IL MIRACOLO DEL CROCIFISSO

Durante il lungo periodo di assedio delle truppe aragonesi alla città di Napoli, avvenne un episodio che fece gridare al miracolo il popolo napoletano.
Era allora re di Napoli Renato d’Angiò nominato legittimo erede dalla precedente regina Giovanna il quale con pochi mezzi e sopratutto con poche denari lottava disperatamente da circa quattro anni, contro il re aragonese a difesa del suo regno appoggiato dal popolo che si schierò al suo fianco.
Mai prima di allora la città fu così a lungo assediata e la cittadinanza decimata dalla fame. Si videro persone cibarsi di topi e senti di padri e di mariti che prostituivano le loro donne per procurarsi da mangiare e oltre alla fame c’erano rovine, per effetto dei bombardamenti in ogni parte della città.
Renato era molto amato dal popolo. Egli si recava a piedi in mezzo a loro e ne divideva i disagi ed i pericoli e sempre sorridendo anche avendo la morte nel cuore l’incoraggiava con parole di speranza ( Egli fu soprannominato “ il buono “).
Nonostante i duri assedi però la città e la popolazione resisteva; i napoletani erano fedeli al loro buon re e combattevano con orgoglio e dedizione.
Durante uno dei più duri assedi alla città avvenne l’episodio che riguarda il Crocefisso in legno che si trova nella chiesa del Carmine e che fece gridare al miracolo.
L’esercito di Alfonso, comandato da suo fratello Pietro, era attestato in una zona, oggi corrispondente al borgo Loreto. In quel luogo gli aragonesi, in prossimità del fiume Sebeto avevano posto un accampamento dove c’era tra l’altro, una postazione con le bombarde rivolte verso il campanile del Carmine dove si erano rifugiati numerosi gentiluomini del seggio di Portanova sostenitori delle armi angioine.
Gli Angioini nel resistere ai vari assedi, per difendersi, avevano collocato sul campanile della chiesa la loro artiglieria e la torre campanaria era divenuta una vera roccaforte.
Il 17ottobre 1439 ( una data che i napoletani ricordano come quella del ” miracolo del Crocifisso “) l’infante don Pietro, fratello di Alfonso notando del movimento nei pressi della chiesa ordinò di aprire il fuoco in direzione del campanile.
Il colpo di bombarda ( la messinese) attraversò il muro, penetrò nella chiesa  e sfondato l’abside andò a finire contro il crocifisso colpendolo . La palla di bombarda era diretta proprio verso il crocifisso e avrebbe certamente fatto saltare il capo del Cristo , ma questo non avvenne ed al popolo sembrò che Gesù avesse spostato la testa  chinando il capo  lasciando cadere la sola corona di spine che fu la sola a saltare via .
Quindi la palla cadde con gran fragore sopra certe tavole dentro la chiesa.
Tutti pensarono che il crocifisso una volta colpito fosse andato distrutto e invece, prodigiosamente, i napoletani constatarono che la statua era intatta e che Cristo appariva con la testa piegata come se avesse voluto schivare il colpo: il capo era privo della corona di spine e gli occhi erano rivolti al cielo aperti e non chiusi .                                                                     Quando cercarono poi di portare via il prezioso  ed a questo punto ,adorato crocifisso questi divenne così pesante che fu impossibile trasportarlo .
Il popolo gridò al miracolo del crocifisso e la notizia si sparse in tutta la città arrivando anche nel campo aragonese.
La storia arrivò anche ad Alfonso che saputo del miracolo ,ordinò al fratello di sospendere il bombardamento verso la chiesa ; ma don Pietro continuò, pagando con la morte la sua disobbedienza.
Infatti Il giorno dopo un’altra palla sparata ( chiamata ” la pazza “) stavolta però dal campo angioino, colpendo l’accampamento aragonese asportò nettamente la testa del fratello di Alfonso, Don Pedro (che il giorno innanzi aveva diretto il tiro sulla chiesa). Il colpo sparato dal campo angioino gli troncò di netto la testa e questo avvenimento apparve al popolo come un segno della giustizia divina.                                                                                                                                                 Quando poi Alfonso entrò in Napoli, volle accertarsi di persona la veridicità di quanto gli era stato narrato. Si convinse della autenticità del fatto e volle che il Crocefisso fosse restaurato senza badare a spese; donò altresì un magnifico tabernacolo, in sostituzione di quello che il proiettile della bombarda aveva mandato in frantumi.
Oggi il Crocefisso è ancora visibile nella chiesa del Carmine sotto l’arco del transetto in un grande tabernacolo intagliato, probabilmente quello fatto rifare da Alfonso d’Aragona.
