L’Accademia Pontaniana , sorta come libera iniziativa di uomini di cultura , è certamente la più antica tra le  accademie italiane anche se di poco anteriore a quella Romana e Medicea.

Anche se non si puo stabilire con certezza la vera data della fondazione , molti studiosi concordano che  la nascita della stessa sia databile al 1443 quando insigni studiosi napoletani si riunivano in luoghi come il Castel Nuovo Aragonese per comunicarsi e scambiarsi verbalmente, i risultati delle loro riflessioni e studi.

All’inizio essa venne denominata ” ACCADEMIA ALFONSINA “perche pare fortemente voluta da  Alfonso d’Aragona all’indomani della sua investitura a re di Napoli .

Si racconta infatti che appena il nuovo re mise piede a Napoli nel 1443 , egli volle riunire intorno a se i piu insigni studiosi napoletani e quelli provenienti da varie  località italiane ed europee .

Alfonso d’Aragona, detto il Magnanimo, fu un re molto elogiato dai contemporanei come sovrano illuminato e generoso, che seppe fare del regno  di Napoli un centro artistico e culturale tra i primi in Europa. Egli considerato amico e protettore di poeti, musicisti e umanisti,  spese molto danaro per il mantenimento a corte di numerosi artisti e letterati dei quali lui amava circondarsi. La sua corte fu il punto di incontro di alcuni dei più illustri umanisti del tempo: Lorenzo Valla,   Giovanni Pontano, Jacopo Sannazzaro, Pietro Summonte sono solo alcuni dei grandi personaggi che frequentarono a sue spese la sua corte.

Il luogo di raduno era il Castenuovo , cioè lo splendido maniero dove il re aragonese, per   raffigurare la sua persona ed eternare il  suo trionfo in città , fece costruire il celebre Arco di Trionfo.

L’arco doveva nelle intenzioni del nuovo re  celebrare  il suo trionfo e per questo motivo  il sovrano e’ raffigurato al centro dell’arco inferiore , in triofo come un Imperatore romano seduto su di un carro aperto e trainato da cavalli e circondato da paggi e vittorie alate, putti e cornucopie , notabili e dignitari ,  bande di musicanti e tutta la sua corte.

CURIOSITA’: Nel bassorilievo , nella folla che precede il carro trionfale ,vi e’una donna dalle labbra carnose dal profilo classico e adorna  di preziosa  collana ,in cui e’ stata individuata la favorita del re , Lucrezia d’Alagno.  Si tratta dell’unica figura femminile dell’ arco , cioe quella Lucrezia d’ Alagno ,che  fu signora assoluta della corte al tempo di Alfonso il Magnanimo ,e considerata al tempo la vera regina di Napoli . Ella con la sua bellezza  e la sua intelligenza ,fu con ogni probabilita’ per oltre un decennio , la vera ispiratrice  della politica aragonese nel Mediterraneo e certamente la donna piu’ potente del regno fino alla morte del Re protettore , persino piu’ potente della legittima moglie di Alfonso ( Maria Castiglia ) e della duchessa di Calabria , moglie dell’erede al trono. Ella nei cortei , nei tornei cavallereschi, negli spettacoli a Castel Nuovo , nelle adunanze ufficiali dei nobili e delle autorita’ cittadine , compariva accanto al Re oscurando ogni altra donna per bellezza e per capacita’ dialettiche.

Le riunioni si tenevano nel castello , quasi tutti i iorni nelle ore pomeridiane alla presenza del sovrano ed in una sala riservata allo scopo dove il re  aveva fatto trasferire  una sua ricchissima biblioteca . A  dirigere ed animare le adunanze vi era un uomo di cultura molto legato ad Alfoso d’Aragona . Si trattava come voi certamente tutti gia sapete di Antonio Beccadelli, detto il Panormita,

 

Beccadelli attratto dalla fama che Alfonso d’Aragona, il Magnanimo , si era procurato in qualità di  tutore delle arti e mecenate della cultura , entrò in contatto con il re aragonese, durante un viaggio che quest`ultimo svolge in Sicilia nel 1434.

