Screenshot

Loading

Nato a Capua il 6 gennaio del 1856, Giuseppe Martucci, figlio del trombettista Gaetano Martucci e di Orsola Martucciello, fu uno di quei rari casi in cui il talento si manifesta precocemente e con evidenza irresistibile.
Dotato di un icredibile talento egli a soli otto anni,si esibiva già in pubblico come pianista, rivelandosi uno dei più straordinari bambini prodigio della musica italiana dell’Ottocento.
Si racconta a tal proposito che fin fa adolescente teneva concerti solistici al pianoforte, attirando l’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori come autentico bambino prodigio.

Formatosi al Conservatorio di Napoli sotto la guida di maestri come Beniamino Cesi per il pianoforte e Paolo Serrao per la composizione, Martucci divenne rapidamente un pianista di respiro internazionale. intraprendendo  una brillante carriera concertistica .

Le sue tournée lo portarono in Francia, Germania e Gran Bretagna, e il suo nome fu accolto con stima da figure leggendarie come Anton Rubinstein e Franz Liszt. Ma ridurre Martucci alla sola dimensione del virtuoso sarebbe limitante: la sua grandezza risiede soprattutto nella visione culturale che seppe incarnare.

In un’Italia musicale dominata quasi esclusivamente dal melodramma, Martucci compì una scelta radicale e coraggiosa: rinunciò consapevolmente all’opera lirica teatrale per dedicarsi alla musica strumentale, sinfonica e cameristica. Una scelta controcorrente che gli costò una popolarità più ampia, ma che oggi lo consegna alla storia come il maggiore esponente della musica strumentale italiana tra Otto e Novecento.

Divenne così il principale interprete italiano della grande tradizione sinfonica europea, contribuendo alla diffusione in Italia di Beethoven, Schumann, Brahms, Wagner e Franck. Storica fu la prima esecuzione italiana del Tristano e Isotta di Richard Wagner, da lui diretta a Bologna nel 1888.

Compositore raffinato, ci ha lasciata alla sua morte ,un catalogo musicale che comprende  circa un centinaio di opere: due sinfonie di ampio respiro architettonico, due concerti per pianoforte e orchestra, musica da camera di grande raffinatezza, un vasto corpus pianistico e pagine vocali di intensa liricità, come il ciclo romantico La canzone dei ricordi, ancora oggi frequentemente eseguito. In queste composizioni si avverte una profonda adesione alla grande tradizione sinfonica europea, da Beethoven a Brahms, da Schumann a Franck, assimilata però con una voce personale, mai derivativa. 

Accanto all’attività compositiva, Martucci fu direttore d’orchestra e instancabile animatore culturale. Fondò l’Orchestra Napoletana e contribuì in modo decisivo alla diffusione in Italia della musica sinfonica tedesca e francese. Storica rimane la prima esecuzione italiana del Tristano e Isotta di Richard Wagner, da lui diretta a Bologna nel 1888: un evento che segnò una svolta nel panorama musicale nazionale.

Dal 1886 al 1902 fu direttore del Liceo musicale di Bologna, e poi nuovamente del Conservatorio di Napoli. In queste istituzioni formò intere generazioni di musicisti: tra i suoi allievi spiccano Ottorino Respighi per la composizione e Giovanni Anfossi per il pianoforte, testimoni di una scuola rigorosa ma aperta, profondamente europea nello spirito.

La vita privata di Martucci fu segnata dall’unione con Maria Colella, sposata nel 1879 e destinataria di alcune delle sue opere più importanti, incluse entrambe le sinfonie. Alla sua morte, avvenuta a Napoli il 1º giugno 1909, lo Stato riconobbe il valore della sua opera concedendo alla vedova una pensione annua: un gesto che suggellava ufficialmente il peso culturale della sua figura.

Oggi, documenti e oggetti appartenuti a Martucci sono conservati nel Museo Provinciale Campano di Capua, a testimonianza di un legame mai interrotto con la sua città natale. Ma il suo lascito più autentico resta la musica: una musica che parla di rigore, di libertà intellettuale, di fedeltà a un’idea alta dell’arte.

Ricordare Giuseppe Martucci significa non solo celebrare un gande musicista , ma anche riscoprire un artista libero, che seppe seguire la propria visione senza piegarsi alle mode del suo tempo per seguire, con coerenza e passione, la voce più intima del proprio genio

La sua musica resta una voce alta e necessaria nella storia culturale italiana, capace ancora oggi di parlare a chi cerca profondità e rigore

 

 

 

 

 

Commenti via Facebook
  • 4
  • 0