RE FERRANTE d’ARAGONA ED I NOBILI NEMICI

Quando Alfonso d’Aragona nel 1458 morì all’eta di 65 anni, lascio in eredità nel suo testamento l’Aragona, la Sardegna e la Sicilia al fratello Giovanni ed il regno di Napoli al figlio naturale Ferrante.
Ferrante, che assunse il titolo con il nome di re Ferdinando I, aveva un temperamento ed una personalità profondamente diversa da quella del padre ( idealista ed  ambizioso di gloria ).
Educato accuratamente da personaggi come il Panormita ed il Valla si rilevò ben presto di estrema praticità e di scarsissima generosità, ma anche dotato di estremo acume politico, mostrandosi talvolta duro e persino crudele con i suoi nemici.

Il suo regno fu caratterizzato da numerose lotte, prevalentemente interne e contro i potenti baroni del regno.
Ereditò un regno poco saldo, con fragili risorse economiche e con gli eterni sempre pronti Angiò a conquistare il regno affiancati dai potenti baroni locali che si mostravano sempre più ostili e ribelli alla corona aragonese.
I baroni, poichè volevano conservare i privilegi feudali derivati da conquiste, usurpazioni e forzate donazioni chiedevano maggiore autonomia e indipendenza non volendo più obbedire all’autorità centrale e di fatto eludere gli obblighi di vassallaggio.

In quell’epoca nel regno di Napoli il potere dei baroni era molto forte, basato sul vecchio sistema feudale del regno angioino e protetto dal potere papale.
Basti pensare che su circa 1500 centro abitati, solo poco più di 100 erano assegnati al regio demanio ( cioè al diretto potere del re ) mentre tutti gli altri erano controllati dai baroni. Questi erano organizzati in grandi dinastie ramificate, ognuna delle quali controllava da sola più terre.
Le grandi Case del regno erano nove: Sanseverino, Caracciolo, Acquaviva, d’Aquino, Ruffo del Balzo, Piccolomini, Celano, Guevara e Senerchia.
A queste si aggiunsero le due nuove baronie emergenti dei Petrucci e Coppola.

Le loro proprietà e il loro modo di fare, di fatto accerchiava il regno soffocandolo con l’alleanza ed il favore della chiesa.
Baroni e chiesa si coalizzarono contro il re, ostacolando in ogni modo una nuova organizzazione di sviluppo della società che re Ferrante cercò di promuovere e favorire.

I Sanseverino erano una delle più potenti casate storiche italiane: la nobile famiglia riuscì ad annoverare circa 300 feudi, 40 contee, 9 marchesati, 12 ducati, e 10 principati, tutti distribuiti tra Campania, Lucania, Calabria e Puglia.
Tra i suoi membri si annoverano cardinali, vicerè, marescialli e condottieri.
Vennero in Italia al seguito del Normanno Roberto ‘il Guiscardo ‘ ( il furbo ) dal quale ebbero la contea di Sanseverino presso Salerno.
Sempre nel salernitano, in uno dei loro feudi ( Teggiano ) nel castello Macchiaroli, fu ordita la congiura dei baroni.

Uno dei suoi maggiori esponenti della prestigiosa dinastia, fu Roberto Sanseverino che a lungo combattè al fianco del re Ferrante dal quale ottenne l’investitura ufficiale del Principato di Salerno ed il privilegio addirittura di battere moneta nonchè la nomina di grande Ammiraglio del Regno.

Nel 1470 intraprese la costruzione del magnifico palazzo Sanseverino in stile rinascimentale con facciata a bugnato ( ora chiesa del Gesù Nuovo ) che passò poi al figlio Antonello.

Il figlio Antonello Sanseverino invece di proseguire l’opera paterna organizzò e capeggiò una rivolta dei baroni locali contro Ferdinando I d’Aragona.  Il re, scoperta la congiura, soffocò la stessa nel sangue con la famosa “congiura” tenutasi nella Sala Grande di Castel Nuovo, e  punì poi pesantemente i suoi avversari dando loro la caccia uno ad uno.

