SU E GIU’ PER LE SCALE 

Un tempo , il nucleo  della nostra citta’ corrispondeva pressapoco con quello che oggi viene identificato come il centro storico ed era circondato da alte ed inespugnabili  mura .
In epoca ducale  tutta l’area situata al di fuori delle mura che andava dal Largo del Mercatello ( attuale Piazza Dante ) fino al casale di Antignano sulla collina del Vomero era conosciuta con il termine  “Limpiano” e tutta questa area aveva un carattere rurale dove si intravedevano sporadici piccoli villaggi e casali i cui  pochi  abitanti erano per lo piu’ dediti all’agricoltura .


La collina del Vomero era  una periferia agricola, per la maggior parte disabitata e lontana dalla città di Napoli ed il suo stesso toponimo infatti non fa nulla per nascondere  la sua vecchia vocazione ; esso deriva dalla sua antica vocazione agricola e al gioco del “vomere”.
Un passatempo che i contadini della collina praticavano  nei giorni festivi
che sanciva come vincitore chi, con il vomere (la lama) dell’aratro, avesse tracciato un solco quanto più possibile dritto; un curioso intrattenimento per il quale accorreva ad assistere un gran numero di persone dalla città .
L’ intera collina e’ stata  , per secoli , grazie alla gran massa di verdure coltivate soprannominata ‘ la collina dei broccoli e fino alla prima metà del ‘600 al Vomero c’erano il borgo di Antignano, la Certosa di San Martino, Castel S. Elmo e la campagna.

Nel Seicento, grazie alle direttive del Concilio di Trento che sanciva il diritto di costruire al di fuori delle mura architetture religiose , questa zona  come tutte le aree verdi vicine al centro della città, divenne meta ambita per la fondazione di monasteri, chiese e conventi .
Ben presto , anche grazie ad una reale mancanza di controllo governativo sui residui terreni non occupati dalle fabbriche religiose, si concentro’ poi  l’interesse della borghesia meno ‘possidente’, quella, per intenderci, che non poteva ambire alle proprietà in via Toledo, consentite solo ai grandi  aristocratici ( le case costavano tantissimo in questa zona ).
Successivamente ,nel 1656, per scampare alla peste, quelli che potevano (clero e nobili) cominciarono l’uso della seconda residenza nella  parte alta della città ( Vomero ) e tutto  il territorio  comincio’ quindi sempre più a popolarsi  assumendo lentamente  le caratteristiche di un borgo e modificandone il carattere rurale ed isolato .
Gli edifici in origine presentavano un piano unico, ma, nel corso del tempo, vennero sopraelevati fino a cinque piani per far fronte alla carenza cronica di abitazioni per una popolazione in crescita costante.
Gli stessi territori che possedeva la duchessa di Gravina che salivano dalla Riviera di Chiaia fino al Vomero ( donati dalla duchessa alla sua morte ai padri Lucchesi ) vennero a poco a poco fagocitati da nuove costruzioni .
Si trattava di un vastissimo terreno con boschi , uliveti , orti , vigne e piante di frutto che si estendeva  fino a sopra il Vomero, senza alcuna interruzione, e la cui parte alta sarà poi trasformata nell’attuale villa Floridiana, in villa Lucia e parco Grifeo.
Una grossa parte dei suoli che salivano dall’attuale Piazza Dante a Piazza Mazzini , fu acquistata dalla facoltosa famiglia dei Pontecorvo per costruirvi dei lussuosi palazzi che finirono per dare un nome a tutto il borgo ed alla strada .
La strada chiamata via di Pontecorvo  ebbe di li’ a poco un’ importanza strategica grazie al fatto che al suo interno passava la principale via di collegamento tra Napoli e Pozzuoli, la cosiddetta via Antiniana   ( così detta perché’ vi si trovava una villa dell’Imperatore Antonino )  che seguendo lo stesso percorso dell’ antica via Appia, scavalcando la collina del Vomero permetteva di collegare gia’a ai tempi greco -romani le  città di Neapolis e di Puteoli.

