IL PERIODO DEI DURAZZO

Nel periodo in cui ha regnato su Napoli la dinastia dei Durazzo si sono succeduti sul trono re capaci come Carlo di Durazzo, addirittura divenuto anche re di Ungheria e momentanee regine come Margherita che da sola contro tutti dovette difendere il trono spettante al figlio minorenne mostrando grande coraggio e determinazione. Toccò poi il regno ad uno dei più grandi condottieri della nostra storia, re Ladislao che portò il regno di Napoli ad essere temuto in tutta la penisola e addirittura sfiorò il grande sogno dell’unificazione d’Italia ma che ebbe sopratutto il merito di portare guerre e battaglie sempre fuori dalla sua città proteggendo in tal modo il suo popolo nonostante le mire espansionistiche.

Alla sua morte il regno passò alla sprovveduta sorella Giovanna che in assoluto mostrò essere il peggiore dei regnanti mostrando incompetenza ed inesperienza affidando il comando del regno ai suoi amanti ed in particolare a Ser Gianni Caracciolo. In ultimo lascerà il regno in eredità a Renato d’Angiò detto ” il buono ” che per soli pochi mesi lo difenderà dalle truppe aragonesi di Alfoso d’Aragona entrato in città solo grazie alla scoperta di un vecchio passaggio segreto presente nell’antico acquedotto sotterraneo usato anche da Belisario nove secoli prima.

Ma ora se avete voglia ed un pò di tempo, passiamo con ordine e con più attenzione ai fatti e a come si sono avvicendati i vari regnanti.

Dal matrimonio di Carlo e Margherita di Durazzo nacquero tre figli: Giovanna, Ladislao e Maria (morta precocemente).

Carlo di Durazzo diede inizio alla seconda parte del regno Angioino.
Egli dovette subito fronteggiare gli attacchi per terra e per mare di Luigi d’Angiò, il quale, adottato dalla defunta regina si proclamava suo legittimo erede e a capo di un esercito muoveva alla conquista del Regno.
Luigi discese in Italia accrescendo le proprie milizie sopratutto grazie agli alleati savoiardi ( Amedeo di Savoia) arrivando fino a Maddaloni nei pressi di Caserta.
Le milizie assoldate da Carlo riuscirono però ad arrestarne l’avanzata costringendoli a trovare posizioni più salde tra i monti del Molise.
Luigi nel frattempo perdette il suo alleato Amedeo morto di peste e con esso anche un buon numero di armati che perduto il loro capo decisero di tornare in patria.
La battaglia avvenne a Campobasso e non lasciò ne vinti e ne vincitori ma indusse il principe francese a trasferirsi in Puglia per prendere possesso del principato di Taranto.
I due eserciti si fronteggiavano ma al contempo si evitavano temendo ognuno di loro una disfatta e si limitavano a controllare le mosse l’un dell’altro.
A venire in aiuto a Carlo fu una epidemia di peste che incominciò a decimare le file dei francesi portando a morte lo stesso Luigi colpito dallo stesso male.
Carlo a quel punto, padrone della situazione, sbaragliò rapidamente l’esercito privo del capo e ritornò a Napoli ad insediarsi sul trono oramai libero da ogni insidia.
Padrone di Napoli fece incoronare nella chiesa dell’Incoronata anche sua moglie Margherita ed assegnare il titolo di duca di Calabria a suo figlio ( titolo che spettava al principe ereditario).
Risolta la questione francese Carlo dovette ben presto affrontare anche la questione riguardante papa Urbano VI.
Questi impuntatosi su questioni che toccavano i suoi interessi e quelli di suo nipote venne in aperto dissidio con margherita Durazzo che in qualità di vicario Generale curava l’andamento del regno in assenza del marito.
Il papa irascibile ed ostinato dopo intimidazioni e minacce decise di scomunicare Carlo e Margherita fino alla quarta generazione accusandoli di empietà incominciando trattative segrete insieme con alcuni baroni per far riconoscere legittimo re di Napoli, Luigi II d’Angiò  ( figlio di colui morto di peste ) da lui nominato nuovo re del Regno di Napoli.
Carlo non tenne conto dell’anatema del papa e affrontò in battaglia i baroni che avevano aderito al partito papale sconfiggendoli. Il nipote del papa Francesco Prignano ( detto Butillo ) fu catturato nel castello di Scafati dove si era rifugiato dopo la sconfitta e rinchiuso nel Castel dell’Ovo, facendogli attraversare la città a dorso di un mulo senza speroni e briglia in segno di scherno.
Assediato nel castello di Nocera, dove si era rinchiuso Urbano VI, schiumante di rabbia ribadì la sua scomunica e Carlo rispose ponendogli una taglia sulla testa.
L’attenzione di Carlo però si spostò in quel periodo su quanto avveniva in Ungheria, la terra dove egli aveva vissuto tanto tempo e che considerava la sua seconda patria.

Luigi “il grande”  ( suo padre adottivo ) era morto lasciando la corona ad una delle sue figlie (Maria) la quale era regina solo di nome in quanto il potere era esercitato dalla vedova Elisabetta, reggente, e dal suo favorito Nicolò di Gara il quale era mal visto e poco sopportato dal popolo e dalla nobiltà. Il vescovo di Zagabria radunò a questo punto la maggior parte della nobiltà e propose di offrire la corona a Carlo di Durazzo che educato e vissuto alla corte ungherese era l’unico in grado di continuare le gesta di Luigi il Grande. La proposta fu approvata e Carlo, affascinato di cingere la corona ungherese, partì per l’Ungheria lasciando la moglie Margherita a curare l’andamento del regno, in qualità di Vicario Generale.

