TEATRO SAN CARLO

Il Teatro di San Carlo , gia’ Real Teatro di San Carlo , e’ uno dei Teatri piu’ famosi e prestigiosi al mondo .
E’ il piu’ antico teatro d’opera in Europa e del mondo con una data di nascita che anticipa di 41 anni la Scala di Milano e di 55 la Fenice di Venezia.
E’ il teatro lirico di Napoli , ma rappresenta da sempre il tempio lirico italiano
Sorge accanto al Palazzo Reale , vicino alla Piazza Plebiscito simbolo di Napoli .
Il Teatro di San Carlo è stato costruito nel 1737, per volontà del Re Carlo di Borbone fortemente intenzionato a dare alla città un nuovo teatro che rappresentasse il potere regio.
Nel 1736 , re Carlo Borbone di Napoli , informo’ la casa degli Incurabili che il Teatro San Bartolomeo , nonostante i lavori di ingrandimento , non rispondeva piu’ alle esigenze della corte per cui occorreva costruire un teatro nuovo .
Per economizzare sulle spese , per il re , era possibile utilizzare il legname del vecchio edificio per costruire i nuovo palchi .
Il progetto fu affidato all”architetto Antonio Medrano e l’appalto fu dato ad Angelo Carasale che si impegno’ ad ultimare i lavori per il mese di ottobre , affinche’ il nuovo teatro fosse inaugurato il 4 novembre , giorno dell ‘onomastico del re .
Il disegno di Medrano prevedeva una sala lunga 28,6 metri e larga 22,5 metri, con 184 palchi, compresi quelli di proscenio, disposti in sei ordini, più un palco reale capace di ospitare dieci persone, per un totale di 1379 posti.
Fu inaugurato il 4 novembre 1737 con la rappresentazione dell’Achille di Pietro Trepassi detto il Metastasio e musica di Domenico Sarro.
Come era usanza dell’epoca, Achille è interpretato da una donna, Vittoria Tesi, detta «la Moretta», con accanto la prima donna soprano Anna Peruzzi, detta «la Parrucchierina» e il tenore Angelo Amorevoli.
Nel 1772 il teatro subisce una ristrutturazione ad opera dell’architetto e scenografo Antonio Niccolini . Il caposcuola del Neoclassicismo a Napoli interviene, a più riprese, sull’edificio che progressivamente acquisisce la fisionomia odierna .
Nella notte del 13 febbraio del 1816 un incendio devasta l’edificio e da questo rimangono intatti soltanto i muri perimetrali e il corpo aggiunto. La ricostruzione, compiuta nell’arco di nove mesi, è sempre diretta da Antonio Niccolini, che ripropone a grandi linee la sala del 1812.
Lo scrittore Stendhal, all’inaugurazione del 12 gennaio 1817, neanche un anno dopo l’incendio che aveva devastato il Teatro, scrisse: “Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro ma ne dia la più pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare…
Appena parlate di Ferdinando, vi dicono: ‘ha ricostruito il San Carlo!’”.
Tutti i più grandi artisti prima o poi hanno calcato le scene del Teatro, come Niccolò Paganini e Vincenzo Bellini , Rubinstein , Jacquline Du Pré ,Toscanini , Stravinskij Gaetano Donizetti , Gioacchino Rossini ,Domenico Cimarosa e Giovanni Paisiello , Saverio Mercadante , Giuseppe Martucci , Puccini , Mascagni , Giordano, Cilea , Alfano , Bernstein , Muti , Busoni , Karajan , Vassiliev , Maxinova, Rudolf Nureyev , Fracci ,Fanny Cerrito, Carlo Broschi in arte Farinelli , il Caffariello (Gaetano Majorano), pupillo di Porpora,( uno dei castrati più famosi del suo tempo) accanto a Gizziello (Gioacchino Conti) e Gian Battista Velluti. E ancora tra le tante voci quella di De Lucia e Caruso, Di Stefano e Krauss, Del Monaco e Corelli, Tebaldi e Callas, Caniglia e Toti Dal Monte, Gigli e Tagliavini, Pavarotti, Domingo e Carreras e tanti tanti altri …
Tra gli impresari va citato il piu’ grande di tutti , Domenico Barbaja ( il ‘principe degli impresari ) .L’uomo che scoprì Rossini, Bellini e Donizetti, introdusse la roulette in Italia e diventò immensamente ricco , partendo da una condizione sociale assai bassa : sguattero prima in una taverna dei bassifondi , poi cameriere di caffe’ ed infine gestore dell’appalto dei giuochi d’azzardo nel ridotto del teatro della Scala di Milano che gli permise di fare un sacco di soldi .
A Napoli , dopo una approfondita riflessione dinanzi ai relitti melanconici del San Carlo incendiato egli si presentò al re, offrendosi di far ricostruire a proprie spese il teatro.
Con il consenso del sovrano, il Barbaja si pose all’opera e nello spazio di dieci mesi il Real Teatro San Carlo fu di nuovo in piedi, pronto ad accogliere spettacoli .
Ricco , straricco , potente più che i ministri del sovrano tanto da essere definito il “viceré” di Napoli, egli aprofittò di quella sua condizione privilegiata soltanto per rendere più belli e addirittura splendidi, i suoi spettacoli.

