DECUMANO INFERIORE

L’antico  Decumanus della Neapolis greco-romana è oggi comunemente chiamato ” spaccanapoli “perchè la stretta strada a guardarla dal belvedere della certosa di S. Martino divide in due parti uguali la Napoli ottocentesca.

Questo tratto di strada era nel medioevo e nel rinascimento una delle strade più aristocratiche della città ed ancora oggi  rappresenta una delle vie dalla bellezza e ricchezza architettonica unica al mondo dove il popolo vive con naturale disinvoltura in luoghi precedentemente vissuti da antichi cavalieri, re e regine .Le sue chiese , i suoi monumenti ed i suoi palazzi sono vere opere d’arte ed i suoi vicoli stretti e misteriosi rappresentano il posto dove potrete incontrare il vero folklore dei napoletani , la loro lingua , i loro rumori, i loro odori ed i loro colori.

Si tratta di  un tratto di strada molto suggestivo e caratteristico ; percorrere spaccanapoli significa di fatto incontrare dal vivo la cultura napoletana ,assaporare il profumo dei suoi cibi , calarsi nella sua lingua e nella sua musica., nella  storia e nella sua arte.

E’ l’occasione per abbinare storia, arte e cultura alla conoscenza  del popolo napoletano più genuino e provare a carpire  la NAPOLETANITA’ che capirete rappresenta una vera diversa filosofia di vita.

Non dimenticate mai girando in questi luoghi che un tempo  durante Il periodo greco/ romano la vita di Neapolis era improntata sopratutto al ben vivere , e indirizzata in tal senso dalla filosofia epicurea che dominava.
Esistevano a Neapolis ben due scuole epicuree ( Posillipo ed Ercolano ) dove dominavano le attivita’ ludiche e del tempo libero.
Neapolis era detta ” otiosa e docta “, ed i napoletani concepivano l’esistenza come tesa alla ricerca del piacere sia del corpo che dello spirito,e  al risparmio di energie per tutelare la propria liberta’ dagli stress della vita quotidiana.
I romani conquistati dal fascino di tale impostazione di vita , scelsero Neapolis come luogo di educazione e di perfezionamento negli studi , attratti anche dalla natura lussureggiante e dal clima temperato . Essi venivano a Neapolis a riposarsi dalle fatiche di Roma e a preparsi agli studi trasferendo immense biblioteche con se.

Il nostro quindi è un modo di intendere la vita che risulta giungerci da tempi antichi Un modo diverso di ricordare, di socializzare e di amare.E’ un modo per ricordarsi che i piaceri della vita vanno condivisi lontani dallo stress ed in un’atmosfera soft e rilassante  dove prevale l’amore per i contatti umani. È un’attitudine allo stare al mondo in un modo che è diverso da altri. È dare poca importanza a cose che da altre parti sarebbero vitali e tantissima rilevanza a cose invece superflue per alcuni. La napoletanità non è un pregio e non è un difetto è solo un modo diverso di vivere e vedere la vita dove ancora certamente conta tantissimo la solidarità e l’amicizia .

Ma torniamo al nostro itinerario.

Spaccanapoli è un nome  privo di ufficialità ed il  lungo ma stretto rettilineo percorso che andremo ad esplorare vedrete che assume di volta in volta diversi nomi : dopo la Basilica di Santa Chiara prende il nome di via Benedetto Croce ,mentre dopo la chiesa di San Angelo a Nilo , oltrepassato la statua del Nilo ,  prende il nome di San Biagio dei Librai grazie alla corporazione dei librai che avevano una confraternita nella strada intitolata al Santo , del quale è ancora visibile la chiesetta.

La via Benedetto Croce , prima aveva due nomi , nel primo tratto si chiamava via Trinità Maggiore e nel secondo via Mariano Semmola . Solo successivamente alla strada è stato dato il nome dell’ insigne filosofo ( dopo la sua morte ) che abitava al n 12 , nel palazzo Filomarino già dei Sanseverino principi di Bisignano.

La nostra passeggiata tra chiese e splendidi palazzi nobiliari, inizia  in Piazza del Gesù che con la sua bellezza possiamo dire rappresenta la vera porta di accesso al decumano inferiore .

Prima di cominciare voglio ricordarvi che recentemente l’UNESCO ha nominato Piazza del Gesù  e tutto il nostro centro storico Nuovo patrimonio dell’umanità.

La piazza prende il nome attualmente dall’ omonima chiesa di epoca rinascimentale eretta nell ‘ ex palazzo, dei Sanseverino , di cui è ben visibile il bugnato a punta di diamante sulla facciata principale.
Dove oggi vediamo la chiesa un tempo sorgeva l’antico palazzo dei Sanseverino che era una delle famiglie nobili piu’ potenti della città .
Dell’ originario palazzo , resta oggi solo la struttura del basamento e la facciata in bugnato a punta di diamante mentre la restante parte venne distrutta per far posto alla chiesa .
La caratteristica di questa chiesa del Gesu’ Nuovo che vediamo dinanzi a noi e’ quindi quella di mostrare  una facciata in stile rinascimentale esternamente mentre il suo interno che vedremo e’ tipicamente barocco .

Il palazzo fu confiscato ai Sanseverino dal vicerè  don Pedro de Toledo nel 1547 , perchè la nobile famiglia aveva appoggiato la rivolta popolare contro l’inquisizione e fu donato in quella circostanza ai gesuiti che pensarono bene di conservare la facciata ma trasformare  il suo interno in una magnifica basilica.

Il complesso conventuale comprendeva una intera immensa insula che andava da Piazza del Gesù fino all’attuale Piazza Dante.

Avviciniamoci alla chiesa e alla sua bellissima facciata in stile rinascimentale .

La facciata è caratterizzata da bugne di piperno di forma piramidale con la punta rivolta verso chi guarda . Le bugne ,se vi avvicinate e guardate bene , mostrano delle incisioni particolari simili ad ideogrammi di un misterioso alfabeto .
La leggenda vuole che i simboli incisi sulle pietre siano “canali di flusso” per incamerare energie positive e ricacciare quelle negative . Queste pietre pare che prima di essere lavorate dai maestri pipernai   venissero  “irrorate” dagli stessi , di magia positiva dal lato utile  .
I mastri pipernai che tramandavano , la loro arte di lavorare queste pietre dure di padre in figlio , ( come in una casta chiusa ) erano si dice grandi conoscitori dell’alchimia e dell’esoterismo.
A tal proposito sembra che sull’ edificio sia gravato nel corso dei secoli un maleficio che perseguitò i suoi occupanti e che questo maleficio trovava origine proprio sul potere di questi strani segni incisi dai maestri pipernai  che erano gli unici a saper lavorare questo tipo di marmo .
I segni sulle buglie dovevano rappresentare  una formula negativa e le punte rivolte verso l’ esterno dovevano servire per tenere fuori le forze malefiche .
Ma pare che le bugne siano invece state disposte in maniera errata portando di fatto alla trasformazione delle energie positive in negative  e attirando in tal modo sul palazzo numerose sciagure (l’ultima, durante la seconda guerra mondiale, con la caduta di una bomba proprio sul soffitto della navata che però, miracolosamente, non esplose).
Non sappiamo ora se sia stata l ’imperizia degli operai che lavorarono alla realizzazione delle bugne a commettere l’errore oppure come molti sostengono sia stato un “errore “programmato e voluto fatto dai maestri pipernai  in quanto corrotti  dai nemici del nobile Sanseverino ma tutto sta che in qualche modo gli influssi negativi sarebbero entrati nell’edificio e quelli positivi sarebbero sfociati all’esterno.
Il risultato e’ stato che nei secoli il Gesù Nuovo ne ha passato di tutti i colori ……. ……..

I Sanseverino subirono piu’ volte la confisca dell’immobile e dei propri beni  e gli stessi Gesuiti che poi avevano acquistato il palazzo per trasformarlo in chiesa  furono successivamente allontanati come Ordine dalla città’.
Ma oltre a questo , l’edificio fu  vittima della completa distruzione di un’ala del palazzo, di innumerevoli crolli della cupola e di un successivo incendio .
Ultimamente  e’ stata ipotizzata una teoria  che sembrerebbe dare un nuovo significato ai simboli sul bugnato . Non si tratterebbe di magia ma solo di uno spartito musicale scritto in lettere aramaiche (cosa che spesso accadeva nel tardo umanesimo ).
Si tratterebbe  di musica rinascimentale che segue i canoni gregoriani e la cui riscrittura e’ oramai stata decifrata compilando addirittura un concerto  intitolato «Enigma».