Giunto a Buda obbligò la regina a cedergli il trono e subito dopo cinse la sua fronte con la corona di Santo Stefano realizzando il sogno della sua vita. Purtroppo più tardi Elisabetta assoldò dei sicari che avvelenarono l’ambizioso Carlo.

Alcuni cavalieri del re assassinato portarono la notizia a Napoli proprio mentre si festeggiava l’incoronazione di Carlo a re d’Ungheria. Per Margherita di Durazzo fu un duro colpo. Rimasta vedova, fu costretta a difendere da sola la corona (che apparteneva per eredità al figlio Ladislao ancora minorenne ) contro le pretese di Luigi d’Angiò.

Il figlio di Luigi d’Angiò, anch’egli di nome Luigi ( Luigi II )infatti  appoggiato dal papa e dal seggio dei nobili, reclamò la presunta eredità del padre.

La  situazione era delicatissima e la notizia diede nuova linfa agli angioini che portarono Luigi II d’Angiò ad attaccare e  conquistare la città.

Il figlio Ladislao alla morte del padre aveva nove anni. La madre Margherita tenne la reggenza fino al 1393.
I nobili  nel frattempo sempre su sollecitazione papale concordarono di sminuire l’autorità della regina Margherita , facendole sapere che non era gradita come reggente  e che lo sarebbe stata soltanto come tutrice del figlio.
 I nobili chiesero direttamente a Luigi II di entrare in città per assumere definitivamente il potere e all’insediarsi di Luigi d’Angiò  nella capitale,  Margherita fu costretta a quel punto ad imbarcarsi e rifugiarsi nella fedele Gaeta.

Ma nemmeno Gaeta risultò essere un luogo sicuro perché,  presso la corte di Gaeta un coppiere, durante un convito, fu persuaso dal vescovo ad avvelenare il bicchiere di Ladislao, erede al trono di Napoli. Fortunatamente il veleno fu somministrato solo in piccole dosi, e il giovane re fu salvo, anche se soffrì di balbuzie tutta la vita. Margherita era allo stremo delle sue forze. I nervi iniziavano a cedere e non aiutò il lugubre dono dei cavalieri fedeli al consorte, gli stessi che portarono la notizia della morte di Carlo: le teste mozzate dei sicari regicidi.

La povera regina era oramai rassegnata, stretta tra la morsa del papa indifferente alla minaccia francese (pur di sfogare il suo livore contro la regina ) e la oramai consolidata conquista di Napoli da parte di Luigi d’Angiò che sembrava un fatto compiuto e senza nessuna via di uscita.

Ma un avvenimento  imprevisto cambiò di colpo la situazione politica in favore dei Durazzeschi; per fortuna di Margherita e Ladislao mori’ papa Urbano VI ed al suo posto fu eletto Bonifacio IX, un papa favorevole ai Durazzo che si schierò al fianco della causa della Regina nominando subito Ladislao re di Napoli e Sicilia e  togliendo la scomunica alla famiglia reale.

La situazione si capovolse quindi in favore di Margherita e una volta riconquistato il reame dopo anni di lotte, ella  volle  edificare un luogo sacro in segno di ringraziamento. La chiesa presente ancora oggi nel centro storico di Napoli fu dedicata all’eroina Santa Marta, sorella di Lazzaro la cui vita travagliata le era stata di esempio nelle avversità.

Ladislao, ormai adulto, aveva sposato su consiglio della mamma Costanza di Chiaramonte, figlia del ricco e potente conte di Modica , Manfredi Chiaramonte ( orgoglioso di imparentarsi con un re ) che oltre a rappresentare una grossa fonte di denaro per rinsanguare le esauste finanze durazzesche, portò un rilevante numero di navi, armi e armati.

A soli 16 anni chiese ed ottenne il comando dell’esercito dal consiglio di reggenza e cominciò quel suo lungo guerreggiare che sarebbe durato per tutta la vita e che lo avrebbe posto tra i più famosi condottieri dell’epoca.

In questo modo  in pochi anni Ladislao riaffermò i suoi diritti sul trono e  nel 1399 dopo 12 anni rientrò a Napoli,  costringendo alla fuga verso la Provenza Luigi d’Angiò.