Il re Alfonso dopo averlo conosciuto  lo volle fin dal primo momento al suo fianco affidandogli importanti incarichi diplomatici di mediazione tra precari equilibri di  alleanze in cui  Alfonso, nella corsa alla conquista del regno di Napoli,  doveva districarsi con lo Stato pontificio, e le varie signorie di Firenze, Siena,  Venezia e Milano.

Dopo la difficile e sanguinosa conquista del regno di Napoli , il re aveva assolutamente bisogno accanto a se di uomini di fiducia di cui fidarsi ma anche uomini di cultura con cui confrontarsi quotidianamente e a tal proposito avendo molta stima del Beccadelli, lo nominò ufficialmente   oltre che  ambasciatore anche consigliere e segretario di corte, affidandogli  l`educazione del figlio Ferrante, futuro re

Beccadelli d’altronde non venne meno alla fiducia riposta rivelandosi nel tempo un collaboratore prezioso quanto devoto nel bisogno.

Il  sovrano reduce da una guerra che lo aveva logorato e addolorato per la perdita di suo fratello, finalmente potette lavorare alla pace ed alla rifondazione della cultura. La crisi culturale legata all`ambiente durazzesco, aveva infatti  sottratto materia alla vita intellettuale napoletana e fatto precipitare  il Regno in un certo  degrado  culturale .Questa apprrosimazione culturale non era certo dovuta alla mancanza di una certa intellighenzia cittadina . Queste illuminate menti avevano solo bisogno di nuova linfa e di qualche grosso mecenate che spronasse un certo fermento culturale.

Alfonso dimostrl ben preso a tutti di essere l’uomo giusto  attirando letterati ed uomini di pensiero da ogni parte d`Italia e dalla  Spagna. Il monarca servendosi del Beccadelli diede luogo ad un grande fermento culturale in città che ben presto portò la Corte aragonese  a conquistare un posto centrale nella cultura europea dell`epoca.

 Si iniziò cosi a  far rivivere presso la corte alfonsina i testi classici, a trattarli in dispute critiche, a ricopiarli ed a tradurli dalle lingue originali affidando il compito spesso a letterati stranieri che traducevano dalla propria lingua madre (Giorgio da Trebisonda, Benedetto Gareth, Nicolò Sagundino ecc.).

Questo portò ovviamente alla corte anche la presenza di molti  intellettuali importati del tipo Lorenzo Valla, proveniente da Roma, o Poggio Bracciolini proveniente da Firenze.

I dotti accorrevano da ogni parte , anche perche attratti dai lauti compensi che venivano assicurati loro da Alfonso e trattavano di storia , di filosofia , commentavano passi della Bibbia e discutevano di questioni teologiche ( a questi davano il loro contributo , tra gli altri due futuri papi, Alfondo Borgia , che diventerà Papa Callisto III ed Enea Piccolomini,  futuro papa Pio II.

N.B.  La lingua ufficiale, nelle occasioni culturali, non era il volgare, guardato con sospetto, bensì il latino. L`utilizzo del greco, invece, veniva valutato come una pura ostentazione da studentelli imberbi, per tal motivo sprezzantemente definiti grecizzanti.

La corte del re “Magnanimo ” era quindi sempre piena di intellettuali , filosofi , e grandi letterati ma quello a cui teneva particolarmente e considerava forse il piu colto ed affidabile per incarichi di fiducia fu certo Antonio Beccadelli . A lui il re affidò l’organizzazione e la direzione  di questa prima riunione di intellettuali  presso la corte e sopratutto la sua importante e imponente biblioteca.

Il  Panormita In questo ambiente potendo dare ampia testimonianza delle sue capacità e delle sue risorse ottenne quella posizione di risalto e gli onori che meritava , divenendo  in questo nuovo panorama il grande protagonista della nuova fase culturale napoletana . Il suo amore per gli studi e per le attività umanistiche, la viva esperienza di letterato e di uomo di corte, la colta e brillante conversazione  fecero divenire  castelnuovo  il centro della vivace vita culturale dell’umanesimo cortigiano nella Napoli alfonsina fondando in città, la prima accademia italiana chiamata Porticus Antoniana che poi in onore del suo successore, Giovanni Pontano, fu chiamata ” Pontaniana “.

