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Quanti napoletani sanno che, sulle pendici della collina sopra la Sanità, esiste un complesso con oltre quindicimila metri quadrati coperti e circa sessantamila di verde?

Eppure, dentro il cuore densissimo di Napoli, tra la Sanità, i Colli Aminei, la salita dello Scudillo e Capodimonte, esiste un’isola di storia sanitaria e sociale che ha plasmato un intero paesaggio culturale

Parliamo dell’ex ,convitto Pontano alla Conocchia, una presenza imponente eppure poco conosciuta, che conserva nelle sue trasformazioni una parte della storia della città.. Un  nome che ritorna nei racconti e nei quadri, ma svanisce tra la vegetazione e i vuoti della memoria urbana.  Un luogo che ha accolto religiosi, malati e studenti, prima di restare per decenni senza una funzione.

Nel XIX secolo la Conocchia era una struttura solida, riconoscibile, un balcone naturale sulla città, tanto da attirare schiere di pittori. Tra loro Giacinto Gigante, che fissò in una veduta la prospettiva di Napoli dalla Conocchia, immortalando un luogo capace di concentrare sguardi e visioni. Prima ancora fu buen retiro e monastero; poi, nell’872, diventò ospedale durante importanti epidemie, inserito nel sistema dell’Ospedale della Pace: una rete di cura e contenimento che prefigura quel filo rosso che attraversa la storia sanitaria napoletana, dal Medioevo alle emergenze moderne.

Il 6 ottobre 2026 è arrivata una notizia che cambia il suo futuro: il Ministero della Cultura ha annunciato di aver esercitato il diritto di prelazione, acquisendo il complesso al medesimo prezzo dell’aggiudicazione privata. La Conocchia entra così nel patrimonio pubblico. È un passaggio decisivo, da cui dovranno nascere il restauro e una nuova vita per questi spazi.

Per comprenderne il valore bisogna però allontanarsi, almeno con lo sguardo, dalla Napoli che conosciamo oggi. Immaginare le pendici collinari meno costruite, i percorsi fra il tufo, le proprietà immerse nel verde. In questo paesaggio la Compagnia di Gesù aveva una villa per ritiri già nel 1649. Uno studio pubblicato negli Atti dell’Accademia Pontaniana colloca nel 1717 l’avvio della sua funzione di casa per esercizi spirituali: una precisazione utile, perché le origini del luogo e le successive destinazioni non coincidono necessariamente.

Anche l’architettura va letta attraverso il tempo. L’appello della società civile per il suo recupero descrive un complesso sette-ottocentesco, nato come casino di delizia collinare tardo barocco e reso monumentale in epoca umbertina. Non sarebbe dunque corretto immaginare tutto ciò che vediamo come una costruzione rimasta identica dal Seicento. La Conocchia è cresciuta e si è trasformata, adattandosi alle persone che la abitavano e alle necessità della città.

La Conocchia, nascosta tra il fogliame e le fratture del tessuto urbano, è meno visibile di molte periferie. Ci si arriva da via Giuseppe Buonomo, quartiere Stella: ci si affaccia su un vallone ampio, e tra le fronde, quasi spettrale, appare l’edificio. Un’apparizione in bilico tra rovina e incanto, come un giardino magico ritrovato. Segni di magnificenza affiorano e svaniscono: ciò che resta racconta con sobrietà un passato in cui l’architettura della cura si confrontava con le urgenze del contagio.

Il suo nome custodisce una storia ancora più antica. Nella zona dello Scudillo sorgeva un mausoleo romano, conosciuto come la Conocchia e distrutto nel 1965 durante lavori di sbancamento per una lottizzazione. La denominazione richiamava la rocca usata per filare e passò a indicare il territorio circostante. Ne avevamo già raccontato la vicenda su Cose di Napoli, ricordando come quel sepolcro fosse comparso nelle guide e nelle immagini dei viaggiatori. Il monumento è scomparso, mentre il nome continua a circolare: una memoria che sopravvive nella geografia quotidiana della città.

La storia del convitto incontrò poi una delle pagine più dolorose di Napoli. Nel 1884, durante l’epidemia di colera, la struttura fu utilizzata come lazzaretto. La posizione appartata, che aveva favorito il raccoglimento e la villeggiatura, si prestava all’isolamento dei malati. Qui si incontrarono il re Umberto I, giunto a Napoli, e il cardinale Guglielmo Sanfelice. Dentro quelle mura, la storia delle istituzioni si intrecciava con la sofferenza di una città colpita dall’epidemia.

Nel 1886 il complesso accolse il convitto legato all’Istituto Pontano, con l’opera di padre Nicola Valente e la benedizione del cardinale Sanfelice. Nel 1932 venne aggiunta un’ala simmetrica a quella preesistente. Dopo la chiusura del convitto, nel 1958, continuò la vocazione educativa con l’Istituto tecnico industriale Francesco Giordani. Il trasferimento della scuola a Fuorigrotta, negli anni Ottanta, aprì la lunga stagione dell’abbandono.