Appena prese possesso di Napoli si dedicò alla politica interna del regno cercando di rendersi bene accetto, con i dovuti provvedimenti, in quei luoghi che avevano parteggiato per gli Angioini e si abbondò in concessioni e indulti.
Fu assillato dalla mancanza di denaro e dal continuo bisogno di risorse per l’interminabile guerra contro il rivale pretendente al regno Luigi d’Angiò.
Questo problema dei fondi lo risolse sempre e comunque con dei ricchi matrimoni.
Inizialmente sposò come già detto, non ancora adolescente Costanza Chiaramonte solo per motivi economici e non mancò di ripudiarla tre anni dopo quando una volta volta morto il padre di lei vennero a mancare rifornimenti di uomini e di denaro.
Dietro consiglio del papa sposò poi come seconda moglie ( sempre per danaro ) la sorella del ricchissimo re di Cipro, Maria di Lusignano, Principessa di Cipro mentre la terza Maria d’Enghien fu la vedova del principe di Taranto (sposata per motivi politi). Pur avendo avuto tre mogli comunque non ebbe mai figli.
Addestrato fin da piccolo all’uso delle armi da un maestro d’eccezione (Alberico da Barbiano) divenne un abile guerriero ed un eccellente condottiero tanto da emulare i più famosi capitani di quel tempo (Muzio Attendolo Sforza e Braccio da Montone).
Era tanto appassionato alle armi che quando non guerreggiava indiceva giostre e tornei ai quali partecipava e naturalmente eccelleva. Nelle sue conquiste territoriali per trarre le popolazioni dalla sua parte fu prodigo di privilegi e concessioni dimostrando intelligenza e senso politico.

All’epoca la chiesa era in pieno scisma e di conseguenza anche i vari stati erano divisi a seconda dell’alleanza con l’uno o l’altro papa.

L’antipapa Benedetto XII ed i suoi successivi sostituti sul trono papale parteggiavano tutti per il francese Luigi d’Angiò a cui volevano affidare il Regno di Napoli.
Pertanto furono numerosi gli scontri che Ladislao ebbe con il papato per la difesa del suo regno oltre che con lo stesso francese rivelatisi nel tempo suo peggior nemico.
Nel 1410 in piena guerra contro le forze armate di Luigi d’Angiò, alleato con il papa e Firenze, Ladislao avuto notizia che sette fosse navi cariche di armi, danaro, abiti vettovaglie e rifornimenti veleggiava dalla Provenza verso Pisa, d’accordo con i suoi alleati genovesi progettò di catturarle e distruggerle.
Delle sette navi provenzali, una volta avvenuto lo scontro, solo una riuscì a fuggire, un’altra fu affondata e cinque catturate.
Ladislao privò così il suo nemico di rifornimenti e danaro per assoldare forze mercenarie oltre che catturare i fratelli del papa che furono rinchiusi nelle segrete di Castelnuovo.
Ladislao dopo questo episodio tentò la pace con Firenze e con il papa per isolare l’angioino.
Le trattative con Firenze andarono a buon fine mentre il papa rifiutò sdegnatamente qualsiasi accordo e reclutato i migliori capitani del momento approntò un esercito in grado di tenere testa a quello napoletano.
I vari capitani di ventura all’epoca a seconda di chi meglio li pagava passavano con disinvoltura all’una o all’altra fazione.
I più valenti erano i Malatesta, Attendolo Sforza, Braccio di Montone, Paolo e Giacomo Orsini.
Alla fine di aprile Luigi d’Angiò alla testa di un poderoso esercito marciò con le sue effigie e quelle papali su Napoli.
I due eserciti si incontrarono nella piana di Roccasecca ed i napoletani dopo oltre tre ore di battaglia furono costretti a ritirarsi nella fortificata San Germano, abbandonando il campo al nemico che fece numerosi prigionieri oltre che raccogliere un grosso bottino.
Inspiegabilmente Luigi non insegui subito al momento Ladislao e si contentò di mandare a Roma le bandiere dei napoletani ed il bottino trovato.
Ladislao riprese forze e quando in un secondo momento Luigi si decise a riprendere la marcia verso Napoli trovò un esercito agguerrito e voglioso di riscattare la sconfitta.
Dopo un timido tentativo offensivo che venne subito respinto, luigi riprese la via del ritorno verso Roma dove non fu accolto come un vincitore ma come un vinto. Scoraggiato e avvilito si imbarcò a quel punto per la Provenza.
La partenza definitiva del pretendente al trono di Napoli e la contemporanea occupazione di Civitavecchia che preludeva ad una nuova invasione di Roma da parte dei napoletani indussero finalmente il papa Giovanni XXIII ad intavolate trattative di pace.
Moriva nel frattempo tra le braccia del figlio la madre di Ladislao, Margherita di Durazzo che in passato fu costretta a difendere da sola la corona.
Ladislao pensò sempre e soltanto ad assicurarsi il possesso del regno di Napoli cercando sempre di portare le guerre oltre i confini del Regno e nonostante ne avesse i diritti non pensò mai di riprendere la Sicilia o ancor meglio l’Ungheria dove il padre una volta nominato re era stato assassinato, vittima di un agguato.
Quando però Sigismondo, re d’Ungheria, eletto anche re dei romani venne in Italia per l’incoronazione egli si arrabbiò moltissimo. Non voleva e non poteva permettere che colui che aveva preso il suo posto sul trono ungherese si avvicinasse al Regno di Napoli.
Convinto delle intenzioni ostili di Sigismondo e del papa armò un esercito e occupò Roma costringendo lo stesso papa alla fuga.
Stavolta i napoletani però si comportarono da conquistatori e misero a sacco e fuoco la città: biblioteche e archivi vennero dati alle fiamme, le chiese profanate ( tra cui anche la Basilica di San Pietro ) e le reliquie asportate.
Tutto questo non per l’eccesso di milizie incontrollate ma per ordini precisi di Ladislao che in tal modo voleva dimostrare a coloro che pensavano di combatterlo e vincerlo quanto fosse grande la sua potenza.
Un vero e proprio monito per i suoi avversari presenti e futuri.
A questo punto Ladislao conquistò quasi tutta l’Italia vedendo aprirsi tutte le porte delle città che ancora tenevano per il papa ed egli da buon conquistatore diede disposizione ai suoi uomini di non commettere abusi di alcun genere in modo da convincere la gente che il re di Napoli occupava le loro terre solo per proteggerli da uno straniero e da un papa indegno.