Il crocifisso viene tenuto per quasi tutto l’anno coperto da un drappo scuro e lo si può ammirare solo dal 26 dicembre al 2 gennaio . In questi giorni infatti, al crocifisso viene tolto il drappo che lo ricopre abitualmente.
Gli assedi comunque continuarono facendosi ogni giorno più duri.
Nella precaria condizione in cui versava la città sarebbe stata in altri tempi facile da conquistare eppure il re aragonese non vi riusciva.
L’esercito di Alfonso rimaneva inchiodato fuori le mura di Porta Capuana e non riusciva ad andare oltre ( questo a confermare la validità delle vecchie mura napoletane) mentre le artiglierie del castello di San Martino comunque continuava a fare vittime tra i suoi uomini.
La situazione quindi anche nel campo aragonese non era rosea ed i segni della stanchezza cominciavano a farsi sentire.
Solo il caso o se vogliamo un colpo di fortuna gli fece riuscire nell’impresa di conquistare la città.
Alfonso venne a conoscenza dell’esistenza di un vecchio acquedotto in disuso attraverso il cui condotto si dice entro’ il bizantino Belisario nove secoli prima .Si trattava di un antico acquedotto greco sotterraneo (detto della Bolla ) che dall’esterno passando sotto le mura  sboccavaall’ interno della città, in una casa nei pressi della porta di Santa Sofia.
Un giorno si presentarono al cospetto del re Alfonso due uomini ( Aniello e Roberto ) che avevano lavorato come muratori nell’acquedotto di Napoli. Questi pur di porre fine a questo lungo assedio e a tutte le conseguenze che comportavano riferirono al re della conoscenza di una parte dell’acquedotto abbandonato che sbucava dentro casa di Mastro Citiello ‘ o cusetore ‘ ( il sarto ) che si trovava  dentro le mura della città oltre Porta Capuana, presso Porta Santa Sofia.
Era lo stesso condotto usato da Belisario nel passato.
Il re promise una ricompensa in caso di verità e inviò subito due compagnie armate attraverso il passaggio segreto al seguito dei due muratori per sbucare poi nella casa del sarto.
Nei documenti dell’epoca risulta che ai due muratori e alla proprietaria della casa ( donna Ciccarella moglie di Mastro Citiello) fu concesso poi il pagamento di 36 ducati annui di pensione.
Le truppe spagnole quindi scesero da un pozzo fuori le mura e uscendo dall’acquedotto entrarono in città riemergendo da un pozzo dentro le antiche mura (che oggi si trovano sepolte sotto la cortina di palazzi fra San Giovanni a Carbonara e Via Cesare Rosarrol ) riuscendo così nell’impresa di aprire la porta di Santa Sofia ai loro compagni; una volta entrati Incominciarono subito dopo feroci scontri con le forze angioine ed i combattimenti avvennero un po’ ovunque in città. Lo stesso Renato subito accorso, si battè alla testa dei suoi cavalieri ma soverchiato dal numero, ferito ed in procinto di essere accerchiato dovette ripiegare su Castelnuovo dove si rinchiuse con un pugno di uomini che gli erano rimasti fedeli dove pote resistere solo pochi giorni.
Egli, insieme alla guarnigione francese ed ai cavalieri napoletani che vollero seguirlo ,appena fu possibile, s’imbarcò su due galee genovese che erano accorse sotto le mura del castello e lasciò per sempre la città.
Gli aragonesi saccheggiarono i resti di quello che rimaneva della città sotto gli occhi inerti della popolazione.
Gli aragonesi erano oramai padroni del regno ma il corteo reale però percorse la città solo il 26 febbraio del 1443. Il nuovo re entrò in Napoli su un carro attraverso un varco aperto nelle mura abbattute del Carmine. L’entrata in città fu scenograficamente costruita come un vero trionfo alla maniera degli imperatori romani.
Per esternare il suo trionfo fece poi costruire l’Arco trionfale del maschio angioino, una delle più belle opere del rinascimento italiano.
Cosa resta della famosa casa? Il Celano nel 1962 ci riferisce di un luogo detto ” o puzzo e Santa Sofia ” che era presente nei pressi della chiesa di Santa Sofia nel quartiere San Lorenzo. Questo rudere poi però scomparve sommerso dalla nuova edilizia.
Benedetto Croce cercò a lungo quel luogo e scisse su la rivista Napoli Nobilissima < … mi sono diretto a un cosetore che ha la bottega dalla banda della chiesetta , sperando che in lui rivivesse qualcosa dell’animo di Citiello . Ma il cosetore mi ha consigliato di rivolgermi al lattonaro ch’e viceversa un giovane , m’ha assicurato che proprio la sua bottega fu quella dalla quale sbucarono i soldati di Alfonso e che nelle stanze superiori c’è ancora il pozzo di Ciccarella ……>
A voi la caccia del famoso luogo.

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