IL MIGLIO D’ORO

Con il termine “Miglio d’oro“ oggi si intende quel tratto di strada che parte da San Giovanni a Teduccio ed arriva fino ai confini di Torre Annunziata.

Per “Miglio d’oro” in passato si intendeva un tratto di strada rettilineo tra Ercolano e Torre del Greco, ricco di ville di molte famiglie gentilizie, la cui lunghezza misurava esattamente un miglio secondo il sistema di unità di misura in uso nella prima metà del Settecento.
Esso per due terzi si estendeva nel territorio di Ercolano e per un terzo in quello di Torre del Greco.
Successivamente, il concetto di Miglio d’oro si estese poi ai comuni di Portici e di San Giorgio a Cremano. Questo allargamento ha di conseguenza creato un equivoco in quanto non si può parlare di “miglio” per un territorio allungato su ben quattro miglia.

Il percorso voleva collegare idealmente il palazzo Reale di Napoli con il palazzo Reale di Portici, residenza estiva fortemente voluta del re Carlo di Borbone e sua moglie Maria Amalia.
Una volta costruita la sua reggia, molte famiglie gentilizie per essere vicine ai sovrani, costruirono anch’esse lussuose ville che finirono per costituire il cosiddetto “miglio d’oro“.

Il tratto di strada fu anche detto “Strada regia delle Calabrie“, e si trova tutt’oggi lungo il tracciato costiero dei comuni vesuviani fino ad arrivare alle pendici del Vesuvio.

E’ composto da un patrimonio immobiliare di 120 ville su 200 finite sotto la protezione dell’Ente per le Ville vesuviane, in gran parte di fondazione regio meridionale e borbonica e quasi tutte di fabbricazione settecentesca.
L’antica Strada Regia delle Calabrie, vede ancora oggi affacciarsi alcune delle meravigliose ville settecentesche nobiliari, costruite nei comuni di Portici, Resina, Barra S. Giorgio a Cremano e Torre del Greco.

Tutto nasce quando nel 1738 Carlo di Borbone, recatosi in visita al principe d’Elboeuf, insieme a sua moglie Maria Amalia, fu piacevolmente colpito dalla bellezza della zona di Portici, a tal punto che avanzò idea di edificarvi una sua vera e propria reggia.
Il paesaggio era straordinario, il panorama spaziava su tutto il Golfo di Napoli con vista su Capri, Ischia e Procida , una rigogliosa selva degradava verso il mare, l’aria era salubre e le campagne molto fertili.
Solo il vulcano poteva incutere timore, ma non a Carlo di Borbone, che acquistò terre e palazzi nella zona, con l’idea iniziale di creare una vasta tenuta, che diradasse dal Vesuvio al mare dove costruirvi una propria residenza.
Ovviamente essendo un megalomane con idee di grandezza (basta vedere la Reggia di Caserta e l’Albergo dei poveri a Napoli) egli non si accontentava di una semplice residenza reale, ma doveva avere per lui la più bella residenza estiva che un re avesse mai avuto.

Fu così cominciata nel 1738 la Reggia di Portici commissionata ad Antonio Canevari, con il suo Parco bellissimo, enorme e degradante verso il mare, arricchita con statue di Ercolano e Pompei.
Il re per valorizzare la sua residenza estiva e accrescere tutta la zona sancì il privilegio dell’esenzione fiscale; vantaggio che allettò la nobiltà e il clero partenopeo a stabilirsi nella campagna vesuviana o lungo la zona costiera ai piedi del Vesuvio.

Il prestigio della presenza della dimora reale, il fascino delle vestigia dell’antichità, e la bellezza del luogo che tanto piaceva ai sovrani, fecero sì che l’intera corte napoletana e molti altri nobili, decisero, per essere vicine ai sovrani, di trasferirsi nel luogo facendosi costruire lussuose ville cortigiane e giardini rococò e neoclassici da architetti del calibro di Luigi Vanvitelli, Ferdinando Fuga, Ferdinando Sanfelice, Domenico Antonio Vaccaro, Mario Gioffredo.

Costruzioni sontuose, decorazioni architettoniche di pregio, ma sopratutto un unico elemento imprescindibile: il giardino.
Le ville avevano per la maggior parte la facciata esposta sulla reggia strada del Miglio in maniera tale da poter essere facilmente ammirate ed erano affiancate da parchi e ampie zone di sosta per lo scorrimento veloce delle carrozze, molto intenso durante le villeggiature e le feste all’epoca del regno dei Borbone.

Al giardino, spesso separato dalla villa, vi si poteva accedere per terrazze o scale con un immancabile viale lungo e largo spesso anche più di uno e talvolta incrociati tra loro, dove con un sistema di tralci e di viti si poteva ottenere il pergolato per amene passeggiate.

