LA VENDETTA DEL MUSICISTA DON GESUALDO

Carlo Gesualdo di Venosa, discendeva da una nobile famiglia napoletana e sin da giovane si era dedicato alla musica.

Aveva studiato canto prima con con il virtuoso Ettore Gesualdo e poi con Pomponio Menna. Si era circondato di valenti artisti e letterari come Jean de Marque, Bartolomeo Roy, Marcantonio Ingegneri ,Nicolò Vicentino e altri. Strinse amicizia con Torquato Tasso del quale musicò i versi e più volte fu ospite delle più prestigiosi corti italiane.

Sposò nel 1588 la cugina Maria d’Avalos, che in precedenza era convolata a nozze, nonostante la giovane età di 21 anni, già altre due volte.

Abitavano insieme nel famoso Palazzo dei Sangro Sansevero, in Piazza San Domenico Maggiore  lo stesso che due secoli dopo farà ancora parlare di se quale scenario di eventi sinistri. Il luogo nel cuore della Napoli antica fu teatro di un passionale delitto che vide protagonisti il famoso madrigalista (Don Gesualdo), sua moglie ( Maria d’Avalos ) e l’amante di lei, Fabrizio Carafa.

Nella piazza, secondo la leggenda, si sentono talvolta ancora riecheggiare i colpi di arma da fuoco che uccisero donna Maria d’Avalos e il suo amante, scoperti in flagrante e fatti ammazzare dal marito di lei.

La triste storia narra dell’uccisione della nobile Maria D’Avalos e del suo amante don Fabrizio Carafa duca d’Andria da parte di alcuni sicari ingaggiati dal vendicativo e geloso marito Carlo Gesualdo principe di Venosa il 18 ottobre 1590.
I due amanti si incontravano ogni volta che don Gesualdo si allontanava dalla città, in un sotterraneo di Palazzo Sansevero collegato direttamente all’appartamento della bella Maria D’Avalos ( all’epoca descritta come la più bella donna di Napoli).

Carlo Gesualdo, insospettito che la bella moglie non gli fosse fedele, grazie alla soffiata di un amico, decise di tendere una trappola alla sciagurata coppia.

Egli deciso a vendicarsi dell’oltraggio subito, preparò cosi, insieme ai suoi servitori la personale vendetta.

Finse di partire per una battuta di caccia e si nascose con alcuni suoi servi nelle segrete del palazzo mentre altri suoi servi sorvegliavano l’appartamento nel quale la nobildonna s’incontrava con il Carafa.
Sospettando che la bella moglie non gli fosse fedele e accecato dall’ira, preparò la vendetta d’accordo con i servitori che sorvegliavano l’appartamento nel quale la nobildonna s’incontrava con il Carafa. Al momento opportuno fece irruzione nella camera della principessa sorprendendo i due amanti in flagrante adulterio per poi ucciderli entrambi con ferocia.

Furono ammazzati a colpi d’archibugio e di spada. I corpi furono straziati da decine di pugnalate e di colpi d’arma da fuoco. I loro corpi, privi di vita, furono poi gettati fuori dal palazzo.

Don Gesualdo completamente accecato di odio e gelosia, diede successivamente ordine di recuperare i corpi ed esporli nudi al balcone dell’appartamento in maniera tali che tutti potessero vedere l’offesa e la vendetta. Il suo disonore veniva cosi’ lavato.
La folla si accalcò rapidamente in piazza e la notizia dell’ omicidio di vicolo in vicolo di sparse rapidamente in tutta la città.

L’episodio più raccapricciante di tutta la storia avvenne comunque più tardi quando il cadavere della principessa, dopo essere stato portato nella vicina chiesa di San Domenico fù violentato da un domenicano, chiamato per benedire le salme e vegliarne il corpo, perchè colpito dalla bellezza della nobildonna.

La nobildonna venne poi sepolta sul lato destro della chiesa di San Domenico Maggiore.

Don Gesualdo subito dopo l’omicidio si rifugiò nel suo castello di Venosa dove pare, ancora sconvolto dalla pazza gelosia, abbia fatto ammazzare pure il figlio avuto dalla fedifraga (forse per la dubbia paternità che lo stava rodendo).

Vedendo nel figlio di pochi anni una certa somiglianza con l’amante della moglie si era sempre più convinto col passare dei giorni che anche quello fosse un altro inganno della sua consorte.

Il processo ai danni di Don Gesualdo tenutosi dai giudici della Gran Corte della Vicaria fu rapidamente archiviato, sia perché fu riconosciuta la giusta causa sia per le sue parentele eccellenti (zio Cardinale Borromeo).

Dopo l’uxoricidio riparò presso la corte di Ferrara dove, nel 1594, sposò poi Eleonora d’Este. L’intensa vita artistica presente all’epoca presso la corte segnò profondamente il suo animo e servì a trasformare un apprezzato dilettante in un eccellente professionista musicale.

Scrisse originali creazioni musicali molto apprezzate a corte divenendo uno dei più apprezzati autori di musica polifonica del cinque-seicento.

La madre del povero Fabrizio Carafa, Adriana Carafa era la seconda moglie di Giovan Francesco di Sangro, il primo principe di Sansevero. Essa si adoperò molto per salvare l’anima del figlio ed ottenere l’indulgenza.
Si recò da suor Orsola Benincasa, che viveva come un eremita in cima alla collina (dove ora sorge la sede universitaria) e invocò pietà per il figlio ammazzato.

L’indulgenza alla fine arrivò e in segno di ringraziamento, sul luogo dove avvenne il delitto, venne edificata per grazia ricevuta la “Pietatella”, cioe’ quella Cappella che poi Raimondo de Sangro più tardi trasformerà in uno scrigno bellissimo di arte e segreti.
Fabrizio Carafa è stato probabilmente sepolto nella stessa cappella, forse ai piedi dell’altare maggiore nel punto in cui due putti sembrano scoperchiare una tomba indicata da un angelo che sovrasta il ritratto di Adriana Carafa.

Lo spettro della bella D’Avalos, nella ricorrenza del brutale assassinio, pare vaghi sporca di sangue, inquieta tra l’obelisco della piazza ed il portale d’ingresso del palazzo in cerca dell’amato Fabrizio e del figlio ucciso senza colpa. Ogni anno nel giorno del suo assassinio risuona forte il suo grido agghiacciante e tutti nel quartiere non mancano di farsi il segno della croce.

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