Firenze si fece allora promotore di un nuovo accordo con Ladislao nella costituzione di una lega nel quale volendo poteva entrare anche il papa.
Quando oramai tutto sembrava fatto ed il regno d’Italia completamente unificato sotto le insigne di Re Ladislao ecco che improvvisamente accadde il fatto nuovo ed inatteso che nessuno si aspettava.

Colto da un malore che non si riuscì a diagnosticare, secondo alcuni si trattò di un veneficio mentre secondo altri di un male venereo all’epoca non ancora conosciuto.
A tal proposito un aneddoto narra che non potendo Ladislao essere ucciso nè in campo di battaglia, nè per avvelenamento, non ingerendo niente che non fosse assaggiato preventivamente da qualcuno, si ricorse ad un crudele stratagemma che approfittava delle sue abitudini di grande amatore.
Un medico di Perugia cosparse le parti intime di una sua amante con un potente veleno.
L’effetto fu immediato. Dovette essere trasportato a Napoli facendo il viaggio parte in lettiga e parte per mare perchè non riusciva a stare a cavallo.
In pochi giorni divenne l’ombra di se stesso e quando, disteso su di una lettiga entrò in Castelnuovo già delirava. La sua agonia durò quattro giorni per poi morire il 6 agosto del 1414.
Fu trasportato a lumi spenti ( perchè ancora scomunicato ) nella chiesa di San Giovanni a Carbonara e poi inumato.
La sorella Giovanna succeduta al trono, vi fece erigere nel 1428 un monumentale sepolcro alto fino al soffitto.
Costruito su disegni di Andrea di Firenze il monumento è ancora oggi visibile nella bella chiesa di San Giovanni a Carbonara fondata da Giovanna I d’Angio e rifatta dallo stesso Ladislao.
Il monumento è sostenuto da quattro enormi statue raffiguranti le virtù; nella prima sezione si vedono le statue del fratello e della sorella seduti uno accanto all’altro.
Più in alto troviamo il sepolcro del re con la figura del defunto sopra il coperchio.
Alla sommità si eleva infine la statua equestre del re che è raffigurato con la spada levata in alto.

