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Ogggi vi narriamo la storia di una donna  straordinaria che, nel pieno del Seicento, osò impugnare il pennello in un mondo dominato dagli uomini. E lo fece con tale forza da lasciare un segno profondo, anche se oggi la sua arte rischia di sparire nel buio della leggenda.
La talentuosa donna si chiamava Diana De Rosa (da Diana, Dianella e poi Annella), sorella del pittore Pacecco De Rosa, ma dato che lavorava allo studio di Massimo Stanzione viene ricordata (ma da pochi) , come Annella… di Massimo.
Diana De Rosa, più conosciuta come Annella Di Massimo, cresciuta nel cuore di Napoli, tra Largo Carità e Piazzetta Spirito Santo,  fu presto notata per la sua naturale inclinazione al disegno. D’altronde lei proveniva da una famiglia di grandi pittori e come tutti  sanno“ una  mela non cade mai lontano dall’albero”…e lei per rispettare questo nnoto proverbio è stata una geniale talentuosa pittrice  del Seicento, che alla pari della più famosa Artemisia Gentileschi è stata molto attiva da un punto di vista artistico  nella Napoli del Viceregno spagnolo .
Nata a Napoli  nel 1602  in una famiglia di grandi pittori, Diana De Rosa, detta Annella, figlia del pittore Tommaso De Rosa e di Caterina De Mauro, era la sorella maggiore di Giovan Francesco (Pacecco) De Rosa, lui pure pittore.
Morto il padre nel 1610 e passata a seconde nozze la madre col pittore Filippo Vitale, Diana si formò prima nella bottega del patrigno Filippo Vitale , esponente di rilievo della pittura naturalistica di ascendenza caravaggesca e successivamente sotto la guida del fratello Pacecco perfezionò la sua arte.
Ma la svolta definitiva della sua vita artistica fu l’incontro con Massimo Stanzione, il maestro dei maestri, uno dei grandi del barocco napoletano. Fu il patrigno Vitale a introdurla nel mondo della pittura presentandola a Stanzione , il quale fin dal primo momento ccapì subito he Annella aveva qualcosa in più: talento, visione, determinazione.
Massimo Stanzione, colpito dal talento della ragazza, la accolse nella sua bottega come allieva dove Diana, e forse anche musa . Qui lei copiava i suoi bozzetti, lo affiancava nei lavori,  e spesso  completava i suoi lavori atal punto da divenire sua prima assistente .
Fu da allora che tutti iniziarono a chiamarla affettuosamente Annella di Massimo.
Grazie alla sua abilità, Annella conquistò numerosi committenti tra nobili napoletani e spagnoli. Il suo sogno, però, era lavorare per la Chiesa, cosa che accadde grazie all’aiuto del suo grande maestro .
Annella ottenne infatto ben presto un prestigioso incarico dall’Arciconfraternita della Pietà dei Turchini: dipingere due grandi tele per la chiesa di Santa Maria Incoronatella, raffiguranti la Nascita della Vergine e la Dormitio Virginis.
N.B. Fino a qualche tempo fa , si pensava che queste sue grandi opere come tante altre della pittrice , fossero andate perdute durante i bombardamenti del 1943, ma furono solo riposizionate ai lati dell’altare maggiore.
Il successo delle due tele fu tale che numerosi ordini religiosi iniziarono a richiederle opere per le loro chiese e in città qualcuno  qualcuno mormorava che, talvolta, superasse nella sua arte pure il maestro Stanzione.
Nel 1626 , la nostra  Diana De Rosa,  sposò Agostino Beltrano (miglior pittore della bottega di Massimo Stanzione ) che aveva come zia  la madre di Andrea Vaccaro. Un incredibile  intreccio parentale e artistico , visto che la stessa Annella era non solo sorella del famoso Pacecco ma anche figliastra del pittore Filippo Vitale . Ma come se non bastave , il tutto venne reso ancora più complesso dal fatto che  Aniello Falcone, altro famoso pittore barocco, sposò una figliastra di Francesco Vitale e il suo collega spagnolo Juan Do fece altrettanto con Grazia, sorella di Pacecco e di Diana.

N.B . Diana,  secondo il De Dominici, era una donna bellissima ed era «cara al maestro Stanzione sia come collaboratrice in pittura che  per la sua bellezza, come modella».
Anche le sue sorelle Lucrezia e Maria Grazia, la quale sposò Juan Do, erano molto belle e con Diana furono soprannominate le «tre Grazie napoletane», vezzeggiativo che fu poi ereditato dalle tre figlie di Maria Grazia, anch’esse bellissime

CURIOSITA’:Sul loro rapporto tre Annella e Stanzione si è a lungo discusso esecondo alcune antiche  fonti qualcuna ipotizzavano e riportavano  addiritura  un intrigante intreccio romanzesco secondo cui la donna sarebbe morta per mano del marito ingiustamente geloso. Secondo un fantasioso aneddoto riferito sempre dallo stesso biografo  De Dominici, il maestro Massimo Stanzione si recava spesso dalla sua pupila anche in assenza del marito per controllare i suoi lavori e per elogiarla. Questa vicinanza, però, scatenò chiacchiere. E in un ambiente carico di gelosie e invidie, le voci bastavano a rovinare tutto. Il marito di Annella, Agostino Beltrano, anche lui pittore e allievo di Stanzione, cominciò quindi a guardarla con sospetto.  La goccia che fece traboccare il vaso , avvenne quando una serva della pittrice, che più volte era stata redarguita dalla padrona per la sua impudicizia, incollerita da ciò,  riferì  ingigantendone i dettagli, della benevolenza dimostrata dal maestro  verso la discepola, scatenando la gelosia di Agostino, il marito, il quale accecato dall’ira,in un impeto di collera  sguainata la spada,trafisse a fil di spada spietatamente la consorte   A seguito di questo episodio il Beltrano, pentito dell’enormità del suo gesto ed inseguito dall’ira dei parenti di Annella, si rifugiò prima a Venezia e poi in Francia dove visse molti anni prima di ritornare a Napoli.