La chiesa fu dedicata alla Madonna dell” Immacolata e fu chiamata del Gesù nuovo per distinguerla dalla prima sede della compagnia di Gesù , il Gesù vecchio , nella zona del Nilo , alla fine di via Paladino.

La chiesa è il più significativo esempio di barocco napoletano con una pianta a croce greca con una cupola al centro del transetto e dieci cappelle laterali ( cinque per lato ). Ogni cappella merita almeno uno sguardo e qualche minuto di ammirazione . Tra  le tante cappelle che meriterebbero ognuna una particolare descrizione vi invitiamo in particolare ad avvicinarvi alla prima cappella alla vostra destra.
Nella prima cappella della navata destra c’è una grande statua di bronzo con un lungo camice ed uno stetoscopio al collo e con la mano protesa in avanti in segno di saluto . La statua è quella di Giuseppe Moscati , il medico santo .
Quì riposano linfatti le sue spoglie mortali sotto l ‘altare della cappella della Visitazione , così detta per la famosa pala dipinta da Massimo Stanzione.
Giuseppe Moscati visse e morì al civico n 10 di via cisterna dell’ olio  ( una traversa dietro piazza Dante ).
All” interno della chiesa come potete vedere e’ stato ricreato nell’ala destra una suggestiva rappresentazione degli ambienti dove lui teneva studio .

In questa chiesa da come potete immediatamente capire ammirando le pitture e le sculture barocche , vi lavorarono i più influenti artisti dell’epoca come Cosimo Fanzago che realizzo’ le maggiori decorazioni marmoree e numerosi famosi  pittori . Nel suo interno si possono infatti ammirare affreschi di Francesco Solimena , di Luca Giordano , di Massimo Stanzione ,di Giovanni Lanfranco , di Aniello Falcone e sculture di Cosimo Fanzago.
L’altare maggiore anche se realizzato in un’epoca successiva (1854) e’ un vero e proprio gioiello d’arte .

Al centro della Piazza notiamo un obelisco fatto innalzare dai Gesuiti nel XIII secolo,  grazie a una colletta pubblica che venne dedicato all’Immacolata Concezione.
Sulla  guglia marmorea  poggia infatti una statua interamente in rame  della Madonna dell’Immacolata , che riceve ogni anno l’8 dicembre ,  l’incoronazione da parte dei vigili del fuoco, come segno di devozione della città nei riguardi della Vergine.
Si tratta della guglia piu’ alta della citta’( 30 metri )  fatta interamente di marmo ricca di ornamenti e fiori , angioletti e mensoloni.  Una vera esplosione di arte barocca.

Sul marmo dell’obelisco secondo molti , pare ci siano dei strani simboli e una faccia di scheletro . Una leggenda popolare racconta di una figura della morte   che sembrerebbero mostrarsi solo in alcuni momenti della giornata, soprattutto verso sera all’imbrunire  (con il gioco di luce ed ombre in certe visuali creati dalla prospettiva) . L’immagine della morte con la falce apparirebbe guardando la statua da dietro. Sempre secondo questa ‘ antica leggenda si vuole che chiunque riuscisse, semmai , a vederne l ‘ immagine di faccia ne acquisti in cambio l’ immortalità.
Verso la luce del tramonto o dell’alba, l’aspetto della statua cambia alla vista. Il drappo non sembra più coprire la Vergine, ma una figura scheletrica che regge una falce: la Morte.
L’accezione esoterica presenta tra le mani, oltre che la falce e la bilancia, una marionetta e una clessidra, a sottolineare la sua importanze nel conteggio della vita dell’uomo.
Spesso si pensa che invocarla inutilmente provocherebbe la morte di un parente o un amico e che, più raramente, la Santa Muerte sia gelosa degli altri santi, che non dovrebbero essere più adorati.

Dalla piazza possiamo scorgere il complesso di Santa Chiara ed in particolare la chiesa ed il campanile .
Il complesso fu realizzato agli inizi del trecento per volere del re Roberto d’Angio’ , e della  sua seconda religiosissima moglie Sancia di Majorca che vollero dedicarlo all ‘ordine di S. Francesco a cui erano devoti  .

Il complesso di Santa Chiara costituito dalla chiesa e dagli edifici contigui che avrebbero poi accolto gli ordini delle clarisse e dei frati minori  fu costruito su una vasta superficie  ai limiti della cinta muraria , realizzando una vera e propria cittadella  con due porte di’ ingresso che si congiungevano ai lati della torre campanaria .
Entrambi gli ingressi sono ancora oggi presenti con i loro due portali trecenteschi di notevole interesse artistico
Tra i due regnanti in particolare fu la moglie Sancia ad avere una particolare preferenza nei confronti di questo ordine con desiderio di ritirarsi a vita monastica , forse a causa della morte prematura dell ‘ unico figlio Carlo , ma anche a causa dei rapporti freddi con il marito avvalorata da una richiesta di divorzio presentata dalla regina ma respinta da papa Giovanni XXII.
Indubbiamente essi erano entrambi molto religiosi al punto da indossare il saio francescano in molte occasioni .

La cittadella francescana fu realizzata costruendo due edifici religiosi contigui ma separati: un monastero, destinato ad accogliere le clarisse, e un convento, ospitante i frati minori francescani. Questa originale conformazione a “convento doppio” fu possibile grazie all’approvazione papale ottenuta nel 1317.
E’ interessante notare che per la prima volta si accoglievano nello stesso complesso in un ‘ area circoscritta ordini religiosi dei due sessi .
Nel tempo , pero ‘ i frati minori divennero sempre più ‘ numerosi , mentre le clarisse diminuirono fino a scomparire .

La chiesa di Santa Chiara lunga 130 metri ,  larga 40 metri e’ forse il monumento piu’ conosciuto in citta’ e rappresenta la piu’ grande basilica gotica della citta’ .
La chiesa si presenta oggi nelle sue originarie forme gotiche, con una facciata sulla quale  spiccano un occhio triangolare ed uno splendido antico rosone.
Entrati in chiesa infatti si rimane subito colpiti dall’atmosfera austera e severa del maestoso gotico che avvolge l’ambiente ( l’esatto contrario della prececente chiesa del Gesu’Nuovo ) .
Nel mezzo del bellissimo pavimento ricostruito ( originariamente di Ferdinando Fuga ) c’e il grande stemma angioino -aragonese . Nella parte sinistra dello scudo si vedono i gigli di Francia del re Roberto e nella parte destra i 4 pali rossi aragonesi della regina Sancia .
Questa chiesa dal 300 in poi fu la chiesa della nobilta’ napoletana .
La semplicita’ dell ‘ interno rispecchia i canoni della chiesa francescana , con un’ unica lunga navata, su cui si aprono dieci cappelle per lato sono da visitare una per una , ed e’ priva dell ‘ abside ; la parete di fondo , infatti e’ piatta.
Le cappelle  custodiscono le tombe realizzate tra il XIV e il XVII secolo appartenenti a membri di nobili famiglie napoletane . Molto di questi  monumenti funebri furono realizzati da scultori trecenteschi come Tino di Camaino, che lavorò alle tombe di Carlo di Calabria e di Maria di Valois, e i fratelli Bertini, cui si deve il sepolcro di Roberto d’Angiò.
Quest’ultimo risalta in tutta la sua imponenza  in quella che viene  considerata una delle piu’ belle tombe gotiche italiane , opera come detto , dei scultori fiorentini Giovanni e Pacio Bertini e fatto   costruire da sua nipote Giovanna , prima regina di Napoli .
Da notare anche la ottava cappella del nobile G.B. Sanfelice dove risalta un sarcofago greco del III o IV secolo a..C. di grande valore archeologico .
Nella nona cappella , che ha conservato la struttura barocca troviamo il sepolcro ufficiale dei Borbone , dove teoricamente dovevano riposare  i sovrani del Regno delle due Sicile ma che attualmente ospita solo la tomba di Filippo , il figlio demente di Carlo .
Il trecentesco altare maggiore mostra un crocifisso ligneo di scuola senese.