In questo ambiente intellettuale e colto Beccadelli diede  più volte prova del suo spirito arguto nelle accese discussioni di poesia e di oratoria che egli soleva tenere  con gli altri “accademici”,

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CURIOSITA’: Si racconta che il Panormita ed Alfoso avessero  in comune un grande interesse per alcuni classici in specie Tito Livio che non solo portò il sovrano a vendere una villa per acquistare con il suo ricavato un codice liviano ma addirittura una preziosa reliquia pagana del braccio di Tito Livio portata a Napoli , dopo una missione diplomatica fatta  a Padova dal Beccadelli e terminata con successo . Il braccio si trova ora in una nicchia dietro e al di sopra del bellissimo ‘altare della cappella Pontano appartenente alla famiglia del famoso poeta letterato umanista Giovanni Pontano( segretario di Alfonso d’ Aragona )che si trova lungo il decumano maggiore , nel centro antico della città.

Dopo la morte del Re avvenuta nel 1458, gli accademici alfosini , lasciata la reggia di Castelnuovo , trovarono comodo proseguire le loro adunanze  presso l’abitazione del Beccadelli, che si trovava e si trova tuttì ora in Piazzetta Nilo  e talvolta presso una sua  resdenza di campagna sul litorale di Stabia dove si vuole che Plino il vecchio , accorse a vedere l ìeruzione del Vesuvio del 79 d.C. venne colto dalla morte . Da qui il nome che fu dato alla villa : Plinianum .

Morto il Panormita nel 1471, a divenire presidente dell’Accademia fu il letterato umanista Giovanni Pontano. Egli aveva precedentemente gia ricoperto presso l’accademia numerosi incarichi e tra questi l’importante compilazione di uno statuto che regolasse l’attività dell’Accademia la cui prima norma prevedeva che i vari soci  assumessero il loro nome tradotto in latino.

Le varie riunioni dell’Accademia si tenevano , almeno inizialmente presso il  convento di San Giovanni a Carbonara, o nella sua villa sulla collina di Antignano dove oltre ai dotti discorsi accademici si era soliti tenere abbondanti pranzi luculliani.  Successivamente si ritenne più comodo incontrarsi presso il portico dell’abitazione del Pontano presente lungo l’ attuale via Tribunali o meglio ancora in quel tempietto di famiglia di forma rettangolare che egli adibì poi a monumento  funerario per sua moglie , Adriana Sassone che si trovava di fronte casa sua presso la chiesa di Santa Maria Maggiore dove si trovava anche una torre in laterizi poi purtroppo demolita.

Durante le riunioni dell’ Accademia che i proponeve di   coltivare le scienze, le lettere e le arti i vari oggetti  oggetti di discussione erano argomenti letterari e filologici, i classici (tra gli altri Livio e Seneca), la Bibbia, temi teologici in genere e geografia. Significativa è l’attenzione rivolta, nel 1494, durante un’adunanza alle nuove  scoperte geografiche dell’epoca .

All’Accademia, che dal Pontano prese da quel momento il nome di Pontanianas ,fecero parte,su libera iniziativa uomini di cultura come Gabriele Altilio, Jacopo Sannazaro, Benedetto Gareth detto “Cariteo”, Andrea Matteo Acquaviva, Girolamo Carbone, Giovanni Cotta, Francesco Pucci, Tristano Caracciolo, Pietro Summonte, Antonio de Ferraris detto “Galateo”.

Fu proprio sotto otto la direzione del Pontano, qundo diventò Accademia Pontaniana , che essa  fu una delle primissime Accademie in  Europa e la prima del Regno di Napoli.

N.B. L’Accademia venne  riconosciuta con il regio decreto n. 473 del 10 ottobre 1825

Nel 1503, alla morte del Pontano, l’Accademia passò sotto la guida dei due suoi discepoli, Pietro Summonte e Girolamo Carbone, e poi, dal 1526 al 1532 sotto la presidenza di Jacopo Sannazaro.