Per non cadere in mano al re, Antonello fuggì dal Regno travestito da mulattiere e si rifugiò in Francia, dove meditò la sua vendetta, spingendo il re francese Carlo VIII alla conquista del Regno di Napoli. Nel 1495, Carlo VIII, calato in Italia con un grosso esercito, occupò molte città e il 12 di febbraio fece l’entrata in Napoli avendo a fianco Antonello Sanseverino, grande ammiraglio del Regno e suo principale consigliere. Il Sanseverino sostenne i francesi combattendo per mare e per terra; e specialmente il 6 giugno 1496 nell’assalto dell’isola d’Ischia, dove si era rifugiato  il nuovo re di Napoli, il giovane Ferdinando II.

Successivamente, una volta occupati molti paesi in Puglia con un suo piccolo esercito si ritirò nel suo castello di Agropoli. Alla morte del re Ferdinando successe al trono il principe Federico che cercò in ogni modo di attirarsi l’amicizia del principe di Salerno (il cui valore e la cui potenza erano presso la corte in grande considerazione e rispetto). Antonello però, memore delle recenti sciagure dei Baroni, non si lasciò vincere dalle offerte reali e si chiuse nel suo castello di Teggiano, le cui fortificazioni gli offrivano un asilo saldo e quasi inespugnabile.

Federico allora riunì un esercito di ventimila tra fanti e cavalli e dopo aver sottomesso la città di Salerno pose assedio al castello di Teggiano.

Antonello per due mesi e mezzo tenne salda la difesa della terra, ma fu alla fine costretto alla resa a patti onorati. Antonello Sanseverino cedette al re tutti i suoi possedimenti e si rifugiò a Senigallia, nelle terre della moglie, dove morì.

Dopo una provvisoria confisca dei beni in cui Salerno rientrò nel demanio Aragonese, Ferdinando il Cattolico investì nuovamente un Sanseverino, Roberto II, figlio di Antonello, del titolo di principe di Salerno.

Per un lungo periodo saranno quindi ancora i Sansevero a governare il prinicipato salernitano ed esattamente fino al 1535 quando a Salerno, Ferdinando Sanseverino riceve la visita di Carlo V di Spagna (quello del “sul suo impero non tramontava mai il sole”). Egli era in quel momento il più potente rappresentante della più antica casata nobiliare europea ed Ii Sanseverino, indispettito dalle attenzioni di Carlo V per la propria consorte, dopo qualche anno, ripetendo le gesta di suo nonno Antonello, organizzò e capeggiò, nel 1547, una rivolta anti-spagnola, prendendo spunto dalla ribellione scoppiata nel Regno contro l’introduzione dei Tribunali dell’Inquisizione. Il risultato fu che nel 1552 Ferdinando “Ferrante” Sanseverino viene dichiarato ribelle e condannato a morte, bandito dal Regno e privato delle proprietà. Carlo V con un decreto trasferisce la città di Salerno al demanio spagnolo.

I Caracciolo erano una delle più vecchie baronie risalenti addirittura ai tempi del ducato di Napoli.

L’ antica e illustre famiglia si divise in due grandi linee ,quella dei Caracciolo Rossi con capostipite RICCARDO, figlio di Landolfo  e quella dei Caracciolo Pisquizi con capostipite FILIPPO, da cui nacque il ramo dei Caracciolo del Sole.

Tra i più famosi personaggi che hanno caratterizzato la dinastia vanno citati senz’altro: Ser Gianni Caracciolo ( favorito della regina Giovanna II ), Galeazzo Caracciolo, marchese di Vico, valoroso comandante, che fu inviato da re Alfonso d’Aragona alla riconquista delle terre occupate dai Turchi ed il famoso ammiraglio Francesco Caracciolo che dopo aver fatto una grande carriera nella marina di re Ferdinando, aderì alla nascente Repubblica napoletana comandandone la flotta.

 

 

 

Ugo De Balzo invece erano giunti al seguito di Carlo d’Angio e investito del titolo di conte di Spoleto;  una volta che sua figlia Sveva sposò Roberto Orsini si formo’ una casata con possedimenti illimitati che andavano da Taranto a Napoli.