La vecchia via corrisponde, attualmente, alla Via S. Gennaro ad Antignano e’ famosa perché’ vide verificarsi intorno al IV secolo d.C.  ( anno 315, dieci anni dopo la morte del Patrone ) il primo miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro. Accadde infatti che, mentre si effettuava processionalmente la traslazione del corpo del Santo alle catacombe a lui intitolate, nella prima domenica di maggio , giunti in località Antinianum, una donna che abitava in questo luogo e che aveva raccolto dieci anni prima  e ben conservato in due ampolle di vetro il sangue del martire , offri ai sacerdoti  le due ampolle contenenti il sangue, che immediatamente si sciolse quando si ricongiunse con la testa del santo che in quel momento era portata in  processione . Sul luogo del miracolo fu eretta un’edicola, più volte distrutta e ricostruita, e, poco distante una chiesa, intitolata a “S. Gennariello” .( chiesa di San Gennaro al Vomero ).
Altre ricche famiglie ottennero progressivamente concessioni cominciando  la costruzione di immobili come ad esempio i Coppola  , i Tuboli  gli Spinelli  che oltre che costrire magnifici palazzi incominciarono anche a far divenire le loro ville , magnifiche dimore nobiliari come fecero  i principi Carafa di Belvedere che abitarono la loro fastosa residente sulla collina del Vomero avuta per vie ereditarie ( fu costruita dal ricco Ferdinando Vandeneyden ).

L’espansione urbana della citta’gradatamente incomincio’ quindi ad arrampicarsi sulle colline ed oltre alle strade che percorrevano la città’ da oriente ad occidente si incominciarono a sviluppare percorsi per collegare in maniera piu’ veloce e diretta la parte bassa della città’ con la nuova parte alta .

Con l’avvento dei Borbone , infine tutta l’area collinare acquisto’  definitivamente il titolo di quartiere  ( per opera di Ferdinando IV di Borbone la città viene divisa nei dodici quartieri tutt’ora esistenti ).
Lo stesso Re Ferdinando ( re nasone o lazzarone ) fece realizzare da Antonio Niccolini per la sua amante ,Lucia Migliaccio , duchessa di Florida ( da cui il nome del luogo ) poi divenuta moglie morganatica , la neoclassica bella Villa Floridiana .

Si incominciano così  a costruire per collegare piu facilmente la zona alta e quella bassa della citta’ , una serie di percorsi ricavati inizialmente in maniera molto semplice ( con un semplice taglio nel terreno e con un andamento accidentato )  protette solo con un bordo di pietra e solo in un secondo momento con una piu’ precisa configurazione urbanistica ampliate e protette da rivestimenti in pietra di piperno .
Salite , discese , gradoni , rampe , scale , cominciano così a caratterizzare la nostra città’ diventando un collegamento naturale tra poli diversi della città’. Per collegare la parte alta della città’ con il suo vecchio centro storico si e’ così costituito un vero e proprio capolavoro urbanistico composto da 200 percorsi tra 135 scale e 69 gradonate molte delle quali concentrate sulla collina del Vomero : la Pedamentina , la Salita Cacciottoli , il Petraio , le scale di Montesanto , e  la calata San Francesco .
Oggi l’antico e diffuso tracciato delle scale e ‘ stato sostituito dalla apertura di ben tre funicolari ( Chiaia , Montesanto e funicolare centrale ) che hanno portato ad un progressivo disuso di questi percorsi che comunque continuano a conservare  un loro fantastico fascino .
Tutte  o almeno una  buona  parte, dei quartieri  della nostra citta’sono collegate fra di loro tramite alcune scalinate lunghe, brevi, ripide o più pianeggianti, con scalini alti oppure bassi che vale la pena percorrere perche’intrise di storia , fascino e talvolta accompagnate da vecchie leggende che le pietre aspettano solo di raccontare.

