IL PERIODO ARAGONESE

La conquista della città di Napoli da parte di Alfonso d’Aragona non fu facile ed i suoi assedi durarono per lunghi quattro anni, durante i quali dovette combattere e soffrire non poco per portare a termine la sua conquista perdendo nelle tante battaglie , un fratello e tanti uomini di valore tra cui duchi e conti. Il popolo napoletano d’altronde in quei lunghi anni soffrì molto la fame durante i suoi continui attacchi e la città alla fine ne uscì devastata e distrutta dalla lunga guerra con la popolazione decimata e terrorizzata.
I bombardamenti, le carestie, i combattimenti ed il saccheggio finale, avevano distrutto molti borghi e quasi tutte le case erano diroccate dal fuoco.
La situazione era avvilente. Le finanze erano inesistenti e la miseria affliggeva il regno perchè la guerra aveva bloccato il commercio, la stasi dell’artigianato e l’abbandono dell’agricoltura. I nuovi arrivati per altro non erano granchè simpatici ai napoletani.
I militari aragonesi infatti ebbero sempre un atteggiamento arrogante e prepotente con il popolo napoletano, non mancarono alla loro entrata in città di uccidere, saccheggiare ed infine bruciare quanto più possibile.
Alfonso condannò con decisione tale comportamento delle sue truppe, punendo addirittura con la pena di morte i colpevoli ma ciò non bastò a lenire l’astio dei napoletani contro i catalani ed il nome “catalano” divenne con il tempo sinonimo di nemico.
Pertanto, nonostante il suo gran prodigarsi, Alfonso non fu mai molto amato dai napoletani, un pò perchè ricordavano sempre le sofferenze subite per causa sua, ed un pò proprio perché era sempre circondato da collaboratori catalani.
Tutti gli uffici della corte erano infatti dominati da connazionali del sovrano i quali occupavano i posti più retribuiti, mentre i napoletani avevano solo cariche onorifiche.
Questo stato di cose comportò un continuo malcontento ed una crescente insofferenza in tutti gli strati della cittadinanza ed Alfonso fu sempre e comunque solo uno straniero che a malapena parlava la loro lingua.
Eppure egli si diede un gran da fare per ricostruire ed abbellire la città e passò alla storia con il soprannome di “Magnanimo” proprio per le ingenti somme di denaro profuse per dare un aspetto più decoroso alla capitale del suo nuovo regno.

 

Al suo insediamento trovò la la città completamente distrutta ed egli spese grosse somme di denaro per ricostruirla più bella ed elegante di prima facendola diventare una delle principali capitali rinascimentali d’Italia, come possiamo ammirare nella famosa ‘ Tavola Strozzi’ di autore ignoto (rinvenuta nel palazzo Strozzi di Firenze) oggi conservata nel Museo Nazionale di San Martino.

Tavola Strozzi, autore ignoto

La città per un certo periodo di tempo fu un cantiere aperto: restaurò l’acquedotto, bonificò le zone paludose dei borghi, pavimentò le strade e ampliò la città verso la parte antica circoscrivendola con una murazione di 22 torti cilindriche ( tale spostamento delle mura presso Castel Capuano poi comportò la costruzione di Porta Capuana), riattò l’arsenale, restaurò la grotta di Cocceio, e fece integralmente trasformare Castelnuovo che fu abbellito con il magnifico Arco di Trionfo che è considerata una delle più belle opere del Rinascimento.

L’arco marmoreo fu fatto costruire per eternare il suo successo nella conquista della città e riproduce nelle sculture i motivi ed i particolari della celebrazione del Trionfo di Alfonso.
La sua costruzione e collocazione avvenne in un primo momento in Piazza Mercato e la sua struttura era in legno dipinto e dorato e solo successivamente fu fatto in marmo e collocato tra le due torri di Castelnuovo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni mesi dopo la conquista del regno, Alfonso, per impressionare la fantasia popolare e gli ambasciatori degli stati esteri, volle inscenare un clamoroso e fantasmagorico ingresso nella capitale. La scenografia dell’evento fu improntata allo stile dei trionfi dell’antica Roma: il suo ingresso da vincitore a Napoli avvenne su un carro attraverso un varco aperto nelle mura abbattute del Carmine ( per permettere l’ingresso del carro si dovettero abbattere 18 metri di mura) e la sua entrata in città fu scenograficamente ‘costruita’ come un vero trionfo alla maniera degli imperatori romani.
I lavori di ristrutturazione del castello che divenne a 5 torri come lo vediamo oggi furono affidati all’architetto Guglielmo Sagrera fatto venire appositamente da Maiorca nel 1450.
Nel castello fu costruita tra le altre cose la grandiosa Gran Sala ribattezzata anni dopo sotto re Ferrante  “la sala dei baroni” in quanto il sovrano in essa con inganno riunì tutti i baroni che gli si erano rivoltati contro e li fece arrestare.

