CHIESA DI SANT’ANTONIO ABATE

La chiesa si trova alla fine di Via Foria al civico 302 ,  nel caratteristico  Borgo di Sant’Antonio Abate (noto anche come Bùvero) che  sorge intorno alla via Sant’Antonio Abate, una strada lunga circa 800 metri che unisce Porta Capuana a Piazza Carlo III , oggi sopratutto famosa per il suo storico mercato giornaliero dove potete trovare qualsiasi merce alimentare e non.
L’ intera area dove ora sorge il ” borgo per eccellenza ” di Napoli  , fino a tutto il seicento , era  un luogo paludoso e insalubre chiamato ” il campo “. Solo infatti dopo le bonifiche angioine e aragonesi , la zona si arricchì di orti , giardini e ville , che comunque hanno lasciato la loro traccia solo nella toponomastica .  Esso dopo le bonifiche  era un luogo molto suggestivo della città che venne sopratutto usato  dai napoletani inizialmente come un luogo di caccia e successivamente come luogo di villeggiatura . Si trattava di una  vera e propria macchia di verde presente tra alcuni piccoli immobili sacri edificati  ai limiti della struttura acquitrinosa e su un terreno fortemente accidentato .
Oggi purtroppo di quella bellissima macchia di verde che caratterizzava l’intera zona fuori le mura dell’antica città  è oggi rimasta solo la vicina collina cimiteriale visto il numeroso groviglio di case costruite nella zona che la  feroce e selvaggia urbanizzazione  ha proceduto nel tempo a realizzare soffocando l’intero  borgo ( paradossalmente oggi si  tratta di una delle zone meno verdi della città ).
CURIOSITA’ : Alcuni  studiosi farebbero corrispondere via Sant’Antonio  ad una forma primitiva di canale di raccordo d’acqua piovana affluente dai colli del  Campo di Marte  e che poi, sarebbe stata sistemata come strada carrozzabile in età aragonese, e finita per esser poi una delle  direttrici di penetrazione interna alla città.
Il forte aumento demografico della città e la crisi degli alloggi comportò lentamente un profondo e radicale cambiamento nella zona tra San Carlo all’Arena , via Foria e l’Arenaccia .  Nonostante i reiterati divieti di costruire al di fuori della cinta muraria , la forte densita della popolazione che raggiunge una forte pressione sopratutto nel periodo aragonese fu talmente potente  da indurre la nascita di alcuni agglomerati abitativi extramoenia chiamati borghi . Tra questi uno dei più famosi era proprio il Borgo di Sant’Antonio . Questi addensati si andarono formando sopratutto in prossimità delle porte cittadine in maniera del tutto caotica  e progressivamente incominciarono a  circondare  la città su tutti i lati ( escluso quello marino ) .
All’inizio del settecento fu quindi  definitivamente rimosso il divieto di costruire oltre le mura ed i borghi subirono di conseguenza un altro forte impulso edilizio .
Il borgo di Sant’Antonio divenne uno dei più affollati ed anche uno dei peggio abitati preso d’assalto da  gente di strada , mendicanti ,  guazzatori pubblici, venditori ambulanti , e numerosa gente di malaffare .  Nella zona tra le attuali piazza San Francesco , vico Casanova e via dei Martiri d’Otranto molte ragazze si davano alla prostituzione ( durante l’ occupazione alleata il borgo fu insieme alla Duchesca , uno degli maggiori luoghi della prostituzione ).
CURIOSITA ‘ : Ad esercitare il mestiere più antico del mondo in quest o tratto di strade vi finì anche Bernardina , la moglie di Masaniello dopo la morte del marioto e la fine della rivolta .
A stravolgere l’intera zona furono comunque l’avvio dei lavori della larga strada di Via Foria che secondo un documento del Cinquecento, doveva essere talmente grande da farci trottare dieci carri al pari . In quella circostanza il vicerè ( 1604  ) il vicerè Pimentel fece alberare la strada e la decorò di fontane e sette piscine nella zona del Guasto, che diedero  grande spettacolo dell’ingegneria dell’acqua fino a quei tempi evoluta.
La strada  non doveva condurre solo  al vicino Borgo che già nel frattempo già s’avvio a destinazione di mercato rionale, ma anche per deliziare il turista che per quella direzione proseguiva verso la collina fuori la città . Questo comportò anche una  certa urbanizzazione di nobili palazzine e la presenza di un nuovo ceto sociale . Tuttavia, ai sofisticati piaceri offerti per i signori nobili, si sostituì l’irrimediabile presenza della plebe e del sempre più accresciuto numero di taverne.
L’urbanizzazione definitiva avvenne nell’800 , quando venne anche sistemato lo stradone  dell’Arenaccia e vennero aperte via Cesare Rosaroll e sopratutto corso Garibaldi ( la vecchia strada del Campo ) , che in effetti determinò la riduzione dell’estensione del borgo alla sola via Sant’Antonio con il tratto adiacente.