La scalinata più antica di tutte  è certamente la Pedamentina costituita da 414 gradini che collegano, rampa dopo rampa, la collina del Vomero con il ventre della città (  la Certosa di San Martino con Spaccanapoli ) . Oggi il tracciato si estende per una lunghezza  di circa 650 metri e viene bruscamente interrotto dal Corso Vittorio Emanuele nato a meta’ dell’Ottocento ( per volere di Ferdinando II di Borbone e dedicato con il nome di Corso Maria Teresa alla moglie) , mentre originariamente proseguiva attraverso l’attuale Vico delle Monache per arrivare fino alla zona bassa della città’.


La sua costruzione fu iniziata nel XIV secolo dagli architetti Tino di Camaino e Francesco de Vito per facilitare il trasporto dei materiali necessari alla costruzione della Certosa di San Martino . Essa inizialmente  si presentava solo come una salita formata da alcuni tornanti, mentre  le scale che oggi vediamo furono aggiunte solo successivamente  ( agli inizi del Cinquecento ).
L’etimologia del nome equivale a ” pedemontano “, cioe’ ai piedi del monte.
Percorrendo questa scalinata è possibile ammirare tra silenzi irreali, vigne e scampoli di campagna e casali riattati alcuni  scorci dei  panorami più belli di tutta Napoli.


A rappresentare l’ideale prolungamento del percorso della Pedamentina troviamo all’ altezza dello stesso Corso , la scala di Montesanto  che con le sue ampie rampe giùnge fino alla piazzetta di Montesanto . Il nome deriva ovviamente dalla presenza della seicentesca chiesa di Santa Maria delle Grazie , popolarmente detta di Montesanto .


Essa fu costruita dai padri carmelitani nel XVIII secolo in un’area che all’epoca si trovava fuori le mura della città’, su progetto dell’architetto Pietro de Marino e Dionisio Lazzari ( che realizzo’ la bella cupola .
Il suo interno e’ molto semplice mostrando un’a singola navata e conserva nel suo interno , nella cappella Cecilia la tomba del grande musicista Alessandro Scarlatti .

Quasi in parallelo con la Pedamentina, dall’altra parte della collina del Vomero troviamo le Rampe del Petraio, che da via Annibale Caccavello (dietro la stazione della funicolare di Montesanto )  attraverso una tortuosa fuga di scale ,  passando attraverso una serie di palazzi liberty ,  e tipici “bassi” partenopei ( che qui però hanno finestre panoramiche, verande e terrazzini )   giunge sino al corso Vittorio Emanuele.
È conosciuta anche come l’Imbrecciata poiché è fatta di “vrecce” e cioè ciottoli mentre il nome Petraio sembra derivi dalla voce napoletana ” Petraro ” cioe’ luogo abbondante di ciottoli che si depositavano dopo abbondanti piogge.

Scendendo , dopo un piccolo slargo ( largo del Petraio )  dove si trova il tabernacolo di una Madonna sorridente si aprono a noi due  diverse gradinate che entrambe pero’ finiscono per sbucare su Corso Vittorio Emanuele ( solo ad altezze di poco distanti ).

Girando a destra imbocchiamo i gradini di Santa Maria Apparente che percorriamo fino a quando non vengono tagliati dal corso V. Emanuele : di fronte continuano e portano nell’ omonimo vico Santa Maria Apparente : girando ad destra e percorrendolo per un breve tratto ci accorgiamo che esso in fondo e’ un vicolo cieco , ma noi invece un po’ prima dobbiamo girare a sinistra ( ve ne accorgete perche’ la gradinata e’ protetta da un muro a mezza altezza ) . Si apre dinanzi a noi la Salita di Santa Maria Apparente , ricca nella sua quiete di tanti tipici caratteristici “bassi ” .