Sala dei baroni

Vi fu anche una fervida edilizia intrapresa dall’aristocrazia napoletana che scelse per le proprie abitazioni il luogo del decumano inferiore ed in particolare la zona del seggio del Nilo che insieme a quella del seggio di Capuana, accoglieva la nobiltà  più antiche.
Le nobiltà di recente formazione abitava invece nei seggi di Montagna, Porto e Portanova.
Sorsero così a Napoli palazzi bellissimi che ancora oggi possiamo ammirare come:

Palazzo Beccacelli  residenza del “Panormita”

Palazzo di Maddaloni  

Palazzo Marigliano  

Palazzo Orsini di Gravina( sede oggi della facoltà di Architettura )

 

 

 

 

 

 

 

 

ed il Palazzo Sanseverino che appartenente al barone più potente del regno, Roberto Sanseverino, principe di Salerno.

Di quest’ultimo palazzo resta oggi solo la facciata (in bugnato a punta di diamante) in quanto una volta acquistato dai Gesuiti  questi poi lo trasformarono in una chiesa lasciando del vecchio palazzo la sola facciata esterna. Divenne così la chiesa del Gesù Nuovo dedicata all’Immacolata.

 

 

 

Durante il suo regno avvenne anche l’abbattimento del seggio del popolo alla Selleria, corrispondente oggi ad una parte dell’attuale Piazza Nicola Amore, ufficialmente per allargare la strada. Molte voci invece indicarono la ragione dell’abbattimento dell’edificio solo perchè dava fastidio al vicino palazzo di Lucrezia d’Alagno, la bellissima e giovane favorita del re Alfonso.


Ambizioso e desideroso di potere, Alfonso, aveva sempre bisogno di denaro e per procurarselo non esitò a porre nuove imposte che resero insoddisfatti particolarmente i baroni del Regno che gli si rivoltarono contro disubbidendo.
Fu infatti costretto più volte ad inviare truppe armate per costringerli alla sottomissione.
Si sforzò comunque di mantenere la pace e di non portare ulteriori guerre al già provato popolo e durante il suo regno Napoli fu tranquilla poichè ebbe il merito di portare tutti gli eventi bellici che si succedettero lontani dalla città.

Con l’arrivo di Alfonso e il periodo pacifico che caratterizzò il suo regno ci fu una notevole ripresa economica grazie anche sopratutto all’industria della lana e della seta che furono in quel periodo particolarmente rigogliose dando da vivere a quasi la metà della popolazione.
Amico e protettore di poeti, musicisti e umanisti, fu elogiato dai contemporanei come sovrano illuminato e generoso, che seppe fare del regno un centro artistico e culturale tra i primi in Europa; egli spese molto danaro per il mantenimento a corte di numerosi artisti e letterati dei quali lui amava circondarsi. La sua corte fu il punto di incontro di alcuni dei più illustri umanisti del tempo: Lorenzo Valla, Antonio Beccadelli detto ‘ il Panormita ‘, Giovanni Pontano, Jacopo Sannazzaro, Pietro Summonte sono solo alcuni dei grandi personaggi che frequentarono a sue spese la sua corte.

Costituì una importante e imponente biblioteca e favorì la nascita dell’Accademia fondata dal Beccadelli.
Antonio Beccadelli, detto ” il Panormita ” per la sua città natale ( nacque a Palermo ) fondò a Napoli la prima accademia italiana chiamata Porticus Antoniana che poi in onore del suo successore, Giovanni Pontano, fu chiamata ” Pontaniana “.

Beccadelli Antonio o Panormita
Giovanni Pontano

Morì nel 1458 all’età di 65 anni nel Castel dell’Ovo dove il giorno prima si era fatto trasportare. Le sue spoglie riposarono in un sepolcro posto nella sagrestia della chiesa di San Domenico fino al 1667, quando il vicerè don Pedro de Toledo le fece trasportare all’Abbazia di Santa Maria de Poblete in Catalogna (ci rimane solo l’opera sepolcrale).

Lasciava l’Aragona, la Sardegna e la Sicilia al fratello Giovanni ed il regno di Napoli al figlio naturale Ferrante che aveva fatto riconoscere come suo legittimo successore ed erede. Nel testamento che aveva dettato il giorno prima di morire, raccomandava al figlio di sostituire i funzionari spagnoli con napoletani, di alleggerire il popolo dalla pressione fiscale e di cercare la pace con gli stati d’Italia.

