovanni di Zunica , conte di miranda li fece sistemare nel luogo attuale .
Sulla balconata sovrastante l ‘ ingresso della sagrestia ci sono 8 casse delle quali le 4 superiori , sono i feretri di Alfonso d’Aragona , Ferrante, Ferrantino, e Giovanna d’Aragona.
Solo la cassa di Alfonso d’Aragona e’ vuota perche’ le spoglie furono portate in Spagna nel 1667, nelle restanti vi sono i resti dei defunti citati e su ognuna c’e il rispettivo ritratto .
Nel lato destro della sagrestia , entrando , si vedono 15 casse , una delle quali , quasi al centro della balconata , contiene le spoglie di Francesco di’ Avalos , marchese di Pescara , morto per le ferite riportate nella battaglia di Pavia .
Si vede il ritratto , la spada e un’asta alla quale erano attaccati i brandelli di una bandiera .
Nel lato opposto , cioe’ a sinistra di chi entra nella sala , ci sono altre 16 casse delle quali una piu’ piccola delle altre, contiene cio’ che resta di Antonello Petrucci , il segretario del re Ferrante , decapitato nel 1486 per aver partecipato alla congiura dei baroni .
Da visitare anche il convento . Pensate che un tempo esso era talmente esteso da raggiungere nel 1600 l’aspetto di una vera e propria citta’ nella città .
Aveva ben quattro chiostri di cui oggi purtroppo ne restano solo due : il chiostro di San Tommaso e il chiostro Piccolo o delle Statue .
Il chiostro grande , che un tempo ospitava la sala in cui ha vissuto Bruno Giordano , e’ ora sede del liceo Casanova .
Uscendo dalla chiesa e ponendoci di fronte ad essa vediamo che sul lato destro della facciata si erge il campanile del 700 mentre accanto ad esso troviamo l’accesso al convento.
Il complesso conventuale ha ospitato illustri personaggi come Tommaso D’Aquino che qui fondo’  nel 1272 la facolta’ di Teologia  ( la sua cella e’ ancora visibile ) dove per lunghi anni vi ha pure insegnato .
Tra gli alunni illustri si ricordano su tutti : Giovanni Pontano , Giordano Bruno e Tommaso Campanella
Dal 1515 e per circa un secolo San Domenico fu anche sede dell’Universita ‘ di Napoli per l’insegnamento del diritto , della filosofia e teologia

Il convento si sviluppa su tre piani : al piano terra troviamo il chiostro delle statue e l’aula in cui insegnava il filosofo Tommaso d’Aquino con il suo bel pavimento in maiolica in cui ancora oggi si tengono lezioni di Teologia .
Al primo piano la biblioteca , il refettorio , la sala del capitolo dove si riuniva la comunita’ monastica ,  la biblioteca e gli ambienti privati dei frati domenicani .
Al piano superiore possiamo invece ammirare numerosi manoscritti storici esposti lungo i corridoi insieme a numerosi dipinti di straordinaria importanza .

Terminata la nostra visita al complesso di San Domenico ritornando verso la Piazza ,  camminiamo lateralmente alla facciata di Palazzo Sangro di Sansevero,  e imbocchiamo il vico San Domenico . Subito poco dopo ci  imbattiamo  dopo qualche metro, nella famosa Cappella Sansevero . Un vero e proprio gioiello d’arte barocca ricco di statue e  marmi .

 

L’opera che ha reso famosa questa cappella e’ il “Cristo Velato ” , che vediamo posto al centro della  navata : una scultura raffigurante Cristo morto e disteso , coperto di un velo, che ne lascia intravedere ogni particolare del suo capo , tutte le fasce muscolari e le ferite attraverso il marmo.

L’opera considerata uno dei maggiori capolavori scultorei di sempre fu commissionata dal principe di Sansevero Raimondo di Sangro allo scultore  Sanmartino .
Ad essa si associano due dicerie del popolo : la trasparenza del velo non sarebbe dovuta all’abilita dello scultore , bensi’ ad un velo marmorizzato che l’ alchimista Raimondo avrebbe fatto sovrapporre ad una normale statua di un uomo disteso .
La seconda diceria sarebbe l’ accecamento del Sanmartino affinche’ non ripetesse l ‘ opera per un altro committente .
La cosa sorprendente e che assume un aspetto terribilmente misterioso e’ il fatto che proprio in coincidenza dell ‘ ultimo pagamento effettuato dal Principe a saldo dell’ opera ormai finita , da quella data , dello scultore non si seppe piu’ nulla in citta’ .
La cappella e’ ad unica navata rettangolare con quattro arconi per lato mentre sulla destra troviamo l ‘ accesso alla piccola sagrestia e alla cavea sotterranea .
L’affresco della volte a botte e’ di Francesco Maria Russo e rappresenta la ‘ gloria del paradiso ‘ . Questo soffitto , ancora oggi conserva inalterata la brillantezza dei suoi colori pur non avendo mai subito alcun significativo restauro .
Tutto questo pare , grazie ad una particolare tecnica inventata dal Principe Sansevero e trasmessa al suo esecutore , un modesto pittore dell’ epoca. Sembra infatti che quest’ultimo , abbia mischiato assieme ai suoi abituali colori , una particolare sostanza , frutto appunto dell’ invenzione esclusiva del principe , capace di non far alterare la pittura nel tempo

Nel bel mezzo della cappella , vicino al Cristo Velato , si ammira la scultura de la Pudicizia velata, in onore della madre del principe morta in giovane eta ‘ , all’ eta’ di soli 23 anni ( Cecilia Gaetani dell’ Aquila d ‘Aragona).
La statua e’ opera dello scultore veneto Antonio Corradini : Essa rappresenta una bellissima donna con il capo ed il corpo ricoperti da un sottilissimo velo attraverso il quale traspaiono le belle ed eleganti sembianze della giovane .

La statua del Disinganno , posta di fronte alla Pudicizia e’ dedicata al padre ( Antonio de Sangro ) e’ invece opera di Francesco Queirolo e raffigura un uomo nell’ intento di liberarsi da una rete( il padre da uomo di mondo , divenne sacerdote) . Essa vuole significare la redenzione del padre , il quale dopo una vita dissoluta , vuole uscire ” dall’ inganno terreno ” per convertirsi finalmente alla fede .

Di particolare effetto scenografico e’ il Sepolcro di Cecco de Sangro ,opera di Francesco Celebrano , dove dal sepolcro si vede fuoriuscire la figura allucinata di Cecco de Sangro con la spada sguainata.
Il sepolcro rappresenta il curioso episodio della vita del defunto , il quale, ritenuto morto in battaglia e gia’ chiuso in una cassa , ne usci’ con la spada in pugno terrorizzando i nemici .

Tra le tante leggende popolari intorno alla figura di Raimondo , l’ uscita dal sarcofago rappresenterebbe una prefigurazione della resurrezione dello stesso principe committente dell’ opera .
Raimondo de Sangro mori’ il 22 marzo del 1771 e intorno alla sua morte si sono accumulate e intrecciate varie leggende , la piu’ note delle quali lo vuole ucciso dal suo stesso tentativo di resurrezione . Racconta Benedetto Croce : Quando senti’ non lontana la morte, provvide a risorgere , e da uno schiavo moro si lascio’ tagliare a pezzi e bene adattare in una cassa , donde sarebbe balzato fuori vivo e sano , a tempo prefissato ; senonche’ la famiglia , che egli aveva procurato di tenere all’ oscuro di tutto , cerco’ la cassa e la scoperchio’ prima del tempo , mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura , e il principe , come risvegliato nel sonno , fece per sollevarsi , ma ricadde subito gettando un urlo da dannato .

