FERDINANDO II DI BORBONE

 

Ferdinando di Borbone nasce a Palermo il 12 gennaio 1810, da Francesco I  ( figlio di Re Nasone ) e Maria Isabella di Borbone, durante la permanenza della famiglia reale in Sicilia in seguito all’occupazione francese di Napoli.

Salito al trono nel 1830, due anni dopo sposa Maria Cristina di Savoia, una donna semplice e molto cattolica che dopo tante ansie e preoccupazioni riesce finalmente a mettere al mondo il tanto sospirato erede al trono Francesco ma subito dopo muore colpita da una grave infezione puerperale che si sviluppò nel periodo del  post-partum.
In seguito sposò poi l’Arciduchessa d’Austria Maria Teresa dalla quale ebbe dodici figli.

Ferdinando II fu un personaggio difficilmente definibile, oscillante a tratti tra la grettezza e l’ignoranza del nonno e del padre e ad altri tratti invece mostratosi brillante e capace di grandi iniziative progressiste.
Il popolo, in particolare il ceto basso lo amava mentre non si può dire lo stesso per la borghesia e gli intellettuali che lui disprezzava e dispregiativamente chiamava “ pennaioli

Il suo regno lo si potrebbe dividere in due grandi fasi: una prima caratterizzata da riforme e lungimiranza,  ed un ’altra fatta da isolamento internazionale per non aver saputo ben reagire alle istanze liberali e ai sabotaggi internazionali (fattore che ha poi condotto alla caduta delle Due Sicilie).
Ha sicuramente regnato in un periodo difficile dove i moti liberali insurrezionali erano forti in tutta Europa e una diversa presa di coscienza nazionale animava  la ragione della classe intellettuale che aspirava a partecipare alla vita attiva del Regno.
I liberali dal canto loro certamente esagerarono non accontentandosi di procedere lentamente nel cambiamento, volendo tutto e subito e alla fine non ottenendo nulla.
La sospensione della Costituzione è in parte da attribuire alla loro intemperanza.
Ferdinando mostrò un’apertura nei loro confronti accettando di sedersi al tavolo delle trattative e stilare un trattato costituzionale in un’ottica di rinnovamento monarchico.
I liberali volevano in realtà  addirittura destituire la figura monarchica del re e da questo punto di vista possiamo dire che il successivo operato del re fu una legittima difesa contro chi voleva sovvertire il suo Regno.
Bisogna ricordare i tempi e nessun monarca in quell’epoca era certamente disposto a cedere il proprio ruolo tantomeno Ferdinando che geloso del suo potere ( cosa comune a quei tempi a tutti i regnanti ) difese ostinatamente e nel modo più assoluto  le prerogative regie con ogni mezzo contro quelli che, in apparenza innovatori, miravano invece poi a destituirlo.
L’Inghilterra gli remò contro in maniera subdola e il suo  Regno dava sicuramente fastidio al mondo politico europeo che si andava costituendo.
Non seppe approfittare della occasione avuta di essere lui il trascinatore e la guida della nuova nascente nazione italiana permettendo ai Savoia di cogliere un’occasione unica per conquistare Regno, fama e sopratutto denaro per pagare i propri debiti.
Per il profondo rispetto nei confronti del Papa e della chiesa non accettò infatti, nell’anno 1831, la corona d’Italia che gli fu offerta per mezzo del giovane Nicola del Preite in seguito ad una decisione presa in un congresso del partito liberale riunito a Bologna.

I primi dieci anni di governo furono splendenti, attuando  una serie di riforme che attestarono le Due Sicilie tra il novero delle grandi nazioni europee.
Nella fase iniziale del suo regno animato da buoni propositi diede subito l’impressione a tutti di essere un sovrano illuminato da idee liberali intento a ripudiare le tendenze assolutistiche che avevano caratterizzato i regni del padre e del nonno Ferdinando I.
In questa prima fase del suo regno caratterizzato da una serie di riforme innovatrici, soprattutto in campo amministrativo, dove mostra intelligenza e acume politico, riesce ad acquistare  in campo nazionale  un forte rispetto e ammirazione e da molti viene candidato come il possibile futuro re d’Italia.
L’entusiasmo provocato dall’attivismo del giovane re accese le speranze del movimento liberale italiano, al punto che poi gli fu offerta la corona d’Italia.

