LA TERRIBILE PESTE DEL 1656

Nel 1631 si verificò un’ importante eruzione del Vesuvio  che investì molti  paesi e molti casali fuori dalle mura della città. Fu questo un avvenimento che spinse buona parte della popolazione di quei paesi, rimasta senza casa e lavoro , a trovare rifugio nella capitale. Si è calcolato che a cercare riparo in città furono più di 44.000  senzatetto, che contribuì così ad aumentare la  di per se già elevata densità abitativa in città che si concentrò particolarmente in alcuni noti rioni storici già da tempo sofferenti dal punto di vista igienico-sanitario rendendoli così maggiormente esposti a gravi rischi di malattie.

La popolazione arrivò a raggiungere in quegli anni ,il numero esorbitante  di 450 mila abitanti che erano tutti rinchiusi disordinatamente nel limitato perimetro delle mura , per via del vigente divieto di edificare al di fuori di esse da parte del  governo spagnolo che in tal modo pensava di poter meglio controllare le continue ribellioni del popolo.

Ad un certo punto la città era affollatissima ed il  perimetro abitativo non più capace di  contenere un così elevato numero dei suoi abitanti . I suoi  vari rioni  apparivano oramai densamente affollati , e  tutta la città  non possedeva ancora un adeguato sistema fognario.La città  non poteva contare su riserve sufficienti d’acqua  e questo valeva ancora di più per la periferia ed i suoi casali che non erano serviti adeguatamente dagli acquedotti.

La città attraversava in quel periodo uno dei periodi più tristi della sua storia, divenuta una colonia spagnola ed il popolo era schiacciato dal peso delle tasse e dalla politica di autorità sanguinarie che portarono carestie, miserie, sopraffazione e inquisizione .

Fu pertanto anche  un periodo storico di grandi fermenti rivoluzionari che finirono per sfociare nel 1647 ,nella grande rivolta capeggiata da Masaniello che portò la città  a vivere momenti molto intensi e drammatici che mandarono al patibolo centinaia e centinaia di presunti ribelli.

In questo clima, già di per sé molto difficile, il morbo pestilenziale rappresentò il colpo di grazia. Le precarie condizioni igieniche unite a fattori quali l’elevato numero di animali e il cattivo stato delle strade contribuirono a facilitare la diffusione del contagio portato dalle navi sarde.

La peste arrivò  prima in Spagna e poi in Sardegna dove si trovava il  quartier generale delle truppe del vicerè di Napoli. Da questo luogo  una delle navi infette partita dall’isola sarda , giunse al porto di  Napoli . Uno dei soldati presenti sulla nave , sentitosi male durante il viaggio, una volta sbarcato,  fu ricoverato nell’ospedale dell’Annunziata, dove gli venne diagnosticata la peste dal medico Giuseppe Bozzuto.
Il medico quando diede l’allarme, fu però messo a tacere e successivamente imprigionato perché, a parere del vicerè aveva diffuso false notizie ( la notizia doveva restare segreta ). Il povero medico morì poi di peste in carcere, ed i suoi colleghi, onde evitare di finire anch’essi imprigionati, non solo non denunciarono la malattia, ma non  provvidero nemmeno a distruggere tutto ciò che era appartenuto ai deceduti. Di conseguenza la popolazione continuò ad essere tenuta all’oscuro di tutto, e  nessun provvedimento venne preso.
 A quel punto il contagio iniziò a diffondersi  a macchia d’olio in tutta la città e incominciò a farsi sentire sopratutto nei quartieri più affollati e più degradati da un punto igienico- sanitario come quelli del Porto , della Vicaria ,del Lavinaio e del Mercato . Uno dei primi morti a suscitare una certa notizia ed attenzionare il popolo fu quella legata alla fugura di un certo Masone , a suo tempo capopopolo  dei moti di Masaniello e ritornato in quel tempo  a Napoli dal suo esilio in Sardegna .
Ammalatosi, sarebbe deceduto in casa nei pressi di vico Pero. La seconda vittima sarebbe stata invece tale Carlo De Fazio, che avrebbe assistito proprio il Masone durante il suo ricovero all’ospedale dell’Annunziata. Poi, a seguire, sarebbero rimaste vittima la madre di De Fazio, e poi ancora il padrone di casa di costei, che dopo la morte della donna aveva pensato di rifarsi della mancata riscossione del pigione appropriandosi dei suoi materassi infetti. Da quel momento i decessi  si susseguono rapidi e fulminei.
La peste trovò nei poco puliti  quartieri e nei suoi bassi un terreno  fertilissimo e nel maggio del 1656 , l’evento esplose in tutta la sua drammaticità favorito da un sistema fognario inadeguato, numerosi animali in giro per le strade e condizioni igieniche precarie .Intere famiglie cominciarono ad essere sterminate dal morbo. Centinaia  di persone incominciarono a morire ogni giorno e le strade cominciarono ad apparire lastricate di cadaveri.
La risposta del clero fatta da  processioni, e  preghiere collettive favorì soltanto la peste aumentando a dismisura le occasioni di contagio.
Il governo invece solo tardivamente (23 maggio ) riconobbe ufficialmente la peste decidendosi a, costituire una Deputazione della Salute e ad emanare le prime prammatiche .
Uno delle grandi colpe del governo fu certamente quella di permettere inizialmente un massiccio esodo ( un terzo della popolazione ) da Napoli verso le altre provincie o città contribuendo così al diffondersi dell’epidemia in ogni terra del Regno. Tra i primi provvedimenti  fu quindi istituito un cordone sanitario con la proibizione per chiunque di entrare o uscire da Napoli senza i “bollettini di sanità” firmati dai Deputati della salute.
In seguito ad  altri provvedimenti poi emanati  vennero sigillate ,le abitazioni dei morti appestati , e ai parenti fatto obbligo di restar chiusi nelle case, mantenuti a spese del governo. I mobili e gli abiti dei defunti vennero bruciati, venne fatto divieto di seppellire i cadaveri nelle chiese, e venne  vietato abbracciare  infetti o morti, mentre coloro che erano  ammalati vennero condotti, anche contro la loro volontà, nei lazzaretti o negli ospedali. Gli ammalati venivano portati nel lazzaretto con carri tinti di rosso e provvisti di campanello .