Alle spalle dell’altare è situato il Coro delle clarisse, composto da tre navate che fu realizzato  da Leonardo di Vito ed oggi considerato una celle maggiori espressioni del gotico napoletano . Su una parete sono visibili i frammenti di un affresco raffigurante la Crocifissione, in cui si riconosce la mano di Giotto, chiamato a decorare le pareti della chiesa nel 1326.
In questa chiesa la mattina del 29 agosto 1344, Giovanna I fu incoronata regina,e qui, in una mattina del luglio del 1344,fu portato , oramai morta , il corpo della bella angioina , perche’ nessuno dubitasse della sua morte.
Ma la regina era morta scomunicata e quindi non poteva essere inumata in terra santa , secondo quanto si tramanda tra i religiosi le spoglie furono prima tumulate nella sacrestia di Santa Chiara e poi buttate in una fossa comune coperta da una lastra di marmo vicino all’ingresso del chiostro. Per la grande regina quindi , assassinata nel sonno da quattro sicari ,non vi fu nessun funerale , nessuna tomba , nessuna benedizione .
Secondo una  leggenda ogni anno , nella ricorrenza della sua morte ,  ( 22 maggio 1382 ) avvenuto nel castello di Muro Lucano , ( per ordine del nipote Carlo di Durazzo ) per soffocamento ( con un cuscino di piume ) ricompare la figura della regina Giovanna che avanza lentamente nel chiostro  lungo i viali  in cerca di sollievo .

Nel complesso conventuale vi sono ben tre chiostri e di questi il piu’ noto e’  “il chiostro grande ” realizzato nel settecento dall’architetto Domenico Vaccaro . Ad esso vi si accede dal coro delle clarisse attraverso la grande scala , sulle cui pareti si intravedono tracce degli affreschi di Belisario Corenzio . Dal porticato si accede ai viali dei giardini che furono ridisegnati nel 1742 da Antonio Vaccaro .
L’ architetto progetto ‘ il chiostro su un piano sollevato rispetto a quello dei portici .
Si tratta di un esempio di giardino rustico in stile roccoco’con due viali che incrociandosi dividono lo spazio in quattro settori .

Il chiostro e’ di forma leggermente rettangolare , lungo 82,39 metri e largo 78,30 metri con 64 pilastri maiolicati di forma ottagonale  sui quali sono poggiati archi a sesto acuto
Cio’ che colpisce l’occhio sono i 64 pilastri a pianta ottagonale che fiancheggiano i viali e che sono rivestiti da splendide maioliche con decorazioni  di fiori e frutta  che furono realizzati da  Donato Massa e suo figlio .

I pilastri maiolicati sono collegati tra loro da sedili sui quali sono rappresentati scene della vita quotidiana nel settecento.
Dal Chiostro volendo potete  fare una visita all’annesso museo dell’Opera di Santa Chiara dove viene ripercorsa la storia della riedificazione della chiesa che venne quasi completamente distrutta in seguito al bombardamento aereo del 4 agosto 1943 .
Dopo la fine del conflitto mondiale si decise di ricostruire la chiesa riportandola al suo originario stile gotico -angioino .Con coraggio e con passione recuperando tra le rovine quanto c’ era da recuperare , la chiesa e’ stata ricostruita ; le linee principali sono state mantenute , ma non ci sono più’ purtroppo molti dipinti e affreschi.
Dal museo si puo’accedere ad un’importante area Archeologica . Si tratta di un complesso termale romano del I secolo realizzato in opus reticulatum e  latericium  che presenta due settori : uno con piscina non lontano da una palestra ed un altro termale con ambienti ipogei .
Una volta usciti dal complesso vi consigliamo di percorrere la scalinata del campanile recentemente ricostruita che consente di salire in cima allo stesso da dove potrete godere di un panorama mozzafiato sul centro antico della citta’ .

Usciti definitivamente dal complesso di Santa Chiara alla nostra destra osserviamo dinanzi a noi l’inizio di quella strada che comunemente viene definita “spaccanapoli 
E’ questo, un nome privo di ufficialità e corrisponde in gran parte al decumano inferiore.
Si chiama così’ perchè a guardarla dal belvedere della certosa di S. Martino , la strada divide in due parti uguali la Napoli ottocentesca.
Nel suo lungo ma stretto rettilineo assume diversi nomi : al tratto di strada che si mostra innanzi  è stato dato il nome di Benedetto Croce , in onore alll’ insigne filosofo che abitava  nel palazzo Filomarino che fa  angolo con la strada .
A partire dal 1900 qui’ infatti dimoro’ Benedetto Croce che nel 1947 fondo’ l’ istituto italiano per gli studi storici con annessa biblioteca che tutt’oggi mette a disposizione degli studiosi un imponente patrimonio di libri divenendo una delle maggiori sedi culturali della citta’.
La stradina che invece vedete risalire alla vostra sinistra e’ Via San Sebastiano , oggi nota per la presenza di numerosi negozi che vendono strumenti musicali ( ricordate che siamo vicini al Conservatorio di musica ) ed un tempo nota per la presenza dell’antico monastero di San Sebastiano.
All’inizio di  questa stradina sulla nostra sinistra  possiamo notare la  piccola chiesa  di Santa Marta del XIV secolo costruita per volere  di Margherita di Durazzo, ( madre di re Ladislao ) sul finire del Trecento.

La facciata, risale al XV secolo e presenta delle monofore gotiche e un arco ribassato di stile catalano . All’ interno  di grande suggestione appaiono le numerose teche con statue di santi che popolano la navata.Gli altari e le decorazioni risalgono rispettivamente al XVIII e al XIX secolo.
Nel 1647, durante la rivolta di Masaniello, la chiesa fu teatro di violenti tumulti riportando gravi danni ; gli spagnoli la occuparono per stanare i rivoltosi, derubandola e distruggendola dandogli fuoco . Nel saccheggio e nell’ incendio , molte delle opere presenti purtroppo  vennero distrutte.
Ed ora addentriamoci in Via Benedetto Croce .E’ un momento particolare perchè ci stiamo per inoltrare in Via Spaccanapoli , un  tratto di strada molto suggestivo e caratteristico .
Percorrere spaccanapoli significa di fatto incontrare dal vivo la cultura napoletana ,assaporare il profumo dei suoi cibi , calarsi nella sua lingua e nella sua musica.
La strada come detto si chiama Via Benedetto Croce nel suo primo tratto e Via San Biagio dei Librai nel secondo .
Avventuriamoci quindi in questa nostra passeggiata tra storici palazzi e splendide chiese.
Appena inoltrati , al numero 12 troviamo il Palazzo Filomarino comunemente conosciuto come Palazzo Croce , d’Angio nome dello storico filosofo Benedetto Croce che qui vi ha abitato fino alla sua morte .
Come già detto e’ oggi sede dell’Istituto Italiano per gli studi storico con annessa preziosa biblioteca lasciata in eredita’ da Benedetto Croce .

Oltre questa piazza sono degni di nota il palazzo Pinelli e il palazzo dei Carafa della Spina che ha un magnifico gigantesco portale barocco con due grossi leoni con le fauci spalancate che servivano come luogo dove spegnere le torce .

 

 

La strada continua con palazzi storici come palazzo Capone – palazzo Venezia del XIV sec. – palazzo Mazziotti e palazzo Pinelli Foggia .

Palazzo Venezia di origine trecentesca fu sede della rappresentanza diplomatica della repubblica veneziana a Napoli . Nel suo interno ai piani superiori conserva un incredibile rigoglioso giardino pensile in cui in una sorprendente distesa di alberi e piante si nasconde una casina pompeiana di gusto neoclassico .

 

Via Benedetto Croce termina nella piazza San Domenico Maggiore che deve il suo nome alla omonima chiesa ; questa è una delle più importanti piazze della Napoli antica.
Al centro della piazza si eleva una guglia sormontata dalla statua bronzea di San Domenico voluta dal popolo quale ringraziamento per essere  scampati all’epidemia della peste del 1656 . Il popolo aveva invocato la grazia al Santo affinche’ intervenisse per porre rimedio al terribile morbo .
L’ obelisco di San Domenico , fu scolpito da Francesco Antonio Picchiatti  mentre per il rivestimento e le decorazioni in marmo che disegno’ anche la forma piramidale della guglia intervenne il Fanzago . L’opera fu terminata da Lorenzo Vaccaro e suo figlio Domenico Antonio che  realizzarono  anche la scultura in bronzo di San Domenico .
L ‘opera è’ ricca di marmi , bassorilievi , medaglioni e busti di santi domenicani : su tutto però campeggia la statua di S. Domenico .