Ladislao aveva disposto ed ottenuto con i legati del papa l’assenso che senza legittimi eredi in caso di morte gli succedesse sul trono la sorella Giovanna escludendo quindi dal trono la moglie Maria d’Enghien che a quel punto poté tornare in terra pugliese dove terminò la sua vita.
Il giorno successivo ai funerali di Ladislao, all’età di 43 anni e già vedova del duca Guglielmo d’Austria, Giovanna si fece quindi proclamare regina.
Morto il marito dopo qualche anno di matrimonio era ritornata alla corte del fratello dove era vissuta senza mai interessarsi minimamente di politica, lieta di soddisfare nell’ambiente dissoluto i suoi appetiti sessuali avendo numerose relazioni e amanti che le procurarono la fama giunta sino a noi di donna lussuriosa.
A Napoli venne a stabilirsi a corte il condottiero Muzio Attendolo Sforza ( ebbe il ruolo politico di Gran Connestabile ) che si urtò subito con il favorito di turno della regina, Pandolfello Alopo ( un uomo venuto dal nulla ma che il talamo reale aveva reso potente ). Questi fece imprigionare lo Sforza con false accuse e tale fatto suscitò lo sdegno dei baroni che già non ne sopportavano il dispotismo.
Grazie al loro intervento lo Sforza fu liberato ma i baroni sperando di levarsi di torno definitivamente l’Alopo, a quel punto fecero pressioni sulla regina affinchè si scegliesse un marito.
Dopo aver esitato la regina accosentì e la scelta cadde su di un principe francese, Giacomo di Borbone conte della Marca.
Con il matrimonio il conte assunse il titolo di duca di Calabria e quello di Vicario Generale del Regno con il cui titolo il giorno dopo il matrimonio fece arrestare il favorito nella stessa camera della regina dove lui si era rifugiato sperando inutilmente di essere protetto.
Giovanna pensò invece a salvare solo se stessa accettando tutto ciò che il marito le imponeva.
Il Pandolfello sottoposto a tortura confessò tutto quello che i tormentatori vollero che confermasse, dopo di che fu decapitato nella Piazza del Mercato ed il suo corpo appeso per i piedi in mancanza della testa perchè riconosciuto ladro (subi’ il taglio della testa e non fu impiccato perché era nobile in quanto la regina lo aveva fatto Conte ).
I nobili ed il popolo erano così soddisfatti perchè entrambi odiavano Pandolfello anche se per motivi diversi.
Giacomo della Marca tenne successivamente sequestrata e priva di autorità la regina ma cosa ancora peggiore ( per i nobili ) affidò le più importanti cariche del regno ai suoi concittadini che l’avevano seguito a Napoli.
I nobili ovviamente non sopportavano di essere stati messi da parte e soppiantati negli affari del regno ed alimentarono ad arte voci allarmistiche sulle sorti della regina che non si mostrava più in pubblico.
Qualcuno parlava di malattia ed altri addirittura di morte precoce.
Ne scaturirono nuovi malumori che portarono ad una vera e propria rivolta da parte del popolo che indusse Giacomo a mostrare la regina in pubblico.
Autorizzò cosi Giovanna a recarsi alle nozze di una damigella.
Fu questa l’occasione per liberarla dalla tirannia del marito: alcuni cavalieri alla testa del popolo armato messa in fuga la scorta, condussero la regina al sicuro nell’Arcivescovato e assediarono poi il principe francese in Castelnuovo.
Costretto a cedere di fronte alla volontà del popolo, Giacomo da quel momento non contò più nulla.
Giovanna riprese la sua vita consueta e stavolta concesse i suoi favori a Giovanni Caracciolo, meglio conosciuto come Ser Gianni, un bell’uomo di 40 anni e di grande coraggio già a suo tempo distintosi nelle guerre al seguito del fratello Ladislao.
La regina lo nominò Gran Siniscalco e lui dotato di grande senso politico seppe sfruttare bene questa situazione divenendo in poco tempo il vero padrone del regno.
Ser Gianni divenne pian piano sempre più potente, a tal punto che, temendo per la sua vita, tre anni dopo, Giacomo della Marca, ancora ufficialmente marito di Giovanna, abbandonò Napoli di nascosto per far ritorno in Francia.
Ben presto nacque però una gran rivalità tra Ser Gianni ed il solito Sforza che addirittura sfociò in un vero conflitto armato tra le milizie del condottiero e quelle regie.
La regina aveva privato lo Sforza della carica di Gran Connestabile e lo aveva dichiarato ‘fuori legge ‘e lui ritiratosi ad Aversa con le sue milizie minacciava Napoli.
Il popolo e la nobiltà per evitare inutili spargimenti di sangue si riunirono nella chiesa di Sant’Agostino alla Zecca e formarono una deputazione con il compito di mettere fine alla questione insorta tra i due in nome del “buono stato del regno “.
La deputazione ( formata da 20 persone ) si adoperò mediando tra le parti per sanare il dissidio e alla fine riuscirono a ristabilire la pace.
Giovanna reintegrò nella sua carica lo Sforza e ritirò le accuse mossegli mentre Ser Gianni fu momentaneamente allontanato da Napoli.
La regina promise al papa di dare un aiuto militare al Pontefice in caso di difficoltà ed in cambio ottenne la bolla di investitura del regno e la promessa della sua incoronazione.
L’esilio di Ser Gianni durò sei mesi durante i quali a Firenze negoziò con il papa l’incoronazione di Giovanna ( incoronazione che poi avvenne nel mese di ottobre).
Egli tornò a Napoli quando lo Sforza, inviato da Giovanna secondo promesse fatte dalla regina al Pontefice dovette andare a combattere contro Braccio di Montone che occupava terre intorno allo stato della chiesa .
La rivalità tra i due rimaneva comunque sempre molto forte ed ognuno di essi tentava continuamente di eliminare o mettere in difficoltà l’altro.
Caracciolo si faceva forte dei favori della regina mentre Sforza di quelli papali.
La situazione precipitò un anno dopo quando il papa scomunicò la regina: Giovanna non avendo pagato ( perchè in grosse difficoltà finanziarie ) l’annuale censo alla chiesa ed avendo anche rifiutato di concedere atri possedimenti al fratello del papa ( Giordano Colonna ) al quale aveva già dato il ducato di Amalfi, il ducato di Venosa ed il principato di Salerno, perse improvvisamente i favori del papa a favore dei più accondiscendenti ( sul piano economico ) francesi.
Martino V, una volta scomunicata la regina, accolse le rivendicazioni degli eredi di Luigi d’Angiò, i quali ovviamente a mezzo di ambasciatori abbondavano di promesse ed erano sostenuti dallo Sforza ( pur di stare contro Caracciolo) .
Il papa nominò Sforza viceré del regno di Napoli e lo inviò ad attaccare Napoli.
Era l’inizio di una nuova guerra con una situazione critica. Le casse dello stato erano vuote, il popolo soffriva la fame.
Braccio di Montone era anche lui passato al soldo del papa rinforzando le schiere angioine.

