RE FERRANTE d’ARAGONA ED I NOBILI NEMICI

Quando Alfonso d’Aragona nel 1458 morì all’eta di 65 anni, lascio in eredità nel suo testamento l’Aragona, la Sardegna e la Sicilia al fratello Giovanni ed il regno di Napoli al figlio naturale Ferrante.
Ferrante, che assunse il titolo con il nome di re Ferdinando I, aveva un temperamento ed una personalità profondamente diversa da quella del padre ( idealista ed  ambizioso di gloria ).
Educato accuratamente da personaggi come il Panormita ed il Valla si rilevò ben presto di estrema praticità e di scarsissima generosità, ma anche dotato di estremo acume politico, mostrandosi talvolta duro e persino crudele con i suoi nemici.

Il suo regno fu caratterizzato da numerose lotte, prevalentemente interne e contro i potenti baroni del regno.
Ereditò un regno poco saldo, con fragili risorse economiche e con gli eterni sempre pronti Angiò a conquistare il regno affiancati dai potenti baroni locali che si mostravano sempre più ostili e ribelli alla corona aragonese.
I baroni, poichè volevano conservare i privilegi feudali derivati da conquiste, usurpazioni e forzate donazioni chiedevano maggiore autonomia e indipendenza non volendo più obbedire all’autorità centrale e di fatto eludere gli obblighi di vassallaggio.

In quell’epoca nel regno di Napoli il potere dei baroni era molto forte, basato sul vecchio sistema feudale del regno angioino e protetto dal potere papale.
Basti pensare che su circa 1500 centro abitati, solo poco più di 100 erano assegnati al regio demanio ( cioè al diretto potere del re ) mentre tutti gli altri erano controllati dai baroni. Questi erano organizzati in grandi dinastie ramificate, ognuna delle quali controllava da sola più terre.
Le grandi Case del regno erano nove: Sanseverino, Caracciolo, Acquaviva, d’Aquino, Ruffo del Balzo, Piccolomini, Celano, Guevara e Senerchia.
A queste si aggiunsero le due nuove baronie emergenti dei Petrucci e Coppola.

Le loro proprietà e il loro modo di fare, di fatto accerchiava il regno soffocandolo con l’alleanza ed il favore della chiesa.
Baroni e chiesa si coalizzarono contro il re, ostacolando in ogni modo una nuova organizzazione di sviluppo della società che re Ferrante cercò di promuovere e favorire.

I Sanseverino erano una delle più potenti casate storiche italiane: la nobile famiglia riuscì ad annoverare circa 300 feudi, 40 contee, 9 marchesati, 12 ducati, e 10 principati, tutti distribuiti tra Campania, Lucania, Calabria e Puglia.
Tra i suoi membri si annoverano cardinali, vicerè, marescialli e condottieri.
Vennero in Italia al seguito del Normanno Roberto ‘il Guiscardo ‘ ( il furbo ) dal quale ebbero la contea di Sanseverino presso Salerno.
Sempre nel salernitano, in uno dei loro feudi ( Teggiano ) nel castello Macchiaroli, fu ordita la congiura dei baroni.

Uno dei suoi maggiori esponenti della prestigiosa dinastia, fu Roberto Sanseverino che a lungo combattè al fianco del re Ferrante dal quale ottenne l’investitura ufficiale del Principato di Salerno ed il privilegio addirittura di battere moneta nonchè la nomina di grande Ammiraglio del Regno.

Nel 1470 intraprese la costruzione del magnifico palazzo Sanseverino in stile rinascimentale con facciata a bugnato ( ora chiesa del Gesù Nuovo ) che passò poi al figlio Antonello.

Il figlio Antonello Sanseverino invece di proseguire l’opera paterna organizzò e capeggiò una rivolta dei baroni locali contro Ferdinando I d’Aragona.  Il re, scoperta la congiura, soffocò la stessa nel sangue con la famosa “congiura” tenutasi nella Sala Grande di Castel Nuovo, e  punì poi pesantemente i suoi avversari dando loro la caccia uno ad uno.

Per non cadere in mano al re, Antonello fuggì dal Regno travestito da mulattiere e si rifugiò in Francia, dove meditò la sua vendetta, spingendo il re francese Carlo VIII alla conquista del Regno di Napoli. Nel 1495, Carlo VIII, calato in Italia con un grosso esercito, occupò molte città e il 12 di febbraio fece l’entrata in Napoli avendo a fianco Antonello Sanseverino, grande ammiraglio del Regno e suo principale consigliere. Il Sanseverino sostenne i francesi combattendo per mare e per terra; e specialmente il 6 giugno 1496 nell’assalto dell’isola d’Ischia, dove si era rifugiato  il nuovo re di Napoli, il giovane Ferdinando II.