Nella cripta , (nel piano sotterraneo ) sono conservati in due armadi due cadaveri imbalsamati dei quali e’ visibile il sistema venoso e arterioso che la leggenda attribuisce ai suoi macabri esperimenti .
L ‘uomo e la donna con relativo feto ( Modelli anatomici )appaiono  eretti non in forza del loro scheletro , bensì dal sistema arterioso e venoso pietrificato a mo’ di corallo ( ai piedi della donna era posto un tempo “il corpicciuolo d’un feto” poi andato rubato ) . Si tratta di due esperimenti di metallizzazione della rete venosa di due cadaveri .

Le Macchine furono realizzate dal medico palermitano Giuseppe Salerno, sotto la direzione di Raimondo di Sangro;
La leggenda popolare vuole che si tratti sicuramente dei corpi di quei due sventurati servitori che da qualche tempo erano scomparsi e fin da quando di loro non si seppe piu’ niente, molti sospettarono che fossero stati rapiti dal Principe per essere poi sottoposti a qualche suo terrificante esperimento . Voci popolari sostenevano che Salerno avesse inoculato nei due cadaveri una sostanza – forse a base di mercurio – creata in laboratorio dal principe, la quale avrebbe permesso la “metallizzazione” dei vasi sani .
Altre voci invece sostengono che il sistema circolatorio sia frutto, in parte o nella sua interezza, di una ricostruzione effettuata con diversi materiali, tra cui la cera d’api e alcuni coloranti . Quella massa scura e ramificata che si estende per tutto il corpo dunque , rappresenterebbe il sistema venoso ed arterioso completamente pietrificato e consolidato al punto da potersi conservare , assieme alle ossa dello scheletro , nella posizione rigida ed eretta senza aver bisogno di sostegni o di altri supporti esterni .
Queste due macabre figure dette ” macchine anatomiche ” secondo alcuni studiosi costituirebbero invece soltanto una perfetta simulazione di due cadaveri. Si tratterebbe cioe’ di due manichini , ovvero di una diabolica ricostruzione di fantomatici cadaveri in cui soltanto le ossa ed alcuni organi interni hanno veramente provenienza umana , mentre tutto il sistema venoso costituisce il frutto di una prodigiosa ricostruzione . Pare infatti che sia stato scoperto che quelle vene siano composte da una sottilissima anima metallica portante avvolta in una sorta di garza imbevuta di qualche misteriosa sostanza chimica . Il tutto opportunamente modellato e sagomato nei vari spessori ; da quelli piu’ spessi per la arterie a quelli piu’ sottili per i capillari e cosa pure importante , che il tutto fosse poi capace di poter conservare perfettamente l’ aspetto e la rigidita’ nel tempo .
Se cosi’ fosse ,non si tratterebbe di due orrendi crimini perpetrati in laboratorio ma sarebbe il risultato di un gran lavoro , fatto con abilita’ da persona con grande conoscenza anatomica del corpo umano .
Stupisce il fatto comunque che il sistema artero-venoso sia riprodotto con notevole verosimiglianza e fin nei vasi più sottili, nonostante all’epoca le conoscenze di anatomia non fossero così precise. Ossa e crani sono senz’altro quelli di due veri scheletri umani.

Appena dopo piazza san Domenico viene la piazzetta Nilo , nome derivato da una colonia alessandrina installata in quei luoghi ai tempi dell’ impero romano .
Piazzetta Nilo era anticamente chiamata piazzetta Bisi, dove Bisi stava per ‘mpisi, e cioè impiccati; era quindi la piazza dei condannati a morte che la attraversavano in tristi cortei verso il loro patibolo.
La piazza prende il nome dalla statua del Dio Nilo eretta dagli Alessandrini che duemila anni fa si stanziarono con abitazioni e botteghe in questo punto della città, ed eressero tale monumento in memoria della loro patria lontana
In questa piazzetta troviamo sulla nostra destra posta ad angolo con via mezzocannone subito la chiesa di  Sant’Angelo in Nilo edificata nel 1385 dal cardinale Rinaldo Brancaccio , unitamente a un ospedale per i poveri e al palazzo della famiglia Brancaccio .

Nel suo interno possiamo ammirare alla destra dell’abside il monumento sepolcrale del cardinale Rinaldo Brancaccio , scolpito nel 1427 a Pisa da Donatello e da Michelozzo e poi trasportato a Napoli via mare .
Esso fu  commissionata a Donatello da Cosimo dei Medici , esecutore testamentario del cardinale alla sua morte .
Si tratta di un sarcofago sorretto da virtu’ cariatidi a tutto tondo sul quale giace il cardinale naturalisticamente raffigurato .
Vale la pena dare uno sguardo alla chiesetta che si presenta e’ a navata unica con abside.
Usciti dalla chiesa , ci dirigiamo a destra e subito ci troviamo in un piccolo largo chiamato
corpo di Napoli . Al centro di essa a ricordare la colonia Egiziaca troviamo  la statua del Nilo che i napoletani credettero in seguito , d’ identificare nel ” corpo di Napoli ” donde il nome rimastole .
La statua raffigura il dio Nilo che giace sdraiato possente e muscoloso, col il viso arricchito da una saggia barba lunga che inbraccia una cornucopia adornata con fiori e varia natura, simbolo della fertilità e dell’abbondanza , il fianco appoggiato su di un sasso ed i piedi su una testa di coccodrillo.

La scultura, ha subito nel corso dei millenni varie “peripezie” sparendo per un certo periodo di tempo nel XV secolo, e perdendo la testa nel XVII secolo
Malgrado tutto oggi la statua è ancora lì dove la vollero gli Alessandrini più di duemila anni fa.
Fu eretta infatti nel  periodo Greco-Romano e rappresentava una divinita’ pagana ( Il Dio Nilo è un’entità fluviale, quindi figlia dell’oceano) .
Nel tempo, per la presenza di altri culti ufficiali statua del Dio Nilo fu decapitata  e perduta per secoli.
Finché nel Medioevo non fu ritrovata e dopo numerosi restauri ( di cui l’ultimo recente dovuto al ripristino della testa delle sfinge finalmente ritrovata in Austria dopo che era stata rubata ) ) nel 1667 fu posta su quello che viene chiamato “sedile” di marmo, recante una scritta in latino che in grandi linee racconta le vicissitudini vissute da questo pezzo importante di storia e cultura partenopea.

Su via Nilo troviamo i palazzi Pignatelli del seggio dei nobili del 1499 con annessa cappella al termine della via ,ed il palazzo di Antonio Beccadelli del XV sec.detto il panormita ( da Palermo ) , fondatore dell’ accademia pontaniana .
Dalla piazzetta Nilo ora proseguiamo lungo Spaccanapoli , o meglio quel suo tratto che da qui in poi porta il nome di Via San Biagio dei librai , nome dovuto alla corporazione dei librai che avevano una confraternita nella strada intitolata al Santo , del quale è ancora visibile la chiesetta .
La strada e’ ricca di importanti palazzi storici e di antiche chiese .
Il piu” suggestivo e’ certamente proprio il primo che incontriamo sulla destra cioe’ il palazzo Carafa  dei Conti Maddaloni dove nacque nel 1476 Gian Pietro Carafa che doveva assurgere poi, all’ onore della tiara col nome di papa Paolo IV.

Lungo questa strada poco più avanti , incontriamo al n 121 , sulla nostra destra il bel palazzo Santangelo , eretto , nella seconda metà del 400 da Diomede Carafa .

Il Portale marmoreo con le sue forme classiche ricorda lo stile del grande architetto Leon Battista Alberti, ed è arricchito da due battenti in legno intagliati in stile tardogotico raffiguranti nei dodici riquadri le insegne della famiglia Carafa. Purtroppo  la porta lignea finemente intagliata che ai suoi tempi doveva essere una meraviglia  oggi è sciupata ed annerita. Sulla cornice del portale ai lati sono invece posti i busti di due imperatori, ed al centro una nicchia una statua di Ercole, con i ritratti agli spigoli, nell’interno dell’architrave, del conte Diomede Carafa e di sua moglie.

