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Il 13 agosto 1912 nasceva a Torre del Greco Francesco Albanese, una delle voci più eleganti espresse dalla terra vesuviana nel Novecento. Il suo nome appartiene alla storia della lirica italiana, ma anche a quella della canzone napoletana, interpretata senza compiacimenti e senza forzature, con una voce limpida, calda e sorvegliata, capace di conservare il valore della parola anche quando la melodia richiedeva l’ampiezza del canto teatrale.
Ancora giovane si trasferì negli Stati Uniti, dove alcune ricostruzioni biografiche collocano una prima fase della sua formazione musicale e la vittoria di un concorso di canto a Boston. Tornato in Italia, studiò a Roma con Francesco Salfi e cominciò a incidere già nella seconda metà degli anni Trenta. Tra le sue prime registrazioni figurano due classici come Luna nova e ’A vucchella, segno di un legame con la canzone napoletana che avrebbe accompagnato l’intera sua carriera, anche negli anni dei maggiori successi operistici.
Il debutto ufficiale sulle scene liriche avvenne il 10 giugno 1940 al Teatro Reale dell’Opera di Roma, dove interpretò Evandro nell’Alceste di Christoph Willibald Gluck. Rimase legato al teatro romano nei due anni successivi, cantando anche come Almaviva nel Barbiere di Siviglia, Fenton nel Falstaff e Rinuccio nel Gianni Schicchi. Erano ruoli adatti alle caratteristiche di un tenore lirico dalla voce agile e ben educata, più incline alla morbidezza del fraseggio e alla chiarezza dell’emissione che alla ricerca di effetti spettacolari.
Il 1942 segnò un passaggio decisivo. Albanese cantò Ramiro nella Cenerentola alla Fenice di Venezia, Don Ottavio nel Don Giovanni al Maggio Musicale Fiorentino e Fenton nel Falstaff alla Scala di Milano. Nel giro di pochi anni il giovane nato a Torre del Greco era così approdato ad alcuni dei palcoscenici più prestigiosi d’Italia, misurandosi con Mozart, Rossini, Verdi, Puccini e con un repertorio che richiedeva eleganza, duttilità e controllo della voce.
La guerra non interruppe completamente la sua attività. Come altri interpreti italiani del tempo, Albanese incise anche brani legati alla propaganda del regime fascista, una pagina della sua produzione che deve essere ricondotta al clima politico e culturale nel quale gli artisti erano chiamati a lavorare. Nello stesso periodo si avvicinò al cinema musicale e nel dopoguerra prese parte ad alcune pellicole nelle quali la trama sentimentale offriva spazio al melodramma e alla canzone. Tra queste vi fu Canto, ma sottovoce…, diretto nel 1946 da Guido Brignone, una delle rare testimonianze che permettono di vederlo non soltanto mentre canta, ma anche nelle vesti di attore.
Terminato il conflitto, la sua carriera acquistò una dimensione internazionale. Si esibì al Teatro Nacional de São Carlos di Lisbona, al Covent Garden di Londra, al Teatro Colón di Buenos Aires e al Teatro dell’Opera di Budapest. Il suo repertorio si estese a Nemorino nell’Elisir d’amore, Ernesto nel Don Pasquale, Rodolfo nella Bohème, Ismaele nel Nabucco, Avito nell’Amore dei tre re di Italo Montemezzi e ad alcune opere meno frequentate, nelle quali poté mostrare la solidità della propria preparazione musicale.
Il momento più noto della sua attività resta legato all’incontro artistico con Maria Callas. Nel 1952 Albanese interpretò Rinaldo nell’Armida di Rossini rappresentata al Maggio Musicale Fiorentino sotto la direzione di Tullio Serafin, con la Callas nel ruolo della protagonista. Quella esecuzione, rimasta documentata da una registrazione dal vivo, testimonia il confronto tra la voce duttile del tenore torrese e una delle personalità più travolgenti del teatro lirico novecentesco.
L’anno seguente Albanese fu scelto per interpretare Alfredo Germont nella Traviata incisa dalla Cetra con Maria Callas, Ugo Savarese e l’Orchestra sinfonica della Rai di Torino, diretta da Gabriele Santini. Registrata nel settembre del 1953, fu la prima e unica incisione completa in studio dell’opera verdiana realizzata dalla Callas. La presenza di Albanese in un documento discografico tanto importante gli assicurò un posto durevole nella storia dell’interpretazione lirica, accanto a una Violetta destinata a diventare uno dei grandi riferimenti del Novecento. Con la stessa cantante partecipò anche alle esecuzioni dell’Ifigenia in Tauride di Gluck, interpretando Pilade.
La notorietà raggiunta nei teatri non lo allontanò dalla canzone napoletana. Albanese apparteneva a una generazione per la quale il confine tra lirica e repertorio popolare non costituiva una barriera invalicabile: il cantante d’opera poteva affrontare una canzone senza considerarla un genere minore, purché ne rispettasse la lingua, la costruzione musicale e il carattere. Nelle sue interpretazioni la preparazione tecnica non soffocava il testo, ma gli conferiva nitidezza; la voce si distendeva sulla melodia senza trasformare ogni sentimento in un’esibizione di potenza.
Incise numerosi dischi per la Cetra, accompagnato da orchestre dirette, tra gli altri, da Giuseppe Anepeta e Cesare Gallino. Nel suo repertorio entrarono Malafemmena, Guapparia, Silenzio cantatore, Canzona appassiunata, Santa Lucia luntana, ’O surdato ’nnammurato, Nun me scetà, Passione, Canta pe’ mme, Napule canta, Mandulinata a Surriento e Addio mia bella Napoli. Accanto ai grandi classici trovavano posto le composizioni presentate nelle Piedigrotte del secondo dopoguerra, come Amore annascuso, Femmene, sciure e musica, Nemmene ’e rrose, Desiderio ’e sole e Vulennote bene, canzoni affidate ai dischi a 78 giri che allora entravano nelle case e diffondevano ben oltre Napoli le nuove melodie cittadine.
Il suo modo di cantare era lontano tanto dall’enfasi melodrammatica quanto dalla confidenza quasi parlata che avrebbe caratterizzato altri interpreti. Albanese portava nella canzone la disciplina del teatro, ma conservava una pronuncia naturale e una particolare attenzione al significato dei versi. Anche nei brani più appassionati il sentimento rimaneva controllato, affidato al colore della voce e alle sfumature del fraseggio piuttosto che all’accentuazione esasperata delle parole.
La sua attività lirica si concluse nel 1961, quando aveva appena quarantanove anni, dopo la partecipazione al Teatro di San Carlo a Lo schiavo di sua moglie di Francesco Provenzale. Si ritirò così dalle scene quando la voce conservava ancora le qualità che lo avevano reso riconoscibile, lasciando una produzione discografica nella quale il repertorio operistico convive con decine di canzoni napoletane. Sposò in seconde nozze il soprano Onelia Fineschi, anch’ella interprete attiva nei maggiori teatri italiani, e trascorse a Roma l’ultima parte della propria vita.
Francesco Albanese morì nella capitale l’11 giugno 2005, a pochi mesi dal compimento dei novantatré anni. Torre del Greco gli ha successivamente intitolato un concorso internazionale di canto lirico, organizzato per diciotto edizioni e destinato a offrire un’occasione di studio e di esordio a giovani cantanti. Nel nome del tenore torrese sono stati poi promossi concerti e memorial, durante i quali le arie d’opera hanno continuato ad alternarsi alle canzoni napoletane che Albanese aveva inciso nel corso della sua lunga attività.