Ma il colpo di grazia lo dette una serie di piccoli varchi lasciati aperti dall’azione del Risanamento lungo tutto il fronte del Corso Garibaldi, che di fatto tagliò in due il Borgo, sia a destra che a sinistra, in direzione di piazza Carlo III . Tutto questo comportò il formarsi  serie di dedali ed oscuri vicoli finiti poi per essere luogo ideale di un certo tipo di malaffare.

I lavori del risanamento nell’allargare la strada comportarono anche l’abbattimento di un lato della chiesa di Sant’Antonio oggi infatti dotata rispetto a prima di una singola navata

Oltre al teatro di San Ferdinando costruito nel Settecento a caratterizzare la zona vi è ovviamente il monumentale Albergo dei poveri  chiamato anche Palazzo Fuga e comunemente detto reclusorio o Serraglio , fatto costruire dal re Carlo III e dal suo ministro Tanucci ,  in quella che oggi è Piazza Carlo III ed un tempo era via Campo del Campo .

La chiesa di Sant’Antonio Abate la troviamo invece quasi di fronte all’ orto botanico e secondo leggenda essa pare sia stata fondata nel 1370 per volontà della regina Giovanna I d’Angiò anche se in verità alcune fonti sembrano suggerire che in realtà la chiesa dovrebbe risalire già ad inizio trecento poiche pare che in questo luogo già esistesse all’epoca oltre ad una chiesa anche un ospizio religioso dove venivano curati i malati di lebbra , e tutti quelli che soffrivano di malattie della pelle mediante un medicamento ricavato dal grasso di maiale  . In particolare l’ospedale divenne famoso in città perchè capace di curare alcune malattie della pelle  che ancora oggi vengono  definite come il fuoco di San Antonio , cioè l’herpes zoster .

CURIOSITA’ : Il segreto di curare questa malattia in tempi antichi  nota come il fuoco sacro con questo medicamento ricavato dal grasso del maiale , pare fosse stato rivelati ai frati che gestivano l’ospedale dai Templari di ritorno dall’oriente .Nel nosocomio annesso alla chiesa venivano infatti curati anche i pellegrini che rientravano dalla Terraferma , tra i quali appunto , secondo un’antica leggenda , vi erano pure anche alcuni cavalieri templari , che pare abbiano svelato ai monaci il segreto dell’unguento per curare il cosidetto fuoco di Sant’Antonio

Il complesso originario  costituito dalla chiesa, dall’ospedale e dal convento  con tanto di torre campanile venne comunque inizialmente affidata all’Ordine degli Ospedalieri di Sant’Antonio Abate, fondato a Vienna nel 1095 (soppresso poi da papa Urbano VIII nel 1630) e trasferito a Napoli per continuare la propria attività assistenziale .Esso pare che  si estendesse  per tutto l’intero  circondario .

Curiosita’ : I monaci antoniani intrecciando ottimi rapporti con la dinastia angioina, riuscirono ad ottenere grandi vantaggi dai re angioni ma questo divenne poi per loro un grosso boomerang al momento dell’avvento della dinastia aragonese  che appena insediata  nel XV secolo si preoccuparono subito di allontanarli dalla città sottraendogli l’intero complesso ecclesiastico. Gli aragonesi ritenendo i monaci antoniani troppo legati ai loto protettori francesi affidarono il  convento e l’ospedale  all’opera assistenziale dell’Annunziata a Forcella mentre la chiesa fu data in uso dai papi ai loro cardinali più fedeli. Successivamente Clemente XIV soppresse l’ospedale (XVIII secolo) e la chiesa venne affidata all’Ordine Costantiniano fino al 1863 , quando il papa Pio IX decise che fosse affidata all’Arcivescovo di Napoli.