In fondo al cortile si vede la copia in terracotta dell ‘ enorme testa di cavallo che Lorenzo il Magnifico dono’ al Carafa .
Quando il palazzo passò dai Carafa al marchese Santangelo, la testa di cavallo del cortile fu trasferita al Museo Nazionale: il Santagelo ne fece eseguire una copia in terracotta dipinta, collocandola sul piedistallo originale
Da quel momento la sostituita copia in terracotta ha continuato ad essere per due secoli l’attrazione di quel cortile. Impossibile non affacciarsi almeno una volta a contemplarla.

Un’antica leggenda sostiene invece che le origini della testa di cavallo siano legate al mago Virgilio che avrebbe  costruito questa scultura in bronzo con una stregoneria donandole il potere di guarire qualsiasi cavallo malato .
Il cavallo  posto su un alto piedistallo in Piazza Riario Sforza vedeva continuamente persone del popolo portare i poveri cavalli malati , ornati di ghirlande di fiori e tarallini (simbolo del grano e della fertilità) che, per guarire, dovevano girare tre volte intorno alla statua .
Tale  mistico ma potente guaritore non faceva certo piacere ai maniscalchi che vedevano in questa testa un temibile concorrente ai loro avidi guadagni e non mancarono di denunciare continuamente alle autorita’ religiose il superstizioso rito . Per loro sommo piacere ,finalmente , nel 1322,  l’arcivescovo Cardinale Matteo Filomarino fece rimuovere e fondere la scultura per porre fine al proliferare di questo rito pagano per forgiare con il corpo le campane del Duomo . Così, non si ebbero più notizie del cavallo fino al ritrovamento nel palazzo Carafa la cui testa rappresenterebbe  uno scarto di quella fusione.
C’è chi racconta che quando suonano, tendendo l’orecchio si sente il nitrito del cavallo di Virgilio
Sempre nel cortile a destra c’e’ una colonna mozza che e’ quel che rimane della colonna con la statua di Ferrante , eretta per ricordare la cortesia del re che si degno’ di attendere il Carafa con il quale doveva andare a caccia .

Più avanti sempre sulla destra , troviamo al n 114 , un altro bel  palazzo con un bel portale in bugnato e due statue ( la sicurezza e la carita’) di Pietro Bernini. Sul frontone troviamo invece scolpita la Pieta’ di Michelangelo Naccherino .
Si tratta del palazzo di proprieta’ del Banco di Napoli dove al suo interno possiamo ammirare  la cappella del Monte di Pieta’ , un piccolo gioiello di arte napoletana a navata unica con quattro stanza laterali riccamente decorate e con gli affreschi dei piu’ bravi artisti dell’epoca.

Il monte di pieta’ nacque come istituzione nel 1539  , fondata da alcuni nobili , con il fine di contrastare l’usura dilagante che affliggeva il popolo in quei tempi . L ‘ intento era quello di prestare soldi senza scopo di lucro . L’istituzione crebbe ad un certo punto a tal punto che fu scelto di acquistare questo edificio e trasformarlo in un vero e proprio banco .
Lentamente con il tempo l’istituto ha dato poi luogo inizialmente alla nascita del Banco Nazionale di Napoli e poi definitivamente nell’800 al Banco di Napoli .

 

Di fronte il palazzo Carafa troviamo la chiesetta di San Nicola a Nilo .
Questa si trova al piano rialzato e per accedervi ci sono , ai lati , 2 brevi scale che convergono alla sommità .
Rientranti , rispetto alla scala , ai lati ci sono 2 botteghe ,e sopra l ‘architrave di ognuna di esse troviato murato un pezzo di marmo , con una scritta risalente a circa 3 secoli fà che testimonia il diritto di asilo goduto dalle chiese .
La scritta cita : nel primo di febbraio 1706 per decreto della corte arcivescovile di questa città è stato ordinato che ques’atrio e le due botteghe dei bassi laterali restino profani e non godono dell’ immunità ecclesiastica .
Questo perché’ all’epoca i  ladri ed i delinquenti che scappavano inseguiti dai gendarmi , una volta infilatisi nelle botteghe o sui gradoni della chiesa reclamando l’immunità ecclesiastica non potevano essere arrestati ( una specie di 31 salva tutti ).

Ci troviamo dopo qualche metro  in uno dei luoghi più antichi di Napoli , l’antica piazza dell’Olmo dove troviamo come un’iscrizione marmorea ci ricorda , la vecchia casa di San Gennaro ” martire patrono “. L’ enorme lapide posta nel 1949 sul seicentesco palazzo recita a chiare lettere : < In questo palazzo nacque il più illustre cittadino di Napoli, San Gennaro , nell’erta via che dal ginnasio e dal portico menava al Campidoglio di rimpetto alla Basilica di Augusto poi dedicata al Santo … >.  Il barone Cianci di Sanseverino nel 1955 sostenne  di aver scoperto ad una decina di metri sotto il palazzo addirittura la culla del santo che per tradizione si dice sia nato con le mani giunte.

Di fronte a questa casa sorgeva infatti dove ora si trova la chiesetta di San Gennaro dell’Olmo , un tempietto dedicato ad Augusto . Al suo posto l’Imperatore Costantino fece sorgere l’antica chiesa di San Gennaro ad Diaconam , la prima dedicata a Ianuarius in città , dove i diaconi venivano a svolgere assistenza di soccorso per i poveri.L chiesa fu poi detta ” all’Olmo ” per la presenza di un albero sul quale i vincitori dei giochi gladiatori , che si tenevano nella contrada Carbonara , appendevano le loro corone di alloro .

In questa chiesa fu battezzato il piccolo futuro grande  filosofo italiano, Giambattista Vico che ha dimorato fino ai suoi 17 anni al civico numero 31 di Via San Biagio dei librai ( ad  angolo con Via San Gregorio ) . Lo ricorda una lapide messa in bella vista sull’edificio che recita: < In questa cameretta nacque il XXIII giugno MDCLXVIII Giambattista Vico .Quì dimorò fino a diciassette anni e nella sottostante bottega di libraio , gestita dal padre Antonio , usava passare le notti nello studio >.

In questo basso unitamente ad un angusto vano soprastante di sei metri di lunghezza e tre di larghezza privo di servizi , visse il padre Antonio, con otto figli , in ristrettezze di ogni tipo , dividendo poverta’ e malattie . Si cucinava in strada su un fornello portatile visto che la casa era sprovvista di una cucina. La bottega era quasi tutta ostruita dal bancone di vendita e dagli scaffali , mentre l” unico punto luce era una piccola finestra sulla strada che affacciava di fronte ad un alto edificio e dalla quale pertanto entrava poca aria , luce e sole.
Qui’ nacque e visse Vico  insieme ad altre nove persone , studiando ininterrottamente sul bancone del padre. All’età di sette anni cadde dalla scala e battè violentemente la testa rimanendo per ben cinque ore senza conoscenza . Subì un frattura cranica ed una grossa tumefazione che comportò diverse incisioni di drenaggio . Il cerusico ( medico-barbiere) accorso sul luogo dell’ incidente  osservato  la rottura del  cranio e considerato il lungo svenimento fece  la sua prognosi : il povero bambino non aveva speranze in quanto  o sarebbe morto o nel migliore dei casi sarebbe sopravvissuto con grave danni cerebrali  e conseguenti deficit intellettivi .Ma per fortuna  nessuno dei due giudizi si avverò e dopo una lunga convalescenza durata  ben tre anni ,il giovane ragazzo pensò bene di utilizzare quel cervello miracolato per intraprendere i suoi studi ” matti e disperatissimi ” in piena autonomia nella piccola libreria del padre consegnando al mondo intero uno dei più grandi filosofi italiani di tutti i tempi.

 

Da  piazzetta dell’Olmo parte lo  stretto vicolo S. Gregorio Armeno che funge da  collegamento tra  il decumano  maggiore ( via tribunali ) a quello inferiore ( spaccanapoli ).In questa zona durante alcuni scavi sono state ritrovate piccole statuine in terracotta dedicate a Demetra ,Apollo e Diana a dimostrazione che probabilmente la tradizione di piccoli lavori in terracotta di personaggi si sia tramandata in questo luogo per secoli fino ad arrivare all’attuale arte presepiale venduta nei tanti negozi che affollano lo stretto cardine.