In tale periodo  Napoli, da capitale di un regno autonomo  venne retrocessa a  capoluogo di Viceregno spagnolo,, ma fortunatamente almeno nei prini trent’anni della dominazione spagnola l’Accademia non venne ostacolata nella sua missione culturale ma  sopratutto sotto la presidenza del grande poeta e illuminista Iacopo Sannazzaro la sua attivita colletiva aumentò  a tal punto da essere  tenuta in alta considerazione dai maggiori studiosi di altre parti d’Italia, tra cui Pietro Bembo e Marcantonio Michiel, umanista veneziano.

N.B. E’ a quest’ultimo che il Summonte indirizza il 20 marzo 1524 una famosa lettera destinata a diventare di primaria importanza tra le fonti della Storia dell’Arte napoletana del Rinascimento, per ciò che riguarda le maggiori opere di pittura, scultura e architettura della Napoli coeva.

Le riunioni sotto la presidenza del Sannazzaro si tenevano nella sua bella villa di Mergellina costruita  su di un terreno ricevuta dal poeta umanista partenopeo  nel 1479 in dono da re Federico d’Aragona . Egli oltre alla sua abitazione vi fece anche costruire  una  chiesa che non ebbe però modo di completare nella parte  superiore perche i lavori  furono  interrotti da una terribile epidemia di peste ed anche per l’abbandono della città da parte del Sannazzaro per gli eventi bellici venutisi a creare tra la Francia e la Spagna che portarono nel 1528 durante l’assedio francese il principe Filiberto d’Orange a saccheggiare la villa, abbattere la torre e trasformare la villa in un accampamento militare.

CURIOSITA’: Il re concesse al poeta il terreno oltre una cospicua rendita. In questa sua villa di Mergellina egli si dedicò a scrivere la sua opera, il De partu Virginis (il parto della vergine) e il nome della chiesa deriva proprio da questo poema scritto dal letterat

 

Chiesa di S.Maria del Parto a Mergellina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritornato a Napoli nel 1529, il Sannazzaro donò la chiesa e le proprietà circostanti ai Padri Servi di Maria, assegnando loro una rendita annua di 600 ducati, con l’impegno di completare la chiesa, ornare l’esterno di giardini e statue (fu stanza dei Signori Vicerè del regno) ed erigere un monumento funebre alla sua morte, avvenuta poi l’anno seguente.

Tomba di Jacopo Sannazzaro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

N.B. : Jacopo Sannazaro, poeta e studioso nato a Napoli nel 1456 circa e morto nella stessa città il 1530, entrò nel 1481 nella corte di Federico d’Aragona seguendolo poi nell’esilio in Francia. Durante la sua attività realizzò opere in volgare come farse e filastrocche. L’opera più nota è l’Arcadia (1481- 1496) che narra di feste, giochi e vita pastorale.

 

 

 

 

 

 

 

Degno successore del Sannazaro alla presidenza dell’ Accademia venne posto dal  1532 il suo allievo umanista appartente al Cenacolo Valdesiano  Scipione Capece ,signore di Antignano e di S.Giovanni a Teduccio.

Nato a Napoli da nobile famiglia ed imparentato con i Loffredo e con le famiglie Villamarino e Sanseverino , egli fu un valente giureconsulto , eloquente oratore e appasionato cultore di studi filosofici e scientifici, Esperto giurista , occupò diverse cariche nella magistratura e fu anche professore universitario di diritto a Napoli .Nel 1535 pubblicò i commentari su Virgilio di Tiberio Claudio Donato e pubblicò sopratutto due poemi didattici: “De divo Baptista” e De Principiis rerum “.

Durante la sua presidenza l’Accademia, fino suo definitivo scioglimento, fu accolta nella sua casa e visse anni difficili in quanto il Capece dovette fare i conti con il vicerè don Pedro de Toledo , un uomo duro e potente che si era posto come obbiettivo quello di spagnolizzare tutto il paese e soffocare qualunque velleità d’indipendenza .