Nei primi anni del suo Regno egli si mostro’ come un re energico, intelligente  e intraprendente ispirando  fiducia: concesse l’amnistia ai condannati politici  ( molti esuli poterono cosi finalmente tornare in patria ) e opero’ bene per l’economia del paese eliminando molte spese superflue a cominciare da quelle della propria corte.
Dimezzò lo stipendio dei ministri, e ridusse le spese per la guerra e per la marina, inoltre ridusse i costi della politica abbassando le  spese per tutti i dipartimenti governativi.
Combatte la corruzione cacciando i cortigiani ed i poliziotti corrotti e ripartì tra i cittadini più indigenti le terre appartenenti al demanio.
Negli anni  più difficili del suo Regno a causa del crescente isolamento internazionale, cercò di economizzare su tutto, pur di non mettere nuove tasse: cercò sempre e sopratutto di evitare principalmente le imposte sui consumi popolari.
Il Re diede il buon esempio, riducendo per primo il suo appannaggio, fatto questo non comune nella storia dei principi europei di allora come di oggi ( vedi il nostro governo ).

Durante il suo Regno ci fu una grande crescita industriale (nacquero fabbriche di vetro, di mobili, di guanti ) e ci fu un forte sviluppo nel settore siderurgico e metalmeccanico grazie all’ingrandimento dei cantieri navali di Castellammare di Stabia.
Vennero costruiti dei  ponti sospesi  in ferro sul Garigliano e sul Calore.
Il commercio ebbe un momento di grande sviluppo grazie alla riduzione di tasse e allo sviluppo di nuove strade: aumentarono i negozi, le tipografie e gli artigiani.
Quasi ogni nuova invenzione trovava attuazione, in Italia, per prima a Napoli e poi nel resto del Paese. Tra i record troviamo la prima linea ferroviaria ( Napoli- Portici ), lo stesso  ponte sul Garigliano, la fabbrica di Pietrarsa (per non ricorrere a fabbriche straniere ed essere autonomi) ,la prima compagnia di battelli a vapore del Mediterraneo  ed il primo centro vulcanologico del mondo ( Osservatorio Metereologico Vesuviano ).
Bonificando e incanalando il lago di Fucino, vicino L’Aquila, restituì terre coltivabili ai contadini e altrettanto fece nel Tavoliere delle Puglie. Secondo alcune fonti il volume del commercio crebbe di 50 volte in 30 anni. Aderì alla lega contro la tratta degli schiavi e riorganizzo’ il suo esercito mettendo  nelle posizioni chiave dell’esercito i migliori uomini scegliendoli anche tra coloro che erano stati fedeli a Murat.

Alla classe borghese preferiva quella del ceto popolare che era continuamente al centro  della sua attenzione.
Mostro’ molta umanita’ e amore per loro sopratutto in occasione della terribile epidemia di colera che colpi’ la città scendendo personalmente in campo incurante di ogni pericolo alla sua salute.
Già quando  scoppiò l’epidemia di colera che ebbe inizio ad Ancona il re dispose subito che venissero sospesi tutti i traffici con i luoghi colpiti dal morbo e fissò delle pene molto severe per tutti coloro che avessero trasgredito alle disposizioni sanitarie e di igiene che erano state già emanate.
Lo si vide  in prima linea nei rioni più popolari della città, agli ambulatori, poi ai lazzaretti e infine nelle caserme, dove consumava il rancio tra i suoi soldati.
Diede ordine e fece in modo che venissero distribuiti gratuitamente il maggior numero di medicinali atti a frenare la malattia ( cosa certo non facile a quei tempi).

Per meglio conoscere le esigenze dei suoi sudditi moltiplicò le udienze ( fino a 50 al giorno ) per ascoltare chiunque avesse da porgli una supplica  e sottoporgli  i propri problemi per chiedergli soccorso: tranne rari casi, esaudiva le richieste.
Istituì una regia commissione di Carità che aveva il compito di esaminare le richieste di concessioni di sussidi e di beneficenza in genere per i bisognosi.
Il sistema di previdenza ( unico in Europa ) da lui creato prevedeva che le pensioni per i dipendenti venissero costituite con trattenute sugli stipendi.
Viaggiò parecchio nelle proprie province, ispezionando di persona le strade  ed i luoghi per capire le necessità del popolo.
In città costruì l’attuale corso Vittorio Emanuele cui diede il nome di corso Maria Teresa, il nuovo Cimitero di Poggioreale e  finalmente Napoli ebbe l’illuminazione a gas.