La piazza e’ circondata da famosi palazzi nobiliari : palazzo del Balzo o Petrucci – palazzo Corigliano ( sede dell’Univesita Orientale ) -palazzo dei duchi di Casacalenda e Palazzo  Sansevero di Sangro , dimora del famoso Principe Sansevero famoso per le sue scoperte e le sue alchimie .Il palazzo costruito nella XVI secolo mostra un monumentale portale con un imponente stemma in marmo . Conserva uno dei monumenti piu’ densi di opere di’ arte che Napoli possegga : la Cappella Sansevero o S. Maria della Pieta’ , detta popolarmente ” Pietatella” il cui ingresso si trova in via F. DeSanctis n. 19 .
Il palazzo e’ anche tristemente famoso per un delitto avvenuto verso la fine del 500 dall’allora proprietario don Carlo Gesualdo , principe di Venosa che uccise a pugnalate la sua bellissima moglie Maria d’Avalos ed il suo amante Fabrizio Carafa esponendo poi i loro corpi all’ingresso del palazzo .Il lato sinistro della piazza è occupato dalla scalinata della chiesa antica e della parte absidale della chiesa di San Domenico Maggiore .
La chiesa di San Domenico Maggiore , assieme al suo adiacente convento , costituisce uno dei più ‘ grandi ed importanti complessi religiosi della città sia per le sue caratteristiche architettoniche sia per le opere d’arte contenute.
Voluta da Carlo II d’Angio ‘ ed eretta tra il 1283 ed il 1324 divenne la casa madre dei domenicani nel regno di Napoli e chiesa della nobilta’ aragonese .

La chiesa fu eretta secondo i canoni classici dello stile gotico fu realizzata in senso opposto alla preesistente chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa cioe’ con l’abside rivolto verso la piazza alle cui spalle fu aperto un ingresso secondario.
La chiesa fu infatti edificata intorno all’antica chiesetta di San Michele Arcangelo a Morfisa ( dal nome di una potente famiglia del luogo ) dei padri benedettini .
La facciata principale della chiesa e’ sulla piazza San Domenico Maggiore , ma vi e’ un ingresso chiuso ( sotto il balcone del 400 con i stemmi del Carafa) ed un altro di piu’ frequente accesso sulla grande scalinata voluta da Alfonso d’Aragona che portava alla chiesetta di San Michele Arcangelo a Morfisa , con portale gotico -rinascimentale del 400
L’ingresso principale si trova sulla facciata secondaria nello stretto vico San Domenico al n 18 , ( di lato alla grande facciata) dove dopo una leggera salita incontriamo sulla nostra sinistra un portone che immette in un vasto  cortile  . A  sinistra si prospetta la facciata della chiesa con un grande portale gotico ad arco acuto ed una porta di legno entrambi originali e voluti da Bartolomeo di Capua.
L ‘interno realizzato in classico  stile gotico mostra tre navate ,numerose  cappelle laterali ,( 27 e tutte meritevoli di almeno uno sguardo ) ), ampio transetto e abside poligonale.
Durante i secoli ha subito continui restauri , dei quali il piu’ significativo avvenne in epoca barocca con l’intervento anche di Domenico Vaccaro , modificando notevolmente la preesistenti forma gotiche .

Veniamo colpiti immediatamente dalla ricchezza degli ambienti con il soffitto che appare ricco di stucchi e ori e la splendida  navata centrale.
Visitare San Domenico e’ importante per le opere d’arte di grandi artisti del tempo che si possono vedere nel suo interno come quelle di Luca Giordano , Tino da Camaino , Cosimo Fanzago , Giovanni di Nola , Francesco Solimena , Tiziano,  Caravaggio , Mattia Preti , Lorenzo Vaccaro , Pietro Cavallini e affreschi di Giotto .
La bellissima Sagrestia rettangolare del 700 ospita  le bare dei sovrani aragonesi e di altre famiglie nobili . Affacciamo di per guardare questa meraviglia .
Alzando gli occhi oltre a vedere nella volta il grande affresco del Solimena , si vede una balconata che corre su tre lati della sala rettangolare . Su questa , si possono osservare in due ordini sovrapposti , 40 casse di diverse dimensioni ed a forma di baule .

Queste casse , ricoperte , un tempo di drappi e velluti oggi scoloriti , lisi ed in parte scomparsi , sono in realta’ dei feretri che contengono i resti dei re , dei principi ed illustri personaggi aragonesi .
Nel 1594 il vicere’ d. Giovanni di Zunica , conte di miranda li fece sistemare nel luogo attuale .
Sulla balconata sovrastante l ‘ ingresso della sagrestia ci sono 8 casse delle quali le 4 superiori , sono i feretri di Alfonso d’Aragona , Ferrante, Ferrantino, e Giovanna d’Aragona.
Solo la cassa di Alfonso d’Aragona e’ vuota perche’ le spoglie furono portate in Spagna nel 1667, nelle restanti vi sono i resti dei defunti citati e su ognuna c’e il rispettivo ritratto .
Nel lato destro della sagrestia , entrando , si vedono 15 casse , una delle quali , quasi al centro della balconata , contiene le spoglie di Francesco di’ Avalos , marchese di Pescara , morto per le ferite riportate nella battaglia di Pavia .
Si vede il ritratto , la spada e un’asta alla quale erano attaccati i brandelli di una bandiera .
Nel lato opposto , cioe’ a sinistra di chi entra nella sala , ci sono altre 16 casse delle quali una piu’ piccola delle altre, contiene cio’ che resta di Antonello Petrucci , il segretario del re Ferrante , decapitato nel 1486 per aver partecipato alla congiura dei baroni .
Da visitare anche il convento . Pensate che un tempo esso era talmente esteso da raggiungere nel 1600 l’aspetto di una vera e propria citta’ nella città .
Aveva ben quattro chiostri di cui oggi purtroppo ne restano solo due : il chiostro di San Tommaso e il chiostro Piccolo o delle Statue .
Il chiostro grande , che un tempo ospitava la sala in cui ha vissuto Bruno Giordano , e’ ora sede del liceo Casanova .
Uscendo dalla chiesa e ponendoci di fronte ad essa vediamo che sul lato destro della facciata si erge il campanile del 700 mentre accanto ad esso troviamo l’accesso al convento.
Il complesso conventuale ha ospitato illustri personaggi come Tommaso D’Aquino che qui fondo’  nel 1272 la facolta’ di Teologia  ( la sua cella e’ ancora visibile ) dove per lunghi anni vi ha pure insegnato .
Tra gli alunni illustri si ricordano su tutti : Giovanni Pontano , Giordano Bruno e Tommaso Campanella
Dal 1515 e per circa un secolo San Domenico fu anche sede dell’Universita ‘ di Napoli per l’insegnamento del diritto , della filosofia e teologia

Il convento si sviluppa su tre piani : al piano terra troviamo il chiostro delle statue e l’aula in cui insegnava il filosofo Tommaso d’Aquino con il suo bel pavimento in maiolica in cui ancora oggi si tengono lezioni di Teologia .
Al primo piano la biblioteca , il refettorio , la sala del capitolo dove si riuniva la comunita’ monastica ,  la biblioteca e gli ambienti privati dei frati domenicani .
Al piano superiore possiamo invece ammirare numerosi manoscritti storici esposti lungo i corridoi insieme a numerosi dipinti di straordinaria importanza .

Terminata la nostra visita al complesso di San Domenico ritornando verso la Piazza ,  camminiamo lateralmente alla facciata di Palazzo Sangro di Sansevero,  e imbocchiamo il vico San Domenico . Subito poco dopo ci  imbattiamo  dopo qualche metro, nella famosa Cappella Sansevero . Un vero e proprio gioiello d’arte barocca ricco di statue e  marmi .

 

L’opera che ha reso famosa questa cappella e’ il “Cristo Velato ” , che vediamo posto al centro della  navata : una scultura raffigurante Cristo morto e disteso , coperto di un velo, che ne lascia intravedere ogni particolare del suo capo , tutte le fasce muscolari e le ferite attraverso il marmo.