Alfonso II d’Aragona

Ferrante, che assunse il titolo con il nome di re Ferdinando I, aveva un temperamento ed una personalità profondamente diversa da quella del padre ( idealista ed ambizioso di gloria ).
Educato accuratamente da personaggi come il Panormita ed il Valla si rivelò ben presto di estrema praticità e di scarsissima generosità, ma anche dotato di estremo acume politico, mostrandosi talvolta duro e persino crudele.
Il suo regno fu caratterizzato da numerose lotte, prevalentemente interne e contro i potenti baroni del regno.
Ereditò un regno poco saldo con fragili risorse economiche e con gli eterni sempre pronti Angiò a conquistare il regno affiancati dai potenti baroni locali che si mostravano sempre più ostili e ribelli alla corona aragonese.
I baroni, poichè volevano conservare i privilegi feudali derivati da conquiste usurpazioni e forzate donazioni, chiedevano maggiore autonomia e indipendenza non volendo più obbedire all’autorità centrale e di fatto eludere gli obblighi di vassallaggio.

In quell’epoca nel regno di Napoli il potere dei baroni era molto forte, basato sul vecchio sistema feudale del regno angioino e protetto dal potere papale.
Basti pensare che su circa 1500 centro abitati, solo poco più di 100 erano assegnati al regio demanio (cioè al diretto potere del re) mentre tutti gli altri erano controllati dai baroni. Questi erano organizzati in grandi dinastie ramificate, ognuna delle quali controllava da sola più terre.
Le grandi Case del regno erano nove: Sanseverino, Caracciolo, Acquaviva, d’Aquino, Ruffo del Balzo, Piccolomini, Celano, Guevara e Senerchia.
A queste si aggiunsero le due nuove baronie emergenti dei Petrucci e Coppola.
Le loro proprietà e il loro modo di fare di fatto accerchiava il regno soffocandolo con l’alleanza ed il favore della chiesa.
Baroni e chiesa si coalizzarono contro il re ostacolando in ogni modo una nuova organizzazione di sviluppo della società che re Ferrante cercò di promuovere e favorire.
Egli aveva capito che per crescere da un punto di vista economico bisognava contrastare il potere dei baroni e uscire dalla loro morsa restrittiva. Bisognava avviarsi verso una nuova epoca di dinamismo economico ed imprenditoriale con forme più moderne di organizzazione politica ed il vero ostacolo per tutto questo erano i baroni e la chiesa.

Ferrante per contrastarli incoraggiava lo sviluppo del ceto medio onde farne una forza politica da contrapporre a quella feudale.
Favori’ la crescita di nuove figure imprenditoriali riorganizzando la vita economica e commerciale del regno.
Le nuove figure imprenditoriali erano ricchi mercanti, armatori e nuovi industriali: si creò ricchezza dai giacimenti di piombo e argento e di allume. Si lavorò finemente il corallo del nostro golfo.

Questo nuovo ceto chiedeva a gran voce l’accesso ai fasti e al prestigio del feudo.
Tra i più significativi rappresentanti di questa nuova nobiltà imprenditoriale vanno ricordati uomini come Antonello Petrucci e Francesco Coppola. Il primo addirittura di origini contadine che una volta giunto alla corte di Alfonso fu molto apprezzato e più volte beneficato al punto di divenire segretario del re.
Il secondo invece possedeva una flotta personale ed una truppa armata. Aveva di sua proprietà un’isola corallifera in Turchia. Sfruttava le miniere di piombo e argento di Longobucco e le miniere di allume di Ischia. Commerciava stoffe ed era titolare di un saponificio a Napoli.
Entrambi purtroppo, nonostante facessero parte della nuova emergente borghesia furono poi tra gli uomini chiave della famosa ” congiura ” avvenuta anni dopo.

I baroni d’altro canto avendo capito la politica di Ferrante cercarono in ogni modo di contrastare l’assolutismo monarchico della sua politica e si ribellarono continuamente al re tramando e organizzando contro di lui vere e proprie congiure dove tentarono addirittura di eliminarlo ricorrendo al delitto.
Appena insediatosi sul trono, Ferrante dovette sedare una prima rivolta dei baroni che fu incoraggiata dal proposito di Giovanni d’Angiò di scendere in Italia per rivendicare ancora una volta il regno di Napoli.
La lotta contro i baroni ( alleatisi con Giovanni d’Angiò ) durò cinque anni ed una volta avuta la meglio ( l’ angioino fu sconfitto) egli si mostrò spietato e crudele contro chi lo aveva tradito, parenti inclusi. Fece arrestare alcuni baroni e confiscò i loro beni.
Durante questa prima ribellione, i baroni, dopo le sconfitte subite in Calabria, prepararono un’imboscata per uccidere il re. Il colpo fu tentato presso Calvi nel maggio del 1462 in un luogo detto “la Torricella” durante un colloquio che Marino Marzano aveva sollecitato a Ferrante del quale era cognato ( per averne sposato la sorella Eleonora ) prospettando una accordo di pace.
Il principe si presentò al convegno con due uomini d’armi che tentarono di pugnalare il re mentre questi era intento a parlare.
Agilissimo, anche perchè stava in guardia, Ferrante riuscì ad evitare i colpi e poi fu protetto dai suoi uomini accorsi.
Da quel momento, scampato il pericolo, egli nutrì un odio profondo per i traditori (baroni in particolare) e giurò a se stesso di trarne aspra vendetta ogni qualvolta che gliene sarebbe capitato qualcuno tra le mani.

