OSPEDALI D’ARTE

Nel  centro storico della nostra città’  tra i tanti tesori d’arte presenti , esistono immersi tra i suoi vicoli affollati , dei veri e propri gioielli architettonici rappresentati da antichi ospedali sopravvissuti incredibilmente alle offese del tempo , e all’incuria delle nostre istituzioni politiche. Nascosti tra vecchie chiese e antichi monasteri questi bellissimi secolari ospedali ( alcuni di essi ancora funzionanti ) rappresentano degli autentici scrigni di storia , cultura e scienza  , rimanendo depositari di antichi libri , importanti quadrerie , eleganti marmi policromi, statue,  sculture, decorazioni , fregi  in piperno  e fantastiche fontane . Nel loro contesto troviamo spesso incastonati delle vere e proprie perle architettoniche provenienti dalla mano dei migliori artisti del tempo come Vanvitelli , Vaccaro, Fuga, Lazzari  e tanti altri  importanti personaggi  che si sono esibiti nella costruzione di annesse chiese , cappelle, fontane e meravigliosi chiostri .
Si tratta di un patrimonio storico , culturale , architettonico e artistico di grande importanza della nostra città’, che deve essere conservato protetto e assolutamente rivalutato .A mio parere, la storia di una città, passa oltre che  attraverso la narrazione delle sue vicissitudini storiche, della descrizione dei suoi palazzi, chiese, monumenti, e dei suoi tesori d’arte, anche attraverso la storia dei suoi antichi ospedali che possiamo considerare i veri testimoni di quello che siamo e come ad esso siamo giunti. Purtroppo ad oggi molti di questi istituti versano in uno stato di grave degrado , abbandonati dalle nostre istituzioni e spesso preda di furti e vandalismi vari .
Molti di essi sono stati trasformati in edifici pubblici o privati , alcuni in appartamenti privati  e altri purtroppo ridotti allo stato di rudere.

Il bello e l’arte hanno sempre abitato questi luoghi di sofferenza e la loro storia merita un sincero ricordo .

Incominciamo il nostro racconto partendo dalla collina di Caponapoli dove nacque per far fronte al terribile ” mal francese ” l’Ospedale degli Incurabili.

La sifilide , chiamata all’epoca anche peste venerea , esplose in forma epidemica in città nel 1496  mietendo numerose vittime , dopo la venuta a Napoli dell’esercito francese di re Carlo VIII costituito per buona parte da mercenari provenienti da ogni dove ( fiamminghi , svizzeri , spagnoli , italiani ) e sopratutto con il seguito di alcune centinaia di prostitute destinate al sollazzo dei soldati  ( fu per questo chiamata a Napoli ” lu male francese”).

La tremenda malattia che si trasmetteva con i rapporti sessuali ,veniva vista come il simbolo del peccato ,ed agli orgogliosi francesi non faceva certo piacere essere considerato  il  popolo che per primo aveva trasmesso una micidiale malattia poi diffusasi in tutta Europa e visto che la malattia ad esplodere per prima in forma endemica fu nella citta’ di Napoli , la chiamarono ” mal napolitano “.

La malattia si diffuse in città colpendo numerose numerose persone anche perchè  favorita dal diffuso fenomeno della prostituzione ( femminile ma anche maschile) che in quel periodo raggiunse dimensioni preoccupanti in città. Pensate che il solo numero di prostitute registrate era pari a circa tremila ragazze ( spesso tra i 12 ed i 16 anni ).Le clandestine invece sembra che erano circa il doppio. Il quartiere a luci rosse della citta’ sorgeva in quella contrada fuori Porta Capuana , tra Poggioreale e il borgo di Sant’ Antonio Abate

Pensate per avere idea del fenomeno che nell”Ospedale di Santa Maria della Fede che si trovava vicino all’attuale Corso  Garibaldi  era presente una struttura che arrivo’ ad ospitare e cercato di curare un numero di circa 450 giovane ragazze ricoverate  contagiate e affette dalla sifilide . Esso per secoli è stato un importante un punto di riferimento per le donne affette da malattie a trasmissione sessuale (sorge oggi l’istituto tecnico Alessandro Volta).

Il fenomeno del Meretricio  e delle sue complicanze assillo’ Napoli per molti  anni in quel periodo raggiungendo  livelli allarmanti . In città sorsero ben 60 istituti dedicati all’assistenza e alla cura dei tanti malati affetti dal morbo. La terapia piu’ a lungo usata fu quella a base di Mercurio somministrato sia in pomata che attraverso bevande o infusi vari associata a quella dei bagni sudatori, ma solo il 30 % delle persone riusciva a salvarsi ( e non certo per il mercurio ) .La malattia e la sua emergenza endemica  rientrera’ ma non del tutto secoli dopo e solo con la scoperta degli antibiotici

Con l’aumentare dell diffusione della malattia nacque l’esigenza di costruire una nuova grande struttura per accogliere gli infermi più grande e sopratutto situato in un posto migliore .

Il luogo scelto dalla nobildonna Maria Longo fu la collina sacra di Caponapoli dove abitualmente ci si recava in religioso silenzio  a pregare nella chiesa di Sant’Aniello e nei numerosi monasteri e conventi presenti . Per la sua sacralità questa collina che aveva visto i sepolcri di Sant’Aniello e Santa Patrizia , era infatti  divenuta lentamente nel tempo  un importante punto di riferimento per coloro che ammalati chiedevano miracoli e  cure .Un luogo di preghiera e di accoglienza per la cura dei corpi e delle anime.

Maria Laurenzia Longo  originaria della Catalogna , venne  a Napoli nel 1506 con il marito Giovanni Lonc ( italianizzato in Longo ) , al servizio  di Ferdinando II di’ Aragona . Dopo la  morte del marito , recatasi al santuario di Loreto  riuscì miracolosamente  a guarire da una paralisi che l ‘aveva colpita agli arti  inferiori ( una grave  patologia reumatica ) . Nel pregare promise che se fosse guarita avrebbe dedicato il resto della vita ad assistere gli infermi .

 

 

Dando fondo a tutti i suoi averi , aiutata dalla sua amica Maria Ayerba ,( duchessa di Termoli ) e da altri generosi finanziatori , diede luogo dopo qualche anno  alla costruzione sulla collina sacra di Caponapoli ,del nuovo nosocomio che inizialmente assunse il nome di Santa Maria del popolo degli incurabili.

 

 

Il nuovo Ospedale poichè  inizialmente si impegno’ a cercare di curare la sifilide ( lue),  una malattia a trasmissione sessuale , all’epoca ritenuta incurabile e mortale venne poi in seguito appunto proprio per questo motivo , chiamato Ospedale degli ‘ incurabili’ .Questo nuovo Ospedale vide subito le sue corsie affollarsi di malati  ed in pochi decenni dal momento della sua costruzione divenne subito un importante punto di riferimento per l’intero regno al punto da avere alla fine del XVII secolo oltre 1600 posti letto.

 

La Longo fu rettore dell’ospedale per dieci anni.
Accanto all’ ospedale , vi era una grande voragine che chiamavano ‘piscina’, qui gli ammalati che erano deceduti venivano gettati alla rinfusa . Questa enorme fossa comune , a causa del cattivo odore che da essa proveniva comprometteva gravemente la salubruta’ dell’ aria con conseguente pericolo di infezioni .
Si decise cosi’ di costruire lontano dall’ ospedale un nuovo cimitero ad uso esclusivo che sorse nella zona di San Antonio Abate su disegno di Ferdinando Fuga . Il Cimitero di Santa Maria del Popolo, detto anche “Cimitero delle 366 Fosse”,  che per l’epoca fu considerata una vera e propria opera rivoluzionaria d’ingegneria, a metà tra struttura Sanitaria e centro di Smaltimento che restato  in funzione fino al 1890, si calcola che abbia ospitato circa due milioni e mezzo di salme delle classi meno abbienti .

Questo cimitero fu in assoluto il primo cimitero ad essere costruito al di fuori delle mura cittadine anticipando di circa quarant’anni l’editto napoleonico di Saint Claude  e fu anche ,il primo esempio cittadino , insieme alla realizzazione del  Real Albergo dei Poveri , di  un’area specificamente dedicata ai poveri, facente parte del grande  progetto illuministico intentato  all’epoca  dai borbone per le classi meno abbienti.

 

Maria Longo intanto insieme alla sua amica Maria Ayerba , fece anche costruire accanto all’ ospedale un monastero per le donne impudiche che volevano redimersi ; queste furono poi impiegate per l’ assistenza agli infermi .La Longo , non solo le sottrasse alla strada ma trovò per loro anche un congruo impiego  impiegandole  per l’ assistenza agli infermi ed in special modo per gli affetti da sifilide . Esse , collaborando con medici, cerusici ( barbieri ) sacerdoti e qualche nobile dama , regolate da regole rigidissime , si pigliavano cura dei poveri malati affetti dalla spesso inguaribile sifilide alleviando  le loro sofferenze. 

Sempre infaticabile , fece poi costruire un secondo convento per le religiose dedite alla vita claustrale e infine fondo’ un ordine di suore che chiamo’ delle trentatre’ , perche’ con una bolla papale , il Pontefice aveva concesso alla Longo di elevare il numero delle monache a trentatre’, ( e non potevano essere di numero superiore per nessun motivo ) in omaggio agli anni di vita terrena di Gesu’ .
Nel 1538 la direzione delle monache passo ai frati cappuccini di cui le religiose adottarono le costituzioni ed assunsero il nome ( a Napoli le chiamarono le suore cappuccinelle ) .
Maria Longo passo’ i suoi ultimi anni nel monastero delle trentatre’ e solo nel 1539 , dopo un malore , abbandono’ la carica di abbadessa che ricopriva dalla sua fondazione .( Mori’ nel 1542 ).

 

Prima di ritirarsi nel convento delle 33 , affidò la conduzione dell’ospedale alla sua grande amica  Maria Ayerba ( duchessa di Termoli ) . Questa a sue spese fece costruire una annessa chiesa all’ospedale a navata unica con cupola  affrescata   da  Belisario Corenzio .  I suoi dodici altari laterali avevano dei dipinti fatti da Francesco De Mura , Carlo Sellitto e Marco Pino che oggi sono custoditi presso la farmacia degli incurabili , mentre la belle tela opera di Battistello Caracciolo , raffigurante Cristo che porta la croce è oggi conservata al Museo di Capodimonte .

La chiesa venne chiamata ” Santa Maria del popolo agli Incurabili “e conserva nel suo interno lo stesso sepolcro della nobildonna posto al centro tra i due monumenti funebri dedicati al marito ( Andrea di Capua ) e del figlio Ferdinando ( opera di  Dionisio Lazzari ).

 Lungo la navata,  possiamo notare  epigrafi e tombe  dedicate a medici e ad altri protagonisti della storia dell’ospedale.

 

Facente parte del complesso degli Incurabili è anche l’antica e oggi unica  spezieria ( farmacia ) del settecento in stile barocco- roccocò  rimasta intatta  in Europa .Un  vero  pezzo di storia del settecento napoletano.

 

Essa si  erge maestosa al centro del grande cortile degli Incurabili come una villa che si affaccia nel suo giardino.
Il doppio scalone in piperno conduce alla loggia dove troviamo poi dei bellissimi portali sormontati da vasi e mascheroni diabolici.

 

Questo bellissimo tempio della scienza venne costruito su disegno di Antonio Domenico Vaccaro . Il suo interno invece lo si deve all’ ingegnere Bartolomeo Vecchione che incarico’ le migliori maestranze dell’epoca per realizzare il capolavoro che oggi possiamo ammirare.
Donato e Giuseppe Massa , cioe’ gli stessi del chiostro di Santa Chiara sono gli autori del pavimento in cotto e smalto . Agostino Fucito si occupo’ invece dell’ imponente arredo in legno  che possiamo ammirare.  Sua opera infatti e’ l’imponente bancone in un unico pezzo di radica di noce  dove si vendevano i prodotti ed le due spettacolari alzate di farmacia in legno dorato , ognuna con 66 nicchie dove vasi , vasetti ed ampolle conservano ancora oggi residui di antichi prodotti  farmaceutici.

