CARLO I d’ ANGIO’

Carlo d’Angiò era il fratello del re di Francia Luigi IX  conosciuto come il “ il santo “.
Egli appena insediatosi re di Sicilia, trasferì la capitale del regno da Palermo che allora contava circa 300 mila abitanti a Napoli che ne contava solo 30 mila.

Carlo I d’Angiò, Piazza del Plebiscito

Il trasferimento fu dovuto all’esigenza che le funzioni del nuovo re richiedevano in quanto oltre ad essere signore della Provenza e dell’Angiò, Carlo era stato eletto senatore di Roma e designato dal papa vicario Imperiale in Toscana.
Inoltre aveva la Signoria dei vari comuni nel Piemonte e nella Lombardia.

Tutte queste cariche comportavano ovviamente la necessità della sua presenza a Napoli, da dove era più facile la comunicazione, il controllo dei domini ed il diretto contatto con la Curia Romana. Inoltre negli ultimi tempi  la città aveva assunto per la sua posizione geografica una grande importanza nel campo commerciale e marittimo.

Il luogo scelto come dimora reale fu Castel Capuano ma uno dei primi atti che fece fu quello di far edificare una nuova reggia che individuò far sorgere vicino al mare, appena fuori la città in una zona prospiciente il largo delle corregge (attuale via Medina).
Il nuovo castello cominciato nel 1279 e terminato nel 1282 fu chiamato appunto Castel Nuovo (per distinguerlo dal vecchio). Esso era munito di quattro torri di difesa ed alte mura merlate, un profondo fossato ed un ampio portale d’ingresso con ponte levatoio.

Castel Nuovo o Maschio Angioino

Nel suo interno era decorato con affreschi che portavano la firma del grande Giotto.
Intorno al nuovo castello fortificato cominciarono di conseguenza ad erigersi i palazzi delle famiglie nobili le quali per stare più a contatto con la corte lasciavano le vecchie e lontane abitazioni.

Carlo d’Angiò si sposò due volte, la prima con Beatrice di Provenza (contessa di Provenza e Forcalqier) in seguito al quale divenne Conte di Provenza e su regalo del fratello Conte di Angiò e del Maine (da notare che la sorella di Beatrice, Margherita proprio era la moglie del fratello Luigi IX ).

Da questo matrimonio nacquero sette figli: suo erede fu il quarto figlio anch’egli di nome Carlo, in quanto il primo (luigi) morì alla nascita e il secondo e terzo figlio erano donne ( Bianca e Beatrice ) e come teli non aventi diritto al trono in presenza di altro figlio maschio. Nel 1268, rimasto vedovo l’anno precedente, sposò in seconde nozze Margherita di Borgogna dal cui matrimonio nacque solo una figlia ( Margherita ).

Partecipò con suo fratello Luigi IX, re di Francia, alla settima crociata in Egitto e all’ottava in Tunisi ( dove mori’ di dissenteria il fratello ).
In città durante il suo regno vennero edificati nuovi monumenti come: il maschio angioino , il Duomo , la chiesa di Santa Chiara, la Basilica di San Domenico Maggiore , la Basilica di San Lorenzo Maggiore, Castel Sant’Elmo , e ingrandito nonché’ abbellito Castel dell’Ovo.

Si adoperò inoltre per il contemporaneo rafforzamento delle mura della città e l’ingrandimento del porto a cui fece aggiungere il molo grande (detto angioino), il molo piccolo ed un nuovo arsenale.
Nel periodo angioino lo sviluppo edilizio fu per la maggior parte di tipo religioso a cui parteciparono un po’ tutti i regnanti e rispettive mogli della dinastia.
In particolare la chiesa di San Lorenzo impegnò un po’ tutti i sovrani; iniziata da Carlo I, fu infatti continuata dal figlio Carlo II e terminata da Roberto d’Angiò.

Chiesa di S.Lorenzo e relativo campanile

Il convento accanto alla chiesa, dove si riuniva il Consesso Cittadino ( come un nostro municipio ) formato dai rappresentanti dei seggi ebbe la propria torre solo durante il regno aragonese.

Sulla sua facciata, di fianco al campanile, sono ancora oggi riportati i i nomi di 7 antichi seggi, ognuno con il suo simbolo, in ricordo del Foro.
(FORCELLA con simbolo Y – MONTAGNA con un simbolo tre monti – CAPUANA con simbolo di un cavallo frenato – NIDO con un simbolo stavolta di cavallo sfrenato –PORTO con simbolo di orione , PORTANOVA con il simbolo di una porta chiusa – DEL POPOLO con il simbolo di una P).

I sedili di Napoli

Nel 1283, con le elargizioni di Margherita di Borgogna, seconda moglie di Carlo I d’Angiò fu ricostruita più grande una chiesetta del XII secolo dove si venerava la Madonna del Carmine detta ” la bruna “.
Sul posto di una chiesa e di un convento del X secolo fu eretta dai domenicani, sempre con il concorso del re, il complesso di San Domenico Maggiore che divenne la principale casa dell’ordine del Regno con un centro studi dove insegnò anche Tommaso d’Aquino.