Furono certamente questi i precedenti che in un certo modo giustificheranno poi la condotta di Ferrante nei confronti dei baroni traditori.
Il papa di allora era Innocenzo VIII ( Giambattista Cybo ). Questi era succeduto a Sisto IV che aveva preso accordi, precedentemente alla sua morte con il re Ferrante, esentandolo dal pagamento del censo annuo.
Innocenzo non volle riconoscere il precedente accordo e reclamando fortemente l’annuale gravoso pagamento creò forte motivo di scontro e di tensione tra i due.
Dopo la prima domata ribellione dei baroni, si era intanto formata una lega di nuovi baroni dissidenti ed ostili a Ferrante con a capo il più potente di tutti, Roberto Sanseverino ( Principe di Salerno ) il cui obbiettivo era eliminare Ferrante. Questa cosa portò alla formazione di una nuova vera congiura contro il re e la sua corte.

I ribelli baroni si rivolsero al pontefice, il quale promise di aiutarli con l’intervento del proprio esercito. Questa ingerenza del papa era dettata oltre che dal livore che nutriva per Ferrante anche dalle mire neanche tanto recondite di procurare al figlio naturale ( Franceschetto Cybo) un vasto fondo nel mezzogiorno d’Italia.
Forti del sostegno papale i baroni passarono all’azione ed il 20 novembre issarono il vessillo della chiesa a Salerno e all’Aquila.
Ferrante allora non mancò di fare ricorso a tutti i suoi alleati ( dai milanesi ai fiorentini) rivolgendosi anche ai suoi parenti aragonesi in Spagna. Da uomo abile e accorto fece varcare la frontiera ad un suo esercito comandato dal duca di Calabria per portare la guerra in casa del papa.
Ad indurre il pontefice a rivedere i suoi piani furono anche le città di Milano e Firenze che dichiararono di sostenere la causa del re napoletano insidiato dalle mire papali.

Innocenzo, temendo quello che stava accadendo e sentendosi minacciato da vicino, ritenne prudente cambiare atteggiamento e trattare la pace.
L’accordo fu firmato e Ferrante, al quale premeva sopratutto separare i baroni ribelli dal papa, in maniera da isolarli, promise al papa di accordare una completa amnistia e salvezza a tutti i baroni e altri che si erano trovati implicati nella congiura.
La politica del re fu astuta e assai subdola; riprese il colloquio per un possibile accordo con i baroni trattandoli amichevolmente e lamentandosi con loro di richiedere con le armi ciò che potevano ottenere con il dialogo.
Raccomandò al principe di Bisignano, suo maggiore interlocutore di convincere anche gli altri baroni (in particolare il principe di Salerno) a sottoscrivere la pace.

Antonello Sanseverino (il principe di Salerno) fu il più tenace a resistere non disposto a mediazioni ed a soluzioni diplomatiche, poichè  diffidava  molto del re ( e faceva bene ) e arrivò addirittura a disertare  un incontro che il Coppola gli aveva preparato con il re in persona. I baroni sembravano soddisfatti ed il re li invitò poi tutti alle nozze di una sua nipote che si teneva in Castelnuovo. Ma fu tutta una messa in scena.

Dopo la firma dell’accordo, Ferrante, fingendo di aver dimenticato e perdonato i fatti trascorsi, anzi desideroso, diceva, di legare la propria casa a quella del conte di Sarno con una parentela, onde ovviare ad eventuali nuovi dissidi, propose di unire in matrimonio una sua nipote ( Maria Piccolomini ) con un figlio di Francesco Coppola. Lusingato ed onorato il conte accettò ed il 13 agosto, giorno stabilito per le nozze, quando tutti furono riuniti nella sala grande di Castelnuovo, il re fece chiudere le porte ed arrestare tutti i baroni già ribelli convenuti per la cerimonia.

Il re aveva invitato alla cerimonia tutti i baroni del regno e li fece arrestare non tanto per l’accusa di tradimento ( per non venire meno al patto con il pontefice ) ma con il semplice pretesto che essi avevano malamente amministrato i loro beni con conseguente grave danno per il patrimonio regio.
Tre mesi dopo nella stessa sala fu emanata la sentenza dopo un sommario processo che condannava alla pena capitale Antonello Petrucci, i suoi figli e Francesco Coppola.
Tutti gli averi dei condannati, beni mobili ed immobili vennero confiscati a beneficio della corona.

