Loading

In quell’inverno del 1866 nella nostra città si manifestarono numerosi casi di colera e di conseguenza la famiglia Croce che all’epoca risiedeva a Napoli nel durazzesco palazzo dei Carafa , duchi d’Andria al largo San Marcellino, decise di trasferirsi in Abruzzo nella piccola località di Pescasseroli nel palazzo Sipari, in via largo del Barone.
Il padre di famiglia di nome Pasquale e di professione proprietario – come si legge nell’atto di nascita –, per non far correre rischi alla moglie Luisa, incinta di nove mesi, riparò presso il suocero Pietrantonio Sipari nel piccolo centro abruzzese. Qui donna Luisa partorì il 25 febbraio del 1866, un maschio il quale nello stesso giorno fu registrato al Comune con i nomi di Benedetto, Maria, Francesco, Antonio.

Benedetto Croce, fu il terzo di sette fratelli: lo precedettero un maschio e una femmina, che morirono in tenera età,e lo seguirono Alfonso e Maria, più altri due fratelli (anch’essi morti ancora bambini) di cui non si conosce il sesso.

Trascorso il puerperio, la famigliola rientrò a Napoli dove Croce visse sereno tra i suoi studi nel Collegio della Carità, tenuto dai frati Bigi. Esso sorgeva nella cuore della vecchia Napoli ducale, nei pressi di San Marcellino, a pochi passi dal palazzo d’Andria dove abitava Francesco De Sanctis, per il quale Croce nutriva una grande ammirazione.
Dopo gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza napoletana, segnati da disciplina e prime intuizioni filosofiche, incomincio a frequentare l’università per seguire le lezioni di filosofia del famoso Vittorio Imbriani e le lezioni di estetica di De Sanctis.

Nel 1883 ,accadde purtroppo un gravissimo evento della sua vita che traumatizzando avrebbe inciso per sempre nella sua coscienza: quel terremoto di Casamicciola di grandissima intensità del 1883 che devastò l’isola d’Ischia, fu una tragedia che lo segnerà per tutta la vita. Si pensi che, ormai avanti negli anni, in uno di quei rari momenti d’abbandono ai quali non sfuggono neanche le persone più riservate, confidò ad un suo fedele amico e discepolo, Raffaello Franchini: «Desidererei la morte per non ricordare più quella tragica notte». Anche nel corpo portava i segni di quel disgraziato evento: Lo si notava sia per il modo leggermente claudicante di camminare, sia per quella strana posizione che soleva dare alla gamba quando era seduto.
In quella notte tremenda perse i genitori e la piccola adorata di solo 13 anni ,
Il povero Benedetto si trovava a Casamicciola, poiche la mamma aveva bısogno di curarsi con i miracolosi tanghi dell’isola e quando accadde il terremoto egli rimase sotto le macerie per ore, ferito nel corpo e nello spirito.
Benedetto con il fratello Alfonso, allora quindicenne (scampato al disastro perché non si trovava sul posto), fu ospitato dalla zia Marianna, sorella del padre. Il soggiorno dei due fratelli Croce presso la zia fu breve; essi passarono poi nella casa del cugino del padre, Silvio Spaventa ( fratello del filosofo Bertrando – giurista e filosofo) che risiedeva a Roma in via delle Missioni, accanto al palazzo di Montecitorio.
In questo luogo respirò un clima politico e intellettuale intenso Spaventa (che all’epoca era ministro dei Lavori Pubblici nel secondo governo Minghetti, influenzò molto il giovane Benedetto, che fu affascinato dai suoi discorsi sul concetto di Stato permeati di teorie hegheliane e quando lo zio gli suggeri d’iscriversi alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Roma, Croce ebbe modo di seguire le lezioni del filosofo Antonio Labriola restando affascinato dal quel suo elaborato concetto della filosofia della storia, il confronto con Marx, il problema dello Stato e della libertà. Ma il suo spirito non sopportava costrizioni accademiche. Tornò a Napoli, scegliendo consapevolmente la via dello studioso indipendente.

Da quel momento la sua vita fu un lungo esercizio di disciplina. Studiava per dodici ore consecutive, spesso dimenticando i pasti. Viaggiò in Europa, apprese le lingue, lesse i classici nei testi originali.
Il suo studio e le sue ricerche erudite lo impegnavano a tal punto che spesso andava a dormire senza svestirsi per non perdere tempo in quell’ inutile rituale: quel tempo lo impiegava nelle sterminate letture e scritture, interrotte solo per frugali colazioni e altre naturali necessità.

NB Tra il 1886 e il 1902 Croce intraprese viaggi d’istruzione all’estero (Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio,Olanda e Inghilterra) Da questi viaggi egli trasse il massimo profitto. Oltre a conoscere i più illustri letterati e filosofi dell’epoca, imparò con sorprendente rapidità le lingue straniere, che gli permetteranno poi l’analisi letteraria dalla lettura dei testi originali.