 

In questo luogo e per lungo tempo si è prodotto la teriaca ,uno dei più famosi e diffusi medicinali  usati in tempi antichi.  Il farmaco considerato da tutti miracoloso veniva prodotto prevalentemente in Italia ,in questa  spezieria e nella città di Venezia  .

Numerose raffigurazioni e simboli particolari lungo le pareti rappresentano  evidenti segni di un trascorso alchemico-massonico della struttura.
Tra i misteriosi messaggi dei grandiosi intagli dorati possiamo infatti notare  agli angoli della Gran Sala raffigurati i volti degli scienziati massoni del tempo.Il dipinto di Pietro Bardellino e’ posto non a caso dinanzi al busto di colui che finanzio’ la costruzione della farmacia , il governatore degli Incurabili Antonio Magiocca.
Il soffitto diviso in due cupole da una trave avvolta da un drappo in stucco ornato con putti mostra anche  un imponente bellissimo dipinto .

 

Nel  chiostro grande ,  caratterizzato da un secolare e gigantesco albero di canfora si trova l’orto medico  che veniva usato dagli speziali dell’Ospedale.
Il chiostro piccolo dove si trovano dei deliziosi affreschi di scuola fiamminga e’ invece un importante luogo storico in quanto e’ il posto dove nacque l’importante accademia degli oziosi e sopratutto e’ il luogo dove si organizzo’ la famosa rivolta giacobina.

 

Tra le numerose attivita’ di assistenza si trovava , presso l’Ospedale degli incurabili , la ” casa di Tonia “, un centro di accoglienza per donne incinte abbandonate e ragazze madri in difficolta’ .

 

 

Un altro ospedale legato al dilagante fenomeno della prostituzione in città  è quello dell’Ascalesi. 

L’Antico nosocomio che si trova tra i vicoli della duchesca  era infatti inizialmente  un antico monastero fatto costruire dalla regina Sancia  di Maiorca per accogliere donne pentite dedite precedentemente alla prostituzione . Il monastero che venne chiamato di Santa Maria Egiziaca ( al fianco delle chiesa di Santa Maria Egiziaca all’Olmo)  fu costruito principalmente  per ampliare l’accoglienza del complesso della Maddalena, nell’ospitare   prostitute pentite che si dedicavano poi  al suo interno una volta convertite  all’assistenza sanitaria delle moltissime persone che in città’ venivano affette dalle malattie a trasmissione sessuale e sopratutto dalla sifilide.

La regina volle dedicare chiesa e monastero a Santa Maria Egiziaca che era stata peccatrice come la Maddalena e che aveva poi trascorso quarantasette anni di asprissima vita eremitica nel deserto d’Egitto. Col tempo il monastero perse gradualmente il suo carattere assistenziale e ospitò oneste donzelle e figlie della nobiltà cittadina ingrandendo considerevolmente il suo patrimonio.

Successivamente venne trasformato in ospedale e già’ durante la sua costruzione,  alla struttura venne attribuito il nuovo nome di Ascalesi ( allora vescovo della città’ ) .La  struttura sanitaria era specializzata soprattutto nella cura della tigna (una malattia parassitaria della pelle).

 

Complesso monastico della ” Maddalena”,anch’esso  fondato dalla Regina Sancha di Maiorca , moglie di re Roberto d’Angio’  fu molto attiva in tema di carita’ in città e si attivò molto per cercare di arginare il dilagante fenomeno della prostituzione  fondando e costruendo numerosi edifici  destinati al recupero delle ragazze sottratte alla strada  .
( la prostituzione all’ epoca era una fenomeno diffusissimo, basta pensare che gia ‘a all’epoca Sveva l’attivita delle meretrici venne addirittura tassata).

Attualmente l’unico ambiente rimasto integro dell’antico monastero è il chiostro e l’ ingresso, dove troviamo i tre busti in stucco di Sant’Agostino, Santa Monica e di Santa Maria Egiziaca. Fortunatamente è invece rimasta a noi nonostante lo scampato pericolo di essere abbattuto durante i lavori del Risanamento la bellissima chiesa di Santa Maria Egiziaca .

I vari rifacimenti nel tempo hanno conferito  alla chiesa uno stile  barocco,  a unica  navata con cappelle circostanti. I lavori  del Risanamento che formarono l’attuale Rettifilo ( corso Umberto  la chiesa, che prima affacciava sulla piazza dell’Olmo, conservò l’antico ingresso e ottenne una facciata laterale, , parallela alla nuova strada.

Chiesa di Santa Maria Egiziaca a Forcella interno

 

 

Nel suo interno spiccano i quattro organi e il piccolo coro decorati, oltre ad alcune tele dei maggiori pittori del barocco napoletano come  Paolo De Maio e  Francesco Solimena (Madonna e i Santi Angelo e Chiara di Montefalco e San Gaetano e San Francesco). Il suo bell’altare maggiore  è invece opera di Gennaro Ragozzino e presenta una tela di Andrea Vaccaro ( La comunione di Santa Maria Egiziaca ) mentre ai lati dell’altare troviamo due dipinti di Luca Giordano ( La Conversione e La fuga della Santa dall’Egitto)

All’interno, sulla prima cappella a sinistra, una statua d’argento  rifinita in oro contiene  anche una reliquia  della Santa.

 

Santa Maria Egiziaca a Forcella - Ospedale Ascalesi

 

Di fronte all’ingresso dell’ospedale c’è l’antica fontana della Scapigliata.

 

Essa venne  su disegno di Giovanni da Nola  per volontà del viceré  Don Pedro de Toledo ed in  origine fu denominata della Scompigliata, per il particolare getto d’acqua che fuoriusciva e andava ad infrangersi suuna  pietra a forma di scoglio che era  posta al centro della vasca . Successivamente il popolo ne corruppe il nome in ‘Scapigliata’ .

 

Nel tempo purtroppo lo scoglio andò distrutto e sostituito da una colonna sormontata da uno stemma rivolto verso l’ospedale.

Accanto, vi è un’altra fontana, quella del Capone sempre opera di Giovanni da Nola ; essa era inizialmente caratterizzato da tre mascheroni di cui uno solo , più grande in marmo bianco è oggi sopravvissuto, mentre gli altri due che erano in bronzo  sono purtroppo andati perduti).

 

A Napoli in quell’epoca si contavano quasi una ventina di complessi religiosi che oltre all’assistenza spirituale offrivano quella sanitaria affiancata da altri enti caritevoli  che pure si prendevano cura dei malati , tanto da colpire l’attenzione di Sant’ Atanasio che la definira’ ” città’ di misericordia e di pieta’ “.
Nei secoli successivi il fenomeno crescera’ esponenzialmente fino ad esplodere nell’ epoca barocca quando le strutture legate alla fede cristiana si moltiplicheranno fino a raggiungere nel 700 un patrimonio religioso immobiliare che rappresentava un quarto dell’ intero patrimonio edilizio del Regno di Napoli , la maggior parte di questi gestito dai potenti gesuiti (
nel periodo francese furono soppressi ben 1322 monasteri)

Questo spiega perchè nel 1767 sulla falsariga di quanto fatto da Carlo III in Spagna , furono cacciati i gesuiti dal regno e i loro beni finirono nelle casse borboniche ( quasi sei milioni di Ducati , all epoca considerata una bella cifra )

1 ducato = 50 euro.

I tanti complessi religiosi presenti in città , sorti sopratutto sotto i sovrani angioini  (Santa Maria La Nova , San Lorenzo, Santa Chiara , Sant’Antonio Abate ) divennero  per lungo tempo luoghi  ricchi di studiosi di alchimia, botanica,, farmacia e medicina grazie anche alla presenza in essi  fin dal VI secolo di un gran numero di monaci e monache che fuggiti da Costantinopoli cercavano riparo e accoglienza dopo il grande esodo  scatenato dalla persecuzione inoclasta voluta dall’Imperatore Leone III.
Le strutture monastiche – conventuali oltre a custodire e preservare i pochi libri allora esistenti crearono le prime strutture di assistenza sanitaria ( i cosiddetti Hospitali ) che in città’, sopratutto nel periodo angioino ed aragonese si moltiplicarono un po’ ovunque, In questi luoghi  nei loro incredibili  orti botanici si coltivavano erbe dalle proprieta’ medicinali provenienti da ogni parte del mondo , e si creavano di conseguenza preziosi medicamenti che poi venivano distribuiti gratuitamente  in cambio della sola  elemosina .

Medicina e farmacia furono quindi per lungo tempo , appannaggio quasi esclusivo dei religiosi e in particolare di alcuni ordini monastici , in primis i benedettini : le loro sedi erano sempre fornite di spazi destinati al ricovero e alla cura degli infermi .Dopo i benedettini erano i monaci domenicani quelli che maggiormente erano dedite alla formazione di prodotti medicali grazie sopratutto alla spezieria presente nel convento di San Domenico Maggiore che era una delle piu’ importanti del Regno e per lungo tempo ‘ l’ unica riconosciuta nell’intero Regno.

Ai monasteri ci si rivolgeva per aver qualche rimedio terapeutico proveniente dalle erbe medicinale dei loro orti presenti nelle loro spezierie che inizialmente erano gratuite e che invece successivamente divenne per alcuni fonte di lucro e costrinse il papa Clemente XIII ad emettere  nel 1773 una Bolla con la quale  proibiva  l’esercizio della professione di ‘ speziale ‘ all’interno degli Ordini religiosi .

La piu’ antica spezieria fu creata intorno al XI secolo nel complesso dell’ Ordo Sancti Benedecti che sorgeva a ridosso del mare e che nel tempo avrebbero raccolto anche le chiese di Sant’Arcangelo degli Armieri e di San Giovanni in Corte.

I benedettini  ebbero in incarico anche l’importante ruolo di difensori delle catacombe di San Gennaro e Sant’Agrippino .Essi infatti fondarono in  epoca ducale grazie al  vescovo  Atanasio I ( figlio del duca Sergio I di Napoli )  un monastero fuori le mura della città , presso la Basilica di  San Gennaro  exstra moenia che aveva il compito di sorvegliare e proteggere le importanti catacombe dove erano stati deposti i sepolcri dei due santi.

Tutto questo perchè precedentemente (nell’831 )  il principe longobardo di Benevento Sicone I , assediando per l’ennesima volta Napoli , e assestandosi fuori le mura , approfittando del fatto che le catacombe erano  incustodite si era impossessato delle reliquie di San Gennaro trasferendole nella sua sede episcopale .

A furto avvenuto si pensò bene di proteggere le restanti reliquie di San Gennaro , San Agrippino e San Gaudioso traslandole nella Basilica di Santa Stefania , dove poi sorse il Duomo di Napoli e proteggere le catacombe  costruendo un monastero affidato ai padri benedettini . Ma le catacombe senza le spoglie dei santi persero l’attenzione dei tanti pellegrini viandanti e dopo poco tempo furono dimenticate e abbandonate .

 

Il monastero invece per volontà del cardinale Carafa venne trasformato nel XV secolo in un ospedale che divenne presto famoso in città per l’assistenza che offriva sopratutto ai poveri  e  ai  pellegrini malati.

 

Ma andiamo per ordine .Dovete sapere che nella seconda meta’ del 700 , Napoli era la terza citta dopo Parigi e Londra piu’ grande e popolosa d’Europa ( grande il doppio di Milano ed il quadruplo di Roma ) raggiungendo quasi 480 mila abitanti .La città era molto bella ed almeno apparentemente le cose sembravano belle a vedere : monumenti , castelli, palazzi , fontane , chiese , monasteri , e numerose opere d’arte servivano per fare belle figura agli occhi dell’intera Europa .