Vi assicuro che resterete affascinati da questo spettacolo : le gradonate  chiuse tra gli alti muri dei palazzi rappresentano un teatro a cielo aperto , uno spazio terrazzato fuori dal proprio basso dove si svolge il vissuto  quotidiano delle persone che vi abitano .
Una realtà’ nascosta incredibile dove le stesse gradonate rappresentano il luogo del gioco , dell’ incontro , del passeggio e del confronto sociale .
Sembra quasi impossibile pensare che poco distante si trova la raffinata Via dei Mille con i suoi lussuosi negozi e bei palazzi .
In questo luogo si trova nella salita vetriera , il cosiddetto ” palazzo dei veterani ” che purtroppo versa in uno stato di totale abbandono e degrado .
Questo ospitava inizialmente il monastero della chiesa di Santa Maria di Betlemme (  che ancora si vede sulla salita omonima ) costruito nel 1640 dove risiedevano le suore domenicane (  poi espulse durante il decennio francese ) . Venne poi prima adattato a caserma militare ed infine a casa per vedove di militari .
Dopo l’ ultima guerra , la struttura abbandonata e fatiscente venne occupata abusivamente e trasformata in abitazioni private ed al centro del chiosco ( anni 60 ) successivamente venne innalzato un palazzo con piu’ piani .

Questa gradinata un tempo era anche chiamata ” Ruomp collo” per intendere che a salirla si faceva un gran fatica , tale da romperti il collo , mentre invece per alcuni abitanti del luogo la gradinata viene chiamata ” Scale di San Ciro ” poiche’noterete dopo un po’ la presenza di una edicola dedicata appunto a San Ciro .
Percorrendo tutta la gradinata  in discesa si va verso via dei Mille (  scale. S. Ciro , Salita Betlemme,  vico Vasto a Chiaia  ,  via dei Mille ).

Ritorniamo per un momento sul Corso Vittorio Emanuele giusto per farvi  notare che finiti i gradini di Santa Maria Apparente una volta giunti sul corso , alla nostra destra troviamo in un piccolo largo ( Largo di Santa Maria Apparente) dove si trova l’omonima chiesa fondata da padre Filippo da Perugia grazie ai fondi raccolti con elemosina tra i fedeli , per conservare in essa una immagine della Madonna ritenuta dal popolo miracolosa che era stata ritrovata dipinta su di un muro ( parete ) che chiudeva un viottolo del Petraio ( fu infatti inizialmente chiamata di ” Santa Maria in parete “).
L’annesso convento che affiancava la chiesa , nella seconda meta ‘ del settecento venne soppresso e trasformato in un carcere poi reso famoso dal soggiorno forzato in esso dei rivoluzionari napoletani del 1779 e dei rivoluzionari del 1848 .
La chiesa era un tempo parte integrante dei gradoni ed appare oggi distaccata da esso solo grazie alla necessita’ insorte con la costruzione del Corso .

 

 

E se invece giravamo a sinistra ? Sbucavamo solo un po’ più avanti sul Corso . Ovviamente     dal marciapiede di fronte ( accanto ad una edicola ) continuano i gradoni   ( dopo un po’ a destra vediamo l’ inizio del citato vicolo di Santa Maria Apparente) ci porteremo in Via San Carlo alle Mortelle , poi vico e Piazzetta Mondragone e da qui sulla destra attraverso le Rampe Brancaccio giù fino a Via dei Mille.
I gradini del vico di San Carlo alle Mortelle delimita il fianco destro della chiesa del Cenacolo ( prima meta’ 800) completamente modificata con la creazione del Corso ( la facciata principale prima era proprio sul vicolo ).
L’intera collina in questo punto viene chiamata ” Mortelle ” probabilmente per la ricca vegetazione di Mirto ( volgarmente detta mortella ) o forse dal nome della famiglia spagnola De Troyanis Mortella proprietaria di numerosi terreni nella zona .
Le Rampe Brancaccio si chiamano in questo modo per le diverse proprieta’ che in questo luogo possedeva la nobile famiglia Brancaccio ( anche se tutta l’intera zona era comunque caratterizzata da parchi e palazzi sontuosi come quello di d’Avalos e Cellammare.