Questo episodio diede il nome alla sala che tuttora si chiama “Sala dei Baroni “.

Antonello Petrucci fu decapitato sulla Piazza del Mercato ( la sua tomba si trova sul pavimento della chiesa di San Domenico Maggiore mentre il suo palazzo con lo splendido portale si trova nella stessa Piazza San Domenico ) mentre tutti gli altri furono sottoposti alla forca nella stessa piazza.


Dopo l’esecuzione dei condannati, il re, forte della prova di colpevolezza emerse dal processo a carico di altri baroni, incaricò il duca di Calabria di allestire un esercito per debellare una volta per sempre i ribelli.
Senza più la protezione del papa e rimasti oramai soli, ai baroni non restò altra scelta che quella di rinchiudersi nei loro castelli sperando di resistere alle milizie del re. Ma la speranza fu vana.

Assediati ed attaccati furono costretti uno dopo l’altro ad arrendersi e sottostare umili e contriti alle condizioni dettate dal re; la consegna dei castelli e dei luoghi fortificati.
Trasferitosi nella capitale, dopo la consegna dei castelli, i ribelli tentarono di ripristinare i normali rapporti con il re ma Ferrante non era uomo che dimenticava facilmente, e una notte di giugno del 1487 li fece arrestare e rinchiudere nelle carceri di Castelnuovo.

Alle proteste del papa che l’accusava di venir meno alla promessa di non perseguitarli rispose che aveva prove di un piano organizzato per la fuga.
A fuggire verso la Francia, in verità, fu il solo Antonello Sanseverino Principe di Salerno che era stato anche l’ ultimo a capitolare tra i vari baroni. Egli, oramai  in aperto contrasto con la Corte Aragonese subì la confisca dei beni e fu costretto a fuggire da Napoli. Prima trovò rifugio in Francia e poi si ritirò a Senigallia dove morirà in disgrazia nel 1499.

Il figlio Roberto, riuscirà poi a recuperare tutti i possedimenti paterni.

Sottoposti a processo e condannati alla pena capitale, i baroni arrestati però non furono mai giustiziati come lo erano stati i Petrucci ed i Coppola, ma per la maggior parte morirono in prigione di morte naturale … almeno così si disse…

La guerra contro i baroni si chiuse quindi con la chiara vittoria del re estendendo territorio e potere monarchico.
Sotto il suo potere la città di Napoli si arricchì ulteriormente di importanti opere di cui la maggiore è senza dubbio Porta Capuana, costruita in splendido marmo di Carrara e concepita come un vero arco di trionfo celebrativo della sua incoronazione e della sua vittoria sui baroni.

Furono costruite anche delle bellissime ville :
La villa della Duchesca , che si estendeva su di un’area compresa tra Porta Capuana e la chiesa di San Pietro ad Aram (attuale inizio rettifilo). Questa bellissima villa fu poi abbandonata a se stessa sotto il vicereame spagnolo fino a giungere al più completo degrado. Oggi di questa villa purtroppo non è rimasta traccia se non la chiesetta di San Clemente che era la cappella annessa alla villa. Resta comunque il ricordo poichè ha dato il nome all’intera zona.

villa della Duchesca

La villa di Chiaia, meglio conosciuta come “ villa La Ferrantina ” era una villa di Ferrante d’Aragona di cui purtroppo non è rimasto più nulla quasi. Sono sopravvissute solo alcune strutture che si trovano all’interno della Palazzina Bivona in Via Vittorio Imbriani.

 

La villa Conigliera, sorta sulla collinetta di San Potito al Cavone per volere di Alfonso d’Aragona (dove cacciava in maniera riservata conigli e da cui deriva il nome) .
Della villa oggi è visibile la facciata esterna di piperno e marmo con due stemmi del casato ed un interno spoglio e purtroppo degradato.


La villa di Poggioreale fu eretta su una precedente dimora di Carlo II d’Angiò, era particolarmente bella con grandi giardini ed una piscina alimentata dall’acquedotto della Bolla. Anche questa villa conobbe il degrado sotto il vicereame spagnolo ed oggi di essa non rimane altro che pochissimi resti incorporati nel brutto arredo urbano della zona.


Ferrante d’Aragona mori’ nel 1494, dopo ben 36 anni di regno e a succedergli al regno fu il duca di Calabria con il nome di Alfonso II.

Il nuovo re nel suo breve regno dovette subito affrontare la minaccia del giovane sovrano di Francia Carlo VIII, il quale sollecitato anche dai baroni esuli in Francia ( Sanseverino ), ambiva alla riconquista del regno di Napoli.
Carlo VIII, appena salito al trono, istigato anche da Ludovico Sforza (che aspirava a pigliare il ducato di Milano ai danni del nipote Gian Galeazzo, genero di Alfonso) organizzò subito una spedizione per impossessarsi di Napoli, forte dei suoi diritti Angioini sulla città.