Le strade di accesso per via terra erano bloccate da Attendolo Sforza .
Il porto bloccato dalle navi genovesi al servizio di Luigi d’Angio’.
Giovanna a questo punto chiese soccorso al re di Aragona Alfonso V ( re di Sicilia e Sardegna ) promettendogli l’adozione e il riconoscimento come suo erede e successore.
L’Aragonese accettò e fece subito partire 20 galee cariche di uomini armati, di rifornimenti e di danaro per assoldare un esercito ( gli uomini di Braccio di Montone che passarono dal servizio presso il papa a quello della regina solo perchè meglio pagati).
Mentre i militari di Braccio di Montone costringevano le milizie dello Sforza a ritirarsi Alfonso giungeva a Napoli. Venne nominato successore ed erede al trono del Regno come promesso dalla regina e cominciò a comportarsi come se fosse già il re di Napoli.
I suoi uomini incoraggiati dal suo comportamento ( sostituì tutti i comandanti delle varie fortezze con suoi uomini ) ebbero un atteggiamento arrogante e prepotente con il popolo napoletano.
Fece arrestare Ser Gianni che aveva mostrato diffidenza e ostilità nei suoi confronti e tentò anche di arrestare la regina. Il tentativo non riuscì’ solo perché la stessa avvertita in tempo, si rinchiuse in Castelcapuano che fu gremito di arcieri.
Una volta corsa la voce del tentativo di arresto della regina, il popolo che già non sopportava gli aragonesi incominciarono una rivolta armata contro di essi. Furono uccisi e picchiati numerosi aragonesi e le loro case bruciate.
Alfonso chiamò in aiuto Braccio di Montone mentre la regina chiamò al soccorso Attendolo Sforza con il quale si era riappacificata.
Arrivò prima lo Sforza che dopo uno scontro con gli aragonesi a Porta Capuana riuscì a prelevare e mettere in salvo la regina conducendola ad Aversa.
Alfonso fece intervenire la flotta che insieme ai militari presenti in città si diedero ad uccidere, saccheggiare e bruciare quanto più possibile.
La città fu devastata e distrutta, le case diroccate dal fuoco e la popolazione decimata e terrorizzata (il nome catalano divenne sinonimo di nemico).
La regina a questo punto, non contenta di tutto quello che fino ad allora aveva combinato ne combinò una ancora più grande. Revocò la sua adozione e successione ad Alfonso e riconobbe come figlio adottivo e quindi erede al trono Luigi III d’Angiò precedentemente suo nemico mentre Ser Gianni venne liberato in uno scambio di prigionieri.
Alfonso intanto dovette lasciare Napoli per far ritorno in Sicilia per difendere le sue terre e lasciò suo fratello Pedro al comando della città. Questi si trovò ben presto in difficoltà per l’arrivo delle truppe dello Sforza e una volta assediato, saputo della disfatta e della morte di Braccio di Montone, preferì’ abbandonare Castelnuovo e ritornare in Sicilia.
Da questo momento incominciò l’ascesa di Ser Gianni Caracciolo che oramai dominava completamente la regina. Egli divenne l’uomo piu’ importante del regno, comandando ed agendo da vero padrone. Si fece assegnare il principato di Capua ed il ducato di Venosa. Ebbe il controllo delle finanze regie e gran parte del tesoro passò nei suoi forzieri.
Si creò amicizie importanti e rinforzò alleanze con uomini importanti con i quali fece sposare le sue figlie.
La prima si sposò con il figlio di Giacomo Caldora, Capitano Generale dell’esercito, mentre la seconda si sposò con il figlio del principe di Taranto che possedeva terre e castelli da Salerno a Taranto.
Ser Gianni chiese e non ottenne dalla regina anche il principato di Salerno. Fu un grosso motivo di scontro. Ser Gianni insultò la regina e ciò indispettì molti a corte, tra cui la duchessa di Sessa ( Covella Ruffo ).
Questa convinse a liberarsi di un uomo che ella non amava più e che oramai mirava al totale possesso del regno. Gli riferì di una forte alleanza creatasi tra Ser Gianni, Caldora e il principe di Taranto. Un triumvirato che l’avrebbe spodestata che stava per rafforzarsi grazie anche all’imminente matrimonio tra l’unico figlio di Ser Gianni e la figlia di Caldoro.
La regina oramai sessantenne, convinta, firmò l’ordine di cattura e di arresto del Gran Siniscalco. Questi fu raggiunto nelle sue stanze a Castelnuovo e contrariamente a quanto detto dalla regina fu invece assassinato a tradimento. Alla regina venne invece detto che all’ordine di arresto egli aveva opposto resistenza con le armi ed era rimasto ucciso nello scontro.
Sul corriere di Napoli il 20/01/1896, Salvatore Di Giacomo così ricorda l’evento avvenuto a Castel Capuano.
…” trascinato per quella grande scala de’ due finestroni, fu gettato in fondo al cortile di Castel Capuano il corpo di Ser Gianni Caracciolo. Rimase li’, in camicia, a un piede aveva ancora una lunga calza rossa…
Il gran siniscalco fu sepolto nella chiesa di San Giovanni a Carbonara, la stessa dove era sepolto re Ladislao e un anno dopo il figlio gli fece erigere un monumentale sepolcro.