Questo tipo di  politica infiammò gli animi di chi voleva unire tutto lo stivale, chiedendo proprio a Ferdinando II di capeggiare le lotte per scacciare gli austriaci dal Nord Italia e procedere, man mano, a unificare l’Italia.
Sul letto di morte confessò di aver rinunciato alla corona d’Italia per non ledere il diritto degli altri regnanti italiani, specialmente quello del Papa, in ossequio perciò al profondo senso religioso col quale era stato educato.
Nel 1833 aveva tuttavia proposto a Carlo Alberto di Savoia, al Granduca di Toscana Leopoldo II e al Papa Gregorio XVI di realizzare un’unione tra gli stati italiani, senza ricevere risposta.

Ovviamente l’Austria, la Francia e specialmente l’Inghilterra non vedevano certamente di buon occhio la figura di Ferdinando, il quale rischiava di compromettere l’egemonia anglo-francese nell’assetto politico europeo e nel tempo fecero di tutto pur di non concedergli spazio e potere.
In quel periodo in tutta Europa si registrano forti  fermenti liberali e repubblicani e la stessa penisola italiana venne di conseguenza investita da numerosi moti liberali che minacciando ripetutamente la propria sovranità, portarono progressivamente Ferdinando II, inizialmente ad arroccarsi sulle proprie posizioni restauratrici e infine a raggiungere  purtroppo livelli di intransigenza e brutalità pari a quelli dei suoi parenti predecessori.
I moti  incominciarono progressivamente ad estendersi a macchia d’olio un po’ in tutta la penisola: quelli di una certa consistenza si ebbero a Penne nell’Abruzzo e poi a Cosenza, Messina, Siracusa,  Catania, Aquila e Crotone.
Le prime vittime si ebbero in provincia di Cosenza dove  i fratelli Bandiera, nobili veneziani che sposata la causa mazziniana, disertano dalla marina austriaca per andare a fare la rivoluzione in Calabria vennero però subito intercettati, catturati e giustiziati: insieme ad altri sette compagni furono fucilati nel vallone di Rovito.

Ma il vero episodio che cambio’ le cose fu l’insurrezione scoppiata a Palermo che in breve si estese a tutta la Sicilia.
Ora prima di continuare bisogna dire che Ferdinando era un forte ‘nazionalista” del suo Regno che considerava indipendente dal resto dell’Europa di cui lui poteva fare a meno e faceva di tutto per non ricorrere all’eventuale aiuto o manodopera di altri  ed essere quindi autosufficiente. La dimostrazione era la fabbrica Pietrarsa che lui costruì con un preciso intento  “perché del braccio straniero a fabbricare le macchine mosse dal vapore, il Regno delle Due Sicilie più non abbisognasse”.
Era talmente un nazionalista nell’affermare l’indipendenza del suo regno dalle ingerenze esterne, da sostenere profondamente la cultura della lingua napoletana che a corte era la lingua ufficiale.
Parlava il dialetto stretto ed altrettanto facevano tutti i membri della famiglia, compresa la regina Maria Cristina di Savoia.

Inoltre era un fervente e rispettoso cattolico in un periodo in cui la chiesa e tutti gli ecclesiastici non erano ben visti dai movimenti liberali che crescevano come funghi in tutta Europa; era solito dire “che il Regno era difeso per tre lati dall’acqua di mare e per il quarto dall’acqua santa“.
Dopo aver recitato ogni sera il Rosario con la famiglia si dice che rimaneva poi lungamente inginocchiato a pregare

D’altronde la chiesa possedeva nel regno la gran parte dei terreni ed esercitava di conseguenza un potere enorme e incondizionato, basti vedere alcuni suoi decreti dove egli consegnava l’istruzione primaria nelle scuole alla esclusiva direzione del clero.

La Sicilia da secoli aveva sempre rivendicato una propria autonomia e nel corso della storia ha sempre approfittato di qualsiasi episodio per manifestare il proprio  malcontento e reclamare una sua autonomia nei confronti del Regno di Napoli.
La loro indipendenza però stavolta era fomentata da una neanche tanto oscura manovra dell’Inghilterra che mal sopportava l’unificazione del Regno delle due Sicilie.
Iniziò cosi  a fomentare lo scontento nei Siciliani, e ad appoggiare  le loro rivolte del 1820, del 1848 e del 1860.
L’Inghilterra temeva, all’approssimarsi dell’apertura del canale di Suez, che ci potesse essere anche un’altra grande potenza  che potesse sottrarre la propria egemonia nel Mediterraneo.