Il vicolo  opposto nel  cui angolo troviamo incastonato un pezzo di un’antica colonna romana ,si chiama vico figurari  il cui nome deriva da figurine ,( immagini religiose ) e dove probabilmente  già tanto tempo fa prima i cittadini greci e poi quelli romani offrivano come ex voto delle piccole figurine ( statuine ) di terracotta delle tante divinità adorate in questo antico luogo e fabbricate  nelle tante  botteghe che qui erano presenti.

Ni adesso saliamo  per via S. Gregorio Armeno , la famosa via popolare e nota in tutto il mondo per la presenza di botteghe dove si costruiscono pastori e presepi .
Potete qui fermarvi ed ammirare le tante botteghe di artigiani  e magari compare un piccolo corno portafortuna da regalare ad amici o parenti .

Lungo via San Gregorio troviamo il complesso di San Gregorio Armeno composto dalla chiesa e dal monastero con chiostro che prende il nome dalle spoglie del santo trasportate nella chiesa dalle monache armene riparate in Napoli per sfuggire alla persecuzione degli Inoclasti .
In questo edificio vivevano le monache di clausura del convento che nel tempo divennero sempre piu’ numerose . Questo porto’ alla necessita’ di costruire un piu’ ampio monastero sul lato opposto della strada . Le due strutture  furono poi congiunti dal cavalcavia tuttora esistente  che nel XVII secolo venne sormontato dal campanile della chiesa . Se ponete attenzione vedrete che si tratta di quel caratteristico campanile presente in fondo o al vicolo posto a cavallo  nel suo sbocco su via San Gaetano che univa il convento di San Gregorio con il dirimpettaio convento di San Pantaleo.

Da uno scalone sulla nostra destra si può accedere al convento tutt’ora abitato da suore  e ammirare il bellissimo chiostro ricco di agrumeti , e giardini ben curati, al cui centro si trova una grande fontana marmorea barocca  affiancata da due grandi sculture  a grandezza naturale che raffigurano Cristo e la Samaritana.

 

La chiesa presenta un interno fra i piu’ suggestivi del barocco napoletano .
Possiamo osservare in essa , una delle decorazioni barocche piu’ ricche e sfarzose della citta’, in cui spiccano preziosi affreschi di Luca Giordano .
La chiesa su progetto di Giovan Battista Lavagna dopo un restauro del 500 ,divenne ad unica navata con quattro cappelle laterali e fu realizzato lo straordinario soffitto cassettonato .

 

In fondo a destra  c’e la cappella di Santa Patrizia , secondo patrone di Napoli il cui sangue contenuto in un’ampolla si liquefà in presenza del popolo credente ogni anno il 25 agosto .

In questo luogo esisteva un tempo un Tempio dedicato alla dea Cerere (Demetra) alla quale i cittadini prima greci e poi romani offrivano come ex voto delle piccole statuine di terracotta fabbricate nelle tante botteghe del luogo.

Tratto significativo a testimonianza dell’esistenza di questo Tempio e del culto di Demetra in Napoli e’ la presenza sotto l’arco della torre di San Gregorio Armeno ,di un bassorilievo murato ( opera di un ignoto artista dell’epoca ) che .raffigura una fanciulla che reca sul capo un cesto e reggente una fiaccola in una mano .

 

Alla fine di San Gregorio Armeno lo stretto vico immette su Piazza San Gaetano  con al centro la statua del Santo.

Ci troviamo al centro del decumano Maggiore ,nella piazza più antica della vecchia Polis  dove si incontrava la cittadinanza e avvenivano gli eventi più importanti della città. La vecchia Agorà greco-romana

 

Di fronte, a noi invece si vede la basilica di San Lorenzo  con il contiguo monastero e il bel campanile in piperno risalente al 1487.
Il monastero era da considerarsi il vero cuore storico della Napoli antica : in questo luogo infatti risiedettero periodicamente, la prima università di Italia fondata da Federico II di Svevia nel 1224 e, stabilmente, il Tribunale della citta .
Quì ha avuto sede il famoso tribunale di S. Lorenzo , dove si riunivano gli eletti dei vari sedili, per discutere le questioni cittadine da sottoporre alle autorità.
Sulla facciata del campanile della basilica infatti, guardando in alto, vediamo apposti gli 8 stemmi rappresentanti i vecchi sedili di Napoli.
Nel monastero fu ospite dei frati francescani, il Petrarca nel 1343.
Il suo balcone è il luogo dove Masaniello con il suo discorso aizzò la folla alla rivolta .

 

Al di sotto del monastero vi sono i resti importantissimi e quasi intatti della Neapolis greco- romana , con le vie , le botteghe ed addirittura un forno.

 

Se volete potete visitare i resti archeologi con una visita guidata ( circa 45 minuti  ) recandovi  presso un  lato del  chiostro della chiesa dove si trova una scala che vi permetterà di scendere per una decina di metri sotto il suolo della basilica nell’area archeologica .Il chiostro è caratterizzato da un bel pozzo in marmo e piperno realizzato da Cosimo Fanzago posto al centro del cortile .

Attraversando la piazza dirigiamoci verso la cattedrale.
La facciata del 700 è stata realizzata dal celebre architetto napoletano Ferdinando Sanfelice, uno degli esponenti più straordinari e fecondi dell’ architettura barocca .
Al centro della facciata , si ammira l’elegante portale marmoreo originale del ‘300 con i battenti di legno che il Sanfelice vi lascio’ incastonati.
S. Lorenzo  è una delle chiese medioevali più importanti di Napoli e antica testimonianza della prima comunità francescana qui insediatasi.
Eretta alla fine del XII sec. sorge al di sopra di una preesistente chiesetta paleocristiana che a sua volta fu costruita sui resti di una basilica pagana del periodo greco-romano.

La chiesa al suo interno presenta una sola navata con cappelle laterali ed assume la classica forma a croce latina.
La zona absidale è opera di architetti francesi mentre il resto della costruzione fu affidato ad architetti locali che adottarono uno stile gotico più sobrio.

 


Spostiamoci  lateralmente alla navata e osserviamo le numerose cappelle di illustri personaggi dell’epoca in cui sono conservate numerose opere d’arte dei più grandi artisti e pittori dell’epoca.
Tra il   XVII e XVIII secolo l’edificio venne rinnovato in stile barocco.
Nel 1944 a seguito dei bombardamenti dell’ultima guerra l’interno fu restituito alle sue originarie forme gotiche.
L’altare maggiore ,opera di Giovanni da Nola è considerata una delle più belle opere rinascimentali di Napoli, in cui alle figure di santi , fa da sfondo una immagine della nostra città nel 500.
Nella chiesa di S. Lorenzo avvenne l’ incontro di Boccaccio con Maria , figlia naturale di re Roberto d ‘Angiò , immortalata come Fiammetta , alla quale lo scrittore dedicò molte opere.

Esattamente di fronte alla chiesa di San Lorenzo troviamo  la  Basilica dei Dioscuri di S.PAOLO MAGGIORE , costruita sulle rovine dell’antico tempio dei Dioscuri  ( Castore e Polluce , figli di Zeus ).
Essa risale alla fine dell’ ottavo secolo e fu eretta per celebrare la vittoria sui saraceni , avvenuta nel giorno di S. Paolo .
Saliamo la scalinata a doppia rampa in piperno a marmo bianco e sostiamo qualche minuto al piccolo belvedere antistante la chiesa.
Del preesistente tempio si possono ammirare all’ esterno le 2 bellissime colonne scanalate di stile corinzio e le basi di altre 2 che fanno parte integrante del disegno di facciata della chiesa.
Le 2 colonne corinzie sono quelle rimaste delle 8 che sorreggevano il tempio.