Il  lazzaretto più usato fu l’ospedale di S. Gennaro ubicato vicino alla chiesa della Sanità,  facilmente raggiungibile da ogni quartiere e più vicino alle grandi caverne dove venivano seppelliti i morti.
Somme considerevoli vennero spese per comprare medicinali, quali aceto e verderame per disinfettare tutto ciò che veniva toccato, sedie per trasportare gli ammalati e tela per fabbricare cappucci e lenzuola.
Furono istituite per i trasgressori. misure drastiche come la pena di morte.
 Ma queste misure arrivarono troppo tardi quando oramai si contavano duemila,  tremila, e talvolta anche cinquemila vittime al giorno.
Via Toledo, Largo Mercatiello ( attuale piazza Dante )  e le strade del centro erano piene  di cadaveri e moribondi, ammucchiati l’uno sull’altro, al punto che le carrozze vi passavano  sopra come fossero un selciato.. In vari punti della città bruciavano  roghi di  carne umana.
La terribile  peste ovviamente non risparmiava nemmeno le  alte autorità civili ed ecclesiastiche e nemmeno  gli aristocratici che potevano permettersi  di rintanarsi  nelle loro ville in collina ( Vomero ) o nei dintorni della città. Per scampare alla morte l’ arcivescovo Filomarino , dopo aver visto morire il ministro dell’inquisizione , alcuni amici gesuiti , un centinaio di cortigiani e tutti i capitani delle milizie decise di rifugiarsi nella Certosa di  San Martino.
Tutti gli uomini di chiesa in seguito a questo poco edificante esempio si diedero alla macchia nei confronti dei poveri ammalati venendo meno alla loro missione caritevole nei confronti dei poveri e dei sofferenti . Il Papa sollecitò ripetutamente chiarimenti ai responsabili napoletani di tutti gli ordini religiosi sul loro scarso impegno accanto agli appestati e sull’ effettivo numero di religiosi morti per averli assistiti.
Il governo spagnolo ,fece credere al popolo che erano stati francesi a spargere il contagio diffondendo strani polveri (  a quei tempi il conte Guisa assediava Napoli per conto del re di Francia ) e questo provocò una reazione feroce nei confronti di chiunque fosse straniero. Vari sparsi gruppi di persone raggruppati organizzarono servizi armati di ronda alla ricerca di untori o stranieri  francesi  su cui sfogare la loro rabbia e rancore .Le vittime furono a centinaie . Esse non venivano solo uccise , ma addirittura  i loro corpi dilaniati e fatti a pezzi .
La situazione governativa era veramente difficile dovendo assicurare per esigenze vitali ,un minimo di assistenza, garantire nei limiti del possibile l’ igiene, raccogliere i cadaveri, e possibilmente seppellirli.  I soliti addetti rifiutavano questo ingrato compito e nel panico collettivo si utilizzarono, con risultati apprezzabili, gli schiavi e i forzati delle galere. Quando però la peste li ebbe decimati, si cominciarono a precettare anche i passanti. Si ottenne così l’ effetto paradossale di far chiudere in casa molti dei sopravvissuti, mentre l’ orrore e la puzza del tanfo emanato dai corpi in putrefazione campeggiarono per le strade  sotto il sole ed il caldo asfissiante lungo tutto il mese di luglio.