Ma in strada tra la gente ed il popolo le cose non andavano poi così tanto bene , oltre al diffusissimo fenomeno del meretricio di cui vi abbiamo già parlato era anche dilagante il triste fenomeno  dell’infanzia abbandonata che divenne divenne una vera piaga in città e di cui dopo parleremo.

Intorno all’ostentato lusso e alla magnificenza spagnola ,esisteva sopratutto nei quartieri più bassi una situazione di totale degrado aggravata da un sovraffollamento senza precedenti : povertà, sporcizia , miseria  e cattive condizioni igieniche aggravata da un non ancora esistente adeguato sistema fognario , caratterizzavano i più affollati  rioni della città .

Il governo spagnolo vietava di edificare al di fuori delle mura e questo creò ad avere un esorbitante numero di persone ( 450 mila ) tutti rinchiusi in un limitato perimetro cittadino delimitato da alte mura e serviti da un insufficiente riserva d’acqua .

Molte di queste persone vivevano in povertà ed erano venuti in città da molti casali e paesi spinti da una importante eruzione del Vesuvio che li aveva rimasti senza casa e lavoro ( quasi 44 mila senza tetto ) preda di una terribile carestia. Questo contribuì ad aumentare la già elevata densità abitativa da tempo sofferente dal punto di vista igienico-sanitario rendendo così maggiormente esposti a gravi rischi di malattie l’intera popolazione .

In questo clima, già di per sé molto difficile, il morbo pestilenziale rappresentò il colpo di grazia. Le precarie condizioni igieniche unite a fattori quali l’elevato numero di animali e il cattivo stato delle strade contribuirono a facilitare la diffusione del contagio portato dalle navi sarde (in Sardegna  si trovava il  quartier generale delle truppe del vicerè di Napoli). Da questo luogo  una delle navi infette partita dall’isola sarda , giunse al porto di  Napoli . Uno dei soldati presenti sulla nave , sentitosi male durante il viaggio, una volta sbarcato,  fu ricoverato nell’ospedale dell’Annunziata, dove gli venne diagnosticata la peste dal medico Giuseppe Bozzuto.

Il medico quando diede l’allarme, fu però messo a tacere e successivamente imprigionato nel carcere della Vicaria perché, a parere del vicerè aveva diffuso false notizie ( la notizia doveva restare segreta ). Il povero medico morì poi di peste in carcere, ed i suoi colleghi, onde evitare di finire anch’essi imprigionati, non solo non denunciarono la malattia, ma non  provvidero nemmeno a distruggere tutto ciò che era appartenuto ai deceduti. Di conseguenza la popolazione continuò ad essere tenuta all’oscuro di tutto, e  nessun provvedimento venne preso.
 A quel punto il contagio iniziò a diffondersi  a macchia d’olio in tutta la città e incominciò a farsi sentire sopratutto nei quartieri più affollati e più degradati da un punto igienico- sanitario come quelli del Porto , della Vicaria ,del Lavinaio e del Mercato .
La peste trovò nei poco puliti  quartieri e nei suoi bassi un terreno  fertilissimo e nel maggio del 1656 , l’evento esplose in tutta la sua drammaticità favorito da un sistema fognario inadeguato, numerosi animali in giro per le strade e condizioni igieniche precarie .Intere famiglie cominciarono ad essere sterminate dal morbo. Centinaia  di persone incominciarono a morire ogni giorno e le strade cominciarono ad apparire lastricate di cadaveri.
Nelle strade venivano bruciati gli oggetti appartenenti agli appestati per distruggere l’infezione e nelle grandi piazze si scavavano grandi fosse comuni .Per seppellire le troppe vittime furono addirittura liberati prigionieri carcerati.
La risposta del clero fatta da  processioni, e  preghiere collettive favorì soltanto la peste aumentando a dismisura le occasioni di contagio.
Il governo invece solo tardivamente (23 maggio ) riconobbe ufficialmente la peste decidendosi a, costituire una Deputazione della Salute e ad emanare le prime prammatiche .
Uno delle grandi colpe del governo fu certamente quella di permettere inizialmente un massiccio esodo ( un terzo della popolazione ) da Napoli verso le altre provincie o città contribuendo così al diffondersi dell’epidemia in ogni terra del Regno. Tra i primi provvedimenti  fu quindi istituito un cordone sanitario con la proibizione per chiunque di entrare o uscire da Napoli senza i “bollettini di sanità” firmati dai Deputati della salute.
In seguito ad  altri provvedimenti poi emanati  vennero sigillate ,le abitazioni dei morti appestati , e ai parenti fatto obbligo di restar chiusi nelle case, mantenuti a spese del governo. I mobili e gli abiti dei defunti vennero bruciati, venne fatto divieto di seppellire i cadaveri nelle chiese, e venne  vietato abbracciare  infetti o morti, mentre coloro che erano  ammalati vennero condotti, anche contro la loro volontà, nei lazzaretti o negli ospedali. Gli ammalati venivano portati nel lazzaretto con carri tinti di rosso e provvisti di campanello .

Il vicerè ordinò a tutti i medici di restare in città per dare una mano negli ospedali e sopratutto nei vari lazzaretti , a cominciare dai più affollati quali quelli di  Santa Maria del Loreto , San Gennaro e l’Ospedale della Pace .
I medii per evitare di contagiarsi erano soliti usare una curiosa maschera con tanto di occhiali ed un curioso lungo becco che conteneva al suo interno delle spezie per filtrare l’ aria .
 Il  lazzaretto più usato fu l’ospedale di S. Gennaro ubicato vicino alla chiesa della Sanità,  facilmente raggiungibile da ogni quartiere e più vicino alle grandi caverne dove venivano seppelliti i morti.
Somme considerevoli vennero spese per comprare medicinali, quali aceto e verderame per disinfettare tutto ciò che veniva toccato, sedie per trasportare gli ammalati e tela per fabbricare cappucci e lenzuola.
Furono istituite per i trasgressori. misure drastiche come la pena di morte.
 Ma queste misure arrivarono troppo tardi quando oramai si contavano duemila,  tremila, e talvolta anche cinquemila vittime al giorno. Alla fine  le persone che morirono per la peste furono tantissime , quasi trecento mila e lascerà in città un segno indelebile sconvolgendo addirittura antropologicamente il napoletano che modificherà il suo aspetto fisico in conseguenza del fatto che la città venne poi ripopolata da un grande esodo di persone provenienti da desolate campagne e lontani casali che avevano un aspetto morfologico molto diverso da quello tipico napoletano.
L’ Ospedale  San Gennaro  insieme alla chiesa ed un monastero di benedettini  fu edificato nel lungo canale di tufo del borgo Vergini – Sanita’ , che taglia le colline dei camaldoli e dei colli Aminei . Un  vallone utilizzato gia’ dall’ epoca greco romana come luogo di sepoltura che venne considerato sacro e miracoloso dai napoletani , specialmente dopo i ritrovamenti delle catacombe paleocristiane  di San Gennaro e San gaudioso.
Inizialmente fu costruita la sola Basilica di San Gennaro , che venne fuori dalla fusione delle due preesistenti strutture dedicate una a Sant’Agrippino ( primo santo patrono della città’) e l’altra a San Gennaro .
La Basilica conservo’ le spoglie di San gennaro fino al IX secolo ed era considerato un edificio miracoloso (sovrannaturale ) per le miracolose guarigioni attribuite alle vicine catacombe dei due santi . Dopo la traslazione delle spoglie del santo fu per lungo tempo abbandonato e solo nel 1468 per ordine del cardinale Oliviero Carafa fu riattivato ma solo come luogo di ricovero per coloro affetti da peste. Tale lazzaretto  fu in seguito ampliato e munito di un ospedale ( attuale ospedale di San Gennaro dei poveri ) ed un ospizio dedicato ai santi Pietro e Gennaro  ( le statue dei due santi , opera del Fanzago si trovano sulla facciata esterna dell’edificio ).

La Basilica , a tre navate costituisce un raro esempio di architettura paleocristiana con tratti orientali e stile tardo gotico.Artisticamente oggi la basilica appare  spoglia in quanto molte delle sue opere, compresi i  i resti del ciborio trecentesco che erano murati nell’abside,  sono stati trasferiti per motivi di sicurezza nel Museo civico di Castel Nuovo.

Affreschi dell’atrio di Andrea Sabatini

 

La chiesa è preceduta da un atrio, decorato con affreschi che le fonti attribuiscono ad Andrea Sabatini ,un  pittore attivo a Napoli nel secondo e terzo decennio del Cinquecento. Il recente restauro ha permesso di identificare meglio le scene che illustrano episodi della vita di San Gennaro. Una di queste, che rappresenta San Gennaro che ferma la lava del Vesuvio, contiene quella che può essere considerata una delle più antiche raffigurazione del vulcano simbolo della città di Napoli.

La chiesa  con annesso Ospedale   si trovano in un luogo che possiamo definire”speciale ” della nostra città’ in quanto da oltre duemila anni e’ legato alla preghiera e allo strano ma affascinante rapporto che hanno i napoletani con la morte.
In questo luogo oltre alle già’ citate catacombe di San Gaudioso e San Gennaro  , vi sono state scavate anche numerose caverne poi trasformati in ossari come il famoso cimitero delle fontanelle.

 

Un altro importante lazzaretto si trovava come detto presso  L’Ospedale di Santa Maria del Loreto  , che prendeva il nome  dalla vicina chiesa intitolata alla Madonna del Loreto .Nonostante esso si trovava  fuori dalle mura della città   divenne presto un importante punto di riferimento per tutti gli ammalati in città.

Inizialmente la struttura , fondata da Giovanni di Tappia ,non era un ospedale ma solo una struttura   dedicata alla cura dei piccoli di entrambi i sessi abbandonati o poveri che poi  venne trasformato in un’importante conservatorio.   Divenne un famoso luogo che vide tra allievi e maestri passare tra le sue stanze personaggi come : Domenico Cimarosa, Alessandro Scarlatti, Giovanni Battista Pergolesi, Francesco Durante , Francesco Provenzale , Nicola Porpora , Giovanni Fischietti , Francesco Mancini e tanti altri .
Questo iniziale  seminario di orfanelli  divenne all’epoca  molto conosciuto in citta’perche i suoi piccoli abitanti li vedevi spesso con la loro piccola divisa chiedere l’elemosina per strada  .La divisa era costituita da una sottana lunga e bianca sormontato dalla ” bizarra’ ( un pesante  soprabito con mantellina) e un particolare cappello a falda larga.
Il ricavato della questua fatta da questi piccoli ragazzi era la sola principale fonte di reddito dell’orfanotrofio ( la speranza era qualche lascito di nobili aristocratici ).
Gli orfanelli erano perfettamente organizzati ed i loro compiti ben divisi : Le cosiddette ” paranze ” erano quei gruppi di circa 15-20 bambini che vestiti da angeli ( gli angiulilli ) avevano il compito di  seguire le processioni , vegliare i defunti o assistere i malati .I  ” cercatori de fuora ” erano quelli che dovevano girare per le strade e questuare , mentre i “cercatori de chiesa ” erano quelli che dovevano andare nei  i luoghi di culto per elemosinare .  A tutti i bambini piu’ piccoli era garantita dai padri Somaschi un’ istruzione in scienze , grammatica e religione , mentre ai ragazzi piu’ grandi veniva insegnato un mestiere assegnandoli per l’apprendistato di minimo sei anni ad un artigiano della città’.
Come dicevamo dal 1633 , l’orfanotrofio venne poi trasformato in conservatorio musicale  e divenne molto famoso in tutto il regno . Grazie ai suoi maestri , fu a lungo considerato il miglior posto dove imparare l’arte della musica e incomincio’ ed essere frequentato non piu’ da soli orfani ma da giovani allievi che pagavano una retta .
Arrivo’ ad ospitare ben 150 allievi all’anno ed i loro concerti sacri attiravano in massa un numero sempre maggiore di ascoltatori.
Ma il buon Ferdinando non era così sensibile al buon canto come il padre e la sua intolleranza alla musica e alle questioni artistiche trasformera’ il conservatorio in un ospedale militare  che con il tempo , una volta ampliato dal suo successore diverrà uno dei centri di riferimento per le vittime delle numerose epidemie che sconvolsero la città’ in quei tristi anni .
L’Ospedale era diviso in due piani ed aveva  nel suo interno un importante reparto chirurgico gestito per un tempo dal grande professore Francesco Petrunti che ebbe tra i suoi pazienti  re Gioacchino Murat , operato di ernia inguinale e re Francesco II.
L’ Ospedale possedeva anche un magnifico Museo di Anatomia che attirava dall’estero un gran numero di medici e curiosi . Esso venne gestito da un altro grande medico di quei tempi , il professore Pietro Ramaglia.
L’ Ospedale Santa Maria del Loreto venne completamente distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale . Sullo stesso luogo verra costruito poi l’attuale Ospedale del Loreto Mare .