Gli Aquaviva vennero invece al seguito dei re svevi dai quali ottenne un vasto stato in Abruzzo. In seguito acquisì altri casati dai successivi regnanti fino a totalizzare 164 baronie, 14 contadi, 5 marchesati, 7 Ducati e 2 principati.
Si imparentò con la casa d’Aragona e aggiunse quindi il diritto di aggiungere il cognome d’Aragona al suo cognome.

 

Ferrante, aveva capito che per crescere da un punto di vista economico bisognava contrastare il potere dei baroni e uscire dalla loro morsa restrittiva. Bisognava avviarsi verso una nuova epoca di dinamismo economico ed imprenditoriale con forme più moderne di organizzazione politica ed il vero ostacolo per tutto questo erano i baroni e la chiesa.
Ferrante per contrastarli incoraggiava lo sviluppo del ceto medio onde farne una forza politica da contrapporre a quella feudale.
Favorì la crescita di nuove figure imprenditoriali riorganizzando la vita economica e commerciale del regno.

Le nuove figure imprenditoriali erano ricchi mercanti, armatori e nuovi industriali: si creò ricchezza dai giacimenti di piombo e argento e di allume. Si lavorò finemente il corallo del nostro golfo.
Questo nuovo ceto chiedeva a gran voce l’accesso ai fasti e al prestigio del feudo.
Tra i più significativi rappresentanti di questa nuova nobiltà imprenditoriale vanno ricordati uomini come Antonello Petrucci e Francesco Coppola. Il primo addirittura di origini contadine che una volta giunto alla corte di Alfonso fu molto apprezzato e più volte beneficato al punto di divenire segretario del re.

Il secondo invece possedeva una flotta personale ed una truppa armata. Aveva un’isola corallifera in Turchia. Sfruttava le miniere di piombo e argento di Longobucco e le miniere di allume di Ischia. Commerciava stoffe ed era titolare di un saponificio a Napoli.


Entrambi purtroppo, nonostante facessero parte della nuova emergente borghesia furono poi tra gli uomini chiave della famosa “congiura” avvenuta anni dopo.
I baroni d’altro canto avendo capito la politica di Ferrante cercarono in ogni modo di contrastare l’assolutismo monarchico della sua politica e si ribellarono continuamente al re tramando e organizzando contro di lui  vere e proprie congiure dove tentarono addirittura di eliminarlo ricorrendo al delitto.

Appena insediatosi sul trono, Ferrante dovette sedare una prima rivolta dei baroni che fu incoraggiata dal proposito di Giovanni d’Angiò di scendere in Italia per rivendicare ancora una volta il regno di Napoli.
La lotta contro i baroni ( alleatisi con Giovanni d’Angiò)  durò cinque anni, ed una volta avuta la meglio ( l’ angioino fu sconfitto  ) egli si mostrò spietato e crudele contro chi lo aveva tradito, parenti inclusi. Fece arrestare alcuni baroni e confiscò i loro beni.

Durante questa prima ribellione, i baroni, dopo le sconfitte subite in Calabria, prepararono un’imboscata per uccidere il re. Il colpo fu tentato presso Calvi nel maggio del 1462 in un luogo detto “la Torricella” durante un colloquio che Marino Marzano aveva sollecitato a Ferrante del quale era cognato ( per averne sposato la sorella Eleonora ) prospettando una accordo di pace.
Il principe si presentò al convegno con due uomini d’armi che tentarono di pugnalare il re mentre questi era intento a parlare.
Agilissimo, anche perchè stava in guardia, Ferrante riuscì ad evitare i colpi e poi fu protetto dai suoi uomini accorsi.
Da quel momento, scampato il pericolo, egli nutrì un odio profondo per i traditori ( baroni in particolare ) e giurò a se stesso di trarne aspra vendetta ogni qualvolta che gliene sarebbe capitato qualcuno tra le mani.