I rapporti con il regno inglese  erano in verità già da tempo in buona parte compromessi grazie alle intemperanze del fratello Carlo, principe di Capua.
Questi sin da adolescente  era stato fonte di preoccupazione per Ferdinando e per tutta la famiglia reale mostrando grande interesse solo per le donne e il gioco d’azzardo.
Carlo, nella sua vita disordinata ad un certo punto si innamorò seriamente di una giovane irlandese di nome Penelope Smith, appartenente ad una nobile famiglia della contea di Wateford e chiese al re, suo fratello il permesso di poterla sposare.
Ferdinando, fortemente intransigente sul decoro della propria famiglia oppose il suo rifiuto  ma egli a quel punto pensò bene di fuggire con la donna in Inghilterra dove poi si unirono in matrimonio.
In un secondo momento chiesero poi al primo ministro inglese Lord Palmerson di intervenire presso Ferdinando affinche’ riconoscesse la legittimità dell’unione con tutti i diritti conseguenti.
Ma il re fu intransigente e rifacendosi ad un vecchio decreto secondo il quale era vietato ai principi di casa reale di uscire dal regno senza un esplicito assenso del re rifiutò di riconoscere il matrimonio.
Questo episodio irritò moltissimo il ministro inglese ( anche perchè Penelope era una sua parente ) e certamente contribui’ ad inasprire i rapporti tra i due.

Ma il vero pomo della discordia erano le miniere di zolfo presenti in Sicilia (indispensabile per la produzione degli esplosivi) che rappresentavano all’epoca quello che oggi è per noi il Litio o il petrolio.
Ferdinando, in un’ottica di favorire  il commercio  e l’industria locale, resosi conto che la più valida risorsa minerarie della Sicilia era quella dello zolfo cercò di favorirne il commercio  e anche di ottimizzarne i profitti ( come qualsiasi buon imprenditore).
Fino ad allora l’estrazione dello zolfo, essenziale per produrre la polvere da sparo, era sotto un sostanziale monopolio britannico. Questi facevano la politica dei prezzi a loro piacimento in danno del regno e dei minatori.
Ferdinando ottenendo condizioni migliori, da buon imprenditore, firmo’ un’intesa con la società Taix-Aycard di Marsiglia per l’estrazione dello zolfo in Sicilia, sottraendo di fatto il monopolio agli inglesi. Fu quindi stipulata una convenzione con la ditta francese più vantaggiosa di quella precedentemente in vigore con gli inglesi.

Le proteste di Lord Palmerston, primo ministro inglese, furono talmente violente che giunsero fino al punto di  ordinare addirittura alle navi britanniche di compiere manovre preparatorie alla guerra del Golfo di Napoli.
Ferdinando, di fronte alla minaccia, si preparò alla guerra inviando in Sicilia ben 12.000 soldati decretando l’embargo a tutte le navi britanniche.
Ferdinando era oramai pronto  alla guerra se non fosse stato per la mediazione di Vienna e Parigi: il re francese Luigi Filippo adoperò la sua diplomazia revocando il privilegio alla Taix-Aycard, e rendendo di fatto nullo il contratto tra questa e il regno borbonico.
La crisi rientrò  ma il Regno dovette versare degli indennizzi alle ditte francesi.
La conseguenza fu il guasto dei rapporti  sia con la Francia che con l’Austria, oltre che con l’Inghilterra e di conseguenza ad un isolamento politico dal resto dell’Europa  mostrando risentito poi la mancanza totale di interesse nei confronti di ciò che avveniva al di fuori dei confini napoletani e siciliani.