 

Altro importante lazzaretto dove in passato come abbiamo visto venivano accolti lebbrosi ed appestati della città , fu quello appartenente al  complesso monumentale di Santa Maria della Pace che  si trova lungo via Tribunali nei pressi di Castel Capuano .

Questo ospedale nacque nel 1587 ad opera dei frati ospedalieri di San Giovanni di Dio , detti Fatebenefratelli , che erano giunti a Napoli al seguito dei conquistadores spagnoli per occuparsi dell’ospedale degli spagnoli San Giacomo , che sorgerà nel 1540 nell’attuale Piazza Municipio (la struttura infatti sarà poi demolita per costruire il palazzo San Giacomo che oggi ospita l’amministrazione comunale).

 

Palazzo San Giacomo deve il suo nome al fatto che precedentemente sorgeva appunto al suo posto un convento ( commissione di Pedro de Toledo ) con funzioni di ospedale destinato alle cure degli infermi e degli indigenti di nazionalita’ spagnola.
Per supportare economicamente il complesso nacque il Banco di San Giacomo ( che venne soppresso insieme a chiesa e ospedale da Gioacchino Murat nel 1809) poi accorpato e trasformato con la restaurazione borbonica nell’antenato del Banco di Napoli , il Banco delle due Sicilie.
Nel 1816 re Ferdinando I decide di costruire un nuovo palazzo per i suoi ministri e sceglie l’ area di un complesso appartenente alla confraternita dei nobili spagnoli di Santiago .
Questi era formato da una chiesa del 500 ( di San Giacomo degli Spagnoli ) , un carcere per gli spagnoli ed il banco di San Giacomo . Tutti questi edifici furono abbattuti meno la chiesa tutt’ora incorporata in quello che e’ chiamato Palazzo San Giacomo dove si trova  il sepolcro di don Pedro de Toledo eseguito da Giovanni di Nola .

 

I frati spagnoli mentre erano impegnati presso l’ospedale San Giacomo decisero di allargare la loro attività ospedaliera e a tal proposito decisero  di acquistarono  l’antico quattrocentesco palazzo nobiliare di Ser Gianni Caracciolo, gran Siniscalco del Regno e amante della Regina Giovanna II ,per  trasformarlo in un ospedale specializzato sopratutto nelle malattie veneree  e della pelle che fu  chiamato dei Frati Ospedalieri di San Giovanni di Dio o meglio ” ospedale della Pace ” .

 

La struttura dell’antico palazzo è ancora visibile nel portale d’ingresso, costituito da un grande arco in stile gotico fiorito. Al suo interno troviamo sviluppati  intorno a due antichi chiostri ,  oltre all’ antico ex ospedale della Pace con annesso ” lazzaretto ” anche una bellissima chiesa dedicata a Santa Maria della Pace ( chiamata così perché la Vergine potesse concedere la pace a tutti i cristiani dopo la fine della guerra tra Filippo IV re di Spagna e Luigi XIV , re di Francia ).

 

 

La Chiesa , a navata unica, con tre cappelle per lato,  mostra dei magnifici affreschi ed una bellissima tela di Francesco Solimena oltre che un bellissimo  pavimento  in piastrelle maiolicate e cotto opera di Donato Massa su disegno di Domenico Antonio Vaccaro. L’abside è opera di  Nicola Tagliacozzo Canale. Nel 1732, a causa dei danni subiti dal terremoto venne restaurata da Domenico Antonio Vaccaro .

 

La splendida  Sala del “Lazzaretto”,  e’ stata così definita proprio per la tipologia di malati che un tempo ospitava .La sala  fu infatti usato per accogliere ed assistere i lebbrosi e tutti i cittadini colpiti da malattie infettive come la peste o il vaiolo.
L’ampio salone misura 60 metri di lunghezza per 10 metri di larghezza ed è alto 12 metri.
Il posto racconta una storia di tristezza e di forte disagio sociale ; lo rivela ancora oggi il ballatoio che corre a meta’ altezza lungo le pareti dello stanzone: una sorta di balconata sospesa a mezza altezza da cui medici e inservienti “calavano” cibo e bevande agli infetti senza venire in contatto con loro, in modo da non avvicinarsi troppo ed evitare   di essere contagiati .

 

L’assistenza al piano terra era assicurata da medici e infermieri che si proteggevano dalle malattie indossando una maschera con un lungo naso adunco, che conteneva erbe e sostanze le quali si pensava filtrassero l’aria infetta.
Sullo sfondo , nella parte terminale , è ancora possibile ammirare un pregevole altare di marmo (del XVIII secolo), che separava la Sala dalla zona retrostante che un tempo era destinata a gabinetto medico.

 

La volta e la zona delle finestre spiccano anche per i pregevoli affreschi con i medaglioni che raffigurano i frati di  San Giovanni di Dio) e sulla volta i quadranti con scene di vita di Santi e Vergine Maria dipinti da Andrea Viola e Giacinto Diano . Un autentico gioiello , con un ciclo di affreschi bellissimi , ricco di storia dove  fino agli anni Settanta del Novecento, erano collocati i letti per i degenti.

 

L’ Ospedale rimase in funzione fino al 1970 , quando divenne sede del Tribunale penale e la sala del Lazzaretto fu divisa per ospitare tre aule di Corte di Assisi .In seguito , sotto la tutela della sovraintendenza dei beni ambientali n importante edificio storico  occupato da uffici della Municipalità.

Un’altra vera piaga , sopratutto nella Napoli dell’800 , fu in  città il triste fenomeno riguardante l’ alto numero dei bambini abbandonati associato a quello dell’infanticidio  e per risolvere questo  fenomeno le istituzioni locali pensarono bene  di  istituire  la famosa ruota degli esposti tenuta presso il complesso dell’Annunziata ( chiesa ed ospedale )  che divenne in poco tempo uno dei più importanti enti assistenziali della città. Questo complesso  si prodigo’ molto per evitare il fenomeno dell’infanticidio e  dell’abbandono dei neonati, riuscendo ad accogliere migliaia di  orfani e trovatelli e  ad assistere fino a cinquecento malati al giorno .

La ruota era posta in corrispondenza della facciata esterna dell’edificio dove in una buca si trovava una sorta di barile rotante cavo in cui veniva deposto , in forma anonima e senza essere visti dall’interno,i cosidetti  “‘esposti”, cioè i neonati abbandonati  di genitori ignoti (da cui il cognome “Esposito” – dal latino ex positus , cioè abbandonati).

Al suono di una campanella veniva poi fatta girare la ruota, che trasportava così il neonato all’interno dell’edificio per affidarlo in una stanza di accoglienza alle prime cure di suore . I bambini venivano raccolti all’interno dell’edificio da balie pronte ad intervenire ad ogni chiamata e venivano lavati in una vasca situata accanto alla ruota che fungeva sia da lavatoio cha da fonte battesimale.

 

Spesso insieme al neonato, soprannominati“figli della Madonna“, erano così denominati in quanto i genitori li “esponevano” alla misericordia di Maria, da cui anche l’origine etimologica del cognome ) veniva deposta una moneta spezzata, un foglio di carta con il nome dei genitori o comunque qualcosa che potesse consentire in futuro un eventuale ricongiungimento ; altri non avevano nessun segno .Tutto quello che indossavano e qualsiasi segno particolare ( aspetto fisico, colore, giorni o mesi di vita, segni particolari ) veniva  annotato in un apposito libro per  rendere più facile un eventuale riconoscimento un domani da parte dei genitori.

Prima di essere affidati alla nutrice, al collo dei piccoli veniva legato un laccetto con una placchetta di piombo sulla quale erano incisi, da un lato, il numero di matricola ( chiamato “merco ” , dalla marchiatura a fuoco del bestiame ) e dall’altro l’immagine della Madonna (Madonna de Repentiti). All’esterno, al di sopra della ruota, vi era un puttino di marmo con la scritta: “O padre e madre che qui ne gettate / Alle vostre limosine siamo raccomandati”.

Purtroppo spesso si cercava di infilarci dentro anche  bambini troppo grandi e poichè lo spazio era tarato su dimensioni dei neonati , capitava talvolta che si praticavano gravi lesioni ai bambini oppure deformazioni permanenti o addirittura persino traumi letali.

 

L’Ospedale dell’Annunziata , dove peraltro si registrò il primo caso della terribile peste del 1656, si caratterizzo per l’assistenza alle donne incinte e ai bambini abbandonati per i quali si creò un ospizio .Gli ospiti di questa istituzione venivano chiamati “figli della Madonna”, “figli d’a Nunziata” o “esposti” e godevano di particolari privilegi.

 

La sua nascita si deve al buon cuore dei sovrani angioini spinti dalle continue segnalazioni dei pescatori di Napoli che denunciavano di trovare sempre più spesso nelle loro reti i corpicini dei neonati gettati in mare dopo il parto , un pò come avveniva a Roma con il Tevere.

Papa Innocenzo III , secondo un racconto istituì  nell’Ospedale di Santo Spirito in Sassia una ruota per accogliere i bambini detta “dei Projetti “,(dal latino proiectus cioè gettar via) ,perchè pare tormentato da ricorrenti sogni in cui gli apparivano cadaveri di neonati ripescati nelle reti dei pescatori del Tevere (notate che Proietti è il cognome più diffuso a Roma ).

Questo luogo deputato per l’abbandono di figli indesiderati o nati in famiglie troppo povere, per anni ( fu chiuso definitivamente nel 1875 ) risultò l’unico sistema per evitare di trovare neonati abbandonati in cassonetti o per strada o ancora peggio nelle fogne o nelle discariche .A questo complesso erano collegati l’Ospedale di Tripergole ( Pozzuoli ), poi distrutto dall’eruzione del Monte Somma , l’Ospedale della Pietatella a San Giovanni a Carbonara , l’Ospedale San Gennaro all’Olmo , l’Ospedale di Sant’Attanasio (dove oggi si trova la cappella del tesoro di San Gennaro )e l’Ospedale di Sant’Antonio di Vienna che faceva parte del complesso di Sant’Antonio Abate nell’attuale via Foria.

 

Ma in questa struttura vi affluivano anche i neonati abbandonati nei reparti di maternità dell’Ospedale degli Incurabili e dell’Ospedale della Pace ed il numero dei neonati abbandonati e raccolti in questo istituto divenne altissimo ( oltre tremila l’anno ).

La cosa triste è che molti di questi bambini , secondo alcuni dati quasi la metà ,non sopravvivevano all’interno dell’istituto , sia per l’impossibilità di garantire una dose sufficiente di latte e sia per le poche medicine presenti a fronte dell’alto numero di infezioni a cui i bambini andavano incontro spesso dovute al degrado e alle pessime condizioni di vita a cui erano sottoposti i poveri orfani.