La storia della chiesa è comunque  caratterizzata da numerosi restauri e rimaneggiamenti, primo fra tutti quello effettuato durante il regno della regina Giovanna I intorno al 1370, nell’ambito di un più ampio progetto di urbanizzazione e riqualificazione dell strutture religiose promosso dalla regina stessa. Nel 1447, fu invece rifatta  l’armatura lignea del tetto mentre  nel seicento vi fu un ampio rimaneggiamento .

Il peggiore  degli interventi  di rifacimento della chiesa o quantomeno il più maldestro fu comunque quello voluto dal cardinale Sersale che cancellò completamente le forme gotiche originarie della chiesa , costrì una nuova facciata  e, probabilmente, ridusse le cappelle da sei per lato a tre riadattando gli alti ambienti a sagrestie ( aggiunse  anche i suoi blasoni sulla lunetta del portale d’ingresso ) .

Nel 1780, l’ospedale venne purtroppo abolito e distrutto per risistemare l’area di fronte alla chiesa che dopo un timido tentativo di restauro avvenuto tra  il 1825 e il 1850, incominciò a giacere dal 1860  in un completo stato di abbandono . Quello che rimaneva del complesso originario, con la chiesa, il lazzaretto, il convento e il campanile, venne nuovamente e pesantemente ridotto durante il Risanamento urbano della città (fine XIX secolo): l’allargamento della  strada causò infatti l’abbattimento di un lato della chiesa, mentre nuovi palazzi costruiti in via Foria vennero sovrapposti all’antico convento . Essi  andarono lentamente a sostituire le strutture destinate all’accoglienza degli ammalati mentre le  celle del convento vennero occupate  abusivamente da povera gente e da tutte quelle persone   che erano state sfrattate per eseguire i lavori del risanamento . Durante il XX secolo le strutture conventuali furono poi tutte adibite ad abitazioni civili e a locali commerciali ( anche la chiesa poi fortunatamente recuperata e restaurata divenne una officina di un fabbro ) .  Del complesso monumentale rimane ancora visibile l’originario ingresso all’insula conentuale che si trova nel palazzo di fronte alla chiesa, sormontato dalla statua di Sant’Antonio. Al posto di quello che un tempo era l’accesso al recinto del complesso religioso oggi per lungo tempo abbiamo avuto un autolavaggio ( o pateternoda’ o’ pane a chi nun ten’ e’ rient! ). Fortunatamente qualcuno si è rinsavito e del grande androne , coperto da crociere , ridotto ad officina meccanicasi è finalmente pensato di recuperarlo per restituirlo al suo antico splendore . Restaurato nel 2004 è stat finalmente riportato ai suoi antichi colori originali . Esso era l’ingresso pricipale di quando l’intero complesso era funzionente . L’attuale largo Sant’Antonio Abate è stato infatti ricavato in epoca relativamente recente ( inizio degli anni quaranta ) frazie all’abbattimento casule di due muri che univano il lazzaretto alla chiesa e al convento .

L’attuale facciata della chiesa risale al 1769 quando fu coperto purtroppo l’originale gotico anche se il pronao ed i portali come possiamo osservare risalgono al trecento . Sul fronte della facciata , sopra una lapide si trova lo stemma di chi fece questo scempio . Esso bardato di oro e azzurro è infatti lo stemma dei cardinali Sersale .

La porta presenta stipiti e architravi di marmo bianco , sormontati da una lunetta a sesto acuto che fino al 1940 ospitava un affresco con il santo benedicente . I bellissimi battenti lignei , ciascuno di essi divisi in 90 piccoli quadrati , risalgono alla fine del 300 . Alla destra possiamo notarequel che resta di un antico portale a sesto acuto ora murato cge era l’ingresso originario del convento .

L’Interno della chiesa è a navata unica con soffitto a cassettoni . Ai lati ampi finestroni  come vedrete si alternano a figure di eremiti .

Molte opere un tempo qui custodite sono purtroppo scomparse nel secolo scorso o nel migliore dei casi trasferite nei musei . Dell’epoca angioina sono visibili oltre che gli archi delle cappelle , due frammenti di affreschi raffiguranti la crocifissione di Sant’Antonio Abate e la Madonna delle grazie col bambino  in cui il volto della vergine sarebbe secondo molti quello di Giovanna I .