Il re francese invase l’Italia nel settembre del 1494  ed il primo territorio che conquistò fu proprio il ducato di Milano.

Ludovico Sforza aveva promesso il suo appoggio ad aiutarlo nella riconquista di Napoli perchè  pensava di trarne vantaggio per la sua definitiva consacrazione sul ducato di Milano, levandosi di torno possibili forti oppositori ma fu il primo ad essere fregato poichè alla sua chiamata Carlo VIII rispose conquistando per primo proprio il suo territorio.
Quando giunse a Roma chiese al pontefice, previo atto di sottomissione, di concedergli l’investitura di re di Napoli, ma il papa non cedette e tentò successivamente di contrastarlo in ogni modo.
Il francese allora lasciò Roma e senza il permesso del papa giunse alle porte di Napoli.

Alfonso era poco amato in giro e considerato solo come uno spietato condottiero ( assassino ) duro e calcolatore e senza scrupoli: nella famosa congiura dei baroni il suo comportamento, noto a tutti, fu quello di consigliare al padre di usare le più aspre misure repressive al fine di rafforzare l’autorità dello stato (secondo molti fu proprio lui a consigliare il peggio al padre).

Inoltre il padre inviava sempre lui a risolvere situazioni ingarbugliate che necessitavano di interventi duri e repressivi spesso con il ricorso alle armi.

Alfonso II, solo e poco amato dal popolo e dalla nobiltà napoletana, abdicò in favore del figlio Ferrante II ( Ferrandino), sperando che egli giovane e ancora scevro di colpe nei confronti del popolo fosse dallo stesso più amato e seguito nell’affrontare la difficile situazione che si prospettava .

Si disse, di Alfonso II, che egli era terrorizzato da una serie di cattivi presagi e strani incubi notturni, forse dovuti al ricordo delle sue numerose vittime fatte in combattimento ( era considerato un gran capitano e valoroso condottiero e molto del suo tempo fino ad allora lo aveva passato in battaglia) per questo motivo pensò di abdicare in favore del figlio ed esiliarsi in un monastero.
Alfonso morì poi in Sicilia nel 1495, dove si era ritirato e dopo aver indossato il saio francescano.
A Napoli intanto la situazione precipitava e Ferrandino resosi conto della impossibilità di resistere a lungo contro le imponenti forze francesi si rifugiò a Ischia ( e poi a Messina ) consentendo a Carlo di entrare in città.

Il francese attraversò vittoriosamente porta Capuana e le sue truppe saccheggiarono vandalicamente la città; la biblioteca creata da Alfonso I fu devastata e molte opere andarono distrutte o portate in Francia.
Carlo chiese per altre due volte l’investitura dal papa che non solo la rifiutò ma informò il francese della avvenuta formazione di una “Lega Santa” che era pronta a marciare contro di lui. Alla lega avevano aderito su invito del papa, Milano, Venezia, la Germania, la Spagna e lo stesso stato pontificio.
Di fronte a tale pericolo, Carlo, si ritirò in Francia permettendo a Ferrandino, sostenuto dalle milizie spagnole di Consalvo di Cordova, di rientrare a Napoli.
Mentre tentava di riorganizzare il regno purtroppo egli mori nel luglio del 1496, lasciando peraltro il trono senza eredi.
Salì al trono l’anziano zio Federico, fratello di Ferrante I.

Questa nuova situazione creatasi preoccupò non poco la corona spagnola preoccupata della fragilità del regno (non dimentichiamo che sotto il regno di Alfonso I Napoli e Aragona erano uniti).
In Francia intanto moriva pure Carlo VIII e il suo erede Luigi XII immediatamente anch’egli organizzò subito una spedizione per riconquistare Napoli.

Nel salire al trono Luigi XII aveva assunto oltre al titolo di re di Francia anche quello di duca di Milano e re del regno di Sicilia.
Egli si adoperò subito con un delicato gioco di promesse e concessioni a far sciogliere la lega, promettendo a Venezia la cessione di Cremona ed al figlio del papa, l’ambizioso Cesare Borgia, il ducato francese di Valentinois ( in attesa di un più vasto territorio nel regno di Napoli ).

Nell’aprile del 1500 il re francese conquistò definitivamente il ducato di Milano e sconfitto Ludovico il Moro (condotto prigioniero in Francia dove poi morì), rivolse le sue attenzioni sul regno di Napoli.
A questo punto avvenne un tradimento politico tra i peggiori della storia.

Luigi XII re di Francia e re Ferdinando ( il cattolico ) re di Spagna sottoscrissero un trattato in virtù del quale si dividevano il Regno di Napoli.
Puglia e Calabria andavano alla Spagna mentre la Campania, l’ Abruzzo e il Molise andavano alla Francia.
Il tutto ratificato dal papa al quale andarono ovviamente dei vantaggi.