Successivamente, una volta occupati molti paesi in Puglia con un suo piccolo esercito si ritirò nel suo castello di Agropoli. Alla morte del re Ferdinando successe al trono il principe Federico che cercò in ogni modo di attirarsi l’amicizia del principe di Salerno (il cui valore e la cui potenza erano presso la corte in grande considerazione e rispetto). Antonello però, memore delle recenti sciagure dei Baroni, non si lasciò vincere dalle offerte reali e si chiuse nel suo castello di Teggiano, le cui fortificazioni gli offrivano un asilo saldo e quasi inespugnabile.

Federico allora riunì un esercito di ventimila tra fanti e cavalli e dopo aver sottomesso la città di Salerno pose assedio al castello di Teggiano.

Antonello per due mesi e mezzo tenne salda la difesa della terra, ma fu alla fine costretto alla resa a patti onorati. Antonello Sanseverino cedette al re tutti i suoi possedimenti e si rifugiò a Senigallia, nelle terre della moglie, dove morì.

Dopo una provvisoria confisca dei beni in cui Salerno rientrò nel demanio Aragonese, Ferdinando il Cattolico investì nuovamente un Sanseverino, Roberto II, figlio di Antonello, del titolo di principe di Salerno.

Per un lungo periodo saranno quindi ancora i Sansevero a governare il prinicipato salernitano ed esattamente fino al 1535 quando a Salerno, Ferdinando Sanseverino riceve la visita di Carlo V di Spagna (quello del “sul suo impero non tramontava mai il sole”). Egli era in quel momento il più potente rappresentante della più antica casata nobiliare europea ed Ii Sanseverino, indispettito dalle attenzioni di Carlo V per la propria consorte, dopo qualche anno, ripetendo le gesta di suo nonno Antonello, organizzò e capeggiò, nel 1547, una rivolta anti-spagnola, prendendo spunto dalla ribellione scoppiata nel Regno contro l’introduzione dei Tribunali dell’Inquisizione. Il risultato fu che nel 1552 Ferdinando “Ferrante” Sanseverino viene dichiarato ribelle e condannato a morte, bandito dal Regno e privato delle proprietà. Carlo V con un decreto trasferisce la città di Salerno al demanio spagnolo.

I Caracciolo erano una delle più vecchie baronie risalenti addirittura ai tempi del ducato di Napoli.

L’ antica e illustre famiglia si divise in due grandi linee ,quella dei Caracciolo Rossi con capostipite RICCARDO, figlio di Landolfo  e quella dei Caracciolo Pisquizi con capostipite FILIPPO, da cui nacque il ramo dei Caracciolo del Sole.

Tra i più famosi personaggi che hanno caratterizzato la dinastia vanno citati senz’altro: Ser Gianni Caracciolo ( favorito della regina Giovanna II ), Galeazzo Caracciolo, marchese di Vico, valoroso comandante, che fu inviato da re Alfonso d’Aragona alla riconquista delle terre occupate dai Turchi ed il famoso ammiraglio Francesco Caracciolo che dopo aver fatto una grande carriera nella marina di re Ferdinando, aderì alla nascente Repubblica napoletana comandandone la flotta.

 

 

 

Ugo De Balzo invece era giunto al seguito di Carlo d’Angio e investito del titolo di conte di Spoleto;  una volta che sua figlia Sveva sposò Roberto Orsini si formo’ una casata con possedimenti illimitati che andavano da Taranto a Napoli.

Gli Aquaviva vennero invece al seguito dei re svevi dai quali ottenne un vasto stato in Abruzzo. In seguito acquisì altri casati dai successivi regnanti fino a totalizzare 164 baronie, 14 contadi, 5 marchesati, 7 Ducati e 2 principati.
Si imparentò con la casa d’Aragona e aggiunse quindi il diritto di aggiungere il cognome d’Aragona al suo cognome.