Furono certamente questi i precedenti che in un certo modo giustificheranno poi la condotta di Ferrante nei confronti dei baroni traditori.
Il papa di allora era Innocenzo VIII  ( Giambattisto Cybo ). Questi era succeduto a Sisto IV che aveva preso accordi, precedentemene alla sua morte con il re Ferrante, esentandolo dal pagamento del censo annuo.
Innocenzo non volle riconoscere il precedente accordo e reclamando fortemente l’annuale gravoso pagamento creò forte motivo di scontro e di tensione tra i due.
Dopo la prima domata ribellione dei baroni, si era intanto formata una lega di nuovi baroni dissidenti ed ostili a Ferrante con a capo il più potente di tutti, Antonello Sanseverino ( Principe di Salerno ) il cui obbiettivo era eliminare Ferrante. Questa cosa portò alla formazione di una nuova vera congiura contro il re e la sua corte.

I ribelli baroni si rivolsero al pontefice, il quale promise di aiutarli con l’intervento del proprio esercito. Questa ingerenza del papa era dettata oltre che dal livore che nutriva per Ferrante anche dalle mire neanche tanto recondite di procurare al figlio naturale ( Franceschetto Cybo) un vasto fondo  nel mezzogiorno d’Italia.
Forti del sostegno papale i baroni passarono all’azione ed il 20 novembre issarono il vessillo della chiesa a Salerno e all’Aquila.
Ferrante allora non mancò di fare ricorso a tutti i suoi alleati ( dai milanesi ai fiorentini) rivolgendosi anche ai suoi parenti aragonesi in Spagna. Da uomo abile e accorto fece varcare la frontiera ad un suo esercito comandato dal duca di Calabria per portare  la guerra in casa del papa.

Ad indurre il pontefice a rivedere i suoi piani furono anche le città di Milano e Firenze che dichiararono di sostenere la causa del re napoletano insidiato dalle mire papali.
Innocenzo temendo quello che stava accadendo e sentendosi minacciato da vicino, ritenne prudente cambiare atteggiamento e trattare la pace.

L’accordo fu firmato e Ferrante, al quale premeva sopratutto separare i baroni ribelli dal papa, in maniera da isolarli, promise al papa di accordare una completa amnistia e salvezza a tutti i baroni e altri che si erano trovati implicati nella congiura.
La politica del re fu astuta e assai subdola; riprese il colloquio per un possibile accordo con i baroni trattandoli amichevolmente e lamentandosi con loro di richiedere con le armi ciò che potevano ottenere con il dialogo.
Raccomandò al principe di Bisignano, suo maggiore interlocutore di convincere anche gli altri baroni ( in particolare il principe di Salerno ) a sottoscrivere la pace.
I baroni sembravano soddisfatti ed il re li invitò poi tutti alle prossime nozze di una sua nipote che si teneva in Castelnuovo. Ma fu tutta una messa in scena.
Dopo la firma dell’accordo infatti,  Ferrante, fingendo di aver dimenticato e perdonato i fatti trascorsi, anzi desideroso, diceva, di legare la propria casa a quella del conte di Sarno con una parentela, onde ovviare ad eventuali nuovi dissidi, propose di unire in matrimonio una sua nipote ( Maria Piccolomini ) con un figlio di Francesco Coppola. Lusingato ed onorato il conte accettò ed il 13 agosto, giorno stabilito per le nozze, quando tutti furono riuniti nella sala grande di Castelnuovo, il re fece chiudere le porte ed arrestare tutti i baroni già ribelli convenuti per la cerimonia.

Il re aveva invitato alla cerimonia tutti i baroni del regno e li fece arrestare non tanto per l’accusa di tradimento ( per non venire meno al patto con il pontefice ) ma con il semplice pretesto che essi avevano malamente amministrato i loro beni con conseguente grave danno per il patrimonio regio.

Tre mesi dopo nella stessa sala fu emanata la sentenza dopo un sommario processo che condannava alla pena capitale Antonello Petrucci, i suoi figli e Francesco Coppola.
Tutti gli averi dei condannati, beni mobili ed immobili vennero confiscati a beneficio della corona.

Questo episodio diede il nome alla sala che tuttora si chiama “Sala dei Baroni “.