La gente vagava  senza meta per quella è ormai una città fantasma. I lattanti infettati dal morbo lasciati per strada, i bambini, rimasti orfani e senza assistenza, abbandonati al loro destino fatto di poche speranze di sopravvivenza.  Molti, per porre fine alle loro sofferenze, si gettarono  a capofitto dalle alture, nei pozzi,  e dai tetti dei palazzi. La gente era terrorizzata dal morbo e molti presi da pazzia si calava nelle cisterne credendo che l’acqua fresca li preservasse dal male  .Coloro che avevano  ancora la forza abbandonarono  la capitale nell’illusione di trovare ricovero nelle altre città del regno, per vedersi però respinti alle porte dalla spietata sorveglianza imposta dalle disposizioni vicereali.

Le Quattrocentosessantamila  vittime della epidemia, secondo la stima dei Bianchi, furono  tutti seppelliti nelle cave sotterranee: la più famosa Cupa Lautrec, nella zona in seguito indicata con il nome del cimitero del Pianto e della Pietà, e l’altra sottostante il “Rione Mater Dei”, detta Grotta delle Fontanelle.
Terribile  la scritta posta sulla lapide che faceva da sigillo Tempore pestis 1656 – Non aperietur .
 Molti corpi finivano  in mare e molti riemergevano portandosi sulle spiaggia di Chiaia  producendo in preda a processi putrefattivi un terribile tanfo  sotto il cocente sole estivo.
 In città le botteghe  restarono  chiuse per mesi,  gli alimenti scarseggiarono , il porto isolato e le campagne abbandonate.
Poi accade un miracolo. In piena estate, il 14 agosto, quando sembrava  non esserci più speranza, una pioggia immensa si abbatte’ su Napoli. Il nubifragio fuori stagione si rivelò decisivo per le sorti della città. L’acqua spazza via gli umori pestilenziali e purificò l’atmosfera.
Sotto l’impeto dell’acquazzone la fogna di via Toledo, e la zona dei Vergini nel quartiere sanità ,riempita dei corpi degli appestati, straripò e diventò un torrente di cadaveri, corrose le fondamenta dei palazzi e provocò il crollo di centinaia di abitazioni. Ma la peste iniziò a rallentare la sua corsa, i decessi diminuirono di intensità, i lazzaretti e gli ospedali a poco a poco si svuotarono  fino a che, nel dicembre di quello stesso anno, Napoli viene finalmente dichiarata libera di ogni sospetto.
Il bilancio finale, fu raccapricciante. provocando  250.000  morti su un totale di 450.000 abitanti rappresentando  senza ombra di dubbio, la più grande tragedia nella storia della nostra città .
Alla fine dell’epidemia la città appariva quasi spopolata; molte generazioni di intellettuali, politici, artisti, furono del tutto cancellate ,quasi la metà delle famiglie distrutte , e interi piccoli rioni quasi estinti.
Anche nel resto del regno l’evoluzione dell’epidemia non fu molto diversa (si contarono circa 600.000 perdite umane) con un tasso di mortalità oscillante fra il 50 e il 60% della popolazione. Città vescovili  come Aversa, Teano, Pozzuoli, furono svuotate  e piccoli centri quasi estinti. Nel comune di  Giffoni Valle Piana,in provincia di Salerno, morirono 1200 persone, mentre a  Trentinara, sempre in provincia di Salerno ,  le vittime furono 460 e i superstiti solo 60-80.
 
DIipinto di Micco Spadaro esposto nel Museo di San Martino .
Tra i religiosi che pregano è anche visible il cardinale Ascanio Filomarino .


Il medico della peste, acquaforte di Paulus Fürst,

I medici ritenevano che questo abbigliamento proteggesse dal contagio. Indossavano un mantello cerato, una sorta di occhiali e guanti protettivi, e adoperavano un bastone per il contatto col malato. Nel becco si trovavano sostanze aromatiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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