Famosa e molto ricercata nei vari tetri divenne anche una bevanda da lui inventata chiamata” la barbajada, ” fatta di  una gustosa miscela di panna, caffè e cioccolata.

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CURIOSITA’

Oggi quando andiamo a Teatro  si assiste a uno spettacolo come a un rito. Si sta rigorosamente  in silenzio, si protesta contro il vicino se tiene il telefonino acceso , se bisbiglia , o se  scarta rumorosamente una caramella. Ci alziamo solo negli intervalli per non disturbare gli altri e si pone particolare attenzione e allo spettacolo per rispetto degli  artisti.

In passato invece e sopratutto nel settecento andare a teatro a vedere un’opera era un’occasione per ritrovarsi con amici e conoscenti . A teatro si chiacchierava, si rideva, si amoreggiava, si beveva e si mangiava. Nel botteghino del teatro si vendevano vari generi alimentari ed in alcuni casi era addirittura possibile portare con se da casa frutta e verdure .

Durante lo spettacolo  esisteva un momento durante il quale il pubblico poteva, senza alzarsi dal proprio posto mangiare qualcosa o dissetarsi. Questo avveniva durante l’esecuzione di un brano poco interessante che in genere veniva affidato ad un personaggio di secondo piano . Il particolare momento divenne con il tempo una consuetudine e soprannominato  «aria del sorbetto»: proprio per la prevalente abitudine di gustare in quel momento un delizioso sorbetto.

A Napoli, nella sera del ballo, nel palco reale e in quelli circostanti veniva servita una cena completa; gli spettatori discorrevano con gli attori e per applaudire gettavano confetti , ma se le cose andavano male gettavano anche frutta e verdura o gli avanzi della cena .

Gli spettatori più penalizzati erano ovviamenti quelli della platea che oltre a vedersi arrivare addosso i resti  di quello che si era mangiato rischiavano di subire i risultati della cattiva abitudine che vigeva di sputare dai palchi sulla platea ( immaginate le sedie come ereano ridotte prima di sedervi ).

Il palco invece era una sorta di seconda casa delle famiglie aristocratiche. Ognuno  poteva sistemarlo, decorarlo, tappezzarlo e arredarlo secondo il proprio gusto. I corridoi retrostanti il palco durante lo spettacolo erano animati dal  susseguirsi  continuo di domestici personali che trasportavano nei palchi cibi e bevande  Un andirivieni continuo tra i vari palchi ed i retropalchi dove erano  allestiti buffet colmi di vettovaglie ed  in appositi sgabuzzini scaldate vivande raffinate.

In alcuni teatri come la Scale di Milano si giocava addirittura d’azzardo e spesso gli impresari teatrali per ottimizzare  i magri bilanci organizzavano veri tavoli della roulette.

Una interessante  ed al contempo divertente immagine dell’epoca di una serata a teatro e dell’attenzione posta nei confronti dell’opera ci viene data dallo storico critico d’arte italiano Francesco Milizia vissuto nel 1700 che così ha lasciato scritto a noi :

«Chi discorre, chi gira il capo in qua e in là, chi legge, chi sbadiglia, e v’è anche chi dorme. Il contorno è in gran parte da fondo a cima tutto bucato di cellette e in ciascuna è annicchiata almeno una donna circondata da un ronzio d’uomini armati tutti di telescopi che servono loro come di bussola per saltare da cella in cella, cicalando, mangiando sorbendo, giuocando… E l’Opera, la grande Opera dov’è? Colà in fondo e di là da quella doppia batteria di strumenti veggonsi muovere e andar avanti e a dietro alcune figure in abiti straordinari non mai usati da alcun popolo e ciascuna così ingioiellata che tutti insieme i sovrani del mondo non posseggono tante gemme. Da quelle strane figure si sente talvolta trapelare qualche esilissima voce, non si odono giammai parole, si veggono dei moti, ma mai gesti. L’Opera va alle stelle se nelle quattro o cinque ore della sua durata la maggior parte degli spettatori (giammai tutti) dà segno di voler ascoltare quel che per un quarto d’ora canta un solo, o un paio degli attori. Questo silenzio è seguito da un solenne sbattimento di mani e da qualche urlo della civilissima udienza, inventrice di questo antisonnifero.»


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