Da vedere  anche una bella fonte  battesimale in marmo bianco del 500 , una tela di San Gennaro attribuita a Luca Giordano , una tela di San Nicola di D. Viola ed una deposizione con Sant’Antonio presente nella cappella del Santissimo .

 

 

STORIA DI SANT’ANTONIO ABATE

Sant’ Antonio, ( al pari di San Francesco ) prima di convertirsi a vita monacale era un nobile ricco giovanotto nato però in Egitto intorno al 250 , che ne aveva fatto di tutti i colori .  Preso poi anch’esso dal credo di Cristo , covertitosi al cristianesimo vendette tutti i suoi beni e si ritiro’ a vivere da eremita nel deserto .
Sant’ Antonio era di origini egiziane e non si e’ mai saputo come dalle rive del Nilo sia poi giunto a Napoli ma certamente sappiamo che grazie alla sua intercessione circa trecento maiali furono salvati da una grave epidemia : da qui lo vediamo in tutte le iconografie ufficiali circondato di maiali dei quali ne divenne il patrone per volere dei napoletani che, lo elessero per generosita’anche patrono di tutti i restanti animali .

In verità in molte iconografie lo vediamo con la presenza sotto i piedi o tra le pagine di un libro con una piccola fiamma ardente che è uno dei simboli più conosciuti a cui si associa (Sant’Antonio è anche  il patrono del “fuoco ) .
Fu un santo molto amato e venerato dai napoletani che in maniera confidenziale , lo chiamarono Sant’Antuono , forse per distinguerlo , dal suo omonimo di Padova.
In origine i monaci di Sant’ Antonio avevano l’abitudine di recarsi nelle campagne per la questa e benedire con acqua Santa gli animali.. La benedizione , secondo la credenza, li avrebbe preservati da ogni epidemia. Poi pian piano con l’andare del tempo, prevalse l’uso di portare gli animali direttamente a Sant’Antuono. Una tradizione che continua ancora oggi .
In segno di gratitudine , venivano offerti alla chiesa dei piccoli maialini , che i monaci portavano con loro durante la questua, legati con una cordicella , come tranquilli cagnolini.
Quando i maialini diventavano adulti , facevano la fine di tutti gli altri loro simili e i reverendi, oltre a preparare salsicce, prosciutti e capicolli, mettevano da parte del grasso che vendevano in gran quantita’ avendo scoperto in esso delle proprieta’ terapeutiche per quella particolare infiammazione cutanea che prese il nome di ” fuoco di sant’ Antuono “dal miracoloso unguento del santo.I monaci erano quindi considerati con i loro unguenti , in città come esperti nella cura delle malattie della pelle ed in particolare dell’Herpes Zoster ( chiamato fuoco di San’Antonio ) ed i loro maialini dal quale proveniva il miracoloso unguento  (che vediamo rappresentati nell’iconografia ai piedi del santo  ) erano liberi di circolare in città senza essere toccati da nessuno. I Monaci potevano allevarne un gran numero  e venivano riconosciuti perchè portavano una campanella al collo ed il loro libero circolare in città , nonostante potesse rappresentare un succulento appetibile piatto del giorno per l’affamato popolo , non tentava nessuno : quelli erano i ” maiali di Sant’ Antonio ” e non si dovevano toccare .
Sant’Antuono , pero’ non e’ solo il protettore degli animali , e’ anche il patrono del “fuoco ” e a tal proposito dobbiamo ricordare che ancora oggi nel giorno della sua festa , il 17 gennaio , nei piu’ popolari rioni della citta’, si preparano ‘ e cippi ‘, cioe’ delle piccoli catasti di mobili vecchi , carte e cartoni ma sopratutto alberi di natale cippi di albero) che hanno assolto il loro compito e oramai abbandonati vengono raccolti per le strade dai ragazzi e ammucchiati per poi arderli.
Quando la catasta raggiunge una certa altezza , si da’ fuoco tra la baldoria generale che raggiunge il culmine con il lancio , tra le fiamme di tronole e tric tracche ( fuochi d’artificio).