 

Ferrante, aveva capito che per crescere da un punto di vista economico bisognava contrastare il potere dei baroni e uscire dalla loro morsa restrittiva. Bisognava avviarsi verso una nuova epoca di dinamismo economico ed imprenditoriale con forme più moderne di organizzazione politica ed il vero ostacolo per tutto questo erano i baroni e la chiesa.
Ferrante per contrastarli incoraggiava lo sviluppo del ceto medio onde farne una forza politica da contrapporre a quella feudale.
Favorì la crescita di nuove figure imprenditoriali riorganizzando la vita economica e commerciale del regno.

Le nuove figure imprenditoriali erano ricchi mercanti, armatori e nuovi industriali: si creò ricchezza dai giacimenti di piombo e argento e di allume. Si lavorò finemente il corallo del nostro golfo.
Questo nuovo ceto chiedeva a gran voce l’accesso ai fasti e al prestigio del feudo.
Tra i più significativi rappresentanti di questa nuova nobiltà imprenditoriale vanno ricordati uomini come Antonello Petrucci e Francesco Coppola. Il primo addirittura di origini contadine che una volta giunto alla corte di Alfonso fu molto apprezzato e più volte beneficato al punto di divenire segretario del re.

Il secondo invece possedeva una flotta personale ed una truppa armata. Aveva un’isola corallifera in Turchia. Sfruttava le miniere di piombo e argento di Longobucco e le miniere di allume di Ischia. Commerciava stoffe ed era titolare di un saponificio a Napoli.


Entrambi purtroppo, nonostante facessero parte della nuova emergente borghesia furono poi tra gli uomini chiave della famosa “congiura” avvenuta anni dopo.
I baroni d’altro canto avendo capito la politica di Ferrante cercarono in ogni modo di contrastare l’assolutismo monarchico della sua politica e si ribellarono continuamente al re tramando e organizzando contro di lui  vere e proprie congiure dove tentarono addirittura di eliminarlo ricorrendo al delitto.

Appena insediatosi sul trono, Ferrante dovette sedare una prima rivolta dei baroni che fu incoraggiata dal proposito di Giovanni d’Angiò di scendere in Italia per rivendicare ancora una volta il regno di Napoli.
La lotta contro i baroni ( alleatisi con Giovanni d’Angiò)  durò cinque anni, ed una volta avuta la meglio ( l’ angioino fu sconfitto  ) egli si mostrò spietato e crudele contro chi lo aveva tradito, parenti inclusi. Fece arrestare alcuni baroni e confiscò i loro beni.

Durante questa prima ribellione, i baroni, dopo le sconfitte subite in Calabria, prepararono un’imboscata per uccidere il re. Il colpo fu tentato presso Calvi nel maggio del 1462 in un luogo detto “la Torricella” durante un colloquio che Marino Marzano aveva sollecitato a Ferrante del quale era cognato ( per averne sposato la sorella Eleonora ) prospettando una accordo di pace.
Il principe si presentò al convegno con due uomini d’armi che tentarono di pugnalare il re mentre questi era intento a parlare.
Agilissimo, anche perchè stava in guardia, Ferrante riuscì ad evitare i colpi e poi fu protetto dai suoi uomini accorsi.
Da quel momento, scampato il pericolo, egli nutrì un odio profondo per i traditori ( baroni in particolare ) e giurò a se stesso di trarne aspra vendetta ogni qualvolta che gliene sarebbe capitato qualcuno tra le mani.

Furono certamente questi i precedenti che in un certo modo giustificheranno poi la condotta di Ferrante nei confronti dei baroni traditori.
Il papa di allora era Innocenzo VIII  ( Giambattisto Cybo ). Questi era succeduto a Sisto IV che aveva preso accordi, precedentemene alla sua morte con il re Ferrante, esentandolo dal pagamento del censo annuo.
Innocenzo non volle riconoscere il precedente accordo e reclamando fortemente l’annuale gravoso pagamento creò forte motivo di scontro e di tensione tra i due.
Dopo la prima domata ribellione dei baroni, si era intanto formata una lega di nuovi baroni dissidenti ed ostili a Ferrante con a capo il più potente di tutti, Antonello Sanseverino ( Principe di Salerno ) il cui obbiettivo era eliminare Ferrante. Questa cosa portò alla formazione di una nuova vera congiura contro il re e la sua corte.