Antonello Petrucci fu decapitato sulla Piazza del Mercato ( la sua tomba si trova sul pavimento della chiesa di San Domenico Maggiore mentre il suo palazzo con lo splendido portale si trova nella stessa Piazza San Domenico ) mentre tutti gli altri furono sottoposti alla forca nella stessa piazza.


Dopo l’esecuzione dei condannati, il re, forte della prova di colpevolezza emerse dal processo a carico di altri baroni, incaricò il duca di Calabria di allestire un esercito per debellare una volta per sempre i ribelli.
Senza più la protezione del papa e rimasti oramai soli, ai baroni non restò altra scelta che quella di rinchiudersi nei castelli sperando di resistere alle milizie del re. Ma la speranza fu vana. Assediati ed attaccati furono costretti uno dopo l’altro ad arrendersi e sottostare umili e contriti alle condizioni dettate dal re;  la consegna dei castelli e dei luoghi fortificati.

Trasferitosi nella capitale, dopo la consegna dei castelli, i ribelli tentarono di ripristinare i normali rapporti con il re ma Ferrante non era uomo che dimenticava facilmente, e una notte di giugno del 1487 li fece arrestare e rinchiudere nelle carceri di Castelnuovo.
Alle proteste del papa che l’accusava di venir meno alla promessa di non perseguitarli rispose che aveva prove di un piano organizzato per la fuga. A fuggire verso la Francia, in verità, fu il solo Antonello Sanseverino Principe di Salerno che era stato anche l’ ultimo a capitolare tra i vari baroni.

Sottoposti a processo e condannati alla pena capitale, i baroni arrestati però non furono mai giustiziati come lo erano stati i Petrucci  ed i Coppola, ma per la maggior parte morirono in prigione di morte naturale … almeno cosi’si disse…

La guerra contro i baroni si chiuse quindi con la chiara vittoria del re estendendo territorio e potere monarchico.
Sotto il suo potere la città di Napoli si arricchì ulteriormente di importanti opere di cui la maggiore è senza dubbio Porta Capuana, costruita in splendido marmo di Carrara e concepita come un vero arco di trionfo celebrativo della sua incoronazione e della sua vittoria sui baroni.


Furono costruite anche delle bellissime ville:

La villa della Duchesca, che si estendeva su di un’area compresa tra Porta Capuana e la chiesa di San Pietro ad Aram ( attuale inizio rettifilo ). Questa bellissima villa fu poi abbandonata a se stessa sotto il vicereame spagnolo fino a giungere al piu completo degrado. Oggi di questa villa  purtroppo non e’ rimasta traccia se non la chiesetta di San Clemente che era la cappella annessa alla villa. Resta comunque  il ricordo poichè ha dato il nome all’intera zona.


La villa di Chiaia, meglio conosciuta come ” villa La Ferrantina ” era una villa di Ferrante d’Aragona di cui purtroppo  non e’ rimasto più nulla quasi . Sono sopravvissute solo alcune strutture che si trovano all’interno della Palazzina Bivona in Via Vittorio Imbriani.

La villa Conigliera, sorta sulla collinetta di San Potito al Cavone  per volere di Alfonso d’Aragona ( dove cacciava in maniera riservata conigli e da cui deriva il nome ).
Della villa oggi è visibile la facciata esterna di piperno e marmo con due stemmi del casato e un interno spoglio e purtroppo degradato.


La villa di Poggioreale  fu eretta su una precedente dimora di Carlo II d’Angiò, era particolarmente bella con grandi giardini ed una piscina alimentata dall’acquedotto della Bolla.  Anche questa villa conobbe il degrado sotto il vicereame spagnolo ed oggi di essa non rimane altro che pochissimi resti incorporati nel brutto arredo urbano della zona.

In seguito ai lavori di allargamento della cinta muraria della città, fece erigere la Porta Capuana che fu costruita su disegno di Giuliano da Maiano nel 1484. Essa si erge maestosa con le sue grandi torri cilindriche merlate, che si dice rappresentino l’onore e la virtù; tra le due torri si sviluppa l’arco riccamente decorato.

 

Ferrante d’Aragona morì nel 1494, dopo ben 36 anni di regno e a succedergli al regno fu il  duca di Calabria con il nome di Alfonso II.

 

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