CURIOSITA’:Dopo il terremoto del 1980, l’Istituto Giordano fu spostato a Fuorigrotta. Da allora sono passati 46 anni di abbandono e vandalismi. È paradossale: si cammina nel cuore di una città densamente abitata, e si comprende perché questo fosse il luogo scelto per le malattie infettive, per il tifo e il colera. Qui si compì l’ultimo atto del colera che portò alla pubblica indignazione per le condizioni igieniche precarie del centro storico, innescando un grande progetto urbanistico di cui, nel bene e nel male, si leggono ancora i segni. Quella ferita, resa evidente, aprì una stagione di ripensamento: il trauma sanitario divenne motore di trasformazione urbana, un patto difficile tra riqualificazione e memoria.

Da allora si è consumato anche il patrimonio materiale dell’edificio. La cronaca ha descritto finestre sfondate, ambienti devastati e pavimenti maiolicati depredati. Perdite che impoveriscono la possibilità di leggere il passato: una superficie, una decorazione, un pavimento raccontano il modo in cui un luogo era abitato, e la loro scomparsa cancella informazioni insieme alla bellezza.

La vendita del 2026 ha riportato la Conocchia all’attenzione pubblica. Secondo le notizie sulla procedura fallimentare, il 28 luglio il complesso era stato ceduto a un’azienda farmaceutica romana per circa 1,2 milioni di euro, dopo undici tentativi di vendita senza esito. Una perizia ne aveva indicato un valore superiore ai 17 milioni. La distanza fra le cifre colpisce, ma va letta insieme alle condizioni dell’immobile e ai vincoli: il prezzo d’acquisto non comprende le risorse necessarie a recuperarlo.

N.B La conocchia è un complesso che ha attraversato quasi quattro secoli di storia campana: sede dei Gesuiti dal 1649, trasformato in lazzaretto durante la terribile epidemia di colera di fine ‘800, per poi diventare convitto e, infine sede dell’Istituto tecnico Giordani prima dell’abbandono definitivo negli anni ’80.

Comitati, esponenti politici e cittadini hanno chiesto l’intervento pubblico. Un appello sottoscritto da numerosi intellettuali proponeva ospitalità studentesca, formazione, attività culturali e sportive, insieme al recupero del parco. Sono possibilità da discutere, non destinazioni già approvate. Esprimono però un’esigenza precisa: fare di questo luogo una risorsa accessibile anche a chi vive nel quartiere.

Il Ministero ha annunciato finalità culturali, sociali ed educative e un percorso da condividere con Comune e Regione; l’intesa sulle destinazioni d’uso è ancora in definizione. La prelazione ha assicurato il bene al patrimonio pubblico. Ora occorrono finanziamenti, un progetto compatibile con il monumento, tempi verificabili e una gestione capace di mantenerlo vivo.

La Conocchia, nell’oggi, esibisce l’ambivalenza delle città che hanno vissuto molte vite: spettrale e affascinante, rovinata e resiliente. Il recente salvataggio in extremis da parte del Ministero, con il decreto della Soprintendenza, ha il sapore di un miracolo civile: difendere un luogo simbolo in una città piegata e poi risollevata. Non è solo una questione di proprietà—Stato, Curia, Comune, Provincia, Regione—perché la storia di Napoli si deposita qui come bene comune. Appartiene a tutti i napoletani, e a chi guarda la città consapevole che la cura dei luoghi è parte della cura delle comunità.

Napoli ha già perduto il mausoleo che diede il nome a questa zona. Davanti al complesso che ancora porta quel nome, possiamo oggi immaginare un esito diverso. La misura del recupero sarà nelle porte che torneranno ad aprirsi, nel verde che potrà essere attraversato e nelle persone che avranno una ragione per salire fin quassù. Allora la Conocchia tornerà a essere un luogo della città, anche per i napoletani che non hanno mai saputo della sua esistenza.

Questa è la vera storia: un ospedale che fu, un paesaggio culturale che ha dato forma allo sguardo artistico, una infrastruttura sanitaria che ha sostenuto la città nelle epidemie, un sito urbanistico che ha segnato le politiche pubbliche dopo il 1980. La magnificenza non c’è più, ma la trama è intatta. Ritrovare la Conocchia significa ricucire il rapporto tra memoria e spazio, tra tutela e uso, tra malattia e rigenerazione. Significa assumere che Napoli, con le sue isole interne, non è la somma dei suoi quartieri, ma la continuità della sua storia: un’alleanza tra cittadini e istituzioni, dove ogni atto di protezione diventa un gesto di restituzione. In questo, la Conocchia continua a esistere: come figura di resistenza culturale e come promessa di un bene condiviso.

 

 

 

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