Le cronache del tempo raccontano anche di numerose violenze subite dagli orfani nei brefotrofi. Alcune monache  furono protagonisti di numerosi episodi vergognosi ed illeciti perpetuati a scapito sopratutto delle giovani ragazze  considerate inquiete o disobbedienti nei loro confronti . Il loro abuso di potere nei confronti delle giovani esposte si concretizzò con l’uso  di manette , ceppi , cibo a giorni alterni , frustate e altri tipi di castighi a noi inimmaginabili.Nei casi più gravi le ragazze secondo loro più indisciplinate  erano spedite addirittura nel  carcere minorile del Real Albergo dei Poveri ( serraglio ) che arrivò ad accogliere fino a ottomila giovani reclusi (per fronteggiare l’emergenza dell’Annunziata dopo i sette anni di vita i maschi dal 1806 venivano trasferiti nell’Albergo dei poveri , considerato una sorta di reclusorio con pessime condizioni di vita).

Le ragazze venivano divise dalle suore in due gruppi , LE ELETTE ( fortunate ), al massimo 100,   che potevano accedere all’Alunnato della casa dove vi erano ambienti puliti , la scuola, ed un comodo dormitorio ) e TUTTE LE ALTRE ( REPROBE ),  alloggiate al piano terra in stanze fredde e sporche infestate da insetti dove continuamente sorvegliate venivano sfruttate dalle suore senza qualsiasi accenno di calore umano e carità cristiana .Fortunatamente molte di queste suore, una volta scoperte   furono poi condannate al carcere con grande scandalo dell’istituto.

 

La chiesa dell’Annunziata ,realizzata nel XIII dagli angioini distrutta quasi completamente nel 1757 da un grande incendio fu  restaurata nel 1760 da Luigi Vanvitelli ( e successivamente dal figlio Carlo) . Con la sua scala a doppia rampa con balaustra ed il suo portone in legno decorato con puttini e stemmi sacri , rappresenta un vero  piccolo gioiello architettonico sottostimato dai stessi napoletani .

 

 

 

Per consentire le celebrazioni religiose anche durante i lavori di ricostruzione, il Vanvitelli realizzò una chiesa sotterranea, indipendente da quella superiore, anche se posta in corrispondenza della cupola. Si tratta di un ambiente particolarissimo e assai suggestivo: seminterrato, rispetto al livello del cortile, a pianta circolare e a volta ribassata, con sei nicchie-altare nelle quali Vanvitelli sistemò alcune delle sculture sopravvissute all’incendio della chiesa cinquecentesca.

Il cortile esterno come già precedentente detto mostra due belle fontane del 500 , opera di Giovanni da Nola , ovviamente purtroppo non funzionanti ed in parte  abbandonate ( La fontana del Capone e la Scarpigliata  ).
Molto bello il suo cupolone con il campanile e il caratteristico orologio .

 

Nel suo interno vi hanno lavorato alle tele , agli affreschi e alle sculture i migliori artisti dell’epoca e purtroppo molte di queste opere sono andate perdute o rubate , cosa abituale per le nostre chiese abbandonate dalla sovraintendenza e dalle autorita’ preposte .

Nell’ Ospedale dell’Annunziata venne registrato anche il primo caso di colera che colpì la città alla fine dell’ 800  e precisamente nel 1884. Il morbo colpì  Napoli come tutto il resto dell’ Europa partendo da Tolosa dove erano giunte navi dall’oriente ma esplose nella nostra città  favorito  precarie condizioni igienico – sanitarie di molti dei nostri quartieri più poveri .

Alla fine dell’800 dietro le sontuose facciate dei palazzi nobiliari e delle regge dove si organizzavano grandi battute di caccia e lussuose feste si nascondeva una Napoli povera e sporca sopratutto nei quartieri bassi dove il degrado dei vicoli , le cattive condizioni igienici  sanitarie , una inadeguata rete fognaria e l’ insufficienza d’acqua cronica crearono le condizioni ideali per la violenta epidemia di colera che in quel periodo sconvolse la città .

Il Vibrio Colera , dal greco cholè, cioè bile ,già in passato dello stesso secolo aveva colpito la città ( 1836- 1854- 1866- 1873 ) ma le condizioni igieniche di quei bassi non erano cambiate nonostante l’emergenza sanitaria era stata ripetutamente e ampiamente segnalata da illustri medici come Salvatore Renzi , Marino Turchi e lo svedese Axel Munthe .

A tal proposito la nota giornalista scrittrice Matilde Serao scrisse …….nel mezzo della via il ruscello è nero , fetido , non si muove , impantanato , è fatto di lisciva e di saponata lurida  … di acqua di minestra , una miscela fetente che impurtridisce ……le strade sono ricettacoli di immondizie , nei pozzi vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti ……

Quel ventre della città che andò poi durante il Risanamento raso al suolo e completamente ricostruito viveva una secolare arretratezza e sottosviluppo seminata durante la lunga occupazione spagnola e lasciata poi a coltivare nei secoli successivi a rotazione dai vari indifferenti governi di turno .

L’infezione batterica del colera si trasmette per contatto diretto o indiretto con feci o alimenti contaminati ed il batterio una volta giunto nell’intestino provoca una violente  infezione ed irritazione intestinale  che comporta forti scariche diarroiche accompagnate da  sudore e vomito . Il quadro finale è quindi quello della disidratazione che se non trattata adeguatamente trattato reintegrando liquidi e sali minerali può addirittura portare al collasso cardiocircolatorio e alla morte .

Nell’ottocento le conoscenze mediche erano scarse e invece di idratare il paziente affetto dal morbo spesso lo si finiva di disidratare in quanto si credeva che l’acqua peggiorasse le cose e il vomito le migliorasse , per cui una grossa percentuale di contagiati finiva per morire ( dal 30 al 60 % ). Il vomito veniva addirittura indotto con acqua tiepida zuccherata e per calmare il dolore venivano usati panni caldi di lana che facevano sudare,  mentre per la diarrea la solita Teriaca la faceva da padrone .

Se adeguatamente trattata la malattia che proveniva dall’India ( dalla zona del delta del Gange )  non è letale ma a peggiorare le cose  è certamente il degrado ambientale che ne agevola la diffusione in quanto senza senza la contaminazione di acqua e cibo e in condizioni igienico sanitarie normali il contagio diretto da persona a persona è molto raro. E quei popolani quartieri erano un luogo ideale per il proliferare del terribile morbo asiatico che si calcola abbia scatenato nel mondo,  nel corso dei secoli ben sei pandemie con un enorme numero di vittime .

A tal proposito il grande Salvatore Di Giacomo descrivendo questi luoghi scrisse ….. e sta ggente , nzevata e strellazzera cresce sempe, e mò sò mille e triciento …..nun è nu vico è na scarafunera ( tana di scarafaggi ), mentre sempre il medico De Renzi ricordava che una gran parte dei napoletani beveva acqua putrida .

Per porre fine a questo stato di cose ed eliminare le varie cloache che inquinavano i vari pozzi ( chiusi a migliaia ) l’allora presidente del consiglio dei ministri italiani Agostino De Pretis insieme ad altri esponenti del governo compreso il ministro della marina Benedetto Brin approvarono la legge per il Risanamento della città di Napoli grazie alla quale furono demolite abitazioni per oltre 160 mila metri quadrati , distrutti 9 chilometri di vicoli e strade e stravolti interi rioni primo fra tutti il caratteristico borgo di Santa Lucia che in seguito alla cosidetta colmata di cemento perse il suo antico assetto di lungomare lasciando comunque alle sue spalle il fitto dedalo di vicoli che porta il nome di pallonetto di Santa Lucia .

Il primo simbolico colpo di piccone lo assestò il sindaco Nicola Amore alla presenza del cardinale Sanfelice e sopratutto del re e della regina nel punto dove poi nascerà piazza Borsa  ( a perenne memoria fu eretta una apposita lapide all’inizio di Via De Petris ) .

Le ruspe fecero purtroppo anche molti danni spazzando via in modo scellerato autentici pezzi di storia , tra cui circa 60 chiese (  quasi tutte di epoca medievale )  , orti , prestigiosi  monasteri ,  teatri , e gran parte dell’antica Acropoli greca sulla collina di Caponapoli distrutta dalle fondamenta dell’ammasso cementizio del primo Policlinico .Uno scempio senza precedenti resistente al tempo. E’ stato infatti da tempo approvato il progetto  (con fondi messi a disposizione dalla comunità europea ) per la realizzazione di un  grande Parco Archeologico  per la riqualificazione urbanistica dell’area che purtroppo ad oggi giace  in qualche scaffale o sopra qualche scrivania coperta da centimetri di polvere (speriamo che non diventi muffa ) .

Nonostante l’ università sia destinata a cambiare sede e finalmente giungere nel luogo assegnato ( ricordiamo che si tratta dell’università di Caserta ) si continuano a sperperare soldi in lavori di ristrutturazione di interi reparti (è come se noi ristrutturassimo casa nostra sapendo di dover cambiare abitazione entro pochi mesi ).Nel frattempo la sede universitaria  cambia il nome (Luigi Vanvitelli in sintonia con Caserta) ma resta a Napoli ( (potere dei grandi baroni ) mentre Caserta aspetta ……….

Il Risanamento trasformò il volto della nostra città o almeno la facciata poichè dietro le grandi  facciate  dei nuovi palazzi furono solo nascosti il degrado dei molti vicoli rimasti e la  miseria  dei molti bassi ancora esistenti .Furono rifatte fogne e acquedotti ma rimasero molti scarichi fognari abusivi che arrivati a mare finirono per nutrire vaste coltivazioni di cozze che in riva al golfo hanno da sempre rappresentato un grosso nutrimento di massa. Durante il Risanamento avevano dimenticato di fornire il nostro mare di depuratori dove i vari scugnizzi amavano tuffarsi .Quel mare tanto celebrato nelle belle canzoni napoletane e nelle tante poesie era una fogna a cielo aperto ed il bel lungomare dove si affacciavano grandi alberghi di lusso era bagnato da acque putride.

Ecco allora ritornare le condizioni igienico sanitarie per il ritorno nel 1973  (oltre al tifo e all’epatite ) del noto Colera , questa volta però più aggredibile  e curabile perchè più conosciuto dai medici che hanno a disposizione molti più mezzi terapeutici . Un milione di persone vennero subito vaccinate con sirighe – pistola messe a disposizione dalla base nato americana napoletana di Bagnoli ( già usate in Vietnam ) ed ancora oggi molti di noi ( diciamo meno giovani ) portano ancora il segno di tale vaccinazione come un marchio indelebile. In una sola settimana ed in circa un mese l’epidemia fu sconfitta con un bilancio di  900 ricoverati ed una ventina di  vittime presso l’Ospedale Cotugno .

L’ imputato principale del contagio furono le cozze la cui vendita fu bloccata ( in seguito si scoprì che quelle portatori del vibrione erano quelle importate dalla Tunisia ) ed i frutti di mare in genere che vennero tutti sequestrati e distrutti . l luoghi di coltivazioni furono bruciati con il fuoco da squadre di esperti subacquei .

Nonostante il basso numero delle vittime ed il relativo breve tempo in cui il morbo fu debellato , i danni d’immagine stavolta furono molto più catastrofici e  la città per anni è stata lungamente snobbata  dal turismo nazionale ed internazionale . Una campagna discriminatoria  a livello  mediatico che ha tenuto lontano qualsiasi viaggiatore impaurito del solo affacciarsi in una città ritenuta sporca , infettante  e violenta .

Ancora oggi un discreto numero di persone  indegne di un qualsiasi contesto sociale , ricche di una ottusa ignoranza ,per offendere un napoletano  lo  chiama ” colera “ed in molti stadi  numerosi idioti , nascondendosi nella massa danno il peggio di sè  invocando  il terribile male contro la città ed il suo popolo..