Gli ultimi anni di Giovanna furono caratterizzati dall’alternarsi delle adozioni che ella faceva ai due regnanti ( aragonesi e Angioini ) a seconda delle sue convenienze e a seconda delle minacce di invadere il regno dell’uno o dell’altro.
Giovanna mori’ a 64 anni lasciando come erede nel suo testamento Renato d’Angiò, (fratello di Luigi deceduto tre mesi prima ).
Il suo ultimo desiderio fu quello di essere sepolta davanti all’altare maggiore della chiesa dell’Annunziata, sotto una semplice pietra senza ornamenti.
Ovviamente Alfonso d’Aragona si risentì della decisione di Giovanna e furente per essere stato defraudato preparò una nuova spedizione per riaffermare con la forza i suoi diritti di successione.
Renato d’Angiò era invece in quel momento prigioniero del duca di Borgogna e a reggere il regno vi era un Consiglio di reggenza costituito da 18 membri ( 10 della nobiltà’ e 8 del popolo ) chiamato ” BALIA “,che aveva sede nel convento della chiesa di San Lorenzo.
In attesa che Renato d’Angiò fosse liberato, intanto si invitò a venire a Napoli per assumere la reggenza del regno, sua moglie Isabella di Lorena.
Questa, sfuttando l’animosità e la rivalità esistente nel commercio marittimo tra catalani e genovesi, si procurò l’appoggio dei genovesi, quello dei veneziani ed infine quello del papato.
Lo scontro tra le flotte aragonese e genovesi avvenne presso l’isola di Ponza e dopo una terribile battaglia ne uscirono vincitori i genovesi che catturano anche Alfonso d’Aragona.
Alfonso fu portato prigioniero a Milano dove Filippo Maria Visconti, signore di Milano e di Genova lo accolse con tutti gli onori spettanti ad un reale come prigioniero in attesa di un riscatto.
Alfonso mentre era prigioniero di Visconti nei vari incontri avvenuti riuscì a convincerlo della pericolosità di appoggiare i francesi e della necessità di avere un alleato come lui in cui contare in caso di bisogno.
Una volta quindi ratificata la loro alleanza egli fu liberato e senza alcun riscatto.
Nel 1438 Renato d’Angiò intanto finalmente liberato dalla prigionia ( in cambio di un pesante riscatto ) giunse a Napoli.
Trovò a un regno dissestato economicamente dove la povera Moglie per andare avanti aveva dovuto vendere o ipotecare palazzi, terre ed anche alcuni suoi gioielli, mentre il tesoro regio era oramai inesistente.
Bisognava pagare i soldati mercenari che se non pagati erano pronti a passare con il nemico e soddisfare le pretese economiche del proprio esercito .
Alfonso invece non aveva problemi di uomini e di rifornimenti che affluivano dai suoi possedimenti siciliani e spagnoli e riprese con più energia l’assedio a Napoli.
Per 4 anni Renato d’Angiò lottò disperatamente contro il re aragonese a difesa del suo regno appoggiato dal popolo che si schierò al suo fianco.
Mai prima di allora la città fu così a lungo assediata e la cittadinanza decimata dalla fame. Si videro persone cibarsi di topi e senti di padri e di mariti che prostituivano le loro donne per procurarsi da mangiare e oltre alla fame c’erano rovine, per effetto dei bombardamenti in ogni parte della città.
Renato era molto amato dal popolo. Egli si recava a piedi in mezzo a loro e ne divideva i disagi ed i pericoli e sempre sorridendo anche avendo la morte nel cuore l’incoraggiava con parole di speranza ( Egli fu soprannominato ” il buono “).
Nonostante i duri assedi però la città e la popolazione resisteva; i napoletani erano fedeli al loro buon re e combattevano con orgoglio e dedizione.
Durante uno dei più duri assedi alla città avvenne l’episodio che riguarda il Crocefisso in legno che si trova nella chiesa del Carmine e che fece gridare al miracolo.
L’esercito di Alfonso, comandato da suo fratello Pietro, era attestato in una zona, oggi corrispondente al borgo Loreto. In quel luogo gli aragonesi, in prossimità del fiume Sebeto avevano posto un accampamento dove c’era tra l’altro una postazione con le bombarde rivolte verso il campanile del Carmine dove si erano rifugiati numerosi gentiluomini del seggio di Portanova sostenitori delle armi angioine.
Gli Angioini nel resistere ai vari assedi, per difendersi, avevano collocato sul campanile della chiesa la loro artiglieria e la torre campanaria era divenuta una vera roccaforte.
Il 17ottobre 1439 ( una data che i napoletani ricordano come quella del ” miracolo del Crocifisso “) l’infante don Pietro, fratello di Alfonso notando del movimento nei pressi della chiesa ordinò di aprire il fuoco in direzione del campanile.
Il colpo di bombarda ( la messinese) attraversò il muro, penetrò nel tempio e sfondato l’abside andò a finire contro il crocifisso. La palla di bombarda avrebbe fatto saltare il capo del Cristo se questi non l’avesse chinato. Così solo la corona di spine saltò via. Quindi la palla cadde con gran fragore sopra certe tavole dentro la chiesa.