Scipione Capece  profodamente influenzato dalla predicazione di Bernardino Ochino ,dagli scritti mistici di Juan De Valdes e da qualche recepimento di influenze luterane interno all’ambiente valdesiano , non era ben visto dal vicerè che cominciò a sospettare che dietro al movimento dell’Accademia si nascondesse una tendeza avversa alla Spagna . Egli non tollerando che nella Accademia Ponteniana , vi fossero elementi ad esso aderente , decretò nel 1542 lo scioglimento della centenaria istituzione .

N.B. Giovanni Valdes,fuggito dalla Spagna , venne a Napoli e vi fondò un movimento protestente a favore della dottrina della giuri sdizione della fede, al quale pare aderisse lo stesso Scipione Capece , che venne pertanto non solo sospettato di eresia dall’inquisizione veneziana nel 1555, ma anche di sedizione contro il ferreo  vicerè don Pedro de Toledo .

Scipione Capece venne quindi destituito da qualsiasi incarico pubblico e rimosso dal suo ruolo di presidente dell’Accedemia poi soppressa perchè sede ospitante di pericolose riunioni . Esiliato si rifugiò quindi a Salerno presso il suo parente , il principe Ferrante Sanseverino.

La triste sorte toccata all’ormai centenaria Accademia per opera del vicerè don Pedro che vedeva di mal occhio il raggruparsi degli intelletuali e dei nobli napoletani in converticole in cui potevano fomentarsi ideologie eretiche e posizioni poltiche di opposizioni .toccò in quel periodo anche  alle Accademia dei Sereni, degli Ardenti  degli Incogniti, e degli Investiganti n

Il vicerè con questa mossa intendeva spazzare via qualsiasi luogo dove uomini di cultura con idee liberali e oppositorie al dominio spagnolo potessero inneggiare a qualsiasi forma di indipendenza . Egli riuscendo solo in aperta ad osteggiare  l’Accademia Ponteniana per l’alta considerazione e centralità di cui essa  godeva in tutti gli Stati italiani dell’epoca, si sbarazzava definitivamente del luogo dove maggiormente si riunivano numerosi letterati e uomini di cultura che potessero in qualche modo mettere in discussione o questionare la sua autorità.

Ma i vari  letterati che erano soliti frequentarla, così come i loro successori, non cessarono comunque le proprie attività di grande rilevanza per la vita culturale della città e del regno, incontrandosi non più in un luogo pubblico ma presso le loro dimore private

L’Accademi rinacque comunque formalmente solo dopo oltre due secoli e mezzo (12 dicembre 1808  ) come Società Pontaniana per iniziativa di un gruppo di dotti, di scienziati e di letterati che si riunirono tutti  in una prima riunione in casa di Giustino Fortunato ed eleggendo come presidente Vincenzo Cuoco .

 

N.B. A dare vita di nuovo all’Accademia Pontaniana , seppur con una leggera ma non stanziale differenza nel nome furono personaggi di elevato spessore culturale come Vincenzo Cuoco , Gianbattista Galiardi, i giuriconsulti Francesco Lauria e Nicola Nicolini , il matematico Vincenzo Flauti, e lo stesso economista Giustino Fortunato .

Il nuovo presdente Vincenzo Cuoco proveniente da una famiglia borghese che lo avviò agli studi di giurisprudenza, che non completò mai, dedicandosi con maggior profitto alla filosofia e alla letteratura, fu uno dei protagonisti della Rivoluzione napoletana del 1799 e per questo motivo, al ritorno dei Borbone, fu condannato alla confisca dei beni, a qualche mese di prigionia ed a venti anni di esilio.

Durante il suo esilio iniziò a scrivere il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799,( la sua opera più nota ) ma   la restaurazione dei borbone sul regno di Napoli  fin’per minare  irreversibilmente il suo precario equilibrio, portandolo alla follia, morendo poi  a Napoli nel 1823.

CURIOSITA’: Nel Settecento gl’intellettuali italiani, ed in particolare quelli napoletani, si aprirono all’influsso delle idee illuministiche francesi e degli ideali della Rivoluzione del 1789 utilizzandole in modo autonomo e creativo. Ma dopo l’avventura napoleonica anche in Italia iniziarono critiche, sia contro l’eccesso di astrazione degli illuministi, sia degli ideali rivoluzionari del 1789 che con troppa leggerezza si erano ritenuti applicabili anche in Italia.