Quindi il De Domenici ci narra di un  classico delitto d’onore, oggi diremmo femminicidio.

Una bella storia da romanzo nero. Peccato sia falsa.

Nel 1951, lo storico Ulisse Prota Giurleo trovò l’atto di morte di Annella: morì di malattia il 7 dicembre 1643, a soli 41 anni, non trafitta dal marito, ma dopo una vita di successi professionali che le permise di lasciare ai figli una discreta somma di denaro guadagnata in tempi diversi da lei e dal marito Agostino Beltrano.

Oggi la critica, confortata da dati documentari, non crede più fortunatamente a tale favoletta.

Insomma l’ennesima donna schiacciata tra realtà e leggenda, vittima non di una lama ma di una narrazione tossica che riguarda anche le sue opere e la sua ascesa che nel tempo è stata  accompagnata da dicerie velenose come quella relativa ai suoi dipinti dove molti erano dicevano che fossero in realtà firmati da Stanzione o realizzati dal marito.

N.B. Nel museo di Francoforte sul Meno (Städelsches Kunstinstitut )Massimo Stanzione, per rendere eterno il ricordo della sua allieva, la raffigura nel quadro “Susanna e i Vecchioni”, che richiama l’episodio biblico.

La bravissima pittrice è chiaro che fu ovviamente soggetta per bravura e bellezza a molti voci e pettegolezzi tipicamente invidiose .
La sua vicinanza, al grande Massimo Stanzione , scatenò chiacchiere. E in un ambiente carico di gelosie e invidie, le voci bastavano a rovinare tutto.
Era quello un periodo in cui una donna non poteva e non doveva avere più successo di un uomo e per questo motivo la sua  bravura e la sua memoria  andava offuscata e putroppo
con buona pace dei critici e delle attribuzioni incerte, di Annella ci restano pochissime opere riconosciute. Quelle due tele nei Turchini, forse un Sposalizio della Vergine conservato nel Museo Diocesano ed un Gesù nella bottega di San Giuseppe,proveniente dalla chiesa di San Giovanni Maggiore,esposto nello stesso Museo diocesano di Napoli.  Recente è la scoperta, in una collezione privata napoletana, di un Martirio di sant’Agata con la firma chiaramente riconoscibile “Annella di Massimo”.

 Il resto è sparito, attribuito ad altri o semplicemente dimenticato. Una “pittrice senza opere”, come qualcuno l’ha definita.

Di lei oggi infatti non resta quasi nulla: smarriti molti dei suoi dipinti, introvabili i documenti sul suo conto e rari gli scritti a lei dedicati.
Addirittura nei primi anni ’50, i cittadini napoletani fecero una petizione rivolta al sindaco di allora per rimuovere il suo nome da quella unica strada che al Vomero porta il suo nome per ripristinare il toponimo “Via Vomero Vecchio”.
I napoletani volevano addirittura sostituzione l’unica dedica ad “Annella di Massimo …
Il motivo? Secondo i firmatari, Annella di Massimo non era mai esistita …
Eppure la geniale dimenticata pittrice partenopea del seicento vissuta nel cosiddetto “secolo d’oro della pittura napoletana” è esistita … eccome !
Il  suo nome compare negli inventari d’epoca. Diana De Rosa è esistita…  lavorò e si fece pagare. Annella c’era. Eccome se c’era.
Diana fu una meravigliosa pittrice che all’epoca conquistò Napoli. Tutti volevano un suo quadro: nobili, chiese, mecenati. La sua fama crebbe al punto da farle ottenere, grazie all’intercessione di Stanzione, due prestigiose commissioni per la chiesa della Pietà dei Turchini: La Nascita e La Morte della Vergine che probabilmente sono le stesse che il De Dominici collocava nel soffitto, che come vuole la tradizione e le antiche guide napoletane, era decorato da una serie di dipinti su tela commissionati entro il 1646 a Giuseppe Marullo,
Eppure, la sua ascesa fu accompagnata da dicerie velenose: che i suoi dipinti fossero in realtà firmati da Stanzione suo maestro o realizzati dal marito Agostino Beltrano.
Definitivamente perduti purtroppo sono  la Vergine che appare a santi benedettini della chiesa di Monteoliveto (Sant’Anna dei Lombardi) e il San Giovanni Battista nel deserto della sacrestia di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone.
E allora noi tutti ci dovremmo interrogare e sopratutto porci qualche  domanda ?
Perche’ nessuno a Napoli la ricorda?
Perchè mai nella nostra città  pochi sanno davvero chi fosse questa donna straordinaria che, nel pieno del Seicento, osò impugnare il pennello in un mondo dominato dagli uomini. ?
Perchè anche se Annella mostrò a tutti la sua capacità e la sua bravura oggi nessuno la ricorda e la sua arte rischia di sparire nel buio della leggenda ?
Perché la brava Artemisia Gentileschi è comunque celebrata ( non mi riferisco ai tiktoker ovviamente ) e Annella resta un’ombra?
Perche’ la nostra Diana De Rosa non ha mai avuto chi la difendesse, chi ne custodisse il ricordo ?
E allora ora tocca a noi raccontarla , riscoprirla , ridarle volto e voce .
Perché Napoli non ha avuto solo Artemisia. Napoli ha avuto Annella. E non era seconda a nessuno.
Perchè Diana De Rosa, Annella di Massimo, è una donna di Napoli.

 

 

 

 

 

 

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