L’opera considerata uno dei maggiori capolavori scultorei di sempre fu commissionata dal principe di Sansevero Raimondo di Sangro allo scultore  Sanmartino .
Ad essa si associano due dicerie del popolo : la trasparenza del velo non sarebbe dovuta all’abilita dello scultore , bensi’ ad un velo marmorizzato che l’ alchimista Raimondo avrebbe fatto sovrapporre ad una normale statua di un uomo disteso .
La seconda diceria sarebbe l’ accecamento del Sanmartino affinche’ non ripetesse l ‘ opera per un altro committente .
La cosa sorprendente e che assume un aspetto terribilmente misterioso e’ il fatto che proprio in coincidenza dell ‘ ultimo pagamento effettuato dal Principe a saldo dell’ opera ormai finita , da quella data , dello scultore non si seppe piu’ nulla in citta’ .
La cappella e’ ad unica navata rettangolare con quattro arconi per lato mentre sulla destra troviamo l ‘ accesso alla piccola sagrestia e alla cavea sotterranea .
L’affresco della volte a botte e’ di Francesco Maria Russo e rappresenta la ‘ gloria del paradiso ‘ . Questo soffitto , ancora oggi conserva inalterata la brillantezza dei suoi colori pur non avendo mai subito alcun significativo restauro .
Tutto questo pare , grazie ad una particolare tecnica inventata dal Principe Sansevero e trasmessa al suo esecutore , un modesto pittore dell’ epoca. Sembra infatti che quest’ultimo , abbia mischiato assieme ai suoi abituali colori , una particolare sostanza , frutto appunto dell’ invenzione esclusiva del principe , capace di non far alterare la pittura nel tempo

Nel bel mezzo della cappella , vicino al Cristo Velato , si ammira la scultura de la Pudicizia velata, in onore della madre del principe morta in giovane eta ‘ , all’ eta’ di soli 23 anni ( Cecilia Gaetani dell’ Aquila d ‘Aragona).
La statua e’ opera dello scultore veneto Antonio Corradini : Essa rappresenta una bellissima donna con il capo ed il corpo ricoperti da un sottilissimo velo attraverso il quale traspaiono le belle ed eleganti sembianze della giovane .

La statua del Disinganno , posta di fronte alla Pudicizia e’ dedicata al padre ( Antonio de Sangro ) e’ invece opera di Francesco Queirolo e raffigura un uomo nell’ intento di liberarsi da una rete( il padre da uomo di mondo , divenne sacerdote) . Essa vuole significare la redenzione del padre , il quale dopo una vita dissoluta , vuole uscire ” dall’ inganno terreno ” per convertirsi finalmente alla fede .

Di particolare effetto scenografico e’ il Sepolcro di Cecco de Sangro ,opera di Francesco Celebrano , dove dal sepolcro si vede fuoriuscire la figura allucinata di Cecco de Sangro con la spada sguainata.
Il sepolcro rappresenta il curioso episodio della vita del defunto , il quale, ritenuto morto in battaglia e gia’ chiuso in una cassa , ne usci’ con la spada in pugno terrorizzando i nemici .

Tra le tante leggende popolari intorno alla figura di Raimondo , l’ uscita dal sarcofago rappresenterebbe una prefigurazione della resurrezione dello stesso principe committente dell’ opera .
Raimondo de Sangro mori’ il 22 marzo del 1771 e intorno alla sua morte si sono accumulate e intrecciate varie leggende , la piu’ note delle quali lo vuole ucciso dal suo stesso tentativo di resurrezione . Racconta Benedetto Croce : Quando senti’ non lontana la morte, provvide a risorgere , e da uno schiavo moro si lascio’ tagliare a pezzi e bene adattare in una cassa , donde sarebbe balzato fuori vivo e sano , a tempo prefissato ; senonche’ la famiglia , che egli aveva procurato di tenere all’ oscuro di tutto , cerco’ la cassa e la scoperchio’ prima del tempo , mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura , e il principe , come risvegliato nel sonno , fece per sollevarsi , ma ricadde subito gettando un urlo da dannato .

Nella cripta , (nel piano sotterraneo ) sono conservati in due armadi due cadaveri imbalsamati dei quali e’ visibile il sistema venoso e arterioso che la leggenda attribuisce ai suoi macabri esperimenti .
L ‘uomo e la donna con relativo feto ( Modelli anatomici )appaiono  eretti non in forza del loro scheletro , bensì dal sistema arterioso e venoso pietrificato a mo’ di corallo ( ai piedi della donna era posto un tempo “il corpicciuolo d’un feto” poi andato rubato ) . Si tratta di due esperimenti di metallizzazione della rete venosa di due cadaveri .

Le Macchine furono realizzate dal medico palermitano Giuseppe Salerno, sotto la direzione di Raimondo di Sangro;
La leggenda popolare vuole che si tratti sicuramente dei corpi di quei due sventurati servitori che da qualche tempo erano scomparsi e fin da quando di loro non si seppe piu’ niente, molti sospettarono che fossero stati rapiti dal Principe per essere poi sottoposti a qualche suo terrificante esperimento . Voci popolari sostenevano che Salerno avesse inoculato nei due cadaveri una sostanza – forse a base di mercurio – creata in laboratorio dal principe, la quale avrebbe permesso la “metallizzazione” dei vasi sani .
Altre voci invece sostengono che il sistema circolatorio sia frutto, in parte o nella sua interezza, di una ricostruzione effettuata con diversi materiali, tra cui la cera d’api e alcuni coloranti . Quella massa scura e ramificata che si estende per tutto il corpo dunque , rappresenterebbe il sistema venoso ed arterioso completamente pietrificato e consolidato al punto da potersi conservare , assieme alle ossa dello scheletro , nella posizione rigida ed eretta senza aver bisogno di sostegni o di altri supporti esterni .
Queste due macabre figure dette ” macchine anatomiche ” secondo alcuni studiosi costituirebbero invece soltanto una perfetta simulazione di due cadaveri. Si tratterebbe cioe’ di due manichini , ovvero di una diabolica ricostruzione di fantomatici cadaveri in cui soltanto le ossa ed alcuni organi interni hanno veramente provenienza umana , mentre tutto il sistema venoso costituisce il frutto di una prodigiosa ricostruzione . Pare infatti che sia stato scoperto che quelle vene siano composte da una sottilissima anima metallica portante avvolta in una sorta di garza imbevuta di qualche misteriosa sostanza chimica . Il tutto opportunamente modellato e sagomato nei vari spessori ; da quelli piu’ spessi per la arterie a quelli piu’ sottili per i capillari e cosa pure importante , che il tutto fosse poi capace di poter conservare perfettamente l’ aspetto e la rigidita’ nel tempo .
Se cosi’ fosse ,non si tratterebbe di due orrendi crimini perpetrati in laboratorio ma sarebbe il risultato di un gran lavoro , fatto con abilita’ da persona con grande conoscenza anatomica del corpo umano .
Stupisce il fatto comunque che il sistema artero-venoso sia riprodotto con notevole verosimiglianza e fin nei vasi più sottili, nonostante all’epoca le conoscenze di anatomia non fossero così precise. Ossa e crani sono senz’altro quelli di due veri scheletri umani.

Appena dopo piazza san Domenico viene la piazzetta Nilo , nome derivato da una colonia alessandrina installata in quei luoghi ai tempi dell’ impero romano .
Piazzetta Nilo era anticamente chiamata piazzetta Bisi, dove Bisi stava per ‘mpisi, e cioè impiccati; era quindi la piazza dei condannati a morte che la attraversavano in tristi cortei verso il loro patibolo.
La piazza prende il nome dalla statua del Dio Nilo eretta dagli Alessandrini che duemila anni fa si stanziarono con abitazioni e botteghe in questo punto della città, ed eressero tale monumento in memoria della loro patria lontana
In questa piazzetta troviamo sulla nostra destra posta ad angolo con via mezzocannone subito la chiesa di  Sant’Angelo in Nilo edificata nel 1385 dal cardinale Rinaldo Brancaccio , unitamente a un ospedale per i poveri e al palazzo della famiglia Brancaccio .

Nel suo interno possiamo ammirare alla destra dell’abside il monumento sepolcrale del cardinale Rinaldo Brancaccio , scolpito nel 1427 a Pisa da Donatello e da Michelozzo e poi trasportato a Napoli via mare .
Esso fu  commissionata a Donatello da Cosimo dei Medici , esecutore testamentario del cardinale alla sua morte .
Si tratta di un sarcofago sorretto da virtu’ cariatidi a tutto tondo sul quale giace il cardinale naturalisticamente raffigurato .
Vale la pena dare uno sguardo alla chiesetta che si presenta e’ a navata unica con abside.
Usciti dalla chiesa , ci dirigiamo a destra e subito ci troviamo in un piccolo largo chiamato
corpo di Napoli . Al centro di essa a ricordare la colonia Egiziaca troviamo  la statua del Nilo che i napoletani credettero in seguito , d’ identificare nel ” corpo di Napoli ” donde il nome rimastole .
La statua raffigura il dio Nilo che giace sdraiato possente e muscoloso, col il viso arricchito da una saggia barba lunga che inbraccia una cornucopia adornata con fiori e varia natura, simbolo della fertilità e dell’abbondanza , il fianco appoggiato su di un sasso ed i piedi su una testa di coccodrillo.