I britannici non contenti avviarono una politica destabilizzante nei confronti del Regno delle Due Sicilie ( che culminerà con l’appoggio alla spedizione dei Mille nel 1860 ed alla annessione del Regno al fidato Piemonte).
Il governo inglese si adopero’ per creare ad arte  frequenti “incidenti diplomatici” .
Lord Palmerston  fu protagonista di un’ignobile calunnia che certo non fece onore al suo buon nome. Egli d’intesa con un tale Lord Gladstone fece diffondere la lettera da quest’ultimo inviate al ministro degli esteri, lord Aberdeen, nelle quali si etichettava il regno del Sud come la “negazione di Dio eretta a sistema di governo” causa della violazione sistematica di tutte le leggi umane e divine.
Il Gladstone riferiva di una visita, in realtà mai avvenuta, alle carceri napoletane. L’Inghilterra gridò così ad alta voce al mondo intero il proprio sdegno per le asserite disumane condizioni in cui erano tenuti i detenuti politici e queste notizie trovarono ampie casse di risonanza sui giornali di Torino e negli ambienti degli oppositori borbonici. Nascondendo il vero motivo economico di questa disonorevole bugia il poco Lord Palmerson insieme all’altro suo amico, Gladstone, gettarono volutamente per i propri interessi fango su Ferdinando ed il suo Regno.
In seguito a questa infamia tutta l’Europa di conseguenza cominciò a odiare Ferdinando II finché Gladstone ammise di aver scritto quelle lettere senza aver mai visitato il regno, ma avendole compilate in pratica su dettato degli uomini cui fu affidato da Lord Palmerston.

A”giochi fatti”, cioè dopo l’annessione piemontese, il  deputato inglese Gladstone ( avete visto come si fa carriera? )  ammise candidamente la menzogna e  confessò  che egli non aveva mai visitato alcun carcere. Confessò di aver scritto quella lettera per incarico di lord Palmerston e su dettato dei suoi uomini.
Successivamente  Lord Aberdeen, in Parlamento, fu protagonista di una furiosa orazione di condanna nei confronti di quelle calunnie scoperchiando una delle più tristi pagine della storia Inglese.
Infatti, sempre dai lavori del Parlamento inglese, dopo 1861, emergono le condanne all’appoggio britannico circa la conquista piemontese del Regno delle Due Sicilie, giudicata una lesione del diritto internazionale e cagionatrice di crimini più orrendi  e più gravi di quelli che erano stati attribuiti a Ferdinando II.

Intanto però il guaio era stato fatto, poiché Ferdinando restò circondato da un alone di sospetto e possiamo senz’altro dire che questa seconda parte del suo Regno  questo momento coincide con la parabola discendente del suo operato:  il rispetto e l’ammirazione relativi ai suoi primi dieci anni di regno all’insegna di idee liberali andranno completamente persi nel tentativo di non perdere potere monarchico e difendere l’assolutismo del suo Regno.

In Sicilia egli concesse il ripristino della Costituzione precedentemente concessa nel 1812 da Ferdinando IV , ma nonostante questo i più rivoluzionari si mostravano sempre scontenti ed esigevano sempre di più; la Sicilia, che aveva chiesto l’autonomia, arrivò a chiedere infine addirittura l’indipendenza.
Ferdinando II commise l’errore di non capire che dietro vi erano i disegni di altre potenze, ( sopratutto Inghilterra) e vista minacciata la sua sovranita’ penso di risolvere  a questo punto ogni cosa con l’assolutismo. Sospese  la Costituzione e mise a tacere ogni sommossa con la forza militare.
Gli inglesi ed il subdolo Conte Cavour non aspettavano altro ed approfittarono di tutto ciò per infangare ulteriormente il regno borbonico e candidarsi ad unici e veri tenutari di un nuovo spirito di libertà.
L’Inghilterra  con il fondamentale interesse di conquistare e mantenere uno sbocco sul Mediterraneo incominciò a favorire  i fermenti autonomistici della Sicilia mentre Cavour da gran furbo aveva ben capito  che sfruttando la situazione geopolitica che si era venuta a creare poteva risolvere il debito pubblico del regno sabaudo  ed i guai economici sia personali che della sua banca; il bilancio in attivo e le riserve delle Regno delle Due Sicilie erano ideali per dare ossigeno alle disastrate casse di Torino, che aveva debiti con inglesi e francesi.