Vincenzo Cuoco, non fu comunque il nuovo presidente dell’Accademia per molto tempo. Egli  già molto impegnato nel lavoro di direttore del Corriere di Napoli e del Monitore Napoletano,  cedette dopo non molto tempo , la presidenza a Domenico Sansone e questi poi a Giovan Battista Gagliardi.

Dopo due anni la società si trasferì comunque dapprima nei locali dell’ex convento della Speranzella e successivamente nell’altro ex convento delle Monteverginelle in Via del Salvatore

Nel decennio  francese l ‘Accademia ebbe comunque una attiviità molto intensa e florida tanto che pubblicò  ben due volumi di atti , approvò il suo Statuto e fu suddivisa in più  Classi:Matematica, Scienze Naturali, Scienze Morali ed Economiche, Storia, Letteratura Italiana e Belle Arti.

Terminato il decennio francese con la fucilazione di Murat e salito di nuovo al trono Ferdinando II , l’Accademia continuò il suo periodo florido di intensa attività grazie al rientro in patria di molti esiliati politici ed il richiamo di molti epurati alle cariche pubbliche come Giustino Fortunato e Nicola Nicolini .

N.B. Il 10 Ottobre 1825, con un Decreto del Re Francesco I, la Società Pontaniana fu ribattezzata, come ai tempi del Pontano, “Accademia Pontaniana”. Ad essa si fondeva l’allora disciolta Società Sebezia e il 27 Aprile del 1826 l’accresciuta Pontaniana, presieduta da Ferdinando Visconti, tenne una solenne seduta inaugurale.

Dopo circa un secolo di  un periodo florido durante il quale furono pubblicati con periodicità regolare diversi volumi di Atti, nel 1934 , l’Accademia Ponteniana ,  rischio di nuovo di essere soppressa  questa volta però dal governo fascista  che intendeva  chiuderla dducendo il pretesto che a  Napoli c’erano due accademie, il che infrangeva la legge dell’unità sacra al regime. In realtà la motivazione era politica: molti suoi appartenenti erano di tendenza dichiaratamente antifascista.

Tutto questo non avvenne del tutto grazie  all’interessamento del  nuovo direttore Benedetto Croce.

L’abolizione venne mascherata dal grande filosofo incorporando l’Accademia Pontaniana in una nuova società che si dava  la denominazione di Accademia Pontaniana di Scienze Morali e Politiche,.

In realta l’Accademia di Scienze Morali e Politiche della Società Reale accorpava l’Accademia Pontaniana che accanto al carattere storico-filosofico, continuò a sviluppare parallelamente attività scientifiche secondo il suo compito istituzionale.

N.B. Nel 1892 , quando l’Accademi era ospite in un edificio di Via Tarsia del Regio Istituto d’Incoraggiamento , venne accolto ad appena 26 anni , il giovane Benedetto Croce che debutto commemorando l’orientalista Giacomo Lignana , il socio defunto di cui aveva preso il posto. L’ Accademia  dopo avergli affidato numerosi incarichi di grande resonsabilità , per i suoi  incessanti contributi,  lo elesse dapprima Vicepresidente, nel 1912, e di poi due volte Presidente, nel 1917 e nel 1923 e infine eletto Presidente Onorario.

Durante questo triste periodo il 30 settembre del  1934  a seguito di una rappresaglia tedesca nei confronti della città, decisa dal comando della Wehmacht ,  la preziosa Cancelleria Angioina , inrcedibile gemma dell’archivio di stato di Napoli , che si credeva di aver messo al riparo dai bombardamenti   mediante occultamento nel nolano , all’interno della  Villa dei Conti Montesano di San Paolo Belsito , fu purtroppo dato alle fiamme insieme a quella della  Società Reale.

L’incredibile scellerato  gesto delle soldataglie tedesche in ritirata fatto per puro vandalismo diede alle fiamme buona parte anche della ricca biblioteca dell’Accademia Pontaniana che comprendeva circa 3800 volumi tra cui in codice miniato del Pontano , nonostante su suggerimento del Croce la Biblioteca Pontaniana fu consegnata alla direzione della Biblioteca Nazionale.

