ANTONIO MANCINI “il sorriso della follia”

Nonostante egli sia nato e finito lontano da Napoli e’ stato un grande artista che si e’ formato nella nostra città dove ha vissuto i momenti  più importanti del suo percorso artistico producendo il meglio della sua arte. In questa città infatti hanno preso vita le sue opere più belle e intense. E’ stato uno dei pittori più significativi dell’Ottocento italiano, ed ebbe al pari del suo grande amico Vincenzo Gemito una vita tormentata e segnata da disturbi mentali.

 

Antonio Mancini è stato uno dei più importanti pittori italiani dell’Ottocento.
Fu molto amico di V. Gemito, ed ebbe anch’egli come il suo amico una giovinezza povera e difficile.
Nacque nel 1852 da una famiglia di umili origini (il padre era un sarto) ad Albano Laziale, da genitori umbri.
Trasferitasi la famiglia a Narni, viene educato dagli Scolopi, mentre inizia ancor fanciullo il praticantato presso un doratore. Nel 1865 la famiglia si sposta a Napoli dove incomincia la sua vera formazione artistica; di giorno continua a fare il decoratore e la sera studia con i frati Gerolimini a San Domenico maggiore. Qui incontra Vincenzo Gemito col quale frequenta lo studio del pittore Stanislao Lista.

Nel 1865 si trasferi’ alla scuola di Domenico Morelli dove completo’ la sua formazione .
A 12 anni è talmente bravo che viene ammesso all’Accademia di Belle Arti, vincendo nel 1866 il primo premio della scuola di figura.

La sua vita fu segnata da una salute caratterizzata da disturbi mentali, oltre che da una giovinezza povera e molto difficile che fu la caratteristica principale delle sue prime opere di tipo naturalistico che raffigurano venditori, clown e soprattutto scugnizzi che indossano stracci. I modelli della sua arte furono soggetti maschili e femminili, figli del popolino, e scugnizzi dei vicoli napoletani.

Nello studio di Mancini allestito nella casa di via San Gregorio Armeno, (luogo da lui considerato «orribile»), nascono infatti numerose opere a soggetto veristico di venditori ambulanti, saltimbanchi e soprattutto scugnizzi vestiti di stracci, che altro non sono che l’autoritratto dell’autore.

Ebbe come modello preferito il figlio della sua portinaia napoletana, Luigiello, che ritrasse numerose volte e a diverse età, sia nella condizione della vita ordinaria, come scolaro, che in vesti storiche o travestimenti (saltimbanco, spadaccino).

Lo spettacolo della vita popolare, variopinta ed umile si riversa nella sua prima pittura; a San Gregorio Armeno dipinge il primo capolavoro: ”Lo scugnizzo”.
La sua tela ”Figura con fiori in testa” fu acquistata dal musicista belga Albert Cahen, che ne divenne il primo mecenate e lo mise in contatto col mercato artistico internazionale.
Mancini segui’l’onda di molti suoi coetanei, trasferendosi a Parigi, insieme al suo amico Vincenzo Gemito dove grazie all’affermato pittore spagnolo Mariano Fortuny, strinse rapporti col famoso mercante d’arte Adolphe Goupil.

Conosce a Parigi e diventa amico di John Singer Sargent che apertamente lo considera il maggior pittore vivente.

La sua esperienza parigina metterà pero’a dura prova la sua già instabile salute mentale con allucinazioni e crisi di angoscia. Disagi nella vita mondana parigina, difficoltà economiche, nostalgia e dissapori minarono i suoi nervi, costringendolo al ritorno per cure a Napoli.

Il rientro in Italia è segnato dal periodo trascorso nel manicomio Provinciale di Napoli, dall’ottobre 1881 al febbraio 1882 dove però continua febbrilmente a dipingere. In questo periodo alla sofferenza dell’artista prendono vita le sue opere più intense, i cosiddetti “ritratti della follia”. Tra questi spiccano il Prevetariello, esposto al Museo nazionale di Capodimonte e lo Scugnizzo che altro non è che il suo autoritratto, un’attenta osservazione della vita popolare con il quale il pittore s’identificava.

Nel 1883 viene dimesso, i suoi antichi docenti e alcuni nobili lo sostengono economicamente, permettendogli di trasferirsi a Roma, protetto dal marchese del Grillo, che gli apre le porte di molte committenze e conoscenze, tra cui molti collezionisti stranieri.

Entra quindi in contatto con uno dei suoi più importanti estimatori e mecenati, il banchiere olandese Hendrik Willem Mesdag. In seguito a questo incontro, produrrà per il collezionista molte opere, alcune delle quali tuttora visibili presso il Rijksmuseum dell’Aja.

Nel 1894 ritrae la madre dell’economista Maffeo Pantaleoni, opera con la quale viene premiato alla Esposizione Universale di Parigi del 1900. Mesdag gli organizza mostre personali di successo a L’Aia e a Dordrecht.
Ne ricava ulteriore notorietà e l’invito a recarsi prima a Venezia, dove espone alla Biennale, e poi a Londra e a Dublino, ospite di committenti e amici di Sargent.

Viene premiato all’Esposizione di Monaco di Baviera, a Duesseldorf e perfino a Saint Louis.
Finalmente ottiene contratti con mercanti, prima Messinger, che gli apre un atelier a Santa Maria del Popolo, poi Du Chene, che lo ospita a Frascati nella sua villa.

Nel 1920 la Biennale di Venezia gli dedicò una mostra personale con numerose opere recenti comprate in blocco da un gruppo di industriali.

Conquistò così la tanto desiderata agiatezza economica, vivendo a Roma con il fratello ed il nipote e vedendosi tributare riconoscimenti, come la retrospettiva all’Augusteo per i 75 anni, e onori come la nomina ad Accademico d’Italia nel 1929.

Morirà a Roma il 28 dicembre del 1930.

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