L’intera Sicilia ad un certo punto cominciò ad insorgere contro il governo borbonico con l’appoggio discreto dell’Inghilterra, interessata ad ostacolare la politica di Ferdinando nell’unico solo intento di  “mettere le mani” sulla Sicilia, considerata un’isola strategica per il controllo del Mediterraneo.
Ferdinando in seguito incaricò il generale Carlo Filangieri di rioccupare la Sicilia e la sommossa fu domata dalle truppe borboniche con le armi e vinta grazie ad un assiduo bombardamento su Messina che valse il soprannome a Ferdinando di “Re bomba”.
E’ da notare a tal proposito come la storia e chi la scrive talvolta sia di parte, basti pensare solo che Vittorio Emanuele II, che fece successivamente bombardare le case di Genova, Gaeta, Capua ed Ancona (dopo la resa) e Palermo con la stessa intensità fu invece dichiarato “galantuomo” e “padre della patria”!

In tutto il Regno ben presto cominciarono a circolare gli scritti di Gioberti e di Mazzini ed i napoletani liberali che già da qualche mese si agitavano, incoraggiati dal primo iniziale successo della rivolta siciliana, promossero una manifestazione per le vie della città chiedendo a viva voce la legge costituzionale. Una folle enorme si recò innanzi al palazzo Reale inneggiando all’indipendenza italiana protesa a cacciare dalla Lombardia e dal Veneto gli austriaci.
Ferdinando promise la costituzione: l’11 febbraio fu promulgata  con decreto del re ed il 24 febbraio del 1848 la giurò nella chiesa di S. francesco di Paola alla presenza delle autorità dello stato, dei dignitari del Regno e del consesso cittadino.

Inizialmente  ci furono però divergenze sulla formula del patto costituzionale in quanto il re voleva imporre una versione da lui stesso dettata di cui non era disposto ad accettare alcuna modifica.
Essa conteneva caratteri comuni allo Statuto Albertino,  ma secondo i liberali in talune parti vi era un eccesso di difesa a favore del clero: la religione cattolica, oltre ad essere quella di Stato, era l’unica ammessa, vietandosi la professione di culti diversi.
Fu un errore questo di cui poi pagò le conseguenze perché non trovò più l’appoggio di tutte le ricche e potenti comunità ebraiche presenti in Italia che si schiereranno in larga parte a favore del movimento unitario a guida sabauda  e dei finanziamenti a tale causa concessi dai potentati internazionali ( compresa la massoneria inglese).
Un altro punto dolente della politica ferdinandea fu la gestione del rapporto con il ceto borghese. Il suo  errore fu quello di non accattivarsi il ceto nobile verso il quale per la verità non nutriva grande stima,  ed i letterati nei confronti dei quali nutrì un’aperta diffidenza definendoli in maniera dispregiativa “pennaioli“.

Vari governi si susseguirono ma puntualmente naufragarono.
Nell’ ultimo governo affidato a Carlo Troya, venne dichiarata guerra all’Austria ed organizzati preparativi e truppe che partite per il nord Italia, vennero affidate al comando di Guglielmo Pepe. Vennero nominati i primi 50 parlamentari che si riunirono a Monteoliveto.
Poichè occorreva prestare giuramento al re e alla costituzione, i repubblicani che erano più numerosi manifestarono la volontà di modificare la formula del giuramento.
Ferdinando si barcamenava abilmente concedendo il concedibile e alla fine acconsentì a condizione che non venisse modificata la Costituzione.
Le parti erano comunque sedute ad un tavolo e dialogando stavano venendo ad un accordo quando qualcuno alzò la voce dicendo che si voleva forzare la mano al parlamento. Ci furono proteste e  discussioni e cominciarono a diffondersi voci allarmistiche che passando di bocca in bocca vennero  gonfiate e deformate.
Sorsero contrasti sulla formula di giuramento dei deputati e del sovrano che alimentavano sospetti sulla buona fede del re fino a sfociare, il successivo 14 maggio, nello scoppio della rivolta.

Un movimento di truppe segnalato dai passi cadenzati e dai rulli dei tamburi che solitamente avveniva senza che mai nessuno ci facesse caso, venne stavolta diversamente  interpretato dai più esagitati e si gridò al tradimento. Si sparse  la voce che il re mandava i soldati a sciogliere il parlamento e ad arrestare i deputati.
Cominciarono a sorgere delle barricate per porre un ostacolo tra i presunti assalitori e la sede del Parlamento.
Dopo una notte di vigile attesa le truppe borboniche ordinarono lo smantellamento delle barricate. Improvvisamente si incominciò a sparare (non si e’ mai saputo chi sia stato il primo a sparare). Le truppe borboniche mossero  di conseguenza subito all’assalto delle barricate per rimettere ordine. Incomincio’ purtroppo una vera battaglia che portò centinaia di morti e feriti .

