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Il 30 gennaio 1945, a Napoli, nasceva Armando Pugliese, uno dei più rigorosi e influenti registi teatrali italiani del secondo Novecento. Un intellettuale della scena, profondamente legato alla sua citta natale, anche se mai disposto a usarla come rifugio identitario o come semplice materia narrativa.
Cresciuto a Napoli nel secondo dopoguerra, Pugliese si forma culturalmente in un contesto segnato da forti trasformazioni sociali e politiche. La sua educazione teatrale matura negli anni Sessanta, quando il teatro diventa luogo di ricerca, conflitto e responsabilità civile. E in questi anni che costruisce una visione della scena come spazio critico, lontano dall’intrattenimento e dalla retorica.

Formatosi negli anni Sessanta, Armando Pugliese emerge presto come una delle figure più rigorose e radicali del teatro italiano. Regista colto, intellettuale esigente, uomo di visione, concepisce la scena come un luogo di conflitto tra testo, attore e società. Il suo teatro rifiuta la superficie, cerca la struttura profonda delle opere e delle epoche.

Nel corso della sua carriera dirige alcuni dei piu importanti teatri pubblici italiani, tra cui il Teatro Stabile di Catania e successivamente il Teatro Stabile di Roma, che sotto la sua guida diventano veri laboratori culturali. Pugliese non è un amministratore, ma un costruttore di senso: programma, dirige, forma, polemizza. Sempre in nome di un teatro che non deve piacere, ma servire.

Napoli resta comunque  la sua origine,  e la città  non sarà mai un rifugio identitario, ma piuttosto, una presenza costante e problematica, una matrice culturale che lo accompagna per tutta la vita senza mai diventare alibi o decorazione. Napoli resta infatti una presenza costante nel suo percorso.

Qui Pugliese lavora più volte, in particolare nell’ambito del Teatro Stabile di Napoli, con il Teatro Mercadante come riferimento centrale. Il suo rapporto con il teatro napoletano è sempre improntato al rigore e alla complessità: rifiuta il folklore, diffida dell’autocompiacimento, interroga la tradizione invece di celebrarla.

Il rapporto con Napoli attraversa soprattutto il confronto con Eduardo De Filippo, autore che Pugliese affronta senza devozione né nostalgia. Il suo Eduardo è spogliato di ogni sentimentalismo: resta il dramma, resta il dolore sociale, resta la violenza silenziosa delle strutture di potere.

Pugliese affronta Eduardo senza nostalgia, restituendone la durezza, la dimensione tragica e il peso sociale. Una lettura che ha spesso diviso il pubblico napoletano, ma che ha avuto il merito di sottrarre quei testi a una rappresentazione consolatoria.

Per Pugliese, Napoli è una città eminentemente teatrale, ma anche pericolosa: una città che rischia di trasformare il teatro in autorappresentazione. Il suo lavoro si muove sempre contro questa tentazione. Nei suoi spettacoli Napoli non è mai folklore, ma tragedia moderna, spazio in cui il riso convive con la sconfitta e la vitalità con l’oppressione.

La sua carriera sviluppatasi sopratutto   su scala nazionale nella direzione del  Teatro Stabile di Catania negli anni Ottanta e successivamente nel  Teatro Stabile di Roma, egli porta in scena i grandi classici – Brecht, Goethe, Büchner, Pirandello – ma sempre con uno sguardo rivolto al presente trasformando entrambi i teatri in luoghi di ricerca culturale e progettualità artistica.

Pur vivendo a lungo fuori Napoli per lavoro, Pugliese comunque non recide mai il legame con la città. Napoli resta per lui un riferimento culturale, una matrice complessa, una città “naturalmente teatrale” ma proprio per questo da trattare con cautela e onestà intellettuale.
Il suo teatro è essenziale, severo, privo di compiacimenti.

Armando Pugliese è stato anche un grande maestro di attori, esigente e severo, capace di pretendere una presenza scenica totale, fisica e mentale. Per lui l’attore non interpreta: prende posizione. Egli chiedeva  molto agli attori, pretendeva precisione, presenza, responsabilità. Non cercava consenso, ma chiarezza. E questo rigore che lo ha reso una figura centrale del teatro pubblico italiano e, allo stesso tempo, poco incline alle celebrazioni facili.

 

Scomparso nel 2024, Pugliese lascia un’eredità che Napoli fatica ancora a misurare fino in fondo. Forse perché non è stato un cantore della città, ma uno dei suoi critici più onesti. E Napoli, si sa, ama chi la celebra più di chi la comprende.
Eppure, proprio per questo, Armando Pugliese resta uno dei suoi figli più autentici: un napoletano che ha scelto il teatro come atto di responsabilità, e la scena come luogo in cui la città poteva — e può ancora — guardarsi senza maschere.

Egli  resta uno dei figli più lucidi e meno accomodanti di Napoli.

Ricordarlo oggi significa riconoscere il valore di uno sguardo che ha scelto la complessità invece della semplificazione, e la verità invece della rappresentazione.

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