Piazzetta Mondragone invece e’ sede della Villa Eldorado ( lottizzazione dei giardini di palazzo Cellammare) , della Chiesa  settecentesca di Santa Maria delle Grazie (  progettata da Arcangelo Guglielmelli e decorata da Giovan Battista Nauclerio ) e dall’imponente edificio dell’antico ritiro di Mondragone , voluto dalla duchessa di Mondragone ( Elena Aldobrandini ) per ospitare come monache gesuite  vedove o donne ridotte in disgrazia che intendessero trascorrere il resto della loro vita in maniera casta e tranquilla.

Ma non finisce qui perche’  se andate sul Corso un po’ più’ avanti di fronte alla funicolare di Montesanto , troviamo la piccola piazzetta Cariati da cui parte la rampa di Santa Caterina da Siena che scende sino all’omonima chiesa, capolavoro del tardo barocco meridionale e sede di concerti della Fondazione Pietà dei Turchini .

La chiesa fu fondata nel 1613 per volere del domenicano Feliciano Zuppardi mentre l’annesso monastero e’ stato luogo di clausura per le  suore domenicane per molti anni .
La chiesa ristrutturata dall’architetto Mario Gioffredo mostra nel suo interno un bellissimo pavimento in riggiole del 1760 , opera di Ignazio Chianese e dei bei dipinti di Fedele Fischetti .
Dopo Via Santa Caterina  da Siena  , ci troviamo nei suggestivi  vicoli dei Quartieri Spagnoli   dove ci possiam addentrare fino ai  famosi gradoni di Chiaia  che  portano direttamente su Via Chiaia .  Questi ultimi gradoni sono certamente i piu’ famosi in citta’ poiche’ hanno  piu ‘volte rappresentato nell’iconografia  mondiale l’ immagine di una Napoli popolare e pittoresca con i panni stesi ed il piccolo commercio fatto per strada  tra una realta’ affollata e chiassosa .


Non dimenticate che da Piazzeta Mondragone , portandoci a sinistra e percorrendo Via Nicotera possiamo anche qui  addentrarci  nei suggestivi  vicoli dei Quartieri Spagnoli , ma continuando diritti possiamo anche recarci nella famosa zona di  Pizzofalcone ( Monte di Dio ) e da qui portarci in Piazza Plebiscito .

Un po’ piu’ su , sempre sul Corso V. Emanuele , all’altezza della chiesa di Santa Lucia al Monte troviamo la grande rampa storica di San Pasquale che collega il Corso con i Quartieri Spagnoli e quindi Via Toledo ed il centro storico.
La muratura dell’absdide del corpo centrale un tempo era impreziosita dalla presenza di una nicchia di cui oggi rimangono poche tracce nel muro di tufo . Probabilmente esso doveva avere funzione di vasca per fontana o contenere qualche statua .


Le famose scale a doppia rampa di San Pasquale di Cosimo Fanzago, lasciate in uno stato di incuria erano diventate una discarica e solo grazie ai volontari di “Sii turista della tua città” sono tornate ultimamente finalmente a risplendere . E’ bastato l’ amore per la propria città’ ed il solo volontariato ( quindi senza guadagnare un solo euro ) per ripulire queste antichissime scale ( d’altronde se aspettavamo il comune …. ).
Un esempio per tutti i cittadini di Napoli e non solo, una dimostrazione e un atto d’amore per la propria città.

Un’altra bella e suggestiva scalinata che parte dal Vomero e ci conduce direttamente alla Riviera di  Chiaia e’ quella della Calata di San Francesco che parte da via Belvedere e taglia trasversalmente Via Aniello Falcone e Via Tasso raggiungendo il Corso Vittorio Emanuele . A questa altezza la scalinata cambia nome e prende il nome di Arco Mirelli ( da un ampio arco che un tempo univa il palazzo Mirelli alle case del luogo )