Da quel momento venne organizzata una repressione in piena regola, con cariche della cavalleria nelle strade cittadini, arresti di centinaia di rivoltosi e fucilazioni di massa.
Per espugnare alcune barricate si rese necessario anche  l’uso del cannone.
Lungo via Toledo i soldati dopo aver demolito le barricate per avanzare dovettero conquistare i palazzi uno per uno perche’i rivoluzionari vi si rifugiarono e dalle finestre continuavano a sparare sulla truppa e a buttar giu’ qualsiasi cosa poteva costituire elemento di offesa.
Seguivano la truppa poi numerosi gruppi di Lazzari i quali approfittando dell’occasione entravano nelle case e facevano man bassa su tutto quello che trovavano.
Quella giornata fu davvero terribile per la citta’ e quando cadde l’ultima barricata si contarono 150 morti tra militari e civili , 270 feriti e 520 arresti .
Era il 15 maggio del1848 e ancora oggi per indicare un avvenimento confuso e violento si suole dire < e’ succieso o’ quarantotto >.
Questi avvenimenti pesarono non poco sul carattere e sull’entusiasmo del Re e si può certamente affermare che è da questo momento che il Borbone diventa il monarca autoritario iniziando i processi contro i rivoluzionari e mettendo da parte il governo e la costituzione.
Ferdinando dopo aver nominato un nuovo capo del governo sciolse le camere e la guardia nazionale e fece rientrare le truppe che si trovavano in alta Italia.
Il sovrano di fatto non riuscì a capire realmente cosa volessero i liberali.
La costituzione l’avevano avuta, il giuramento da parte sua era stato dato, il parlamento era stato democraticamente costituito, nel ministero erano entrati vari esponenti di parte liberale ed il nuovo governo del Regno aveva contribuito alla prima guerra di indipendenza d’Italia con un grosso contingente di truppe ed armi.
Non aveva capito il vero complotto politico inglese, francese e sabaudo che tramava alle sue spalle. Capi  quindi che per quanto avrebbe anche potuto coprirli d’oro non avrebbe mai risolto nulla e di conseguenza ritornò ad un più sicuro regime totalitario che se non altro gli garantiva il possesso certo del suo Regno.