CURIOSITÀ’ : La conoscenza delle lingue straniere era per lui una necessità, non ammetteva che i classici potessero essere letti da traduzioni. Conosceva bene il francese, il tedesco, l’in-
glese, lo spagnolo, il portoghese, l’olandese e le lingue scandinave. Quanto poi al latino e greco, traduceva i testi senza uso di vocabolari.

Senza dubbio, Napoli fu una città stimolante per il giovane Benedetto, una città che sotto l’influsso di suo zio Bertrando Spaventa e di Francesco De Sanctis era ritornata ad essere uno dei centri più importanti della cultura europea.
Rifulgevano nomi come i filosofi Antonio Tari e Vittorio Imbriani, Ruggiero Bonghi, letterato e filosofo, professore di letteratura latina e greca presso la stessa università e poi anche di storia antica, e ancora uomini del calibro di Giovanni Bovio, Francesco d’Ovidio, Francesco Torraca, allievo di De Sanctis, Francesco Manfredini. Tutti diventeranno amici di Croce.
I primi anni della vita napoletana furono per Croce d’intenso e rigoroso studio. A ventidue anni aveva già deciso l’area e i metodi della sua ricerca; un metodo rigorosamente scientifico che fu il dato significativo del suo essere studioso e intellettuale.

Nel 1888 quando andò ad abitare al Vomero, a villa Giordano., i suoi studi lo prendevano sempre di più, di buon’ora si alzava e andava a studiare nell’Archivio di Stato, dove restava ininterrottamente per dodici ore, saltando la colazione. Poi una frugale cena presso una modesta trattoria e quindi noleggiava un asinello, vi saliva in groppa e si avviava verso casa.
Considerando il tipo di vita che questo giovane conduceva, il suo amico Salvatore Di Giacomo, nel recensire I teatri di Napoli (di Croce), in un articolo apparso per la prima volta nel 1891, scrisse: «Questo giovanotto che ha poco più di venticinque anni e che potrebbe possedere un palazzo lussuosissimo, una scuderia con cavalli e belle donne fa vita del’asceta perché dedica tutto quello che ha al progresso degli studi .

Nel 1892 divenne socio dell’Accademia Pontaniana dove si fece apprezzare per la qualità delle sue memorie che, sempre con maggior frequenza, produceva e leggeva in quel consesso. Fondò la famosa rivista di topografia e arte napoletana, «Napoli nobilissima». Conobbe Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio.

Nel 1903 fondò la rivista La Critica, che divenne il laboratorio del suo pensiero e uno strumento decisivo per rinnovare la cultura italiana. Con Giovanni Gentile condivise inizialmente un’intensa collaborazione, poi incrinata da scelte politiche divergenti.
La sua riflessione sul marxismo fu severa e lucida: ne riconobbe la forza storica, ma ne respinse il dogmatismo. Per Croce la storia non era meccanismo economico, ma atto dello spirito; l’uomo non prodotto delle condizioni, bensì loro autore. In questa convinzione maturò il suo liberalismo etico, che lo portò nel 1910 alla nomina a senatore del Regno.

A Napoli nella solitudine delle stanze di palazzo Sirignano, dirimpetto alla fontana Medina nei pressi di Castel Nuovo, dove prese dimora, si dedicò a quella che sarà la ragione principale della sua vita: lo studio. Passava le sue giornate negli archivi, nelle biblioteche e nella Società di Storia Patria, dove incontrò noti studiosi e letterati che dovevano diventare i suoi migliori amici. Vi conobbe, tra gli altri, Giustino Fortunato, Salvatore Di Giacomo, il marchese Monte-mayor, il conte Ludovico de la Ville sur Yllon (nato a Na-poli, ma discendente da una nobile famiglia francese), Michelangelo Schipa, Gaetano Filangieri, Eugenio Mele, Michele Scherillo.

Accanto alla vita pubblica scorreva quella privata, segnata da affetti intensi. L’amore per Angelina Zampelli fu per lui luce e consolazione; la sua morte nel 1913 riaprì abissi di dolore. L’anno seguente sposò Adele Rossi, presenza discreta e forte, che gli rimase accanto fino alla fine, custode silenziosa del suo lavoro e della sua fragile umanità.

Negli anni del fascismo Croce divenne simbolo di opposizione morale. Il suo Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925 rappresentò un atto di coraggio civile. Non fu uomo di piazza, ma di coscienza: la sua resistenza fu affidata alla parola, al pensiero, alla coerenza.

Negli ultimi anni, tra le stanze di palazzo Filomarino, continuò a scrivere. I libri erano la sua patria definitiva. «Se non fosse per questi qua», diceva indicando gli scaffali, quasi che la carta e l’inchiostro potessero trattenerlo ancora un poco sulla soglia del tempo.

Quando, il 20 novembre 1952, chinò il capo, aveva tra le mani un libro. Morì come aveva vissuto: leggendo, interrogando, cercando. Lasciava un’eredità immensa, un patrimonio culturale alle future generazioni e a noi, sulla via del tramonto ma anche un sentimento di devozione, rigore, fede , amore e profonda libertà di spirito .

 

Commenti via Facebook
  • 2
  • 0