La scultura, ha subito nel corso dei millenni varie “peripezie” sparendo per un certo periodo di tempo nel XV secolo, e perdendo la testa nel XVII secolo
Malgrado tutto oggi la statua è ancora lì dove la vollero gli Alessandrini più di duemila anni fa.
Fu eretta infatti nel  periodo Greco-Romano e rappresentava una divinita’ pagana ( Il Dio Nilo è un’entità fluviale, quindi figlia dell’oceano) .
Nel tempo, per la presenza di altri culti ufficiali statua del Dio Nilo fu decapitata  e perduta per secoli.
Finché nel Medioevo non fu ritrovata e dopo numerosi restauri ( di cui l’ultimo recente dovuto al ripristino della testa delle sfinge finalmente ritrovata in Austria dopo che era stata rubata ) ) nel 1667 fu posta su quello che viene chiamato “sedile” di marmo, recante una scritta in latino che in grandi linee racconta le vicissitudini vissute da questo pezzo importante di storia e cultura partenopea.
Di fronte alla statua ed a via Nilo vi è l’ attuale via Paladino da cui si giunge all’ antico collegio del Salvatore ( oggi università ) , alla chiesa del Gesù Vecchio ed alla collina di montenerone.
Alla fine di Via Paladino visitiamo innanzitutto la chiesa del Gesu’ Vecchio che e’ stata la prima chiesa dei gesuiti a Napoli . Fu edificata nel 1554 e mostra uno stile tipicamente barocco con rivestimenti marmorei , decorazioni ed un bellissimo altare del Fanzago .

Nel tempo la chiesa si allargo’ dando origine alla formazione di un collegio che ebbe tra i suoi allievi anche il famoso  Giambattista Vico .
Il collegio ha conservato ai due lati i suoi monumentali cortili : a destra il cortile delle statue ( il nome dalla presenza dei numerosi busti che si trovano nel porticato ) mentre a sinistra troviamo il chiostro del Salvatore che ospita anche un museo di scienze naturali e fisiche .
Una volta usciti dal collegio camminiamo per il vico San Marcellino e raggiungiamo il bel convento dei Santi Marcellino e Festo , frutto della unificazione di due antichi monasteri .
Il suo chiostro ha la caratteristica di essere aperto su di un lato per consentire alle monache , tutte provenienti dall’alta nobilta’ di godere la vista del mare .
Al centro del Chiostro il bel giardino con la vasca barocca (fontana dei Delfini).
Dal 1932 il luogo ospita il museo di Paleontogia , un luogo pieno di fascino dove si possono incontrare ,in ampie e antiche sale, collezioni di  fossili, minerali preziosi e animali antichi come lo scheletro di un dinosauro carnivoro ( Allosaurus fragilis )

Accanto al chiostro troviamo anche una chiesa ristrutturata nel 700 da Luigi Vanvitelli .
Ritorniamo ora indietro e portiamoci  di nuovo in Largo corpo di Napoli .
Su via Nilo troviamo i palazzi Pignatelli del seggio dei nobili del 1499 con annessa cappella al termine della via ,ed il palazzo di Antonio Beccadelli del XV sec.detto il panormita ( da Palermo ) , fondatore dell’ accademia pontaniana .
Dalla piazzetta Nilo ora proseguiamo lungo Spaccanapoli , o meglio quel suo tratto che da qui in poi porta il nome di Via San Biagio dei librai , nome dovuto alla corporazione dei librai che avevano una confraternita nella strada intitolata al Santo , del quale è ancora visibile la chiesetta .
La strada e’ ricca di importanti palazzi storici e di antiche chiese .
Il piu” suggestivo e’ certamente proprio il primo che incontriamo sulla destra cioe’ il palazzo Carafa  dei Conti Maddaloni dove nacque nel 1476 Gian Pietro Carafa che doveva assurgere poi, all’ onore della tiara col nome di papa Paolo IV.

Subito dopo il palazzo Carafa troviamo la chiesetta di San Nicola a Nilo .
Questa si trova al piano rialzato e per accedervi ci sono , ai lati , 2 brevi scale che convergono alla sommità .
Rientranti , rispetto alla scala , ai lati ci sono 2 botteghe ,e sopra l ‘architrave di ognuna di esse troviato murato un pezzo di marmo , con una scritta risalente a circa 3 secoli fà che testimonia il diritto di asilo goduto dalle chiese .
La scritta cita : nel primo di febbraio 1706 per decreto della corte arcivescovile di questa città è stato ordinato che ques’atrio e le due botteghe dei bassi laterali restino profani e non godono dell’ immunità ecclesiastica .
Questo perché’ all’epoca i  ladri ed i delinquenti che scappavano inseguiti dai gendarmi , una volta infilatisi nelle botteghe o sui gradoni della chiesa reclamando l’immunità ecclesiastica non potevano essere arrestati ( una specie di 31 salva tutti ).

Quasi di fronte a questa piccola chiesetta , sulla nostra destra troviamo invece la chiesa dei S.S. Filippo e Giacomo costruita alla fine del 500 dalla corporazione dei setaioli .
Sulla sua facciata possiamo notare alcune statue in stucco del Sammartino ,( quelle in basso che rappresentano i santi Giacomo e  Filippo ) ed alcune del suo allievo Giuseppe Pisano ( la Religione e la Fede poste in alto).

Nel suo interno spiccano le acquasantiere in marmo realizzate secondo lo stile del Vaccaro

L’interno si presenta a navata unica, con quattro cappelle per lato e senza transetto mentre lo spazio absidale è coperto da cupola. Sul pavimento maiolicato, opera di Giuseppe Massa, è presente al centro lo stemma della Corporazione della seta e dei tintori.

L’aspetto attuale della chiesa  è frutto del successivo intervento restaurativo dell’architetto Gennaro Papa nel 1758.

Vi lavorarono  grandi marmorari come Trinchese,e Francesco Pagano ,e pertanto  la Chiesa presenta una ricca decorazione  in stucchi e marmi policromi che viene riproposta nella balaustra dell’altare maggiore con disegni di fiori e putti e nelle due notevoli acquasantiere presenti ai lati della navata .

Gli affreschi delle pareti e del soffitto della navata e del coro sono stati eseguiti nel 700 da Jacopo Cestaro, autore anche delle due tele laterali nella tribuna con il Martirio di S. Giacomo e la Predicazione di S. Filippo.

 Sull’altare maggiore è posta una tavola di Ippolito Borghese, in cui è raffigurata la Vergine e Santi, mentre all’ingresso troviamo dipinti di Ippolito D’Elia

L’antica sacrestia settecentesca conserva il vecchio altare maggiore rimasto in chiesa fino al 1757 quando fu sostituito da quello marmoreo. Si tratta di un lavoro di Marco Antonio Tibaldi purtroppo attualmente conservato in parte a causa di ruberie avvenute negli anni ’70-’80. La tela è invece attribuita a Fabrizio Santafede. Resta anche un trono ligneo con lo stemma con le tre balle di seta della corporazione.

Nella cripta venivano sepolti i poveri della corporazione, vera e propria area cimiteriale che accoglieva i resti con la doppia sepoltura con la scolatura e seppellimento dei resti, i morti erano calati dall’alto.

La chiesa ospita anche i resti di San Nostriano, vescovo molto amato dai napoletani.

Sono emersi  recentemente anche due nuovi spazi sotterranei: un’inedita zona archeologica e un ipogeo con un misterioso altare ( massone ?) posti proprio sotto il pavimento a gigli borbonici dei fratelli Massa e Chiaiese.

Continuando In via San Biagio dei Librai incontriamo al n 121 , sulla nostra destra il bel palazzo Santangelo , eretto , nella seconda metà del 400 da Diomede Carafa .

Il Portale marmoreo con le sue forme classiche ricorda lo stile del grande architetto Leon Battista Alberti, ed è arricchito da due battenti in legno intagliati in stile tardogotico raffiguranti nei dodici riquadri le insegne della famiglia Carafa. Purtroppo  la porta lignea finemente intagliata che ai suoi tempi doveva essere una meraviglia  oggi è sciupata ed annerita. Sulla cornice del portale ai lati sono invece posti i busti di due imperatori, ed al centro una nicchia una statua di Ercole, con i ritratti agli spigoli, nell’interno dell’architrave, del conte Diomede Carafa e di sua moglie.