Ferdinando II d’Aragona
Luigi XII di Francia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Probabilmente questo tradimento fu dettato da circostanze del momento che consigliavano di porre fine ad una situazione di incertezza e porsi al riparo da operazioni pericolose o, quanto meno, tendenti a ridare alla Francia il dominio di tutto il regno di Napoli.
Il povero Federico pensava solo a come difendersi dai francesi e non immaginava neanche lontanamente che il suo parente prossimo ( suo zio ) si era intanto alleato con il suo nemico.
Chiese aiuto quindi a suo zio, il re di Spagna, che garantì ( mentendo ) il suo aiuto anche se oramai aveva già raggiunto l’accordo con il re di Francia.
Egli aprì quindi inconsapevolmente le fortezze della Calabria a Consalvo di Cordova che conduceva l’esercito spagnolo e avanzava indisturbato.
I francesi intanto, occupato Nola ed Aversa, marciarono su Napoli ed entrarono in città.

Quando Federico venne a conoscenza del patto segreto fatto ai suoi danni si trovò stretto, senza nessuna possibilità di difesa, tra le forze francesi avanzanti dal nord e quelle spagnole provenienti dal sud.
La conquista del regno di Napoli avvenne quindi in poco tempo e a renderla più facile fu il crudele monito dell’occupazione di Capua.
I francesi comandati da Cesare Borgia occuparono la città a tradimento mentre erano in corso i negoziati di resa, e la saccheggiarono. Furono trucidati 7 mila abitanti.

Il figlio di Alessandro VI, il crudele Cesare Borgia, dopo l’occupazione della città si fece portare davanti tutte le giovani donne e tra le più belle ne scelse 40 al fine di soddisfare le sue voglie sessuali.

La terribile sorte di Capua influì sulle altre città del regno che non pensarono più a resistere.
A Napoli gli ultimi fedeli della dinastia aragonese in preda al panico lasciarono le loro case per rifugiarsi nelle isole o in altri luoghi più sicuri.
Lo stesso Federico rinunciando ad ogni difesa si rifugiò ad Ischia.
Federico addolorato ma fiero ruppe ogni rapporto con il re di Spagna che lo aveva tradito e si rivolse a Luigi XII con una commovente lettera nella quale ricordandogli la loro antica amicizia, lo pregava di lasciargli la sovranità di Napoli per la quale era disposto anche a pagare un tributo.
Ma gli accordi sulla spartizione del regno erano già stati fatti e certo non si poteva tornare indietro, tuttavia il ricordo della citata amicizia fece presa sul re francese che trattò il re detronizzato non da prigioniero ma come un ospite e lo invitò in Francia, promettendogli la sovranità di un pezzo di terra nell’Angiò e un vitalizio annuo.

Federico non potendo fare altro accettò e consegnò così la città ai francesi.
Il 6 settembre con il cuore che gli stringeva, disse addio alla famiglia e alla città che non avrebbe mai più rivisto e si imbarcò per la Francia.

stemma aragonese

Lo seguirono pochi fedeli tra cui il suo amico Jacopo Sannazzaro.

In Francia visse solo tre anni morendo all’eta di 52 anni.

Finiva con lui la dinastia Aragonese a Napoli.

 

 

 

 

FAMIGLIE NOBILI AI TEMPI DEGLI ARAGONESI

 

I Sanseverino erano una delle più potenti casate storiche italiane: la nobile famiglia riuscì ad annoverare circa 300 feudi, 40 contee, 9 marchesati, 12 ducati, e 10 principati, tutti distribuiti tra Campania, Lucania, Calabria e Puglia.
Tra i suoi membri si annoverano cardinali, vicerè marescialli e condottieri.
Vennero in Italia al seguito del Normanno Roberto ‘il Guiscardo’ ( il furbo ) dal quale ebbero la contea di Sanseverino presso Salerno.
Sempre nel salernitano, in uno dei loro feudi ( Teggiano ) nel castello Macchiaroli, fu ordita la congiura dei baroni.

Uno dei suoi esponenti più potenti fu Roberto Sanseverino che a lungo combattè al fianco del re Ferrante dal quale ottenne l’investitura ufficiale del Principato di Salerno ed il privilegio addirittura di battere moneta nonchè nominato grande Ammiraglio del Regno.

Nel 1470 intraprese la costruzione del magnifico palazzo Sanseverino in stile rinascimentale con facciata a bugnato ( ora chiesa del Gesù Nuovo ) che passò poi al figlio Antonello.