Il terremoto del 5 giugno 1688 fece crollare le 6 colonne oltre a danneggiare seriamente la chiesa. I marmi furono reimpiegati da Domenico Antonio Vaccaro e Francesco Solimena per la decorazione del pavimento e per le paraste della navata centrale.
Il Solimena realizzo’ anche molti rivestimenti in marmo colorato delle pareti .
Alle 2 estremità dell’ attuale facciata sotto le statue di San Pietro e di San Paolo , si vedono i dorsi dei Dioscuri che furono trovati , a loro tempo , tra le rovine del tempio pagano.

Nel 1538, la chiesa paleocristiana fu affidata ai Padri Teatini , presenti a Napoli dal 1532 con il loro fondatore San Gaetano Thiene, da cui prende appunto nome la piazza in cui si trova.
Tra la seconda metà del XVI secolo e gli inizi del XVII secolo la chiesa venne restaurata ed ampliata più volte: priva di cupola, oggi, l’ interno vasto e sontuoso ,tipicamente barocco , presenta rivestimenti in marmi policromi e pavimentazione a intarsi marmorei .
La pianta è a croce latina suddivisa da tre navate ( una principale e due laterali  con nove cappelle  laterali .
Al centro troviamo l’altare maggiore, progettato da Domenico Antonio Vaccaro e costruito nel 1743, con ai lati due colonne corinzie romane risalenti al VI secolo.
Sulla controfacciata è posto un dipinto di Giuseppe De Vivo del 1730, in cui è raffigurata la predica di San Giovanni Battista ai discepoli.
Hanno contribuito nel corso del 700 ai lavori di abbellimento della chiesa artisti come il Vaccaro , Solimena , Stanzione , Dionisio Lazzari e Giuseppe Simonelli.
Da ammirare i preziosi affreschi di Massimo Stanzione nel soffitto della navata centrale ricordando che purtroppo molti andarono perduti nel 1943 a seguito dei bombardamenti della II guerra mondiale.

 

 

 

Proseguendo oltre la Piazza lungo il decumano maggiore ,troviamo sulla nostra destra l ‘ ingresso alla napoli sotteranea .
Un bellissimo percorso guidato della durata di circa 90 minuti dove oltre ad ammirare i resti dell’antico acquedotto greco-romano e dei rifugi antiaerei della seconda guerra mondiale si possono visitare il museo della guerra , gli orti ipogei ed i resti dell’antico Teatro greco-romano dove l’Imperatore Nerone pare vi abbia cantato e recitato .

 


All’antico teatro capace di contenere circa 6000 spettatori vi si accede da un vascio (abitazione, solitamente di una sola stanza, al piano terra ) nel vicino vico  Cinquesanti.

 

L’acquedotto romano forniva acqua all’intera città e poi, dopo aver percorso quasi cento chilometri , giungeva fino all’area flegrea per riempire l’enorme cisterna di Bacoli , oggi conosciuta come Piscina Mirabilis che forniva di acqua l’intera flotta romana che si trovava a Miseno.

Usciti dalla Napoli sotterranea , se non siete ancora stanchi ed avete ancora un pò di tempo recatevi sulla destra e incominciate a percorrere Via Tribunali (  decumano maggiore ) .Subito a sinistra troviamo  il Palazzo dell’ Imperatore di Costantinopoli , appartenuto nel 1295 a Filippo d’ Angio’ , fratello del re Roberto ed ereditario del titolo di Imperatore di Costantinopoli , da cui il nome del palazzo (chiamato anche Palazzo dì Angiò ).

 

Molto caratteristici di questo palazzo sono i portici ed il portale ad ogiva ( arco a punta di stile gotico ) .
Ci troviamo di fronte all’ edificio più antico di Napoli , oggi purtroppo in pessimo stato di conservazione
In questo palazzo vi ha abitato nel suo soggiorno a Napoli il Boccaccio in una abitazione la cui finestra affaccia sul porticato
Nel 1600 il palazzo passo’ alla famiglia Cicinelli che impose modifiche di stile barocco .
Sotto questi porticati in piperno e sotto il portale gotico del 200 troviamo oggi numerose botteghe di prodotti alimentari e non, che nell’ insieme formano un pittoresco mercatino al coperto.                                                                         Durante il regno di Alfonso d’Aragona aveva sede in questo palazzo l’Accademia Pontaniana che nacque con l’intento di alimentare e coltivare le scienze , le lettere e le arti.

 

Poco distante sulla destra potete ammirare la vecchia chiesa di Santa Maria del Purgatorio ad Arco , iniziata ai primi del 1600 e terminata dal Fonzago verso la metà del secolo ; è detta del purgatorio per la volontà di celebrare messe con offerte ai defunti e ad arco per l’ antico seggio.

La chiesa fu costruita su commissione di molte nobili famiglie con l’ intento di realizzare un degno luogo di sepoltura ai morti poveri.

Sul suo  esterno sono poggiati teschi e femori mentre sulla sua facciata troviamo teschi e ossa incrociate nei fregi , motivo per cui è anche chiamata ” a chiesa d’à cap e mort “.

In questo luogo come in nessun altro si vede il grande cuore del popolo napoletano che ancora oggi si occupa dei defunti privi di nome e quindi del tutto dimenticati dai vivi per “alleviarne” le pene mediante preghiere.
Pensate che per secoli in questa chiesa sono state adottati dei teschi di un anonimo defunto (una capuzzella) per prendersene cura proteggendolo (talvolta in una piccola e rudimentale bacheca in legno e vetro) ed onorandolo con devozione continua tramite fiori,  lumini e preghiere amorevoli  per “arrefrescare  l’anime” e magari ottenere anche la sospirata grazia.

Al di sotto di essa vi è un ipogeo con un ossario , ritenuto tra i più antichi e famosi della città dopo quello delle Fontanelle .Uno dei teschi più famosi è quello di LUCIA , morta in un naufragio insieme al suo sposo a cui vengono ancora oggi richieste grazie e intercessioni attraverso l’offerta di fiori me ex voto.

Continuando il nostro itinerario, come potete vedere  sono numerosi i vicoli che di tanto in tanto si sviluppano stretti e lunghi ai lati del nostro percorso .Ognuno ha la sua storia ed i suoi segreti ed i suoi ” bassi ” che rendono particolare questa strada .Essi si sviluppano stretti e lunghi   ai due lati della nostra via tribunali .Spesso la prospettiva è tale che nella parte terminale del vicolo i palazzi frontali sembrano convergere e unirsi quasi a permettere alle donne affacciate ai balconi di poter meglio raccontarsi i pettegolezzi della giornata .Ogni vicolo ( cardine ) ha un suo nome – vico storto , vico giganti, vico panettieri ed andrebbero percorsi tutti per scoprire i loro segreti nascosti .  All’ingresso di uno di questi e cioè di vico del Fico al Purgatorio troviamo un busto di Pulcinella realizzato dallo scultore Lello Esposito dove è diventato oramai consuetudine accarezzarne il naso in quanto pare ” porti fortuna “.

A proposito di fortuna , vedrete all’altezza del civico 32 penzolare numerosi grossi corni . Si tratta dell ‘ingresso della nota pizzeria Sorbillo , di antica tradizione ,dove potete fermarvi per gustare un’ottima pizza ( purtroppo vi è spesso una grande folla e per entrare bisogna fare una lunga  attesa.

Continuando la nostra passeggiata incontriamo poi il caratteristico campanile della Pietrasanta risalente al X o XI  secolo. Realizzato in mattoni rossi e caratterizzato nella costruzione , dalla riutilizzazione di molti materiali di spoglio provenienti da monumenti di epoca precedente.