CURIOSITA’: Questo rito ha come potete immaginare una funzione purificatrice e fecondatrice come tutti i fuochi che segnavano in passato il passaggio dall’inverno alla primavera . Ad esso si inscenava spesso un tempo anche la morte di Carnevale . Si prendeva cioè un fantoccio impagliato vestito con un abito scuro e con un cappello in testa . Portava in processione veniva  pianto  da tutti quelli che seguivano il feretro e a gran voce si gridava : 2 è muort Carnevale “. Carnevale poi adagiato sulla pila di legna vniva dato alle fiamme .

Una volta che tutto era ridotto in cenere e carboni , le donne si ammassavano intorno a raccogliere quei resti infuocati e li mettevano nei loro bracieri, sia perche’ , secondo la tradizione , erano dotati di poteri benefici, sia perche’ si assicuravano per una notte un dolce tepore.

La tradizione nasce dal rito che un tempo era presente ogni 17 gennaio intorno alla chiesa . Quel determinato giorno dopo la celebrazione eucaristica , la statua di Sant’Antonio veniva fatta uscire dalla chiesa e portata in processione lungo le strade del quartiere. Al passaggio della statua , al grido dei bambini di ” menate , menate ” da ogni finestra venivano calati  nei canestri legati alle funi , tutti gli oggetti di legno che in casa non servivano più come mobili vecchi , sedie impagliate, tavoli in disuso, e alberi di natale oramai secchi.
La devozione per Sant’Antuono e’ ancora viva nel popolo napoletano nei rioni della vecchia Napoli e ancora oggi si vedono , la sera del 17 gennaio qua’ e la’ piccole vampate di cippi illuminare le strade , in ricordo di una antica tradizione oramai al tramonto.

Nello spazio antistante questo luogo , proprio di fronte al portale gotico della chiesa, il 17 gennaio ancora oggi si accalca ogni anno una marea di animali di ogni specie. Sono tutti  animali , provenienti da tutta la provincia , condotti in questo luogo dai rispettivi padroni e  agghindati a festa con fiocchi , nastri colorati , ghirlande di fiori e foglie in attesa della santa benedizione che secondo vecchie credenze protegge l’ animale da future malattie e aiuta nella guarigione di quelle in atto.

santantonio-abate-Da 2015 ,purtroppo la chiesa di Sant’Antonio Abate che diede il nome all’intero borgo è stata chiusa per pericolo di crollo e non si sa’ purtroppo quando riaprirà le sue porte .

Temo purtroppo come successo per tantissimi altri edifici sacri della nostra città che venga dimenticata e sopratutto abbandonata nel voluto degrado che arricchisce vandali e predatori di arte . Al momento vi posso solo dire che alcune abitazioni laterali  ( alcune addirittura dentro il campanile ) già ” caratterizzano ” l’antica chiesa …….

I monaci speziali di Sant’Antonio Abate oltre alla efficacia pomata contro l’herpes , erano anche molto  bravi nel fare altre innumerevoli rimedi per la cura della pelle.

Questi frati in epoca medioevale avevano accolto tra loro  , molti  di quei monaci all’epoca fuggiti dalla persecuzione iconoclastica scatenata a Costantinopoli  dall’Imperatore Leone III, che portavano  con loro molte conoscenze provenienti dal lontano mondo arabo e quindi nuovi rimedi per curare ” strane ” malattie.

I Monaci erano inoltre deputati  , ad accogliere nel loro annesso ospedale pellegrini e crociati di ritorno dalle guerre crociate e tra questi avevano accolto molti medici templari che portavano con  loro ben più efficaci rimedi naturali  per i malanni del tempo . Grazie ai loro  insegnamenti essi incominciarono a produrre una serie di medicamenti all’epoca ritenuti miracolosi perchè sconosciuti al mondo occidentale . Molti  ex cavalierie medici templari  erano infatti depositari di conoscenze alchemiche avute da contatti con medici arabi  a loro volta eredi della sapienza mesopotamica , egiziana e greca .

CURIOSITA’ : Secondo alcuni studiosi  la figura  del santo pare nasconda dei simboli alchemici – templari : il vecchio barbuto con il bastone  pare infatti rappresenti l ‘abacus degli antichi iniziati  con in mano il libro ( grimoire ) della sapienza , sormontato dalla fiamma dell’adepto . Senza dimenticare il ” tau ” che appare poi sulla tonaca dei monaci .

 

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