Lo stolto , ignobile ed infelice gesto fatto per mano di un maggiore dell’esercito fatto al solo scopo di impartire una lezione ai napoletani che stavano organizzando le famose quattro giornate ,  diede alle fiamme molti dei  più importanti documenti e libri storici della nostra città. Esso fu uno dei  più grandi vandalismi  che la cultura mondiale e non solo quella napoletana , ha dovuto sopportare durante l’ultima guerra mondiale .

I documenti della Cancelleria Angioina erano  rappresentavano  una raccolta  di grande pregio storico fatto di 375 registri  in pergamena e 3 in carta; 4 registri frammentari detti ” registri nuovi “; 66 volumi in carta, intitolati “fascicoli”; 37 volumi di atti in pergamena, originali, detti “arche in pergamena” e 21 volumi di atti in carta, pure originali, detti “arche in carta”. Tra i beni perduti, anche l’unico registro superstite della cancelleria imperiale di Federico II   relativo agli anni 1239-1240.

Quello della rappresaglia tedesca fu  uno dei più grandi scempi culturali subiti dalla. nostra città .

L’Accademia  o quello che restava di essa , ovviamente soffrì in quei tempi, per una sede precaria in una Napoli colpita da una lunga serie di incursioni aeree. Ciò nonostante, il19 Febbraio 1944 con un Decreto del Comando Alleato, sollecitato dal Croce, essa venne ripristinata e lentamente risorse grazie all’impegno dei suoi Presidenti Maria Bakunin e Fausto  Nicolini , ma anche dello stesso  Benedetto Croce che vi collaborò fino alla sua morte, e di una serie meravigliosa di soci altamente colti come Riccardo Filangieri, Vincenzo Arangio Ruiz, Gaetano Quagliariello, Adolfo Omodeo, Antonio Carrelli e Renato Caccioppoli.

N.B, Gaetano Filangieri subito dopo l’incendio di tanti libri e storici documenti avvenuto per  rappresaglia dall’esercito tedesco, coinvolto nel progetto su indicazione di Benedetto Croce, concepì allora un’opera colossale, che appariva allo stesso tempo discutibile e disperata, ma che egli portò avanti con perseveranza fino alla morte, grazie al finanziamento dell’Accademia Pontaniana. Si trattava della ricostruzione minuziosa degli archivi perduti, basandosi su tutte le tracce rimaste in vita – «originali, copie, manoscritti, microfilm e fotocopie esistenti nell’AS Napoli e altrove, trascritti, pubblicati o raccolti da studiosi italiani e stranieri di ogni tempo» Istituito nel 1944, l’ufficio riuscì a condurre in porto, dal 1950 al 1959, la pubblicazione dei primi 13 volumi, l’ultimo dei quali postumo, de I Registri della Cancelleria angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli archivisti napoletani, all’interno della collana editoriale   pontaniana “Testi e documenti di storia napoletana”,  A questi sono da aggiungere altri tre volumi che Filangieri lasciò pressoché completi in forma  manoscritta.                              L’Ufficio della ricostruzione angioina ha successivamente proseguito il lavoro avviato da Riccardo Filangieri  anche dopo la morte del suo fondatores e sempre sotto gli auspici dell’Accademia Pontaniana, che si fa carico degli oneri.

A Fausto Nicolini, rieletto Presidente nel 1952, successe nel 1955 Luigi Torraca che con la sua ricca donazione di libri contribui a ricostituire Biblioteca Pontaniana.Purtroppo egli  a causa di una grave infermità, dovette essere sostituito nella sua carica dal Vicepresidente Carmelo Colamonico, che per elezione fu Presidente sino al 1964.

Oggi la vita dell’Accademia è regolata dallo Statuto del 1825, modificato nel 1952. La sua attività prevede adunanze nelle quali vengono presentate memorie, comunicazioni e relazioni. inoltre essa  promuove,  concorsi e conferisce premi.

 

 

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