Seguirono subito numerosi decreti restrittivi come il divieto di riunione, di stampa e  lo scioglimento della camera.
I liberali si resero conto a questo punto dell’impossibilità di fare del regno delle due Sicilie uno stato retto da leggi costituzionali e democratiche perchè il re non avrebbe mai rinunciato al potere assoluto. Pensarono a questo punto di cambiare indirizzo politico e cominciarono a pensare al regno come una parte dell’Italia unificata sotto lo scettro di una casa italiana regnante: quelle dei Savoia.
I principali fautori ed esponenti di questa nuova politica furono Silvio Spaventa, Luigi Settembrini, Michele Agresti e Carlo Poerio i quali costituirono una Società segreta il cui compito era quello di propagandare le nuove idee politiche alla ricerca di adepti ( specie tra il popolo ed i soldati ) e organizzare poi una rivolta per abbattere il regime borbonico.
Vennero stampati e distribuiti i proclami ma il movimento fu presto scoperto dalla polizia e  vennero tutti arrestati. Dopo un anno di processo vennero condannati alla pena capitale Luigi Settembrini, Filippo Agresti e Silvio Spaventa mentre gli altri vennero condannati all’ergastolo (Carlo Poerio).
Nonostante la commutazione delle pene capitali in ergastolo le condanne furono giudicate in malo modo dal resto dell’Europa ( ovviamente).
I liberali sempre più incoraggiati dai paesi europei  (sempre più contrari ai borbone ) incominciarono tutti a convergere nel movimento nazionale italiano di cui il maggior esponente era Giuseppe Mazzini che rinnegava ogni forma di monarchia e propugnava un ordinamento repubblicano.
Oramai divenuto per tutti un personaggio scomodo viene organizzato anche un attentato alla sua persona: L’8 dicembre del 1856, mentre passa in rassegna le truppe, al campo di Marte,  un soldato ( Agesilao Milano) abbandona improvvisamente i ranghi e lo assale con una baionetta riuscendo però soltanto a ferirlo; il soldato e’ un patriota mazziniano arruolatosi con il preciso intento di assassinare il re.
Dalla ricostruzione dei fatti sembra che il soldato fosse stato incaricato dai mazziniani di compiere l’insano gesto.
Verrà condannato a morte per attentato alla vita del sovrano,  e successivamente impiccato.
Ferdinando si salvò ma la ferita, mal curata, si infettò e continuò a cagionargli problemi di salute fino a condurlo alla morte.
Agli inizi del 1859 Ferdinando non ascoltò i medici e si mise in viaggio per accogliere il 3 febbraio Maria Sofia di Baviera, sorella della famosa principessa Sissi, novella sposa del primogenito ed erede al trono Francesco, tuttavia durante il viaggio le condizioni di salute peggiorarono. L’infezione purulenta  si diffuse in tutto il corpo  causando una setticemia. Quando venne eseguito l’intervento, era troppo tardi.
Mentre era infermo, perdonando il suo attentatore soleva invece attribuire la colpa della sua malattia da buon superstizioso alla Jettatura. Ripeteva infatti continuamente “M’ hanno Jettato“.
Superstizioso come un vero napoletano del popolo,  credeva nella Jettatura e da sempre nella sua vita  alla vista di un gobbo, di un calvo e di un cappuccino si era reso protagonista di scongiuri irripetibili. Sul letto di morte Ferdinando II ordinò che le Due Sicilie restassero neutrali, alla guerra in atto tra Austria, Piemonte e francesi, insistendo fino alla fine nell’isolamento del suo Regno.
Prima di morire, il 22 maggio 1859, confessò di aver rifiutato nel 1832 la corona d’Italia per non vivere con il rimorso di aver fatto un torto agli altri sovrani italiani ed in particolare alla chiesa.
Se non avesse rifiutato probabilmente non avremmo avuto poi un’occupazione piemontese ma una vera unità d’Italia fatta da un Regno che era molto più ricco e potente, e da un sovrano certamente con una maggiore volontà  di affermare l’indipendenza del suo regno dalle ingerenze esterne, senza essere uno stato vassallo delle altre potenze, quale è oggi il nostro. Ma quello che è certo è il fatto che la sua eventuale accettazione avrebbe cambiato la storia della nostra città e forse dell’intero nostro paese.
La mentalità dei Savoia non era italiana. Ricordatevi che Cavour parlava francese.
Quando incomincio la loro invasione questi in primo luogo si impossessarono delle terre demaniali e ecclesiastiche (solo quest’ultime ammontavano al 40% del territorio).
Queste  terre furono vendute con aste frettolose, per fare cassa, e  rastrellare denaro per pagare i loro debiti. Ne conseguì la creazione di latifondi privati scarsamente produttivi e il conseguente abbandono dei  contadini dalle loro terre.
I pochi superstiti delle stragi e delle rappresaglie nonchè delle sommarie esecuzioni perpetrate dall’esercito piemontese avvenuta in seguito alla sanguinosa resistenza incominciarono ad espatriare in massa.
Risparmi e capitali meridionali, vennero investiti dai vincitori dappertutto per più di un secolo nello sviluppo della penisola tranne che nel Sud.
Se solo Ferdinando avesse solo lontanamente immaginato questo scenario probabilmente non avrebbe mai rifiutato la corona d’Italia per non ledere il diritto degli altri regnanti italiani.
La sua famiglia certo non l’aiuto’ molto. Il primo suo fratello Carlo principe di Capua e Comandante della Real Marina, oltre ai fatti  precedentemente accennati partecipò alla congiura dell’Angelotti che si prefiggeva di uccidere il Re e di sostituirlo con lo stesso Carlo. Una volta sventato il complotto, Ferdinando, come unico provvedimento, lo esonerò dalla carica.
Gli altri due fratelli del Re, Leopoldo Conte di Siracusa luogotenente della polizia  e Luigi Conte d’Aquila tradiranno il Regno dopo la morte di Ferdinando.
In particolare il peggiore dei due fu Luigi, che riuscendo a trascinare nel suo gruppo quasi tutti i comandanti delle navi da guerra, con il suo  comportamento rese possibile l’invasione piemontese e la conseguente spoliazione economica del Meridione.
Ferdinando morì il 22 maggio 1859 a nemmeno 50 anni. I suoi resti riposano a Napoli in Santa Chiara.

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