I ribelli baroni si rivolsero al pontefice, il quale promise di aiutarli con l’intervento del proprio esercito. Questa ingerenza del papa era dettata oltre che dal livore che nutriva per Ferrante anche dalle mire neanche tanto recondite di procurare al figlio naturale ( Franceschetto Cybo) un vasto fondo  nel mezzogiorno d’Italia.
Forti del sostegno papale i baroni passarono all’azione ed il 20 novembre issarono il vessillo della chiesa a Salerno e all’Aquila.
Ferrante allora non mancò di fare ricorso a tutti i suoi alleati ( dai milanesi ai fiorentini) rivolgendosi anche ai suoi parenti aragonesi in Spagna. Da uomo abile e accorto fece varcare la frontiera ad un suo esercito comandato dal duca di Calabria per portare  la guerra in casa del papa.

Ad indurre il pontefice a rivedere i suoi piani furono anche le città di Milano e Firenze che dichiararono di sostenere la causa del re napoletano insidiato dalle mire papali.
Innocenzo temendo quello che stava accadendo e sentendosi minacciato da vicino, ritenne prudente cambiare atteggiamento e trattare la pace.

L’accordo fu firmato e Ferrante, al quale premeva sopratutto separare i baroni ribelli dal papa, in maniera da isolarli, promise al papa di accordare una completa amnistia e salvezza a tutti i baroni e altri che si erano trovati implicati nella congiura.
La politica del re fu astuta e assai subdola; riprese il colloquio per un possibile accordo con i baroni trattandoli amichevolmente e lamentandosi con loro di richiedere con le armi ciò che potevano ottenere con il dialogo.
Raccomandò al principe di Bisignano, suo maggiore interlocutore di convincere anche gli altri baroni ( in particolare il principe di Salerno ) a sottoscrivere la pace.
I baroni sembravano soddisfatti ed il re li invitò poi tutti alle prossime nozze di una sua nipote che si teneva in Castelnuovo. Ma fu tutta una messa in scena.
Dopo la firma dell’accordo infatti,  Ferrante, fingendo di aver dimenticato e perdonato i fatti trascorsi, anzi desideroso, diceva, di legare la propria casa a quella del conte di Sarno con una parentela, onde ovviare ad eventuali nuovi dissidi, propose di unire in matrimonio una sua nipote ( Maria Piccolomini ) con un figlio di Francesco Coppola. Lusingato ed onorato il conte accettò ed il 13 agosto, giorno stabilito per le nozze, quando tutti furono riuniti nella sala grande di Castelnuovo, il re fece chiudere le porte ed arrestare tutti i baroni già ribelli convenuti per la cerimonia.

Il re aveva invitato alla cerimonia tutti i baroni del regno e li fece arrestare non tanto per l’accusa di tradimento ( per non venire meno al patto con il pontefice ) ma con il semplice pretesto che essi avevano malamente amministrato i loro beni con conseguente grave danno per il patrimonio regio.

Tre mesi dopo nella stessa sala fu emanata la sentenza dopo un sommario processo che condannava alla pena capitale Antonello Petrucci, i suoi figli e Francesco Coppola.
Tutti gli averi dei condannati, beni mobili ed immobili vennero confiscati a beneficio della corona.

Questo episodio diede il nome alla sala che tuttora si chiama “Sala dei Baroni “.

Antonello Petrucci fu decapitato sulla Piazza del Mercato ( la sua tomba si trova sul pavimento della chiesa di San Domenico Maggiore mentre il suo palazzo con lo splendido portale si trova nella stessa Piazza San Domenico ) mentre tutti gli altri furono sottoposti alla forca nella stessa piazza.


Dopo l’esecuzione dei condannati, il re, forte della prova di colpevolezza emerse dal processo a carico di altri baroni, incaricò il duca di Calabria di allestire un esercito per debellare una volta per sempre i ribelli.
Senza più la protezione del papa e rimasti oramai soli, ai baroni non restò altra scelta che quella di rinchiudersi nei castelli sperando di resistere alle milizie del re. Ma la speranza fu vana. Assediati ed attaccati furono costretti uno dopo l’altro ad arrendersi e sottostare umili e contriti alle condizioni dettate dal re;  la consegna dei castelli e dei luoghi fortificati.

Trasferitosi nella capitale, dopo la consegna dei castelli, i ribelli tentarono di ripristinare i normali rapporti con il re ma Ferrante non era uomo che dimenticava facilmente, e una notte di giugno del 1487 li fece arrestare e rinchiudere nelle carceri di Castelnuovo.
Alle proteste del papa che l’accusava di venir meno alla promessa di non perseguitarli rispose che aveva prove di un piano organizzato per la fuga. A fuggire verso la Francia, in verità, fu il solo Antonello Sanseverino Principe di Salerno che era stato anche l’ ultimo a capitolare tra i vari baroni.