Il giardino era il vero pezzo forte della villa, dove ci si scatenava nel mostrare la propria magnificenza. Si faceva a gara nell’avere il giardino più bello. Impazzò la moda di disegnare viali che conducevano a delle esedre a loro volta movimentate da vasche e giochi d’acqua in un gorgoglìo continuo.

I giardini distesi sul pendio digradavano verso la spiaggia tra aiuole, piccoli boschetti, padiglioni, gazebo e gli esclusivi caffeaus, una sorta di piccoli capanni costruiti per viverci in quiete una o due ore al giorno, con mobilio di canapè, finestrino e cupolino, pensati e realizzati in prospettiva quasi sicuramente di panorami adagiati sotto il sole della Baia e la brezza del Golfo.

Elemento immancabile nei giardini era anche l’effige di San Gennaro in qualità di simbolo anti-vesuvio, visto i suoi benefici poteri mostrati nella famosa eruzione (si era conquistato il titolo sul campo di battaglia nell’eruzione del 1767, quando la lava si arrestò all’ingresso della città mentre tutto il popolo con padre Rocco in testa invocava pregando il suo aiuto).

L’unico elemento contrario infatti alla costruzione delle ville in quel luogo era proprio una temibile eruzione del Vulcano al quale provvedeva l’effigie demonizzatrice  di San Gennaro incapsulato sotto coperture di legno o in calco di gesso in nicchie più stabili.

Le magnifiche ville vennero costruite e disposti spesso in successione in modo da costituire una compatta cortina di fabbriche, tutte allineate tra loro secondo un rigido schema, su suggerimento del duca Carafa, e patrocinato direttamente dalla Casa reale, secondo un asse ideale che collegava il Vesuvio al mare.

Venne alla luce in questo modo un complesso architettonico unico al mondo per quantità e bellezza; Ville di delizia, residenze suburbane lontane dalle città, costruite per il solo piacere della nobiltà nei periodi di villeggiatura che fecero meritare il nome di Miglio d’Oro al tratto di strada che costeggiava le nobili costruzioni.

In verità, tali ville si rivelarono spasso anche un lucroso affare in considerazione del grasso mercato illegale di opere d’antiquariato che si venne a creare (ed esiste tutt’ora più forte che mai) che venivano spedite all’estero a ricchi committenti. Seguì infatti nelle aree più vicine alle ville, spesso ad opera dei stessi proprietari, un lungo periodo di scavi a caccia di reperti di antichità col sistema dei cunicoli da richiudere appena scovato il pezzo.

Ancora oggi sono censite dall’Ente Ville Vesuviane ben 122 ville del XVIII secolo, realizzate in barocco napoletano dai migliori architetti dell’epoca tra le quali, la Reggia Reale, Palazzo d’Elbeuf e Palazzo Ruffo di Bagnara a Portici, Villa Bisignano a Barra, Villa Bruno, Villa Vannucchi e Villa Pignatelli a San Giorgio a Cremano, Palazzo Vallelonga, Villa Prota, Villa Mennella e Villa delle Ginestre a Torre del Greco, Villa Campolieto, Villa Favorita, Villa Aprile a Ercolano.

Il declino del Miglio d’Oro si ebbe con la costruzione della prima linea ferroviaria d’Italia: la Napoli-Portici nel 1839.
La linea ferroviaria coincise con l’instaurarsi nella zona di un numero sempre maggiore di concerie ed industrie di pellami. Nelle aree portuali si instaurarono cantieri navali divenuti poi prestigiosi.
Lo sviluppo industriale locale richiamò ovviamente un crescente numero di impiegati nel settore manifatturiero e della meccanica navale che incominciarono ad abitare la zona.
Questo provocò l’allontanamento della nobiltà che vi aveva stabilito dimora di vacanza.

Più tardi dopo il 1860 vi fu anche un lento ma progressivo insediamento della borghesia e del proletariato che contribuì ad incrementare la commistione tra le ville del Miglio d’Oro e le fabbriche ad intensa attività produttiva.
I proprietari delle ville lungo il Miglio d’oro, per lo più eredi degli aristocratici borbonici che le avevano costruite, non furono in grado di garantirne la conservazione, già pregiudicata dai saccheggi ed i bombardamenti della Seconda guerra mondiale e dalla successiva speculazione edilizia.
Il Parlamento Italiano, emanò di conseguenza nel 1971 un decreto in cui istituì l’Ente per le Ville Vesuviane “allo scopo di provvedere alla conservazione, al restauro e alla valorizzazione del patrimonio artistico costituito dalle Ville Vesuviane”.

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