La religiosissima Maria d’Ungheria, moglie di Carlo II, fece erigere nel 1307, la chiesa di Donnaregina, che terminata nel 1320 doveva poi accogliervi tre anni dopo il sepolcro della regina, un’opera magnifica di Tino da Camaino.
L’antica Basilica detta Stefania fu abbattuta e sul posto venne eretta la cattedrale nella quale rimase incorporata la basilica di Santa Restituta che stava accanto alla prima.
I lavori iniziati nel 1294, durarono fino al 1323 e molte volte negli anni successivi venne restaurata, particolarmente dopo i terremoti del 1349 e del 1456 in maniera tale che oggi non ha più niente in comune con l’originaria costruzione angioina. 

Carlo d’Angiò era un uomo dotato di grande personalità e schivo di qualsiasi lusso: si propose come difensore dei guelfi, al punto di assumere nei confronti del papa Clemente IV il gravoso obbligo di inviare ogni anno la Chinea, cioè un cavallo bianco accompagnato da una ingente somma di denaro in segno di sottomissione.

Nel regno i feudi appartenenti alla decaduta dinastia Sveva erano stati confiscati ed assegnati ai connazionali del re che avevano partecipato alla conquista.
Quindi venne a scomparire l’antico sistema di stato centralizzato che teneva lontano dal governo i nobili e la chiesa in favore di una nuova ed anche più numerosa feudalità che alla fine indebolì il potere regio.

Era in poche parole un sistema fondato su principi che erano giusto il contrario di quanto era stato concepito e creato da Federico II di Svevia.

Venne smontato il sistema di regno concepito da Federico e si ritornò al potere papale dominante su quello imperiale con gran ritrovato giovamento dei baroni che riacquistarono dignità e nuovi poteri.
I nobili a cui la dinastia Sveva aveva tolto molti privilegi e favori avevano chiesto aiuto e protezione al papa per sottrarsi al dominio degli svevi e questi ben contento di sbarazzarsi degli svevi pensò bene di assegnare il Regno di Sicilia a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia.

I rapporti tra la casa Sveva ed il papato non erano mai stati buoni, e negli ultimi tempi sopratutto con l’avvento di Manfredi proclamato capo indiscusso dei ghibellini, erano peggiorati. Il papa dopo averlo scomunicato si accordo’ con il fratello del re di Francia ( Luigi IX ), Carlo d’Angio, promettendogli il trono di Napoli e Sicilia in cambio della sola contropartita di un tributo annuo di diecimila once d’oro e l’abolizione di tutte le leggi contrarie ai privilegi del clero ripristinando le concessioni normanne.

Carlo d’Angiò era allora considerato un personaggio importante nel quadro politico del tempo ed il suo ingresso a Napoli fu accolto in modo trionfale.
La popolazione di Napoli in epoca angioina aumento’ ad oltre 40.000 abitanti che si divideva in nobili, mediani (militari, cavalieri e nobili recenti) e popolo.
Il popolo si divideva poi ulteriormente in popolo grasso (notai, giudici, medici, mercanti, imprenditori ed altri professionisti) ed artigiani che idi raggrupparono per arti e mestieri creando nella città quelle zone che dalle loro attività presero il nome e che ancora oggi conservano.
Carlo non fece comunque una politica di ampi consensi perchè gravò sopratutto il popolo di tasse insostenibili (come il nostro attuale governo).
Applicò tasse ovunque (sempre come il nostro attuale governo) come quella sul pane, la farina, il vino, i cavalli, il pesce, il bestiame, la vendemmia ed il sale.
Vi era poi il diritto doganale (gabella delle sbarre), una specie di pedaggio (come la nostra tangenziale) dove si pagava per qualsiasi merce che entrava in città. Questi posti sbarrati si trovavano a Chiaia, Salvator Rosa, vergini, ponte di casanova e ponte della Maddalena, e San Antonio Abate.

Vi era inoltre anche un’imposta ordinaria annuale (a questo punto subentra il dubbio che la nostra classe politica abbia copiato questo attuale regime fiscale in atto da noi proprio dagli Angioini) la quale gravava quasi esclusivamente sul popolo in quanto i provenzali (uomini del re e parenti), gli ecclesiastici ( all’ora non pagavano l’IMU) gli studenti, gli insegnanti universitari ed i privilegiati ( proprio come da noi ) erano esenti dalle imposte.

Questo insostenibile fiscalismo, accanto alla insopportabile tracotanza dei francesi nel loro comportamento fu certamente una delle cause principali della Rivolta dei Vespri siciliani a Palermo.
Il comportamento dei francesi era brutale con gli uomini e scorretto con le donne e se in qualsiasi altra parte era considerata grave offesa la mancanza di rispetto alle donne figurarsi in Sicilia dove permanendo la tradizione dei costumi mussulmani , la stessa era tenuta gelosissima e l’uomo aveva una concezione tutta particolare dell’onore familiare.