In questo campanile  vediamo una grande quantità di frammenti architettonici ed iscrizioni di epoca romana in marmo bianco .Sono tutti pezzi utilizzati come blocchi di costruzione ed incastonati nella struttura insiema a colonne e capitelli .
Sotto di esso vi è un grande arco che dovette costituire un utile passaggio in tempi addietro ,accanto al quale vi è un piccolo arco mentre in alto vi sono delle finestre bifore

Questo campanile fino a qualche tempo fa’ era considerato maledetto dal demonio perche’ di notte i gremiti di un maiale posseduto scuotevano gli animi degli abitanti riempendo la zona di terrore .

In realtà si trattava di racconti di leggende lontane , di quando , nonostante da tempo fosse accettata la fede cristiana , il popolo continuava di tanto in tanto a praticare culti al limite con quello pagano e fino a tutto il l seicento si continuava a svolgere in questo luogo ogni mese di maggio una grande festa conosciuta come ” gioco della Porcella” .
Si trattava di una reminiscenza dei sacrifici di maialini dedicati a Demetra , dea della terra che aveva il suo tempio poco lontano vicino Piazza San Gaetano .  D ‘altronde durante il Medioevo era consuetudine uccidere un maialino o una scrofa nella cattedrale principale di una citta’ o paese.
Secondo molti l’edificazione della vicina chiesa di Santa Maria Maggiore fu voluta dal vescovo di Napoli Pomponio proprio con il preciso obiettivo esorcistico di scacciare una volta per tutte il diavolo che si presentava appunto sotto forma di un abominevole porco terrorizzando i passanti di turno .

La leggenda narra che un giorno, in concomitanza di più persone che avevano contemporaneamente deciso di praticare l’antico culto pagano, le urla dei poveri maialini di notte si levarono strazianti e spaventose. La gente ne rimase spaventata  e quelle urla sembravan provenire proprio da quel luogo, da quella piazzetta ….. da sotto a quel campanile che fu considerato maledetto dal demonio.

Le persone impaurite associarono la presenza dell’animale alle donne che praticavano il culto della Dea Diana, quindi per loro quell’animale era il Diavolo travestito da maiale. Spaventati corsero tutti dal vescovo Pomponio, e lo supplicarono di pregare la Madonna per allontanare il demonio. Il vescovo spinto dalla folla organizzo’ subito una messa che dedico alla vergina Maria pregandola di intervenire seduta stante.

La risposta avvenne secondo il vescovo durante la notte grazie ad un suo sogno: la Vergine avrebbe raccomandato a Pomponio di andare nel luogo dove appariva il demonio, e di cercare con attenzione un panno di colore celeste,  e di scavare sotto quel panno fino a quando non riusciva a trovare una pietra di marmo che li si nascondeva.
Quello era il luogo dove egli doveva costruire una Basilica paleocristiana da dedicare alla Madonna se voleva liberarsi del demonio.

Alle  spalle del Campanile troviamo la  CHIESA DI SANTA MARIA MAGGIORE ALLA PIETRASANTA
Essa fu una delle 4 basiliche paleocristiane più importanti di Napoli insieme a quelle di : San Giovanni Maggiore – San Giorgio Maggiore -San Maria in Cosmodin a Portanova

E’ detta della pietrasanta da una pietra con una croce incisa su cui fu posta un’ immagine della Madonna . La pietra quando la si baciava procurava l’ indulgenza.
L’edificio sorse come basilica paleocristiana  , su una preesistente struttura di epoca  romana  ( fu infatti costruita sui resti del tempio di Diana , dea della caccia)
Ovviamente come per tutti i tempi pagani anche il Tempio di Diana aveva i suoi sacerdoti  o meglio le sue sacerdotesse  ( solo esclusivamente donne ) che  erano chiamate janare .
Il termine Janara sta per seguace di Jana , cioè di Diana , la dea della caccia e della luna .
Per questa sua ultima  sua natura lunare la dea era la protettrice di quelle sacerdotesse , temute e rispettate esperte nella ‘ magia del fare ‘ che poi  perderanno nel tempo , l’antico prestigio , diventando quelle che noi conosciamo come streghe .

La chiesa come la vediamo adesso fu rifatta da Cosimo a Fanzago nel 600 che la riedificò in stile barocco.
La tradizione vuole che vi sia sepolto papa Evaristo.
Nel 2011 gli speleologi hanno rinvenuto nel sottosuolo della chiesa dei simboli Templari.

 

Accanto alla chiesa troviamo  la cappella Pontano ,  un vero gioiello di architettura di epoca rinascimentale appartenente alla famiglia del poeta umanista Giovanni Pontano ,che abitava in quella via , nel vicino Palazzo Spinelli .

La cappella fu  commissionata nel 1492 dal famoso letterato umanista Giovanni Pontano ( segretario di Alfonso d’ Aragona )  , per dedicarla alla vergine e a S, Giovanni Evangelista e fu adibita a tempio funerario per sua moglie , Adriana Sassone.
La cappella  fu costruita dove precedentemente sorgeva un tempietto dedicato al dio Pan .
Si tratta  di una piccola cappella gentilizia a semplice pianta rettangolare con un bellissimo pavimento di stile fiorentino del 400 in mattonelle policrome.
L’ eleganza delle forme , l’ armonia delle sue proporzioni , di chiara ispirazione classica , rievocano lo stile dei migliori architetti fiorentini del primo 400 .

Continuando il nostro percorso prima di giungere in  piazzetta Miraglia troviamo alla nostra destra la  chiesa della Croce di Lucca, eretta nel 1537 assieme all’annesso Monastero delle suore carmelitane che fu dedicata al crocifisso del Duomo di Lucca.
La facciata mostra  un portale in piperno sormontato da un timpano dove in una nicchia  è inserito un dipinto raffigurante il Crocifisso.

L’ intero edificio fu ampliato nel 1600 da Francesco Antonio Picchiatti  . In particolare egli amplio’ il monastero e costrui’ un chiostro.
La chiesa fu ristrutturata tra il 1653 e il 1678 su progetto di Cosimo Fanzago. ed è dedicata al crocifisso ( volto santo ) del Duomo di Lucca di epoca medievale che raffigura cristo vestito con una tunica.
Un dipinto di questo crocifisso lo troviamo nella vicina chiesa di S. Pietro a Majella.

L’interno si presenta a navata unica con cappelle laterali mentre il soffitto a cassettoni racchiude il dipinto della Madonna del Carmine con Santi, opera di Gian Vincenzo Forlì.

Purtroppo nel 1899 per costruire e far posto alle cliniche universitarie che vediamo alle nostre spalle ,il grande monastero  della chiesa ed il suo chiostro insieme a quello della vicina chiesa della Sapienza furono abbattute . Stessa sorte capitò anche a due antichi palazzi nobiliari presenti in sede (palazzo d’ Aponte e palazzo De Curtis )che fuorno abbattuti per far posto ad edifici destinati alla costruzione del Policlinico

Entrambi i  monasteri, erano entrambi ricchi di opere d’ arte, pregevoli affreschi e dipinti su tela .Dopo il grande scempio operato rimase dell’intero patrimonio artistico la sola Chiesa di Lucca ( mutilata dell’abside ) salvata grazie al prodigarsi di Benedetto Croce . La struttura comunque subì un taglio di circa sette metri .
La chiesa della Croce di Lucca è attualmente sconsacrata, e sempre chiusa ..Anche la  chiesa della Sapienza doveva essere abbattuta ma alla fine Croce fece il miracolo e fu decisa la conservazione ( anche questa sempre chiusa ).

In fondo alla strada vediamo prospettarsi dinanzi a noi il bel campanile della chiesa di San Pietro a Majella                     La chiesa costruita nel 300  ha una facciata tutta in piperno caratterizzato  nella parte superiore da un rosone .
La chiesa costruita per volere di Roberto d’Angio’ sul luogo dove precedentemente sorgevano due monasteri femminili , uno dedicato a Santa Eufemia e l’altro a San’Agata e fu dedicata a Pietro da Morrone , un frate ,eremita del 200 ,che  divenne papa col nome di Celestino V .
La sua fu una figura  controversa ( Dante lo accusa di aver favorito l’ascesa di Bonifacio VIII-cioè la peggiore espressione del potere pontificio) , questo monaco proiettato dal suo eremo forse per fare “la testa di legno” delle fazioni politiche dell’epoca , si accorse di cos’era il trono di Pietro e rifiuto dopo poco tempo al titolo e cercò di tornare in povertà ma il Caetani , futuro successore col nome di Bonifacio IIX, lo imprigionò e l’uccise per cancellarne la memoria .