Sottoposti a processo e condannati alla pena capitale, i baroni arrestati però non furono mai giustiziati come lo erano stati i Petrucci  ed i Coppola, ma per la maggior parte morirono in prigione di morte naturale … almeno cosi’si disse…

La guerra contro i baroni si chiuse quindi con la chiara vittoria del re estendendo territorio e potere monarchico.
Sotto il suo potere la città di Napoli si arricchì ulteriormente di importanti opere di cui la maggiore è senza dubbio Porta Capuana, costruita in splendido marmo di Carrara e concepita come un vero arco di trionfo celebrativo della sua incoronazione e della sua vittoria sui baroni.

 

Il re Ferrante ebbe dalla sua prima moglie Isabella Chiaromonte un Primogenito che assunse il  nome di Alfonso  II . Egli divenuto duca di Calabria el 1465 sposò a Napoli in una cerimonia fastosa Ippolita Maria Sforza figlia di Francesco Sforza .

Egli dimostratosi un ottimo capitano  non ancora ventenne, intervenne in aiuto dei  Fiorentini  contro Venezia, e successivamente per poi in seguito seguito alla congiura dei pazzi muovere alla testa del del regno di Napoli insieme alla  Chiesa  guerra a Firenze: .

Dopo aver occupato insieme a Federco di Urbino la città di Siena dovette poi far subito rientro nel Regno  per combattere il pericolo rurco dopo l’avvenuta strage di Otranto . Costretti i turchi alla resa  rientrò trionfalmente in Napoli per poi ,  scoppiata la  guerra di Ferrara costretto di nuovo a ripartire con  l’esercito napoletano ad invadere  lo Stato pontificio, alleato dei Veneziani contro Ercole I d’Este.

Alfonso venne però in questa circostanza attaccato e sconfitto nella  Battaglia di Campomorto  dal comandante dei Veneziani,  Roberto Malatesta  giunto  nel frattempo in soccorso del pontefice Sisto IV. Il conflitto si concluse  nel 1482 con la riappacificazione tra il papa e re Ferrante .

Nominato poi   capitano generale della Lega contro i Veneziani, Alfonso ebbe la meglio su  Roberto Sanseverino  giungendo fino alle porte di Verona  e, costringendo  Venezia alla pace  e poter finalmente ritornare nel regno di Napoli.

Qui come abbiamo raccontato , la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò come abbiamo avuto modo di raccontare nella famosa congiura dei baroni.

Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata.

Alla morte del padre egli infatti non fu particolarmente amato dalla residua nobiltà napoletana ed il mantenimento dei suoi rapporti , sopratutto con il papato furono particolarmente difficili anche se egli tentò con due suoi figli illeggittimi avuti dalla sua amante Trogia Gazzella di suggellare l’alleanza con l’allora papa Alessandro VI Borgia .

Il figlio  illeggittimo Alfonso d’Aragona , principe di Salerno , Duca di Bisceglie , sposò infatti Lucrezia Borgia mentre la figlia , sempre illeggitiva avuta con la sua amante Trogia , sposò Goffredo Borgia .

CURIOSITA’  : Più che in segno di vera alleanza, i due matrimoni furono architettati dal Borgia con l’intento di portare uno dei suoi figli sul trono di Napoli, secondo quel disegno politico già accarezzato da  papa Calisto III , zio di Alessandro VI. 

Ma questa l’alleanza fu molto breve: con la caduta della dinastia aragonese dal trono di Napoli, Alessandro VI ritenne ormai inutile la parentela coi reali spodestati ed inoltre Cesare Borgia , fratello di Lucrezia che certo non lo teneva in grande simpatia , arrivò addirittura ad ordinare l’assassinio del cognato, accusandolo a sua volta di aver ordito una congiura a suo danno.