Il pretesto per scatenare la rivolta fu l’episodio successo il 31 marzo 1282 (vespro del martedì di Pasqua) in cui un soldato francese offese una donna frugandole le vesti.
L’episodio fu la goccia che fece traboccare il vaso: esplose una rivolta che ben presto si diffuse in tutta la Sicilia.
I nobili dell’isola, i soli che erano rimasti fedeli ai svevi presero subito in mano le redini del movimento e propugnarono la separazione della Sicilia dal resto del regno offrendone la sovranità a Pietro III d’Aragona, marito di Costanza, figlia primogenita di re Manfredi.

L’aragonese che in quel momento guerreggiava contro Tunisi quando seppe della designazione abbandonò l’impresa, raggiunse la Sicilia e cinse la corona che gli era stata offerta.
Fu l’inizio di una guerra che duro’ 20 lunghi anni.

Per Carlo d’Angiò non era più questione di domare una rivolta ma bensì di una guerra che l’opponeva al regno di Aragona, per cui si premurò di allestire una flotta capace di competere con quella forte e numerosa del nemico e mentre si recava in Francia per radunare armati e sollecitare aiuti  concentrò le sue navi nel golfo di Napoli.
Intanto, nello schieramento aragonese, al comando della flotta navale vi era un nobile napoletano rimasto fedele alla casa Sveva di nome Ruggero Lauria. Questi rimasto sin dal 1266 alla corte Aragonese della figlia di Manfredi, aveva ricevuto il comando dell’intera flotta del nuovo re di Sicilia mostrando ripetutamente di essere un abile combattente ed un eccellente stratega.

Lauria effettuava continue scorrerie lungo la costa calabrese e negli ultimi giorni, approfittando della momentanea assenza di Carlo, fece più volte delle provocatorie apparizione con la sua flotta nel golfo di Napoli.
Carlo d’Angiò aveva fortemente raccomandato al figlio primogenito Carlo di non impegnarsi in nessun combattimento finchè non fossero arrivati gli aiuti dalla Provenza ma la provocazione delle navi nemiche che giravano spavaldamente nel golfo spingendosi fin sotto il Castel dell’Ovo quasi a tiro di balestra e la convinzione di poter ottenere la vittoria, fecero dimenticare al principe ogni raccomandazione.

Ordinò di armare in fretta le 30 galee che aveva a disposizione nel porto e contro ogni regola le riempi’ di armati non pensando che in tal modo le appesantiva e toglieva spazio agli uomini per le manovre ed il combattimento.
Chiuso in una splendida armatura il principe s’imbarco’sulla capitana e la flotta usci’ dal porto all’inseguimento degli aragonesi che in apparenza fuggivano per evitare la battaglia ma in realtà per trarre al largo i legni nemici e disunirli.
Alla distanza di quasi dieci miglia dalla costa Ruggero Lauria ordino di alzare i remi, affianco una ventina di galee in favore di luce ( cioe’ con il sole alle spalle ) e fece collocare le restanti navi su una seconda linea retrostante.

Arrivate in ordine sparse le navi angioine si trovarono di fronte quel baluardo galleggiante dal quale parti una tempesta di frecce seguita da una pioggia di fuoco, di pece fusa e di calce viva. Nel disordine e nel disorientamento dell’attacco le galee di Carlo si trovarono nell’impossibilità di manovrare e quindi in poco tempo furono speronate, arpionate, incendiate e per la maggior parte colate a picco.

Poche furono le navi che riuscirono a sfuggire al disastro: la stessa capitana fu affondata e Carlo fatto prigioniero.
Quel giorno Carlo d’Angiò perdette nello stesso momento la flotta e suo figlio.
Sette mesi dopo il 7 gennaio 1285 mentre a Foggia si affannava a radunare armati per invadere la Sicilia , lo colse la morte.

San Ludovico di Tolosa che incorona Re Roberto d’Angiò

Il figlio Carlo II rimase prigioniero in Sicilia ben 5 anni e durante questo tempo il regno fu retto dal figlio primogenito Carlo Martello assistito da un consiglio. Verso la fine del 1228, grazie alla mediazione del papa finalmente riebbe la libertà in cambio di ostaggi ed il pagamento di una forte somma di denaro.
Gli ostaggi richiesti erano tre dei suoi figli maschi ( Ludovico , Roberto e Raimondo ) che rimasero in prigione al posto del padre fino al trattato di Anagni in seguito al quale vennero liberati.
Tra questi ostaggi come visto vi era Ludovico ( nato nel castello del Parco di Nocera inferiore ) che rinunciò al regno in favore del fratello Roberto ( quarto figlio ) ed entro’ nell’ordine francescano. Divenne poi Vescovo di Tolosa e in seguito fu nominato Santo.
Si dice sia il protettore degli esauriti perché molti anni dopo la sua morte il suo corpo fu riesumato e si vide che era intatto tranne il suo cervello, derubato e tutt’ora non ritrovato.
E’ venerato in Valencia ( dove e’ sepolto ) e Marsiglia ed e’ patrone di Serravalle pistoiese.
A Marano, in provincia di Napoli vi e’ una chiesa a lui dedicata in cui viene venerato. 

 

Carlo I d’Angiò

San Ludovico di Tolosa
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