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Ci sono personalità che lasciano un segno evidente nella storia di una città e altre che, pur avendone modificato profondamente il volto, finiscono per essere osservate ogni giorno senza essere realmente riconosciute. Enrico Alvino appartiene a questa seconda categoria. Eppure basta percorrere alcune delle strade più belle di Napoli, fermarsi in Piazza dei Martiri o osservare il profilo della città dalle alture del Vomero per accorgersi di quanto la sua opera sia ancora presente.


Nato a Milano il 29 marzo 1809 e morto a Roma il 7 giugno 1876, Alvino fu uno dei maggiori architetti e urbanisti italiani dell’Ottocento. La sua vicenda professionale si intrecciò in modo indissolubile con Napoli, capitale del Regno delle Due Sicilie e una delle più grandi metropoli europee del tempo. Dopo la formazione presso l’Istituto di Belle Arti e un periodo di studio a Roma, nel 1835 venne nominato Edile e Architetto Municipale della città, incarico che gli consentì di intervenire direttamente nella trasformazione urbana del capoluogo partenopeo.
Il suo nome è legato soprattutto a una delle più importanti opere urbanistiche del XIX secolo napoletano: il Corso Maria Teresa, oggi Corso Vittorio Emanuele. Realizzato tra il 1852 e il 1860 in collaborazione con Francesco Saponieri, il nuovo asse viario cambiò radicalmente il rapporto tra la collina e il mare, creando una lunga strada panoramica sospesa tra il centro storico e la fascia collinare. Ancora oggi il corso rappresenta uno dei punti di osservazione privilegiati sul Golfo di Napoli e testimonia la capacità di Alvino di coniugare esigenze funzionali, visione urbanistica e attenzione al paesaggio.

Ma il contributo dell’architetto non si fermò alla pianificazione urbana. A lui si devono il prospetto del Santuario di Santa Maria di Piedigrotta, importanti interventi per il Duomo di Napoli e soprattutto la trasformazione dell’antico convento di San Giovanni delle Monache nella nuova sede dell’Accademia di Belle Arti. Quest’ultima opera, completata nel 1861, costituisce una delle testimonianze più significative della sua abilità progettuale: non una semplice ristrutturazione, ma il recupero intelligente di un vasto complesso storico adattato a nuove funzioni culturali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra i luoghi che conservano maggiormente la memoria di Alvino vi è Piazza dei Martiri. Fu lui a sostenere la realizzazione della colonna monumentale che domina lo spazio urbano e che, nel corso dei decenni, sarebbe divenuta uno dei simboli civili della città. Dopo l’Unità d’Italia gli venne affidato il compito di ripensare il monumento affinché celebrasse i martiri napoletani dei moti rivoluzionari: nacque così la nuova sistemazione con i celebri quattro leoni che ancora oggi caratterizzano la piazza.

Il suo talento emerge anche in una delle opere più affascinanti e meno conosciute della Napoli sotterranea. Nel 1853 Ferdinando II di Borbone gli affidò la progettazione di una grande galleria destinata a collegare l’area del Palazzo Reale con Piazza Vittoria. L’opera, oggi nota come Galleria Borbonica, venne realizzata sfruttando antiche cave e cunicoli esistenti, trasformati in un’infrastruttura moderna per l’epoca. La sua costruzione riflette le tensioni politiche del tempo, segnato dal ricordo ancora vivo dei moti del 1848 e dalle preoccupazioni della monarchia per eventuali nuove rivolte. Alvino concepì tuttavia un’opera ben più complessa di una semplice via di fuga: una grande arteria sotterranea pensata secondo criteri di funzionalità, sicurezza e innovazione tecnica.

ll progetto del grande architetto è costituito da  una galleria larga 12 metri, divisa in due corsie separate da un parapetto, marciapiedi laterali di 2 metri per lato, lampioni a gas. Non un cunicolo, ma  una strada sotterranea degna di un re. Lo scavo inizia ad aprile 1853. A picconi, martelli e cunei, al buio delle torce. Tre anni di lavoro sotto il ventre di Napoli, attraverso le antiche cave Carafa già scavate nel Cinquecento. Pozzi verticali aperti sulle strade per l’aria, poi richiusi con archi da 12 metri — perché nessuno doveva sapere cosa stava succedendo lì sotto.

CURIOSITA’ :  Il 25 maggio 1855 Ferdinando II scende nella sua galleria. La trova addobbata, illuminata, pronta. La apre al pubblico. Tre giorni. Esattamente tre giorni — poi la fa chiudere e tornare segreta. Nessuna spiegazione ufficiale. Nessuna cerimonia di chiusura. Soltanto il silenzio di un re che aveva costruito una via di fuga e non riusciva a smettere di temerla. Un re che aveva fatto scavare per tre anni sotto la sua stessa città, non per costruire qualcosa di grande — ma per avere sempre pronta una via d’uscita dal suo stesso regno.

Anche dopo la sua morte la sua influenza continuò a farsi sentire. La celebre Cassa Armonica della Villa Comunale, uno dei più eleganti esempi di architettura in ferro della città, venne realizzata nel 1877 sulla base di un suo progetto.  Essa risulta infatti  costituita da una pedana circolare con montanti di ghisa e con la cupola in vetri bicromi, mentre colonnine di ghisa e traliccio metallico ne costituiscono la leggera ed elegante struttura. Per lunghi anni si è esibita qui la Banda della città di Napoli diretta dal maestro Raffaele Caravaglios. Per decenni questo piccolo gioiello della  nostra Villa Comunale ,fu il cuore della vita musicale all’aperto di Napoli, accompagnando concerti, incontri e passeggiate lungo il lungomare. Di fronte alla Cassa Armonica fu aperto a fine Ottocento il famoso Caffè Vacca, che fu tra i primi caffè letterari della città, frequentato assiduamente da grandi nomi della cultura e dellarte, tra i quali Salvatore Di Giacomo. Affollatissimo la domenica in occasione dei concerti bandistici il Caffè Vacca fu poi distrutto dai bombardamenti durante lultimo conflitto

L’opera di Enrico Alvino si colloca in una stagione di grande trasformazione culturale e architettonica. Il suo linguaggio, radicato nella tradizione classica ma aperto alle suggestioni del neogotico e del neobarocco, contribuì a definire l’identità estetica della Napoli ottocentesca. Più che un semplice architetto, fu un interprete della città e delle sue aspirazioni moderne.

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