La scalinata prende il nome dalla chiesa di San Francesco degli Scarioni costruita nei primi anni del settecento per volere del ricco mercante Leonardo Scarioni ed il cui progetto dall’articolata facciata che si innalza su due livelli ornata dalla statua di San Francesco ,  fu affidato all’architetto Giovan Battista Nauclerio .
Palazzo Mirelli di Teora , le case ad esso collegato e l’Arco oggi non ci sono più. Il loro posto lo ha preso Palazzo Guevara di Bovino ed Arco Mirelli ora non è più una scalinata poiche’ il suo basolato è liscio.
Continuando la discesa si giunge all’incrocio con via Crispi e andando dritto attraversando la strada giungeremo alla fine del percorso . A destra ad un certo punto troveremo  Palazzo Mirelli (iniziato da Cosimo Fanzago, continuato da Ferdinando Sanfelice, e restaurato da Carlo Vanvitelli per il gran ballo in onore delle nozze di Ferdinando IV e Maria Carolina)mentre a  a sinistra troveremo palazzo Guevara.
Per arrivare al mare però basta poco: svoltando per Vico Fiorentine a Chiaia dopo pochi metri ci troveremo alla Riviera di Chiaia ,  e quindi il mare.

 

Per finire vi vogliamo citare il  percorso a molti meno noto perche’oramai abbandonato e dimenticato dei gradini  Cacciottoli .
Il nome di questa gradinata seicentesca deriva da una villa allora presente che apparteneva ad un componente  del casato dei Cacciuttoli . Il suo percorso fatto di scale talvolta ripide e talvolta gradonate permette di raggiungere a  piedi da Via Bonito ( la strada che porta a San Martino  nei pressi di Castel dell’Elmo ) attraverso viale Michelangelo , piazza Leonardo .

All’ inizio è collocata una stretta rampa di scale visibile solo ai più attenti. Le scale portano a via Torrione San Martino e proseguirebbero verso altre scale e vicoli che si ricongiungerebbero alle strade al di sotto del corso, ma il percorso è interrotto da un palazzo, che impedisce di proseguire. In effetti il percorso sarebbe la naturale prosecuzione dei Cacciottoli, oggi impraticabile a causa dello sviluppo edilizio della zona.

E da piazza Leonardo raggiungere Corso Vittorio Emanuele . A questo punto  cambiando solo una volta nome in Salita S. Antonio ai Monti  si puo ‘ addirittura raggiungere Piazzetta Olivella (nei pressi della Funicolare di Montesanto) il tutto in soli  circa 15 minuti.
Partendo da Piazza Leonardo  la gradinata si  sviluppa per buona parte sotto il livello stradale di Via Girolamo Santacroce  ; continua poi passando sotto il ponte del Corso Vittorio Emanuele  e si collega con la salita di  Sant’Antonio ai Monti .
Dalla salita di Sant’Antonio si giunge poi tra alti edifici in rapida discesa fino a Montesanto  ( piazzetta Olivella ) , in uno scenario di gradoni affollato di case popolari e persone in cui i bambini giocano e gli adulti si incontrano . Qui i  gradoni diventano sede e  teatro di un vero spaccato sociale trasformandosi in un luogo di  intrattenimento e aggregazione .

 

La salita di Sant’Antonio ai Monti era già parecchio trafficata alla fine del 600 poichè era una strada di passaggio per gli ospiti e gli invitati a Palazzo dei Principi Tocco di Montemiletto, costruito nel 1654 e del quale non rimane che una splendida facciata sul Corso.

In questi gradoni di Sant’Antonio in effetti un tempo una miriade di fedeli si riuniva per visitare la veneratissima reliquia del piede di Sant’Anna ( portata dalla Grecia da uno dei Tocchi ) che si trovava proprio nel bel palazzo dei principi .Il piede è oggi conservato nel Duomo di Napoli.
Oggi questo percorso versa purtroppo in uno stato di totale degrado e noi tutti amanti della nostra bella città’ speriamo continuamente senza rassegnarci che questa importante arteria pedonale ci venga presto restituita, anche in considerazione del fatto che pare ci siano in arrivo fondi  destinati al solo uso della riqualificazione delle scale di Napoli .

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