Nel suo interno la chiesa mostra  3 navate separate da pilastri sorreggenti archi gotici e dieci cappelle laterali .
Inizialmente questa chiesa fu costruita con un  impianto gotico ma successivamente nel XVI secolo fu rimaneggiata in stile barocco .
Successivamente con grandi lavori di restauro molte delle decorazioni seicentesche furono eliminate come si può’ vedere notando gli archi a sesto acuto e le volte a crociera delle navate laterali tipici dell’ arte gotica .
Senza prolungarci  oltre sul contenuto della chiesa dove altrimenti dovremmo sostare almeno un’ora , direi di focalizzare la nostra attenzione sul soffitto reso splendido dalle opere del Mattia Preti e nella bella e preziosa balaustra in marmi policromi ,opera di Cosimo Fanzago .

L’affresco che invece rappresenta ” la Madonna del Soccorso “, un po’ consumata dal tempo , nasconde una bella storia .
Si racconta che Giovanni d’Austria , figlio di Carlo V , prima della famosa battaglia di Lepanto ,  comandante della flotta della Lega , si reco’ da solo a pregare e chiedere protezione alla Madonna del Soccorso , inginocchiandosi proprio dinanzi a questo affresco.
Secondo le cronache del tempo fu proprio grazie alla protezione della santa madre che lo scontro andò a buon fine e Giovanni d’Austria sconfisse gli Ottomani dopo una furiosa battaglia nei pressi di Lepanto .
Si narra che poi in seguito al conflitto, nella chiesa di San Pietro a Maiella, l’intero esercito armato depose le proprie armi di fronte all’ immagine sacra per ringraziarla del dono ricevuto.

Nel lato opposto della chiesa colpisce un dipinto che raffigura Cristo vestito con una tunica Si tratta di un dipinto del crocifisso del Duomo di Lucca di epoca medievale .

Accanto alla chiesa troviamo il “Regio Conservatorio di Musica “.

L’attuale conservatorio musicale era un tempo l’annesso convento della vicina chiesa di San Pietro a Majella eretta da Roberto d’ Angiò nel 300 in onore di Celestino V , il papa che  ritiratosi sulla maiella in Abruzzo , come eremita , rinunciò al trono papale ottenuto nel 1294 ) . Dante nella sua divina commedia lo definì come “colui che fece, per viltade, il gran rifiuto ” In realtà il suo fu un rifiuto agli intrighi di potere .

Una volta soppresso il convento l’edificio divenne nella prima meta’ dell’800 la nuova sede del REGIO COLLEGIO DI MUSICA assorbendo i 4 istituti esistenti sino allora a Napoli e che avevano trovato una sistemazione provvisoria nel vicino monastero delle monache di San Sebastiano allora in disuso.

Divenne quindi dal 1826 il Conservatorio di musica a Napoli e la direzione fu affidata a Nicola Zingarelli
A Nicola Zingarelli si sono poi succeduti con gran successo altri noti personaggi come Gaetano Donizetti – Francesco Saverio Mercadante – Francesco Cilea- e tanti altri . Il conservatorio è stato infatti considerato negli anni un punto di riferimento fondamentale nella cultura musicale europea e rimane ancora oggi una delle più prestigiose scuole di musica in Italia ,
L’ antico convento dei celestini ( sede del conservatorio ) con i suoi due bellissimi chiostri ,ospita una biblioteca ed un museo storico con una preziosa raccolta di antichi strumenti musicali.

 

Usciti dallo stretto vicolo possiamo a sinistra avventurarci nella piccola stradina di  Via San Sebastiano ,oggi nota per la presenza di numerosi negozi che vendono strumenti musicali ( ricordate che siamo vicini al Conservatorio di musica di San Pietro a Majella ) ed un tempo nota per la presenza dell’antico monastero di San Sebastiano.
Alla fine di  questa stradina sulla nostra destra  possiamo notare la  piccola chiesa  di Santa Marta del XIV secolo costruita per volere  di Margherita di Durazzo, ( madre di re Ladislao ) sul finire del Trecento.

 

La facciata della chiesa risale al XV secolo e presenta delle monofore gotiche e un arco ribassato di stile catalano . All’ interno  di grande suggestione appaiono le numerose teche con statue di santi che popolano la navata.Gli altari e le decorazioni risalgono rispettivamente al XVIII e al XIX secolo.
Nel 1647, durante la rivolta di Masaniello, la chiesa fu teatro di violenti tumulti riportando gravi danni ; gli spagnoli la occuparono per stanare i rivoltosi, derubandola e distruggendola dandogli fuoco . Nel saccheggio e nell’ incendio , molte delle opere presenti purtroppo  vennero distrutte.

La stradina incrocia alla sua fine la famosa via Spaccanapoli, proprio nel tratto in cui incomincia alla nostra sinistra il primo tratto dedicato a Benedetto Croce e alla nostra destra l’ altrettanto famoso Monastero di Santa Chiara .

Se invece alla fine dello stretta strada dove si trova il Conservatorio di Musica ci dirigiamo a destra ci troviamo nella vicina Piazzetta Bellini .
Prima che la piazza assumesse l ‘ aspetto odierno, numerosi erano i conventi ed i giardini che la circondavano.
In origine era solo uno slargo , dove però vi passavano le antiche mura della greca Neapolis.
Ancora oggi in questa piazza possiamo ammirare uno scavo da cui affiora un tratto della murazione della antica città greca (V o VI sec. a.c.. Esse sono insieme ad altri pochi reperti , i soli visibili in città , dalla strada.                                             Da questo scavo possiamo renderci conto come l’attuale città sia sorta sopra le antiche vestigie della antica Neapolis le cui mura appaiono più basse di almeno tre metri .

Piazza Bellini , si intitola al grande musicista che fu per moltissimi anni a Napoli a studiare nel conservatorio poco distante. Il monumento a Bellini è un ‘ opera dell’ 800 di Alfonso Bazzico che volle rappresentare nelle nicchie del basamento ,le 4 eroine della lirica belliniana : Norma – Amina- Giulietta – Elvira .                                                                        Dietro gli scavi e al monumento dedicato al Bellini veniamo subito colpiti , in fondo alla piazza , da un palazzo con un magnifico scalone a doppia rampa del 700 , Si tratta del vecchio monastero di Sant’Antonio delle monache a Port’Alba , oggi adibito a sede di una biblioteca universitaria , nel cui interno è visibile un bellissimo chiostro .

 

Alla destra dell’ex monastero ,possiamo vedere  quel che resta del vecchio ma prestigioso palazzo del Principe Conca così ridotto dal terremoto del 1694   di cui si è salvata la sola facciata in pietra piperno, che rimase intatta come la si vede adesso. Il palazzo ha perso il suo strato d’intonaco e mostra chiaramente i suoi grossi  e irregolari mattoni che non sono altro che blocchi di tufo delle mura greche , smontati e riutilizzati per la costruzione dell’edificio come si era solito fare all’epoca .    Una usanza che vedremo applicata anche  per altri palazzi e monumenti del nostro percorso .

Alla sinistra dell’ex monastero possiamo  invece  ammirare ,attraversando la strada il seicentesco palazzo fatto edificare a suo tempo, dal Principe Firrao e commissionato al celebre architetto Cosimo Fanzago che disegnò l’attuale bella facciata che mostra come potete vedere un notevole apparato decorativo tra cui numerose nicchie con busti marmorei.