In fondo al cortile si vede la copia in terracotta dell ‘ enorme testa di cavallo che Lorenzo il Magnifico dono’ al Carafa .
Quando il palazzo passò dai Carafa al marchese Santangelo, la testa di cavallo del cortile fu trasferita al Museo Nazionale: il Santagelo ne fece eseguire una copia in terracotta dipinta, collocandola sul piedistallo originale
Da quel momento la sostituita copia in terracotta ha continuato ad essere per due secoli l’attrazione di quel cortile. Impossibile non affacciarsi almeno una volta a contemplarla.

Un’antica leggenda sostiene invece che le origini della testa di cavallo siano legate al mago Virgilio che avrebbe  costruito questa scultura in bronzo con una stregoneria donandole il potere di guarire qualsiasi cavallo malato .
Il cavallo  posto su un alto piedistallo in Piazza Riario Sforza vedeva continuamente persone del popolo portare i poveri cavalli malati , ornati di ghirlande di fiori e tarallini (simbolo del grano e della fertilità) che, per guarire, dovevano girare tre volte intorno alla statua .
Tale  mistico ma potente guaritore non faceva certo piacere ai maniscalchi che vedevano in questa testa un temibile concorrente ai loro avidi guadagni e non mancarono di denunciare continuamente alle autorita’ religiose il superstizioso rito . Per loro sommo piacere ,finalmente , nel 1322,  l’arcivescovo Cardinale Matteo Filomarino fece rimuovere e fondere la scultura per porre fine al proliferare di questo rito pagano per forgiare con il corpo le campane del Duomo . Così, non si ebbero più notizie del cavallo fino al ritrovamento nel palazzo Carafa la cui testa rappresenterebbe  uno scarto di quella fusione.
C’è chi racconta che quando suonano, tendendo l’orecchio si sente il nitrito del cavallo di Virgilio
Sempre nel cortile a destra c’e’ una colonna mozza che e’ quel che rimane della colonna con la statua di Ferrante , eretta per ricordare la cortesia del re che si degno’ di attendere il Carafa con il quale doveva andare a caccia .

Continuando il percorso ci troviamo dopo pochi metri in uno slargo denominato Piazzetta dell’Olmo .Qui troviamo la piccola chiesa di San Gennaro ad Diaconiam che pare sia stata la prima basilica edificata in onore del Santo Patrono edificata dentro le mura cittadine. E’ un luogo importante perchè secondo  molti ,al numero civico 41 di via San Gregorio Armeno pare vi abbia abitato San Gennaro in persona ( era la sua abitazione ) e proprio in memoria di questo evento pochi passi più avanti , all’incrocio con Via San Biagio dei Librai ,vi  fu poi eretta la chiesa di San Gennaro all’Olmo.

 

Più avanti sempre sulla destra , troviamo al n 114 , un altro bel  palazzo con un bel portale in bugnato e due statue ( la sicurezza e la carita’) di Pietro Bernini. Sul frontone troviamo invece scolpita la Pieta’ di Michelangelo Naccherino .
Si tratta del palazzo di proprieta’ del Banco di Napoli dove al suo interno possiamo ammirare  la cappella del Monte di Pieta’ , un piccolo gioiello di arte napoletana a navata unica con quattro stanza laterali riccamente decorate e con gli affreschi dei piu’ bravi artisti dell’epoca.

Il monte di pieta’ nacque come istituzione nel 1539  , fondata da alcuni nobili , con il fine di contrastare l’usura dilagante che affliggeva il popolo in quei tempi . L ‘ intento era quello di prestare soldi senza scopo di lucro . L’istituzione crebbe ad un certo punto a tal punto che fu scelto di acquistare questo edificio e trasformarlo in un vero e proprio banco .
Lentamente con il tempo l’istituto ha dato poi luogo inizialmente alla nascita del Banco Nazionale di Napoli e poi definitivamente nell’800 al Banco di Napoli .

Continuando la strada si vede a sinistra , al n 31 l’ ex libreria di Antonio Vico , dove , nella camera sovrastante nacque Gianbattista Vico .

Più avanti , sempre a sinistra al n 39 c’è il bellissimo palazzo Marigliano dei duchi Del Monte che fu dei Di Capua , conti d ‘ Altavilla . Ci troviamo di fronte ad una delle piu’ belle dimore civili di stile rinascimentale presenti in citta’ costruita nel 1513.
Sarete subito colpiti dal bel cortile che termina con una stupenda scala a doppia rampa .

Nell’ androne del palazzo , sui muri , campeggiano due scritte a grandi lettere nere : in una di queste è citato che in questo palazzo ha vissuto Costanza Chiaramonte regina di Napoli
Andrea di Capua sposò la ex moglie del re Ladislao di Durazzo .
Costanza era figlia di Manfredi Chiaramonte , un ricco e potente signore siciliano .
Re Ladislao sposò Costanza solo per la cospicua dote e per i mercenari che garantiva il padre , due cose a lui necessarie nella difficile lotta contro Luigi d’ Angiò che gli contendeva il possesso del regno di Napoli.
Re Ladislao successivamente ripudiò la moglie Costanza e per riparare , in parte, al torto che le aveva fatto , fece sposare la sua ex moglie con Andrea di Capua.

Quasi alla fine di via San Biagio dei librai e proprio nei pressi di Palazzo Marigliano , girando  a destra per via del Grande Archivio , possiamo trovare dopo qualche metro , nella piazzetta  del Grande Archivio , l’edificio che attualmente è sede dell’Archivio di Stato.  L’edificio ospitava originariamente il Monastero dei S.S. Severino e Sossio , con annessa chiesa  .      Nel 1799 divenne il quartiere generale delle truppe sanfediste del cardinale Ruffo . Ospitò poi, il Regio Collegio Marino e ancora nel 1835 , l’Archivio Generale di Giustizia.

L’origine del monastero risale all’846 d.C.quando qui venne fondata una chiesa per accogliere le spoglie di San Severino e S. Sossio. Successivamente nel 1490 Giovanni Donadio detto il Mormando, segnò le basi per quella che sarebbe stata la moderna chiesa che fu ultimata il secolo seguente dal suo allievo  Giovanni Francesco di Palma.


Il grande Torquato Tasso in  questo monastero con la sua meravigliosa atmosfera ,nel 1594  ha  trascorso un lungo periodo di tranquillo  soggiorno .

Il convento e’ dotato di ben quattro chiostri:  Il chiostro del Platano, il chiostro del Noviziato, il chiostro quadrato, ed il chiostro piccolo ( detto di servizio ).

 

I  terremoti del 1688 e 1731  fecero grossi danni alla chiesa e per rimettere in sesto la struttura affidarono i suoi lavori di stabilità  all’architetto Giovan Battista Nauclerio ,uno dei maggiori architetti che operarono tra ‘600 e ‘700,  . A questi è infatti attribuibile la ristrutturazione della volta e della parete superiore.  La chiesa nel suo interno ha una pianta a croce latina ad unica navata  con abside rettangolare  e soffitto a volte.  Sono presenti  sette meravigliose cappelle per lato più quelle del transetto ed un prezioso pavimento marmoreo del 500 (vennero impiegati marmi di 14 provenienze diverse dalla Spagna alla Turchia) che  ospita numerose lastre sepolcrali, tra le quali quella di Belisario Corenzio che morì propri in questo luogo, all’età di 80 anni, cadendo dai ponteggi mentre realizzava gli affreschi della volta. I bellissimi affreschi della volta, furono purtroppo andati perduti a causa del terremoto del 1731.

Belisario Corenzio oltre a lasciarci la vita ci ha lasciato nella chiesa anche delle bellissime opere come la Trinità, sulla volta del transetto,  le Storie del Vecchio Testamento e dell’ordine benedettino, sulla volta e sulle pareti dell’abside, e l’ascensione, sulla volta del transetto destro.

L’altare maggiore e la balaustra sono opere di Cosimo Fanzago che vennero poi successivamente  rimaneggiate  da Giacomo Mazzotti.