Il figlio Antonello Sanseverino invece di proseguire l’opera paterna organizza e capeggia una rivolta dei baroni locali contro Ferdinando I d’Aragona.  Il re, scoperta la congiura, soffocò la stessa nel sangue con la famosa “congiura” tenutasi nella Sala Grande di Castel Nuovo e punì poi pesantemente i suoi avversari dando loro la caccia uno ad uno.

Per non cadere in mano al re, Antonello fuggì dal Regno travestito da mulattiere e si rifugiò in Francia, dove meditò la sua vendetta, spingendo il re francese Carlo VIII alla conquista del Regno di Napoli. Nel 1495, Carlo VIII, calato in Italia con un grosso esercito, occupò molte città e il 12 di febbraio fece l’entrata in Napoli avendo a fianco Antonello Sanseverino, grande ammiraglio del Regno e suo principale consigliere. Il Sanseverino sostenne i francesi combattendo per mare e per terra, specialmente il 6 giugno 1496 nell’assalto dell’isola d’Ischia, dove si era rifugiato il nuovo re di Napoli, il giovane Ferdinando II.

Successivamente, una volta occupati molti paesi in Puglia con un suo piccolo esercito si ritirò nel suo castello di Agropoli. Alla morte del re Ferdinando successe al trono il principe Federico che cercò in ogni modo di attirarsi l’amicizia del principe di Salerno ( il cui valore e la cui potenza erano presso la corte in grande considerazione e rispetto). Antonello però, memore delle recenti sciagure dei Baroni, non si lasciò vincere dalle offerte reali e si chiuse nel suo castello di Teggiano, le cui fortificazioni gli offrivano un asilo saldo e quasi inespugnabile.

Federico allora riunì un esercito di ventimila tra fanti e cavalli e dopo aver sottomesso la città di Salerno pose assedio al castello di Teggiano.

Antonello per due mesi e mezzo tenne salda la difesa della terra, ma fu alla fine costretto alla resa a patti onorati. Antonello Sanseverino cedette al re tutti i suoi possedimenti e si rifugiò a Senigallia, nelle terre della moglie, dove morì.

Dopo una provvisoria confisca dei beni in cui Salerno rientrò nel demanio Aragonese, Ferdinando il Cattolico investì nuovamente un Sanseverino, Roberto II, figlio di Antonello, del titolo di principe di Salerno.

Per un lungo periodo saranno quindi ancora i Sansevero a governare il prinicipato salernitano ed esattamente fino al 1535 quando a Salerno, Ferdinando Sanseverino riceve  la visita di Carlo V di Spagna (quello del “sul suo impero non tramontava mai il sole”). Egli era in quel momento il più potente rappresentante della più antica casata nobiliare europea ed il Sanseverino, indispettito dalle attenzioni di Carlo V per la propria consorte, dopo qualche anno,  ripetendo le gesta di suo nonno Antonello, organizzò e capeggiò, nel 1547, una rivolta anti-Asburgica, prendendo spunto dalla ribellione scoppiata nel Regno contro l’introduzione dei Tribunali dell’Inquisizione. Il risultato fu che nel 1552 Ferdinando “Ferrante” Sanseverino viene dichiarato ribelle e condannato a morte, bandito dal Regno e privato delle proprietà. Carlo V con un decreto trasferisce la città di Salerno al demanio spagnolo.

 

 

I Caracciolo erano una delle più vecchie baronie risalenti addirittura ai tempi del ducato di Napoli.

L’antica e illustre famiglia si divise in due grandi linee, quella dei Caracciolo Rossi con capostipite RICCARDO, figlio di Landolfo  e quella dei Caracciolo Pisquizi con capostipite FILIPPO, da cui nacque il ramo dei Caracciolo del Sole.

Tra i più famosi personaggi che hanno caratterizzato la dinastia vanno citati senz’altro: Ser Gianni Caracciolo ( favorito della regina Giovanna II ), Galeazzo Caracciolo, marchese di Vico, valoroso comandante, che fu inviato da re Alfonso d’Aragona alla riconquista delle terre occupate dai Turchi ed il famoso ammiraglio Francesco Caracciolo che dopo aver fatto una grande carriera nella marina di re Ferdinando, aderì alla nascente Repubblica napoletana comandandone la flotta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ugo del Balzo invece erano giunti al seguito di Carlo d’Angiò e investito del titolo di conte di Spoleto; una volta che sua figlia Sveva sposo’ Roberto Orsini si formo’ una casata con possedimenti illimitati che andavano da Taranto a Napoli.

Gli Acquaviva vennero invece al seguito dei re svevi dai quali ottenne un vasto stato in Abruzzo. In seguito acquisì altri casati dai successivi regnanti fino a totalizzare 164 baronie, 14 contadi, 5 marchesati, 7 Ducati e 2 principati.
Si imparentò con la casa d’Aragona e aggiunse quindi il diritto di aggiungere il cognome d’Aragona al suo.

 

 

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