Tutti pensarono che il crocifisso una volta colpito fosse andato distrutto e invece prodigiosamente i napoletani constatarono che la statua era intatta e che Cristo appariva con la testa piegata come se avesse voluto schivare il colpo: il capo era privo della corona di spine e gli occhi erano rivolti al cielo.
Il popolo gridò al miracolo del crocifisso e la notizia si sparse in tutta la città arrivando anche nel campo aragonese.
La storia del miracolo arrivò anche ad Alfonso che ordinò al fratello di sospendere il bombardamento; ma don Pietro continuò pagando con la morte la sua disobbedienza.
Infatti Il giorno dopo un’altra palla, sparata stavolta dal campo angioino, asportò nettamente la testa del fratello di Alfonso, Don Pedro che il giorno innanzi aveva diretto il tiro sulla chiesa. Il colpo sparato dal campo angioino gli troncò di netto la testa. Quando poi Alfonso entrò in Napoli, volle accertare di persona la veridicità di quanto gli era stato narrato. Si convinse della autenticità del fatto e volle che il Crocefisso fosse restaurato senza badare a spese; donò altresì un magnifico tabernacolo, in sostituzione di quello che il proiettile della bombarda aveva mandato in frantumi.
Oggi il Crocefisso è ancora visibile nella chiesa del Carmine sotto l’arco del transetto in un grande tabernacolo intagliato, probabilmente quello rifatto d’Aragona.
Il crocifisso viene tenuto per quasi tutto l’anno coperto da un drappo scuro e lo si può ammirare solo dal 26 dicembre al 2 gennaio. In questi giorni infatti, al crocifisso viene tolto il drappo che lo ricopre abitualmente.
Gli assedi comunque continuarono facendosi ogni giorno più duri.
Nella precaria condizione in cui versava la città sarebbe stata in altri tempi facile da conquistare eppure il re aragonese non vi riusciva.
L’esercito di Alfonso rimaneva inchiodato fuori le mura di Porta Capuana e non riusciva ad andare oltre (questo a confermare la validità delle vecchie mura napoletane) mentre le artiglierie del castello di San Martino comunque continuava a fare vittime tra i suoi uomini.
La situazione quindi anche nel campo aragonese non era rosea ed i segni della stanchezza cominciavano a farsi sentire.
Solo il caso o se vogliamo un colpo di fortuna gli fece riuscire nell’impresa di conquistare la città.
Alfonso venne a conoscenza dell’esistenza di un vecchio acquedotto in disuso attraverso il cui condotto si dice entrò il bizantino Belisario nove secoli prima. Si trattava di un antico acquedotto greco sotterraneo (detto della Bolla ) che dall’esterno passando sotto le mura, sboccava in una casa nei pressi della porta di Santa Sofia.
Un giorno si presentarono al cospetto del re Alfonso due uomini ( Aniello e Roberto ) che avevano lavorato come muratori nell’acquedotto di Napoli . Questi pur di porre fine a questo lungo assedio e a tutte le conseguenze che comportavano riferirono al re della conoscenza di una parte dell’acquedotto abbandonato che sbucava dentro casa di Mastro Citiello ‘o cusetore ( il sarto ) che a sua volta si trova dentro le mura della città oltre Porta Capuana, presso Porta Santa Sofia.
Era lo stesso condotto usato da Belisario nel passato.
Il re promise una ricompensa in caso di verità e inviò subito due compagnie armate attraverso il passaggio segreto al seguito dei due muratori per sbucare poi nella casa del sarto.
Nei documenti dell’epoca risulta che ai due muratori e alla proprietaria della casa ( donna Ciccarella moglie di Mastro Citiello) fu concesso poi il pagamento di 36 ducati annui di pensione.
Le truppe spagnole quindi scesero da un pozzo fuori le mura e uscendo dall’acquedotto entrarono in città riemergendo da un pozzo dentro le antiche mura (che oggi si trovano sepolte sotto la cortina di palazzi fra San Giovanni a Carbonara e Via Cesare Rosarrol ) riuscendo cosi’ nell’impresa di aprire la porta di Santa Sofia ai loro compagni; una volta entrati incominciarono gli scontri con le forze angioine ed i combattimenti avvennero un po’ ovunque in città. Lo stesso Renato subito accorso, si battè alla testa dei suoi cavalieri ma soverchiato dal numero, ferito ed in procinto di essere accerchiato dovette ripiegare su Castelnuovo dove si rinchiuse con un pugno di uomini che gli erano rimasti fedeli dove potè resistere solo pochi giorni.
Egli, insieme alla guarnigione francese ed ai cavalieri napoletani che vollero seguirli appena fu possibile, s’imbarcò su due galee genovese che erano accorse sotto le mura del castello e lasciò per sempre la città.
Gli aragonesi saccheggiarono i resti di quello che rimaneva della città sotto gli occhi inerti della popolazione.
Gli aragonesi erano oramai padroni del regno ma il corteo reale però percorse la città solo il 26 febbraio del 1443. Il nuovo re entrò in Napoli su un carro attraverso un varco aperto nelle mura abbattute del Carmine. L’entrata in città fu scenograficamente costruita come un vero trionfo alla maniera degli imperatori romani.
Per esternare il suo trionfo fece poi costruire l’Arco trionfale del maschio angioino, una delle più belle opere del rinascimento italiano.
Cosa resta della famosa casa? Il Celano nel 1962 ci riferisce di un luogo detto ” o puzzo e Santa Sofia “che era presente nei pressi della chiesa di Santa Sofia nel quartiere San Lorenzo. Questo rudere poi però scomparve sommerso dalla nuova edilizia.
Benedetto Croce cercò a lungo quel luogo e scrisse su la rivista Napoli Nobilissima < … mi sono diretto a un cosetore che ha la bottega dalla banda della chiesetta, sperando che in lui rivivesse qualcosa dell’animo di Citiello. Ma il cosetore mi ha consigliato di rivolgermi al lattonaro ch’e viceversa un giovane, m’ha assicurato che proprio la sua bottega fu quella dalla quale sbucarono i soldati di Alfonso e che nelle stanze superiori c’e ancora il pozzo di Ciccarella ……>
A voi la caccia del famoso luogo.

 

 

 

 

 

 

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