Ad essere in prima linea come ospedale in questa ultima epidemia fu come detto  l’Ospedale “Cotugno” che si trova nella zona collinare dei camaldoli  che fondato  nel 1884 si è sempre occupato di fronteggiare le varie malattie infettive che hanno afflitto la nostra città. La sua istituzione fu per l’epoca  un fatto altamente innovativo  in quanto fino alla prima metà dell’800 per questi tipi di malattie come abbiamo avuto modo di vedere c’erano solo i lazzaretti che più che luoghi di cura erano luoghi d’isolamento in cui venivano posti gli ammalati  di fronte alle epidemie.

 

Il suo nome lo si deve alla memoria di un grande medico che per anni vi ha svolto la professione come primario . Egli era da giovane , uno di quei ragazzi del sud poverissimo di famiglia cresciuto  nella povertà e nell’assenza di cultura che pur non avendo i mezzi economici  e nessuna conoscenza , ha mostrato con determinazione , perseveranza , volontà di studio e grande intelligenza di riuscire ad  ottenere quello per cui combatteva e addirittura a primeggiare mostrando a tutti di essere un grande medico. In un certo senso, quest’ospedale è anche un omaggio a tutti quelli che non essendo figli di noti professori , riescono comunque a diventare con sacrificio dei bravi medici. Uno dei pochi simboli di meritocrazia in un settore sempre più preda di raccomandazioni e clientelismo politico. Oggi l’Ospedale dedicato a Domenico Cotugno si occupa di patologie infettive ad alta complessità (pazienti  con  HBV, HCV, HIV) e rappresenta un centro di alta specialità in città ed in tutto il meridione.

 

Accanto al Cotugno troviamo un altro importante ospedale della nostra città considerato una delle migliori strutture sanitarie italiane e punto di rifermento di livello nazionale ed internazionale per le malattie cardiopolmonari.

La storia dell’attuale ospedale Monaldi risale al 1931, anno in cui  l’Istituto Nazionale Fascista per la Previdenza Sociale, ritenne opportuno edificare un grande complesso sanatoriale in grado di accogliere oltre 2000 pazienti affetti da tubercolosi sulla collina dei Camaldoli che fu considerata  un’area  ottimale sia dal punto di vista climatico che geografico  per la cura di questa e di altre malattie croniche . I lavori di edificazione della struttura furono definitivamente completati nel 1939 e il nosocomio venne denominato “Principe di Piemonte” come il parco in cui era immerso. Nell’immediato dopoguerra, nel 1945, fu chiamato a dirigere il sanatorio il dottor Vincenzo Monaldi, illustre medico di fama mondiale noto per i suoi studi di fisiopatologia, che non si limitò ad ampliare  la struttura ma la trasformò in un polo di ricerca  per la cura delle malattie respiratorie che attirò numerosi medici europei .

 

Nel 1970, il Principe di Piemonte divenne un ente ospedaliero ed il suo nome venne cambiato ed  intitolato  proprio alla memoria del professore  Vincenzo Monaldi  scomparso qualche anno prima.

 

Un altro affannoso problema nel passato era quello di assistere i numerosi pellegrini che sostavano in città durante il loro lungo peregrinare nei luoghi santi . Essi stanchi e  talvolta ammalati avevano spesso bisogno di un tetto  sicuro accompagnato da  cure medicali ed un piatto caldo (che la religione cattolica invitava loro a dare).

Il  culto del peregrinare era protetto e favorito dalla chiesa che vedeva con questa pratica una modalità che  oltre a  propagandare la fede portava con se  anche un non trascurabile ritorno economico che andava sviluppandosi intorno ai santuari ritenuti sede di avvenuti miracoli.

L’uomo del medioevo vedeva Dio e le sue manifestazioni in ogni luogo ed in ogni cosa . Il territorio intorno a se  era costantemente letto in modo simbolico, e le tante  foreste presenti intorno a loro erano viste come  il  luogo delle tenebre e del male , mentre  la strada , simbolo di pellegrinaggio , era invece considerata il mezzo per avvicinarsi a Dio tramite un lungo percorso di purificazione.  Il corpo acquistò in quell’epoca il solo valore di rivestimento dell’anima e veniva  poco considerato e curato in quanto i suoi bisogni materiali allontanavano l’essere umano dalla divinità . La salvezza dell’anima era ottenibile solo tramite la mortificazione e l’annullamento di questi  bisogni materiali L’uomo che aderiva al pellegrinaggio preferiva  consumarsi nella povertà piuttosto che godere di ricchezze, e per raggiungere la salvezza della propria anima erano disposti ad  esporre la propria vita ad ogni tipo pericolo. Intraprendere talI viaggi rappresentava chiaramente un modo per avvicinarsi alla divinità, caricando di senso la propria esistenza e raggiungendo la salvezza del proprio  spirito.

Moltissime persone si spostavano continuamente da un luogo all’altro ed il pellegrinaggio, pur essendo in parte organizzato e controllato da ordini come quello dei Cavalieri Templari, era un viaggio che spesso non prevedeva un ritorno. La mobilità che caratterizzava quel periodo era  impressionante e ad affollare le strade d’Europa nei loro pellegrinaggi erano  contadini, chierici, studenti e molti vagabondi .

La chiesa divenne organizzatrice  di grandi pellegrinaggi di massa guidati da vescovi  che propagandavano luoghi di culto , chiese , monasteri e santuari dove il santo di turno aveva effettuato l’ ultimo miracolo .Nei luoghi ritenuti sede di “miracolosi eventi ” furono costituiti appropriati ricoveri e fissate rigide regole che i pellegrini dovevano seguire :essi no on dovevano portare armi e dovevano viaggiare scalzi, con la semplice veste lunga e sciolta di stoffa grossolana, doveva trascurare la cura dei capelli e delle unghie, ed evitare anche bagni caldi e letti soffici.Doveva portare un cappello a tesa larga ed avere con se la sola bisaccia . Venivano incoraggiati a digiunare, a non consumare carne e vivendo in uno stato di santità  non doveva rimanere mai per due notti nella stessa località.

La chiesa inoltre incoraggiò,  concedendo numerosi privilegi a coloro che lo praticavano ,  il pellegrinaggio in Terra Santa e ben presto le strade per Gerusalemme cominciarono ad affollarsi, di poveri fedeli ed aristocratici  che si si mettevano in viaggio secondo le proprie possibilità. Nonostante il viaggio avesse valore penitenziale, non tutti raggiungevano Gerusalemme a piedi: chi ne aveva i mezzi spesso non rinunciava ad ostentarli .  L’imperatrice Elena, madre di Costantino ricostruì un itinerario per chi volesse percorrere i principali luoghi della nascita, morte, sepoltura, resurrezione ed ascensione di Cristo e nel l IV secolo la Palestina divenne una meta d’obbligo per gli asceti che seguivano le parole di Cristo lasciando l’ambiente familiare e tutti i loro beni. Essi erano considerati uomini di grande spiritualità che spesso venivano dichiarati santi perchè animati da grande fervore ascetico.

La storia del pellegrinaggio cristiano vide tre mete fondamentali: Gerusalemme, meta sacra anche per ebrei e musulmani; Roma, città del martirio degli apostoli Pietro e Paolo; Santiago de Compostela, che ospita la tomba di San Giacomo Maggiore (primo degli apostoli, che venne inoltre assunto quale simbolo della lotta contro il popolo musulmano ) cui  il secolare cammino generò sin dall’inizio un grande fervore spirituale, culturale ed economico.

Il concetto del pellegrinaggio esisteva comunque già nella antica Grecia dove  il pellegrino si recava verso i luoghi sacri per ricevere responsi dagli oracoli ma anche per ottenere la guarigione del corpo e dell’anima. L’oracolo di Apolloa Delfi, l’altare di Argos nel Peloponneso e quello di Zeus a Dodona erano solo alcuni dei luoghi sacri disseminati per la Grecia. Per gli indiani uno dei luoghi di culto e di purificazione era per eccellenza  Benares, per gli ebrei Gerusalemme, mentre per i musulmani  La Mecca ( il cui pellegrinaggio è anche uno dei cinque pilastri delle regole coraniche ).

Roma invece era già meta di pellegrinaggi dal IV secolo a causa della presenza di numerosi martiri cristiani, e visto l’alto numero di pellegrini che affollavano la città  dovette ad un certo punto  regolare l’afflusso e la presenza dei pellegrini con un apposito   calendario di feste .

La nostra città grazie  al gran numero di reliquie e alle numerose chiese ( circa 500), catacombe e  sopratutto ai numerosi miracoli tenuti nel gran  numero di santuari ugualmente vide affluire numerosi pellegrini provenire da ogni dove.

Ad accogliere già nel XII ,  i pellegrini che provenivano dalla Terrasanta, in epoca normanna era l’Ospedale di San Giovanni a mare oggi scomparso , che con annessa chiesetta si trovava fuori dalle mura cittadine  .
Nei resti della conservata  chiesa,  inglobata tra decadenti palazzi dopo il risanamento , oggi possiamo ancora osservare nella sua navata un  ex parte dell’ ospedale scomparso .

 

Invece nel 1578, quando  il fenomeno del pellegrinaggio raggiunse  i più alti livelli  di afflusso in città , sei artigiani riunitisi nella chiesa di Sant’Aspreno presente sulla collina di Caponapoli  decisero di emulare il modello dell’Arcifonconfraternita dei Pellegrini  fondata a Roma da Filippo Neri qualche anno prima e dare luogo ad un posto in cui accoglierli in maniera continua e caritevole.

La prima struttura ospedaliera fu creata l’anno dopo , all’ interno del convento di Sant’Arcangelo a Baiano che era  , frequentato dalle figlie della migliore aristocrazia  .Questo convento in un secondo tempo fu protagonista di
famoso scandalo di sesso che portò alla sua chiusura ( vedi articolo a parte ) ,costringendo  i confratelli con il loro caratteristico saio rosso a spostare il loro  il nosocomio da Forcella all’attuale zona di Piazza Garibaldi dove si trovava l’antico complesso di San Pietro ad Aram con i suoi maestosi orti e la sua celebre spezieria ( furono purtroppo spazzati via dal Risanamento per realizzare l’attuale rettifilo ).
L’ultimo spostamento avvenne poi su di un terreno nella zona dell’attuale Pignasecca di proprieta’ del nobile Fabrizio Pignatelli e corrisponde all’attuale Ospedale dei Pellegrini conosciuto anche come vecchio pellegrini (nel 700 quando il fenomeno dei pellegrinaggi si ridusse drasticamente l’ente assistenziale divenne un ospedale in piena regola).

 

ll luogo conobbe  una crescita impetuosa ed  i pellegrini ospiti del complesso aumentarono rapidamente in maniera vertiginosa  e con essi i confini della stessa stuttura . La necessità di disporre di spazi e luoghi adeguati sempre più ampi portò alla decisione di ampliare i vecchi edifici, i cui lavori furono affidati all’architetto Carlo Vanvitelli .               La conseguenza fu la costruzione della attuale Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini che inglobò la vecchia e piccola precedente chiesa di Santa Maria Materdomini ( che ne divenne quasi una cappella).
L’Arciconfraternita che inizialmente svolse doverosamente il suo ruolo di sola assistenza ai Pellegrini estese ben presto la sua assistenza anche ai convalescenti e  alla cura degli ammalati poveri in città.

Gli ammalati sostituirono progressivamente sempre di più presero i  pellegrini, il cui numero nel tempo  per mutate concezioni cattoliche  andava diminuendo. L’ospedale sanitario, fu quindi lentamente indirizzato nel 1815, al soccorso dei feriti, mentre furono istituiti gli ambulatori per cure e consultazioni mediche ed un dispensario di medicine, estendendo le cure anche agli ammalati cronici.
Nel 1816 aprì anche  il primo reparto di chirurgia a cui seguirono tanti altri e nelle più diversificate specializzazioni. Dopo l’ultima grande guerra per legge la struttura passava alla sfera pubblica e l’Arciconfraternita si dovette staccare suo malgrado dall’Ospedale.