CURIOSITA’ :  Papa Alessandro VI volle il matrimonio della figlia Lucrezia con Alfonso come base per poter poi far sposare Cesare con Carlotta d’Aragona e avere così un punto d’appoggio nel regno di Napoli. Le nozze furono celebrate, dopo una complessa trattiva sulla dote di Lucrezia, il 21 luglio 1498 alla presenza del cardinale Ascanio Sforza a palazzo Santa Maria in Portico. Il 5 agosto fu celebrata una seconda cerimonia.
Ma  poichè la politica internazionale dei Borgia cambiava rapidamente: non più interessato a Napoli, Cesare intraprese una politica filofrancese sposando Charlotte d’Albret.
A quel punto , non sentendosi più sicuro a Roma, il 2 agosto 1499 Alfonso lasciò in segreto la città e Lucrezia incinta di sei mesi per recarsi nelle terre dei Colonna e poi a Napoli. A Genazzano scrisse alla moglie affinché lo raggiungesse. La lettera però cadde nelle mani di Alessandro che costrinse il re di Napoli a rispedire Alfonso a Roma. Il 1º novembre nacque Rodrigo d’Aragona, il primo e unico figlio di Lucrezia e Alfonso.
Successe poi che 15 luglio 1500 Alfonso fu aggredito sulla gradinata di Piazza San Pietro da persone ignote che lo avevano colpito alla testa. Mentre cercavano di trascinarlo via, furono sorprese dalle guardie e messe in fuga. Gravemente ferito, Alfonso fu portato negli appartamenti sopra quelli del papa.
Circolava voce però che il mandante fosse in realtà il cognato Cesare Borgia, affinché la sorella potesse essere utilizzata nuovamente come strumento politico matrimoniale. Il 18 agosto 1500 Alfonso si trovava nella sua camera con la moglie e la sorella Sancha d’Aragona, che aveva sposato Goffredo Borgia, fratello di Lucrezia. Nella stanza irruppero gli uomini di Cesare che fecero uscire le due donne con una scusa. Mentre queste erano lontane, Alfonso venne assassinato. La giustificazione che Cesare diede al padre fu che Alfonso tramasse per ucciderlo. La notizia della morte violenta di Alfonso divenne presto di dominio pubblico, anche all’estero. Lucrezia venne fatta maritare di nuovo, due anni dopo con Alfoso I d’Este.

Il padre , di Alfonso  II , re Ferrante d’Aragona mori’ nel 1494, dopo ben 36 anni di regno e a succedergli al regno fu  ovviamente proprio il duca di Calabria  Alfonso II.

Ma il suo regno era  destinato ad essere un regno breve poiché, al momento dell’ascesa al trono, l’invasione dell’Italia da parte del re di Francia Carlo VII  Re  era ormai imminente. Egli nelle vesta di nuovo re nel suo breve regno dovette quindi subito affrontare la minaccia del giovane sovrano di Francia Carlo VIII, il quale sollecitato anche dai baroni esuli in Francia ( Sanseverino ), ambiva alla riconquista del regno di Napoli.
Carlo VIII, appena salito al trono, istigato anche da Ludovico Sforza (che aspirava a pigliare il ducato di Milano ai danni del nipote Gian Galeazzo, genero di Alfonso) organizzò subito una spedizione per impossessarsi di Napoli, forte dei suoi diritti Angioini sulla città. Il re francese quindi  invase l’Italia nel settembre del 1494  ed il primo territorio che conquistò fu proprio il ducato di Milano.

Ludovico Sforza aveva promesso il suo appoggio ad aiutarlo nella riconquista di Napoli perchè  pensava di trarne vantaggio per la sua definitiva consacrazione sul ducato di Milano, levandosi di torno possibili forti oppositori ma fu il primo ad essere fregato poichè alla sua chiamata Carlo VIII rispose conquistando per primo proprio il suo territorio.
Quando giunse a Roma chiese al pontefice, previo atto di sottomissione, di concedergli l’investitura di re di Napoli, ma il papa non cedette e tentò successivamente di contrastarlo in ogni modo.
Il francese allora lasciò Roma e senza il permesso del papa giunse alle porte di Napoli.

Alfonso era poco amato in giro e considerato solo come uno spietato condottiero ( assassino ) duro e calcolatore e senza scrupoli: nella famosa congiura dei baroni il suo comportamento, noto a tutti, fu quello di consigliare al padre di usare le più aspre misure repressive al fine di rafforzare l’autorità dello stato (secondo molti fu proprio lui a consigliare il peggio al padre). Inoltre il padre inviava sempre lui a risolvere situazioni ingarbugliate che necessitavano di interventi duri e repressivi spesso con il ricorso alle armi.

Solo e poco amato dal popolo e dalla nobiltà napoletana, abdicò quindi in favore del figlio Ferrante II ( Ferrandino), sperando che egli giovane e ancora scevro di colpe nei confronti del popolo fosse dallo stesso più amato e seguito nell’affrontare la difficile situazione che si prospettava .