Tra il 1560 e il 1570 fu eseguito, sul retro dell’altare maggiore, un elaboratissimo coro ligneo  in noce progettato da Benvenuto Tortelli e Bartolomeo Chiarini che  in breve tempo  divenne un vero e proprio modello per gli intagliatori di legno di fine Cinquecento. Imponente sull’opera si staglia il monumentale organo in legno e cartapesta  del secolo XVIII. Nel transetto sinistro,  notiamo il sepolcro di Vincenzo Carafa di Michelangelo Naccherino.

Tra le cappelle si distingue per pregio la cappella Medici di Gragnano. Nella zona dell’abside si ricordano la cappella di Girolamo Gesualdo e la cappella Sanseverino dove possiamo vedere i tre sepolcri che la nobildonna Ippolita De Monti, moglie del nobile Ugo Sanseverino  fece realizzare da Giovanni Merliano da Nola per i suoi giovani  figli nel 1539.

I  tre giovani figli  furono vittima di un atroce delitto operato da Girolamo, fratello di Ugo, aiutato dalla moglie Sancia Dentice, che  fece avvelenare i tre figli maschi di Ippolita, per carpirne l’eredità. Giovanni da Nola rappresenta  i giovani, seduti e con un libro tra le mani.

Nella piazzetta antistante l’archivio di Stato al centro  troviamo una bellissima Fontana che versa purtroppo in un evidente stato di abbandono ( una vergogna per la nostra amministrazione ) eseguita su progetto di Cosimo Fanzago nel 1649. Realizzata in marmo e piperno, la fontana del Pendino, chiamata anche ” della selleria ” fu voluta dal vicerè conte d’Ognate.

Di fronte alla fontana colpisce l’attenzione una piccola chiesetta incastonata tra civili abitazione in stato di degrado e abbandono.

Si tratta della chiesa di Santa Maria Stella Maris (Santa Maria Stella del Mare) costruita nel 1907 in  sostituzione di un’altra demolita, in stile architettonico neogotico con i suoi archi a sesto acuto sia in facciata che nelle pareti laterali, nel cui interno si incastano  finestre bifore.

Nei pressi di questa chiesa troviamo un vicolo con uno strano nome : Vico Paparelle .                                                            Il nome deriva dal modo popolare come gli abitanti del luogo chiamavano le ragazze ospiti del ritiro per fanciulle voluto da Luisa Paparo ,una nobildonna del luogo.

Proseguendo avanti , la via San Biagio sbocca in via Duomo.

A questo punto spaccanapoli, oltre il Duomo prende il nome di via Vicaria Vecchia , così chiamata perchè nel 400 c’ era il palazzo del Vicario detto , appunto palazzo della Vicaria .
Questo nome fu dato in seguito a Castel Capuano quando vi furono riuniti tutti i tribunali .
Più avanti , la strada prende il nome di Forcella e termina dove, un volta si ergeva la Porta Furcillensis o Ercolanese o Nolana , trasferita poi nel 1484 .
All’ ingresso di forcella si notano 2 chiese , quella di S. Giorgio maggiore del V sec. o S. Giorgitiello e  i gli scavi archeologici  venuti alla luce nel luogo dove prima sorgeva la piccola chiesa di S. Carminiello ai mannesi  rasa al suolo in seguito ai bombardamenti avvenuti durante un’incursione nella Seconda Guerra Mondiale .
Durante i lavori per la rimozione delle macerie , si e’ scoperto che essa sorgeva sui resti di un grosso edificio d’età romana.
La  grande casa privata in età imperiale, dopo il terremoto del 62 e l’eruzione del 79 d.C., fu poi convertita in grande complesso termale di cui  sono state identificate le condutture idrauliche, alcune vasche in marmo ed un mitreo in cui e’  rappresentato  il dio Mitra nell’atto di sacrificare un toro.

La chiesa di San Giorgio Maggiore costruita agli inizi del V secolo d.C.  rappresenta in citta’ una rilevante testimonianza dell’ arte Paleocristiana ben conservata. Si tratta di una chiesa antichissima  che per lungo tempo e’ stato l’edificio di culto e di devozione locale piu’ amato e frequentato da parte del popolo, tra Forcella e Spaccanapoli.
Nel suo interno sono conservate sotto l’altare maggiore le spoglie dell’allora fondatore della chiesa e Vescovo di Napoli San Severo ed il il famoso «Battistero» (impiegato per officiare il rito del Battesimo) considerato il più antico d’Occidente ed il più importante di Napoli.
Dopo un incendio  che  1640 purtroppo  distrusse buona parte della chiesa, la sua ristrutturazione fu  affidata a Cosimo Fanzago che in quell’occasione  nel corso dei lavori  invertì l’orientamento della chiesa spostando  l’ingresso principale ( quello attuale ) in quello che in origine era l’abside della primitiva chiesa paleocristiana .
Durante poi i lavori del Risanamento in citta’ , nella seconda metà del 1800,  per allargare via Duomo,  delle tre navate fu eliminata  e le cappelle che si affacciavano su di essa vennero sostituite da altari.
Oggi, perciò, le navate sono soltanto due al posto delle tre iniziali.
“La chiesa tagliata “, mutilato della navata di destra, ha conferito alla facciata esterna un’evidente asimmetria visibile da Via Duomo .

Nel suo interno oltre ad affreschi di Francesco Solimena sono conservati opere di numerosi altri artisti dell’epoca . Ma quello che piu’ colpisce il visitatore sono i due giganteschi dipinti di Alessio D’Elia (pittore della scuola di Solimena )  che si fronteggiano alle spalle dell’altare .

Da un lato, a sinistra, troviamo un grande meraviglioso  dipinto di grandi dimensioni , raffigurante San Giorgio che valorosamente combatte contro il drago che occupa da solo circa quaranta metri quadri di parete . Dall’altro lato, invece, a destra, si trova un altro  enorme dipinto di grandi dimensioni che raffigura  San Severo.
Recentemente durante un restauro della parte del coro si è scoperto che la tela di San Giorgio nascondeva un grande affresco di Aniello Falcone,( che in questa chiesa era stato battezzato nel 1607 )  raffigurante San Giorgio, che in groppa ad un bianco cavallo impennato e lancia alla mano, affronta ed uccide il drago liberando una donna.
Una bellissima opera del 1645 che, a differenza di altri affreschi dell’artista, ha mantenuto splendidamente conservati i suoi colori.
Questo capolavoro è visibile in quanto oggi , la sovrastante opera del D’Elia è stata sistemata su un telaio incernierato che è spostabile con una lunga corda al fine di rendere visibile anche il sottostante nascosto affresco del Falcone.

 

Oltre troviamo l’ antichissima chiesa e di S. Maria a piazza e quella  di S.Agrippina del XIII sec.

La chiesa di Santa Maria a Piazza , una delle più chiese piu’ antiche di Napoli venne edificato nel IV secolo dall’imperatore Costantino . Purtroppo fu una delle vittime delle opere di sventramento fatte agli inizi del 900  nell’ambito dei lavori del Risanamento in citta’ . In quella occasione infatti vennero eliminate e sezionate le tre campate che formavano la navata destra , e ( nonostante le proteste dei più noti intellettuali dell’epoca che  cercarono di salvarlo ) il suo bellissimo campanile del X secolo .
La chiesa oggi  purtroppo , nonostante sia una delle piu’ antiche della citta’ , versa  in uno stato di degrado assoluto,  abbandonata all’incuria e all’ indifferenza della nostra amministrazione comunale.

La chiesa di di S.Agrippina del XIII sec. restaurata per conto dei monaci  Basiliani a cui fu affidata dall’architetto Nicola Tagliacozzi Canale subì invece una parziale distruzione per colpa delle bombe che vi caddero sopra il 4 agosto 1943 durante il conflitto mondiale.

Prima della sua parziale distruzione, la facciata presentava stipiti intagliati dove erano rappresentati tutti patroni di Napoli  e sull’architrave era incisa la Y, simbolo del Seggio di Forcella
L’edificio religioso, e’ a navata unica . Il portale, risalente al XV secolo, è attribuito a Antonio da Chelino, ultimo allievo di Donatello mentre nel suo interno  possiamo ritrovare ancora affreschi ed elementi di architettura gotica ( soprattutto nella zona absidale ) .Il resto  invece è marchiato fortemente dal Barocco di Nicola Tagliacozzi Canale (rimaneggiamenti del 1758.

Più innanzi si nota la biforcazione a Y della via , da cui l’ etimologia del nome forcella , nei cui pressi vi è la chiesa di S.Agostino alla zecca del X Isec.

 

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