 

Per accedere alla chiesa bisogna oltrepassare l’ingresso dell’Ospedale Pellegrini ed accedere al  suo cortile dove si impone subito alla nostra vista il maestoso scalone di piperno sormontato dalla facciata della chiesa.
Immediatamente ci viene in mente che in quell’edificio esistono due diverse chiese.
La prima, più piccola, denominata di Santa Maria Materdomini, fatta costruire dallo stesso Fabrizio Pignatelli al primo livello dello scalone a doppia rampa, mentre la seconda e più grande Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini fatta costruire dalla Arciconfraternita della SS. Trinità dei Pellegrini si trova al secondo livello

La vecchia di Santa Maria Materdomini, come possiamo vedere, ha mantenuto la semplicissima facciata cinquecentesca in piperno realizzata da Giovan Francesco di Palma  (allievo del Mormando). Francesco Laurana tra i vari lavori partecipò a quelli di costruzioni  per il bellissimo arco di Castel Nuovo.
Il suo semplice portale d’ingresso è sormontato da una nicchia nella quale era posta un tempo una statua della Madonna con Bambino di Francesco Laurana, datata intorno agli anni Sessanta del XV secolo e attualmente esposta all’interno della chiesa, sull’altare maggiore. Questa statua era inizialmente posta  a tutela dei pellegrini, all’ingresso della chiesa  e solo successivamente fu posta nel suo interno.

 

 

 

 

L’interno di questa piccola chiesa è composto da una singola navata e custodisce nel suo i per volontà del defunto, il Monumento funebre di Fabrizio Pignatelli, realizzato da Michelangelo Naccherino. Lo scultore lo realizzò in marmo bianco e colonne in marmo giallo, con due leoni che sorreggono la statua in bronzo del fondatore.

Sulla sinistra è presente un dipinto del 1721, raffigurante la Vergine con i Pellegrini e la Carità, mentre sul lato opposto è esposto  il dipinto di Nicola Malinconico ritraente la Vergine coi Santi Gennaro patrono di Napoli e San Francesco di Paola

 

 

Da ammirare anche i bei dipinti di San Filippo Neri e San Carlo Borromeo, opera di un autore ignoto del Seicento

Alla morte del duca Fabrizio Pignatelli, la piccola chiesa venne ceduta all’Arciconfraternita della Santissima Trinità (che già gestiva l’adiacente nosocomio)  che si occupò anche della gestione della nuova e più grande chiesa Santissima Trinità dei Pellegrini.

 

San Filippo Neri

 

 

Per accedere alla meravigliosa chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini, bisogna recarsi nel  cortile dell’Ospedale Pellegrini e salire il maestoso scalone a doppia rampa.

 

Alla chiesa, che si trova al secondo livello si accede oggi attraverso un ingresso laterale aperto su via Nuova dei Pellegrini, mentre un tempo vi si accedeva proprio per le scale a doppia rampa presenti nel cortile dell’ospedale.
La facciata della chiesa  è caratterizzata dalle pregevoli statue in stucco di Angelo Viva, raffiguranti San Filippo Neri e San Gennaro .  Il portale è incastonato tra quattro pilastri appena sporgenti dalla parete stessa   ( lesene corinzie )  sormontate da un timpano triangolare dove si trova fatta in stucco  la Trinità con Cherubini ed Angeli.
Ai lati del timpano, opera di Angelo Viva, prima del termine del Settecento, furono collocate le statue anch’esse in stucco dei Santi Filippo Neri e San Gennaro Martire.

Nel suo interno dove si alternano nel rivestimento stucco e piperno possiamo ammirare un po ovunque in tutti gli ambienti  pregevolissime opere d’arte  commissionate dall’Arciconfraternita o ad essa donate.
La chiesa e’ una di quelle che concentra il maggiore numero di opere eseguite da artisti diversi. Tra le opere pittoriche infatti possiamo ammirare dipinti di  Andrea Vaccaro, Francesco Fracanzano, Onofrio Palumbo ,Francesco Solimena, Guido Reni, Giuseppe Bonito , Paolo De Matteis, Giacomo Farelli, Paolo De Majo, Francesco De Mura, Giuseppe Bonito, Giacinto Diano ,   Massimo Stanzione , Jusepe De Ribera e tanti altri .

Il pellegrinaggio smise lentamente di esistere quando dopo il medioevo l’uomo acquisendo una nuova concezione di sé,  diede vita ad una nuova struttura societaria che andava formandosi.  Le sue conquiste compiute; il suo dominio sulla natura; la rivoluzione delle tecnologie; il tempo dedicato al lavoro e una fiducia maggiore nella ragione poco si adattavano ai lunghi viaggi e alla credenza che le reliquie avessero un effetto taumaturgico.                                                                           Il pellegrinaggio così mentre  inizialmente era considerato una vera e propria istituzione , passò al rappresentare un fenomeno sgradito e da tenere a freno.  Il Protestantesimo in particolare criticò fortemente questa pratica ritenendola responsabile della compravendita delle indulgenze .

Il lungo viaggio dei pellegrini incominciò così ad essere condannato dalla società e visto come una semplice forma di   vagabondaggio fatto  per evitare la disciplina ed il  controllo imposto in un determinato luogo . La chiesa adeguandosi ai nuovi cambiamenti culturali e statali  trasformò il pellegrinaggio cambiando le mete e conservando comunque per le stesse  sempre il suo senso religioso. Le mete cambiarono  e i lunghi e difficoltosi viaggi spesso senza ritorno si trasformano in viaggi di pochi giorni verso i numerosi santuari che si diffusero in Europa. L’avvicinamento a Dio che precedentemente avveniva  tramite un lungo percorso di purificazione, venne  sostituito da brevi percorsi e dalla compravendita di indulgenze. La povertà inizialmente predicata venne abbandonata e solamente coloro i quali possedevano i mezzi, compresa una scorta in loro difesa, divennero gli unici a poter raggiungere Gerusalemme.

Non possiamo chiudere questa rassegna sui nostri storici ospedali senza accennare qualcosa anche sull’antico Ospedale Elena d’Aosta

L’Ospedale deve le sue origini a Matteo Ripa , un personaggio natio di Eboli che una volta completati gli studi a Napoli decise recarsi in Cina alla corte imperiale seguendo le orme di Matteo Ricci , un importante missionario capace per primo di gettare un ponte con il lontano oriente ( il primo a portare la scienza occidentale in Cina ).
Matteo Ripa dopo la sua permanenza alla Corte Imperiale di Pechino , rientrato a Napoli insieme a 4 giovani cinesi che lo avevano seguito decise di fondare in città’ ‘ il collegio dei cinesi ‘ e  a tale scopo decise di acquistare  un grande convento nella zona di Capodimonte di proprieta’ dei padri Olivetani .
Trasformo’ l’ edificio nel collegio e aggiunse ad esso una chiesa ( dove oggi sono conservati i suoi resti  insieme ad un busto marmoreo che lo rappresenta ) ed un convitto per l’educazione di giovani napoletani che divenne ben presto molto apprezzata in citta’. Tra i suoi illustri allievi vi fu anche il futuro Sant’Alfonso Maria de’ Liguori che abitava nel vicino borgo  Sanita’- Vergini.
Nel 1896 la struttura di Capodimonte venne usata come ospedale per i feriti della guerra coloniale abissina e successivamente nel 1910 su decisione del Pio Monte della Misericordia venne trasformata nell’Ospedale ‘ Elena d’ Aosta

 

Dopo l’unita’ d’Italia e dopo un tentativo di sopprimere l’istituto , il collegio dei Cinesi fu trasformato in Real Collegio Asiatico e quindi con la riforma istituzionale di Francesco De Sanctis, in istituto Orientale equiparato alle altre università statali.
I vari cambiamenti architettonici subiti dalla struttura , e sopratutto la chiusura del suo ingresso che affacciava prima sulla salita dei cinesi e poi  spostato sul corso Amedeo modificarono di certo il rapporto dell’edificio con il borgo circostante .
L’Ospedale venne dedicato alla principessa Elena Savoia duchessa d’Aosta e moglie di Emanuele Filiberto di Savoia , una donna di grande carattere e personalita’ , elegante e raffinata che si fece molto apprezzare in tutti gli ambienti e sopratutto in tutte le classi sociali della citta’. Ella abito’ per lungo tempo nella zona di Capodimonte e le sue spoglie riposano nella Basilica Madre del Buon consiglio .

Questa Basilica si  trova vicino alle famose catacombe di San Gennaro che estendendosi per circa 6000 mila metri quadri ,rappresentavano  una vera e propria città sotterranea dove si era solito seppellire i propri defunti .Nacquero infatti come luogo di sepoltura pagana sul finire del II secolo d.C e divennero cristiane a partire dal III secolo d.C

 

Era  allora vietato la sepoltura dei defunti all’interno della città e furono per questo motivo scavate fuori dalle cinta murarie della città , dai Fossores ( persone addette agli scavi ) delle apposite catecombe  nelle rocce di tufo giallo della collina di Capodimonte . Esse giungono a noi strutturate in due livelli , comunicanti tra loro e sviluppati uno accanto all’altro .  In seguito alla successiva sepoltura di Sant’Agrippino ( IV vescovo di Napoli e primo patrono della città ) vennero ampliate e  dopo la traslazione nel posto delle  reliquie di San Gennaro divennero una frequentatissima meta di pellegrinaggio . A ridosso delle catacombe dove fu sepolto San Gennaro fu poi costruita nel V secolo la Basilica di San Gennaro extra Moenia( fuori le mura )  e successivamente il monastero dei benedettini che col tempo divenne il  famoso  Ospedale San Gennaro dei poveri .

Le catacombe di Napoli sono il classico esempio della tolleranza e civiltà del napoletano  che ha sempre accolto senza mai giudicarli i vari stranieri con amore e solidarietà ( ancora oggi è meta di tanto extracomunitari che chiedono asilo politico e rifugio sicuro ). Dove gli altri perseguitavano , noi invece accoglievamo e proteggevamo .Queste catacombe offrirono accoglienza a  molti  esuli cristiani che, sfuggiti alle persecuzioni vandaliche in Africa, si rifugiarono a Napoli dopo la presa di Cartagine nel 439 d. C.

A Napoli trovò rifugio e riparo  il vescovo di Abitine ( Tunisia), di nome Settimo Celio Gaudioso, che in seguito all’invasione dei barbari nella sua città, rifiutò agli stessi di convertirsi all’arianesimo.

Il re dei barbari Genserico per questo suo rifiuto decise di punirlo e  imbarcarlo insieme ad altri vescovi africani senza vele e remi  in balìa dei venti. L’imbarcazione per puro caso arrivò a Napoli.
Sbarcato in città insieme agli atri vescovi, su una barca malridotta e privo di tutto egli non fu rimandato indietro o perseguitato ma accolto con amore e carità ed assistito nei suoi bisogni

Importò a Napoli la regola agostiniana e alcune reliquie, la più importante delle quali è certamente quella di Santa Restituta. Accolto da questa magnifica città e dal suo straordinario popolo fondò poi vicino alla chiesa di Santa Maria Intercede, un importante complesso monastico in cui  vi si ritirò in seguito  anche Sant’Agnello fino alla sua morte.
Tre secoli dopo, il vescovo di Napoli, Stefano II attuò dei lavori di ristrutturazione e, nell’occasione, fece costruire anche la chiesa di San Gaudioso .

Quando morì, all’ età di settanta anni tra il 451 e il 453 d.C. fu sepolto nell’area cimiteriale fuori le mura della città e  ben presto il luogo della sua sepoltura diventò oggetto di culto.