Da Piazza Bellini possiamo imboccare la stretta stradina di Port’Alba che conduce nella grande Piazza oggi dedicata al sommo poeta Alighiero Dante la cui statua , opera di Tito Angelino ,è situata  al centro del largo spiazzo .

Attraversiamo ora Port’Alba e addentriamoci in  in quel vicolo oggi ricco di librerie .
Via Port’alba e’ una strada ricca di antiche librerie e bancarelle , frequentata un tempo anche dal famoso Benedetto Croce , sempre alla ricerca di antichi e suggestivi libri .

 

Piazza Dante un tempo era chiamata  anche “Foro Carolino ” dopo che Carlo di Borbone fece costruire l ‘attuale emiciclo dorico che vediamo dinanzi a noi lasciandoci alle spalle la statua di Dante .

 

L’emiciclo di ordine- dorico che attualmente delinea la piazza fù voluto da carlo III ed eseguito da Luigi Vanvitelli.
Sulla balaustra possiamo notare 26 statue ( di cui 3 di Giuseppe Sammartino ) che rappresentano altrettante virtù di re Carlo

 

Nel centro dell ‘ emiciclo , l ‘architetto Vanvitelli aveva ideato una specie di abside entro la quale doveva essere posta una statua equestre in bronzo di re Carlo di Borbone; ma in realta vi risiedette provvisoriamente ( 35 anni ), e sempre coperto da un telone, un fac-simile in gesso , finchè durante la repubblica partenopea un patriota tolse il telone e con un colpo di sciabola decapitò il re .Il   gesto scatenò la folla che fece a pezzi l’intero monumento che fu sostituito con l ‘albero della libertà .
L’ abside diventerà poi il portone di ingresso dell’ istituto dei gesuiti  frequentato all’ epoca dai figli della nobilta’ napoletana).
L’ ingresso principale di questo istituto in verita si trovava inizialmente alle spalle di largo mercatello , cioe nella stretta via San Sebastiano . La ricca nobilta ben presto pero’ reclamo’ un ingresso piu largo e spazioso che consentisse alle loro carrozze che accompagnavano i figli una maggiore facilita’ di manovra, e fu cosi’ che il portone fu aperto dal lato opposto dell ‘ edificio , al centro del colonnato della piazza.

Potete capire quindi perché” durante la rivoluzione i gesuiti , considerati  i preti della monarchia furono costretti a scappare con 25 carrozze chiuse , protette e scortate dalla guardia nazionale . I padri di Sant’ Ignazio erano  infatti considerati un’ unica cosa con i ricchi nobili e la monarchia , ed erano visti non molto bene dal affamato popolo napoletano .
Piazza Mercatello fù purtroppo anche uno dei centri di raccolta degli infermi durante la terribile peste  del 1656 che colpi  Napoli decimandone la popolazione .
Un quadro di Gargiulo Domenico detto ” Micco Spadaro custodito nella certosa di san Martino , ne dà una sconcertante rappresentazione.
Micco diminutivo di Domenico e spadaro perchè era questo il mestiere del padre .
In quel quadro si intravede anche la demolita porta Reale che si trovava all’ inizio dell’attuale Via Toledo .

Un tempo la cinta muraria della città lambiva proprio il punto di largo mercatello e la piazza era quindi completamente fuori dal perimetro difensivo della città .
Da Largo Mercatiello per entrare in citta’ bisognava fare un lungo giro ed arrivare fino alla Porta di Costantinopoli che si trovava nei pressi dell’attuale Museo Archeologico .
I popolani pensarono cosi’ di praticare nel muraglione della cinta muraria un grosso ” PERTUGIO ” cioè un grosso buco  per evitare di fare il lungo giro .
Nel 1625 il vicerè Antonio de Toledo , duca d ‘ alba , su sollecitazione di Paolo di Sangro , principe di Sansevero , che accolse la petizione dei napoletani e la presentò al vicerè , acconsentì alla trasformazione del “pertigium” in porta , a condizioni che le spese fossero sopportate dalla popolazione locale .

Nacque così la Porta da cui prima siamo usciti che assunse  il nome del vicerè ( PORT’ALBA ), ma i napoletani per lungo tempo ( ed ancora oggi di tanto in tanto ), hanno continuato a chiamarla “porta sciuscella ” dal nome dei frutti di carrubo , che sospinti dal vento , dal giardino del vicino convento di san Sebastiano piovevano in strada e venivano raccolti dalla gente del popolo.
La porta che ora si vede , non è quella originale , in quanto nel 1797 fu ristrutturata e fu posta sopra di essa la statua bronzea di san Gaetano che prima sormontava la demolita Porta Reale

Un tempo alla sommità di Port’Alba vi era un bellissimo affresco realizzato dal grande pittore Mattia Preti di origine calabrese , seguace dell’ancor più celebre Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Si trattava di un ‘ opera votiva realizzata in occasione della peste che imperversò a Napoli nel 1656 .Tale opera purtroppo è andata completamente perduta nel tempo.

La Storia  di questo affresco e di altre che erano presenti su tutte le porte di Napoli nasconde un’incredibile episodio .
Partiamo dal fatto che Mattia Preti, detto il Cavalier Calabrese , giunse a Napoli in circostanze  quantomeno singolari grazie al suo temperamento animoso e aggressivo.

A Roma dopo una violenta discussione assassinò un critico d’arte che male aveva giudicato i suoi affreschi in Sant’Andrea della Valle e, per tale motivo, dovette fuggire nottetempo alla volta di Napoli. Ma una volta giunto a Napoli per cercarvi rifugio commise un secondo grave delitto.

Egli per cercare di oltrepassare il blocco sanitario che per motivi di sicurezza impediva a chiunque di entrarvi (la città era preda di una delle più terribili pestilenze) uccise una delle guardie che gli sbarravano il passo.
Il Mattia Preti era in una situazione tragica, alle sue spalle gli inseguitori e davanti un gendarme ostinato. Lo pregò e supplicò ma l’ uomo gli puntò l’alabarda sul petto e gli ordinò di allontanarsi. A questo punto egli afferrò il pugnale e assassinò il gendarme.

Egli allora fuggi verso Napoli in cerca di un nascondiglio sicuro.
L’uomo, riconosciuto, fu ricercato, arrestato e condannato alla pena capitale.

Ma anche questa volta riuscì a farla franca: uccidere un pittore di quel valore sarebbe stato un peccato.
Il tribunale della vicaria decise così di commutargli la pena: avrebbe dovuto dipingere quadri votivi su tutte le porte della città con scene sacre in segno di ringraziamento per lo scampato pericolo dalla peste: PORT’ALBA – PORTA NOLANA – PORTA CAPUANA – PORTA S. GENNARO (di tali affreschi purtroppo non vi è rimasta alcuna traccia tranne quelli ancora visibili ma molto degradati situati sopra l’arco di Porta S. Gennaro).

Dopo questo episodio invece, il temuto spadaccino nonchè grande artista, si trasformò nel più mite dei monaci e si trasferì a Malta.

Non manco’ comunque di lasciare nella nostra città altri capolavori come il ciclo, sul soffitto della chiesa di San Pietro a Maiella, il San Sebastiano per la chiesa di S.Maria dei Sette Dolori e la Madonna di Costantinopoli nella chiesa di San’Agostino agli Scalzi.
Al museo di Capodimonte e a Palazzo Reale possiamo ammirare inoltre le due redazioni del Figliuol prodigo.

Mattia Preti Insieme ad  Aniello Falcone ,Salvator Rosa e altri artisti  fece parte della ” compagnia della morte ” così chiamata perchè coloro che ne facevano parte erano terribili spadaccini, animosi e vendicativi .
La compagnia era stata creata da Aniello Falcone per vendicare la morte di un amico , con lo scopo di uccidere tutti gli spagnoli che gli venissero a tiro durante le loro escursioni in città.
La compagnia divento’ un vero incubo per i soldati spagnoli poiche’ i terribili spadaccini non mancarono di uccidere numerosi soldati spagnoli presenti a Napoli in quel periodo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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