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Per molti secoli le città dell’Italia antica si sono riconosciute attraverso i loro fiumi. La Campania era il Volturno, Salerno l’Irno; Napoli, prima ancora di diventare città, fu il Sebeto. Non stupisce che le fonti medioevali e rinascimentali la ricordassero come Sebezia: il nome del fiume coincideva con quello del luogo, come accade quando una presenza naturale precede e fonda l’identità di un territorio.

Quando i Greci giunsero sulle coste del golfo, tra l’VIII e il VII secolo a.C., questo territorio non era affatto disabitato. Il Sebeto scorreva già da secoli, e lungo le sue acque vivevano comunità umane profondamente legate al paesaggio fluviale. Le popolazioni autoctone della Campania erano di ceppo italico: Opici, Ausoni, Aurunci e Osci. Tra esse, gli Opici rappresentano il nucleo più antico, attestato già in epoca neolitica e protostorica. Vivevano in piccoli gruppi, spesso in grotte naturali e ripari rupestri, praticando un’economia pastorale e agricola essenziale, adattata a un ambiente segnato da corsi d’acqua, zone paludose e suoli vulcanici.

Il Sebeto costituiva per queste comunità una risorsa vitale. Le sue acque garantivano approvvigionamento, fertilità dei terreni, possibilità di pesca e di allevamento. Non vi erano città nel senso greco del termine, ma insediamenti sparsi, distribuiti tra la pianura e le alture circostanti, in un equilibrio antico tra mobilità e radicamento. Gli Ausoni e gli Aurunci occupavano prevalentemente le zone collinari e montuose, mentre gli Osci, giunti in una fase successiva, consolidarono il controllo delle campagne e delle vie di comunicazione, entrando in contatto sia con il mondo etrusco sia con quello greco.

L’incontro con i Greci non avvenne dunque su una terra vergine, ma su un tessuto umano già strutturato. Il Sebeto divenne un elemento di mediazione: i Greci ne compresero il valore strategico e simbolico, lo incanalarono e lo integrarono nel sistema idrico della città. Palepoli prima e Neapolis poi furono rifornite dalle sue acque; già nel 470 a.C. il fiume era stato regolato dai Greci Cumani, e nel 47 a.C. fu incluso nell’acquedotto augusteo, confermando la continuità del suo ruolo vitale,

Il fiume Sebeto come oggi tutti sanno, nasceva dalle pendici del Monte Somma, ma  ricostruire il corso originario è operazione complessa, resa assai difficile dai continui sconvolgimenti vulcanici, dai terremoti e dall’intervento umano. Tuttavia, le testimonianze storiche e topografiche consentono di delineare un tracciato plausibile: il fiume scendeva verso la pianura orientale, attraversando le aree di Pollena e Cercola, per poi dividersi in più rami che si insinuavano tra paludi e campi fertili, fino a raggiungere la città e il mare.

Secondo l’archeologo Mario Napoli, il Sebeto si divideva in due rami principali, rinforzati dalle acque dei lavinai collinari. Il suo corso arrivava fino all’area dell’odierna piazza Dante e di via Medina, per poi riversarsi in mare tra piazza Municipio e Santa Lucia. Lungo le sue rive sorsero mulini ad acqua, come quello del Maltempo, del Salice, dei Certosini e delle Carcioffole, segno di un utilizzo continuo e organizzato del fiume nel corso dei secoli.

Fin dall’antichità il Sebeto fu percepito come presenza sacra. Virgilio lo celebrò come la ninfa Sebetide; Papinio Stazio collocò presso la sua foce la tomba della sirena Partenope, fondendo mito e topografia in una narrazione che rendeva il paesaggio parte integrante dell’identità cittadina. Ma già nel Medioevo la distanza tra il fiume mitico e quello reale si fece evidente. Nel 1340 Francesco Petrarca, giunto a Napoli con l’immagine idealizzata delle sue acque, si trovò davanti un rigagnolo quasi inghiottito dai palazzi. Dopo il maremoto del 1343 descrisse il Sebeto come una fogna sotterranea; anche Boccaccio ne parlò come di un corso d’acqua ormai degradato e nascosto.

Nel XVI secolo Giovanni Pontano tentò di restituirgli dignità mitica, narrando la leggenda del giovane dio Sebeto innamorato di Megara. Alla morte della fanciulla, annegata presso l’isolotto che avrebbe preso il suo nome, il dolore del dio si trasformò in fiume, destinato a sfociare proprio nel luogo della tragedia. Ma neppure Pontano poté ignorare che il Sebeto reale stava scomparendo sotto la città.

Alla fine del XVII secolo Bernard-Germain-Étienne de la Ville-sur-Illon individuò le cause del suo sprofondamento nei terremoti del 63 d.C. e nelle eruzioni vesuviane a partire dal 79, aggravate dall’espansione urbana. L’abate Celano sottolineò come la situazione fosse peggiorata dopo i lavori per l’acquedotto del Carmignano, voluti nel 1629 dal viceré Emanuel de Guzmán y Fonseca, lo stesso che nel 1635 commissionò a Cosimo Fanzago la monumentale Fontana del Sebeto a Mergellina, quasi a fissare in marmo ciò che stava scomparendo nella realtà.

Presso Porta Mercato resta la via del Sebeto, accanto alle rovine di un tempietto marmoreo di età imperiale dedicato al dio fluviale da Publio Mevio Eutico, raffigurato anche su monete del V secolo a.C. con il nome di Sepeithos. Fino al 1799 il fiume affiorava ancora nelle zone paludose; un suo rigagnolo scorreva sotto il Ponte della Maddalena.

Nel XIX secolo Ferdinando II di Borbone, tra il 1833 e il 1847, promosse l’insediamento di industrie nella zona dei Granili, coprendo ulteriormente il Sebeto, e completò la bonifica dell’area di Sant’Anna a Paludi nel 1850. Nel 1855 l’ingegnere Melisurgo scrisse che il fiume era ormai sotterraneo da oltre cinque secoli. Con l’acquedotto del Serino del 1884 e con i progetti del Risanamento, ogni traccia residua scomparve quasi del tutto. Le bonifiche del Novecento e l’incanalamento del Lagno Pollena portarono infine alla nascita dell’odierna via Argine.

Oggi del Sebeto rimane poco più di una stampa del 1690, come ricorda Flavio Russo. Ma il fiume non è soltanto ciò che non si vede più. È una presenza che ha preceduto la città e l’ha accompagnata per millenni, attraversando culture, miti e trasformazioni. Come accade per molte acque antiche, il Sebeto continua a scorrere sotto la superficie della memoria, ricordando a Napoli che la sua storia è fatta anche di ciò che il tempo ha coperto, ma non cancellato.

 

 

 

 

 

 

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