 Da questo momento l’inziale nucleo della catacomba ( sorto tra il IV e il V secolo d.C.) incominciò ad essere molto ambito da quanti volevano la propria futura sepoltura accanto a quelle del santo e la catacomba venne di volta in volta ampliata fino a divenire  nella sua espansione  il secondo cimitero ipogeo paleocristiano della città dopo quello di Sa Gennaro.

Le Catacombe di San Gaudioso si trovano sotto la  Basilica di Santa Maria della Sanità ,nel centro nevralgico del Rione Sanità .Essa fu eretta, tra il 1602 ed il 1610, su disegno del domenicano Fra’ Giuseppe Nuvolo, ed e’ è conosciuta anche come chiesa di San Vincenzo ‘O Munacone (il monacone ) perché custodisce una famosa statua di San Vincenzo Ferrer che ogni anno viene portata il 5 Aprile e il primo martedì di luglio,( quando si festeggia  il santo )in processione per l’intero  rione .

 

Un tempo l’intera valle era un’ area cimiteriale dove sorsero ipogei e catacombe paleocristine come quella di San Gausioso.   A partire dal XVII secolo tutta la zona fu chiamata  Sanità perchè era ritenuta  incontaminata e salubre proprio grazie alle proprietà miracolose attribuite alla presenza delle tombe dei Santi presenti nel luogo.

Sono ben nove le catacombe e i complessi ipogei sotto il Rione Sanità, di cui solo alcuni sono stati portati alla luce, cioè San Gennaro, San Gaudioso, San Severo e il cimitero delle Fontanelle.

La chiesa di Santa Maria alla sanità o anche chiamata di San Vincenzo ” o monacone “,  è dotata di un particolare magnifico ed originario altare creato da fra Nuvolo che appare sovraesposto ad una preesistente cripta ( denominata grotta ) che solo oggi  dopo una importante serie di restauri è tornata a splendere in tutta la sua magnificenza .

 

La pianta della chiesa è a croce greca con pianta circolare  ed è forse insieme a quella di Santa Patrizia ( in via San Gregorio ) la più  scenografica di tutta la città grazie al suo splendido altare rialzato (per chi lo conosce ricorda quello della chiesa di saint etienne du mont a parigi) al quale si accede da due scaloni laterali. Costruita tra il 1602 e il 1610 da Fra’ Giuseppe Nuvolo,  è uno dei tanti esempi dell’arte barocca che trovò, nel XVII secolo, il suo massimo splendore nel capoluogo campano. Linee curve e sinuose, giochi di chiaroscuro ottenuti con l’uso di materiali diversi come marmo e piperno, danno comunque a differenza di molte strutture barocche una maggiore luce alla chiesa dove il bianco ed il grigio ( i colori dei domenicani erano il bianco ed il nero ma quest’ultimo non si può usare in chiesa )  delle pareti sovrastano le altre pesanti strutture barocche di  stucco e scultura.

 

Per le preziose opere presenti nelle sue varie cappelle possiamo considerarla un vero piccolo museo della pittura napoletana del XVII secolo custodendo oltre alla già citata  prima rappresentazione mariana a Napoli , ben cinque affreschi  di Luca Giordano , opere provenienti dalla scuola del Solimena   e preziosi dipinti di  Andrea Vaccaro, Pacecco De Rosa, e Giovanni Balducci.

Nel 1613 fu terminata la bella cupola, rivestita di maioliche gialle e verdi che e’ diventato il vero tratto distintivo della chiesa, conosciuta da tutta la città perché è subito visibile attraversando il ponte della Sanità.

 

La facciata, con decorazioni in stucco degli inizi del Settecento, è affiancata da un alto campanile costruito tra 1612 e 1614; anche l’orologio in maiolica è settecentesco.

 

Il contiguo monastero  fu demolito nel 1809 per far spazio alla strada voluta dal re Giuseppe Bonaparte per raggiungere più facilmente la Reggia di Capodimonte

Oltre alle spoglie del santo le sottostanti catacombe accolgono anche elementi paleocristiani e del XVII secolo, affreschi e mosaici del V-VI secolo e alcune sepolture riservate ai nobili, risalenti al Seicento.

 Nel Seicento, il luogo  ospitava infatti principalmente sepolture riservate agli aristocratici e agli ecclesiastici e la loro sepoltura prevedeva  un particolare macabro procedimento:  il loro teschio veniva murato, ( incastrato nel muro ) mentre sotto di esso veniva dipinto un corpo che desse delle indicazioni sul mestiere o la vita del defunto .  L’affresco richiamava, sia nell’abbigliamento, sia nel mestiere, la posizione sociale del defunto.

I frati domenicani che gestivano il luogo ,pensavano che la testa fosse la parte più importante del corpo poichè sede dei pensieri , per cui dopo l’essiccazione , le teste venivano conservate , mentre il resto del corpo veniva ammassato negli ossari .

E’ interessante notare che quasi tutti gli affreschi furono realizzati da un artista di nome  Giovanni Balducci, che pur di essere sepolto anche lui nelle catacombe di San Gaudioso , tra gli aristocratici della città rinunciò al suo compenso .Questo a dimostrazione di quanto tale pratica era ritenuta  segno di grande importanza e distinzione .                                    Per avere questo particolare tipo  di trattamento una volta morto ,si doveva pagare una cifra assurda . Il procedimento  veniva pagato a peso d’oro in quanto era visto come una sorte di espiazione anticipata dei propri peccati.

Oggi , come possiamo vedere dei teschi incassati nel muro è rimasta ormai solo la calotta cranica in quanto la parte anteriore si è deteriorata per via dell’umidità caratteristica delle catacombe

Inoltre, per un breve periodo la sepoltura sempre  di nobili ed ecclesiastici avveniva tramite la pratica della scolatura.  Il “rito della scolatura” prevedeva che i cadaveri venivano posti all’interno di alcune nicchie, le cosidette cantarelle  (dei seditoi con un foro al centro) sotto il quale veniva posto un vaso per raccogliere i liquidi dei cadaveri messi lì a ” scolare “e seccare. Per agevolare questa operazione sui  morti venivano praticati dei fori  ( venivano punzecchiati ). Il difficile compito spettava ad un becchino che proprio in virtù di questo ingrato compito veniva appunto chiamato “schiattamuorto“.  Una volta “scolato” il cadavere, le ossa venivano lavate e seppellite. I crani invece venivano incastonati nel muro e l’artista Giovanni Balducci vi dipingeva intorno un affresco che raffigurasse qualcosa della vita terrena del defunto, un  attrezzo che ricordava il proprio mestiere e spesso anche una massima.

Da questo rito, deriva anche l’attuale imprecazione “Puozze sculà”, cioè che tu possa morire.

Il macabro rito veniva eseguito perchè si riteneva allora che in questo modo il corpo si ” purificasse” completamente da tutti i peccati e  divenire in tal modo più degno del paradiso .

 

Fortunatamente questa strana pratica è rimasta in vigore per pochissimo tempo nel corso del XVII secolo

A questo proposito è da notare che  è presente nei sotterranei anche un intero corpo murato, quello del Guardiano delle catacombe. Le sue mani sono appoggiate ad un cancello e nella raffigurazione  il suo compito era quello di bloccare le anime in Purgatorio, senza consentirne l’accesso al cielo. Accanto al guardiano, vi sono raffigurati due scheletri che si tengono per mano.

 

 

E’ interessante notare che in queste catacombe non sono stati mai perseguitati cristiani Dove in altre famose città , nelle catacombe i cristiani venivano perseguitati qui venivano invece protetti . Le nostre catacombe sono sempre state un luogo di preghiera e non di persecuzioni anche a rischio di mettersi contro le  potenti autorità del momento.

La nostra città da questo stretto punto di vista è sempre stata unica nella sua accoglienza ed ospitalità aggiunta al grande cuore dei suoi abitanti e al loro spirito fortemente caritevole.

Quando nell’ottavo secolo  a Costantinopoli si verificarono delle lotte tra iconoclasti e iconodulici ( ovvero tra cristiani favorevoli e contrari alla venerazione delle immagini sacre) , l’atmosfera tesa spinse le suore basiliane seguaci di Santa Patrizia a fuggire da Costantinopoli e lasciare la città portando con loro le reliquie di San Gregorio per trasferirsi a Napoli,. Qui furo ovviamente ben  accolte e successivamente fondarono un monastero in onore di San Gregorio Armeno nel quale  furono poi portate ( 1864 ) le spoglie di Santa Patrizia inizialmente seppellite nel monastero dei santi Nicandro e Marciano che si trovava sulla collina sacra ( caponapoli )del decumano superiore.

Quindi Napoli è da sempre stato luogo di accoglienza, carità e solidarieta ‘e mai di persecuzione . Cosa che accadde anche con l’inquisizione . Napoli è infatti la città dove la terribile piaga dell’inquisizione non ebbe modo di pigliar piede .Ad un primo tentativo di introdurre l’inquisizione , sotto il vicere Raimondo di Cardova , si elevarono proteste , si organizzarono cortei , si inviarono delegazioni e si organizzarono manifestazioni che finirono per sfociare in violenza . Alla fine si ottenne dalla Spagna due prammatiche che proibivano  l’uso dell’inquisizione all’uso in Spagna .

 

Nobili , ceto medio e plebei si opposero fermamente all’introduzione dell’inquisizione anche al secondo tentativo di  introdurre la stessa da parte del  viceré, don Pedro de Toledo .Questi fece un tentativo di promulgare la normativa con un proclama che affisse sulla porta del Duomo . Il popolo reagi’ stracciando ‘ il foglio e dando  luogo all’ inizio di una violenta ribellione dove furono alzate barricate , uccisi soldati e appiccati vari incendi a cui seguirono numerosi saccheggi. La città fu assediata ed i sedili decisero di chiedere al re di Spagna il richiamo del viceré’ .  I moti contro il tribunale dell’inquisizione continuarono per diversi mesi ed si estinsero solo dopo le rassicurazioni del duca di Toledo che prometteva il perdono agli insorti in quanto il re di Spagna aveva capito che l’insurrezione era contro il Santo Uffizio e non contro il suo trono .
La rivolta era costata 600 morti tra gli spagnoli e 200 tra i napoletani  oltre all’incendio di vari edifici e la completa distruzione della Rua Catalana , cioè del quartiere generale delle truppe spagnole.

Una lapide esposta all’ingresso della Certosa di San Martino ne ricorda così il triste evento e le vittime :

Ai popolani di Napoli che nelle oneste giornate del luglio 1547, laceri, male armati, soli d’Italia, francamente pugnando nelle vie, dalle case, contro le migliori truppe d’Europa, tennero da se lontano l’obbrobrio della inquisizione spagnola imposta da un imperatore fiammingo e da un papa italiano, provando ancora una volta che il servaggio è male volontario di popolo ed è colpa de’ servi, più che dei padroni.

Come potete  vedere quindi la violenza ed il sopruso a Napoli , sopratutto se i napoletani capivano che era ingiusto , non riusciva ad attecchire  . La città ha mostrato da sempre di essere la capitale dell’accoglienza e della solidarietà . Una tolleranza verso il prossimo ancora oggi visibile che giunge a noi da tempi antichi . Noi siamo diversi da un resto d’Italia razzista e spesso violento . noi rispondiamo alle loro offese negli stadi durante una semplice partita di calcio con la semplice ironia di qualche divertente battuta.

SIAMO DIVERSI E e viviamo in un posto bellissimo fatto apposta per ricordarci che i piaceri della vita vanno condivisi lontani dallo stress ed in un’atmosfera soft e rilassante .  Il nostro è un’attitudine allo stare al mondo in un modo che è diverso da altri. Un modo diverso di socializzare e di amare  dove prevale l’amore per i contatti umani e conta ancora tantissimo la solidarietà e l’amicizia .È dare poca importanza a cose che da altre parti sarebbero vitali e tantissima rilevanza a cose invece superflue per alcuni. La napoletanità non è un pregio e non è un difetto è solo un modo migliore di vivere la vita.

 

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