CURIOSITA’ : Si disse, di Alfonso II, che egli era terrorizzato da una serie di cattivi presagi e strani incubi notturni, forse dovuti al ricordo delle sue numerose vittime fatte in combattimento ( era considerato un gran capitano e valoroso condottiero e molto del suo tempo fino ad allora lo aveva passato in battaglia) per questo motivo pensò di abdicare in favore del figlio ed esiliarsi in un monastero.
Alfonso morì poi in Sicilia nel 1495, dove si era ritirato e dopo aver indossato il saio francescano.

 

N.B. Alfonso II aveva anche una figliadi nome Isabella che andò in  matrimonio a Gian Galeazzo Sforza

A Napoli intanto la situazione precipitava e Ferrandino resosi conto della impossibilità di resistere a lungo contro le imponenti forze francesi si rifugiò a Ischia ( e poi a Messina ) consentendo a Carlo di entrare in città.

Il re francese attraversò vittoriosamente porta Capuana e le sue truppe saccheggiarono vandalicamente la città; la biblioteca creata da Alfonso I fu devastata e molte opere andarono distrutte o portate in Francia.
Carlo chiese per altre due volte l’investitura dal papa che non solo la rifiutò ma informò il francese della avvenuta formazione di una “Lega Santa” che era pronta a marciare contro di lui. Alla lega avevano aderito su invito del papa, Milano, Venezia, la Germania, la Spagna e lo stesso stato pontificio.
Di fronte a tale pericolo, Carlo, si ritirò in Francia permettendo a Ferrandino, sostenuto dalle milizie spagnole di Consalvo di Cordova, di rientrare a Napoli.
Mentre tentava di riorganizzare il regno purtroppo egli mori nel luglio del 1496, lasciando peraltro il trono senza eredi.
Salì al trono l’anziano zio Federico, fratello di Ferrante I.

Questa nuova situazione creatasi preoccupò non poco la corona spagnola preoccupata della fragilità del regno (non dimentichiamo che sotto il regno di Alfonso I Napoli e Aragona erano uniti).
In Francia intanto moriva pure Carlo VIII e il suo erede Luigi XII immediatamente anch’egli organizzò subito una spedizione per riconquistare Napoli.

Nel salire al trono Luigi XII aveva assunto oltre al titolo di re di Francia anche quello di duca di Milano e re del regno di Sicilia.
Egli si adoperò subito con un delicato gioco di promesse e concessioni a far sciogliere la lega, promettendo a Venezia la cessione di Cremona ed al figlio del papa, l’ambizioso Cesare Borgia, il ducato francese di Valentinois ( in attesa di un più vasto territorio nel regno di Napoli ).

Nell’aprile del 1500 il re francese conquistò definitivamente il ducato di Milano e sconfitto Ludovico il Moro (condotto prigioniero in Francia dove poi morì), rivolse le sue attenzioni sul regno di Napoli.
A questo punto avvenne un tradimento politico tra i peggiori della storia.

Luigi XII re di Francia e re Ferdinando ( il cattolico ) re di Spagna (  esopretutto  zio di Ferrandino )  sottoscrissero un trattato in virtù del quale si dividevano il Regno di Napoli.
Puglia e Calabria andavano alla Spagna mentre la Campania, l’ Abruzzo e il Molise andavano alla Francia.
Il tutto ratificato dal papa al quale andarono ovviamente dei vantaggi.

Ferdinando II d’Aragona
Luigi XII di Francia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Probabilmente questo tradimento fu dettato da circostanze del momento che consigliavano di porre fine ad una situazione di incertezza e porsi al riparo da operazioni pericolose o, quanto meno, tendenti a ridare alla Francia il dominio di tutto il regno di Napoli.
Il povero Federico pensava solo a come difendersi dai francesi e non immaginava neanche lontanamente che il suo parente prossimo ( suo zio ) si era intanto alleato con il suo nemico.
Chiese aiuto quindi a suo zio, il re di Spagna, che garantì ( mentendo ) il suo aiuto anche se oramai aveva già raggiunto l’accordo con il re di Francia.
Egli aprì quindi inconsapevolmente le fortezze della Calabria a Consalvo di Cordova che conduceva l’esercito spagnolo e avanzava indisturbato.
I francesi intanto, occupato Nola ed Aversa, marciarono su Napoli ed entrarono in città.

