LA CABALA NAPOLETANA

La “Cabala Napoletana”, fu un’associazione di pittori napoletani che monopolizzò l’arte napoletana del tempo; chi dipingeva a Napoli doveva render conto alla Cabala e conformarsi ai suoi dettami stilistici, chi disobbediva la pagava cara.

Domenichino vide distrutta più e più volte la tela cui stava lavorando e morì a Napoli in circostanze “sospette”, Guido Reni fu vittima di un tentato omicidio, un suo seguace fu portato con inganno su una barca e disperso. A capo della Cabala vi furono probabilmente tre formidabili pittori: il greco Corenzio Belisario, Jusepe de Ribera, spagnolo, perciò detto “Spagnoletto”, e Battistello Caracciolo.

Qualsiasi committenza artistica in città veniva gestita dalla “cabala” che cercava di favorire pittori napoletani a dispetto di quelli fuori regione.

La Cabala fu particolarmente attiva in occasione dell’affresco della Cappella di San Gennaro. Alla notizia che i committenti avessero scelto di non dare l’ incarico per la sua decorazione ad artisti napoletani ma ad allievi dell’ accademia bolognese, ci fu grande risentimento.
Fu, il tutto, preso come un grave affronto fatto al loro buon nome. Lavorare in quel luogo sacro era un privilegio e un onore oltre che un guadagno ed era per essi inconcepibile che l’ incarico non venisse affidato ad un napoletano ma ad uno che proveniva da un’ altra regione.

Sono noti i nomi dei pittori napoletani che ostacolarono e turbarono il soggiorno degli artisti bolognesi, Belisario Cosenzio, Jusepe de Ribera e Battistello Caracciolo. Costoro più degli altri si prodigarono in tal senso, pur se altri si dissociarono dalle insidie e dai complotti orditi da quella che fu denominata la “Cabala di Napoli”.

Il primo ad avere l’incarico fu Guido Reni, un tipo di natura gia’ molto sospettoso, che al solo sapere che in citta’ l’atmosfera non era favorevole si mise in apprensione.
Basto’ qualche lettera minacciosa di avvertimento e il veder tornare a casa il servo malconcio per le bastonate ricevute, per abbandonare di corsa Napoli senza salutare e lasciando sul tavolo una semplice lettera di scuse.

Al suo posto fu chiamato Francesco Gessi, un altro bolognese che inizialmente ignoro’ i vari pedinamenti e le lettere anonime a lui pervenute ma quando un giorno non vide più tornare i suoi due giovani aiutanti (che si dice fossero stati rapiti) incominciò ad impaurirsi. Tutte le ricerche per ritrovare i suoi aiutanti furono vane ed egli cogliendo tutto questo come un avvertimento senza pensarci sopra più di due volte fece i bagagli e partì lasciando il lavoro incompiuto.

Fu chiamato allora il Domenichino ( Domenico Zampieri ); egli fu avvertito dagli amici della critica situazione napoletana e supplicato dalla moglie di non accettare.
Egli era basso di statura e di carattere remissivo e a Napoli trovo’ un ambiente ancora più ostile di quello dei suoi predecessori: i suoi colleghi napoletani misero in atto una vera e propria campagne denigratoria sulle sue capacita’ artistiche diffamandolo di mediocrità e mancanza di inventiva. Non mancarono ovviamente le lettere minacciose che crearono in lui uno stato di totale paura. All’ennesima minaccia sconvolto e terrorizzato lascio’ ogni cosa e senza neanche avvertire la famiglia fuggi’ a Roma.

Il viceré considero’ la fuga un’offesa personale e per costringerlo a ritornare sui suoi passi fece imprigionare la moglie e la figlia. Solo dopo un anno, tormentato dal pensiero che le due povere donne fossero chiuse in carcere, decise di fare ritorno a Napoli.
Ottenne la scarcerazione delle due donne ma non la sua quiete. Si arrivò a manomettere di notte le sue opere, ad effettuare strani inseguimenti, lettere minatorie e continue minaccia di morte e avvelenamenti.

Il Domenichino comincio’a dare segni di stanchezza: rifiutava il cibo (per paura di essere avvelenato), dormiva poco e incomincio’ lentamente ad ammalarsi.

Così’ la notte del 1641 mori’ e non si può escludere a distanza di anni che la morte in quel caso non fosse avvenuta per avvelenamento.

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