Quando Federico venne a conoscenza del patto segreto fatto ai suoi danni si trovò stretto, senza nessuna possibilità di difesa, tra le forze francesi avanzanti dal nord e quelle spagnole provenienti dal sud.
La conquista del regno di Napoli avvenne quindi in poco tempo e a renderla più facile fu il crudele monito dell’occupazione di Capua.
I francesi comandati da Cesare Borgia occuparono la città a tradimento mentre erano in corso i negoziati di resa, e la saccheggiarono. Furono trucidati 7 mila abitanti.

Il figlio di Alessandro VI, il crudele Cesare Borgia, dopo l’occupazione della città si fece portare davanti tutte le giovani donne e tra le più belle ne scelse 40 al fine di soddisfare le sue voglie sessuali.

La terribile sorte di Capua influì sulle altre città del regno che non pensarono più a resistere.
A Napoli gli ultimi fedeli della dinastia aragonese in preda al panico lasciarono le loro case per rifugiarsi nelle isole o in altri luoghi più sicuri.
Lo stesso Federico rinunciando ad ogni difesa si rifugiò ad Ischia.
Federico addolorato ma fiero ruppe ogni rapporto con il re di Spagna che lo aveva tradito e si rivolse a Luigi XII con una commovente lettera nella quale ricordandogli la loro antica amicizia, lo pregava di lasciargli la sovranità di Napoli per la quale era disposto anche a pagare un tributo.
Ma gli accordi sulla spartizione del regno erano già stati fatti e certo non si poteva tornare indietro, tuttavia il ricordo della citata amicizia fece presa sul re francese che trattò il re detronizzato non da prigioniero ma come un ospite e lo invitò in Francia, promettendogli la sovranità di un pezzo di terra nell’Angiò e un vitalizio annuo.

Federico non potendo fare altro accettò e consegnò così la città ai francesi.
Il 6 settembre con il cuore che gli stringeva, disse addio alla famiglia e alla città che non avrebbe mai più rivisto e si imbarcò per la Francia.

stemma aragonese

Lo seguirono pochi fedeli tra cui il suo amico Jacopo Sannazzaro.

In Francia visse solo tre anni morendo all’eta di 52 anni.

Finiva con lui la dinastia Aragonese a Napoli.

 

 

 

 

 

 

CURIOSITA’ :

 

Durante il periodo del  regno d Ferrante furono costruite in città anche  delle bellissime ville:

La villa della Duchesca, che si estendeva su di un’area compresa tra Porta Capuana e la chiesa di San Pietro ad Aram ( attuale inizio rettifilo ). Questa bellissima villa fu poi abbandonata a se stessa sotto il vicereame spagnolo fino a giungere al piu completo degrado. Oggi di questa villa  purtroppo non e’ rimasta traccia se non la chiesetta di San Clemente che era la cappella annessa alla villa. Resta comunque  il ricordo poichè ha dato il nome all’intera zona.


La villa di Chiaia, meglio conosciuta come ” villa La Ferrantina ” era una villa di Ferrante d’Aragona di cui purtroppo  non e’ rimasto più nulla quasi . Sono sopravvissute solo alcune strutture che si trovano all’interno della Palazzina Bivona in Via Vittorio Imbriani.

La villa Conigliera, sorta sulla collinetta di San Potito al Cavone  per volere di Alfonso d’Aragona ( dove cacciava in maniera riservata conigli e da cui deriva il nome ).
Della villa oggi è visibile la facciata esterna di piperno e marmo con due stemmi del casato e un interno spoglio e purtroppo degradato.


La villa di Poggioreale  fu eretta su una precedente dimora di Carlo II d’Angiò, era particolarmente bella con grandi giardini ed una piscina alimentata dall’acquedotto della Bolla.  Anche questa villa conobbe il degrado sotto il vicereame spagnolo ed oggi di essa non rimane altro che pochissimi resti incorporati nel brutto arredo urbano della zona.

In seguito ai lavori di allargamento della cinta muraria della città, fece erigere la Porta Capuana che fu costruita su disegno di Giuliano da Maiano nel 1484. Essa si erge maestosa con le sue grandi torri cilindriche merlate, che si dice rappresentino l’onore e la virtù; tra le due torri si sviluppa l’arco riccamente decorato.

 

Ferrante d’Aragona morì nel 1494, dopo ben 36 anni di regno e a succedergli al regno fu il  duca di Calabria con il nome di Alfonso II.

 

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