I QUARTIERI SPAGNOLI

Era il 1536 quando il vicerè Don Pedro di Toledo fece costruire delle abitazioni per ospitare le sue truppe spagnole che facevano tappa a Napoli.

Nacquero i quartieri spagnoli.

Un luogo dove i panni “spasi” fanno quasi da cornice al quartire, le strade si suddividono in vichi, vicoletti e strettoie. Un miscuglio di colori, rumori, sapori, voci rendono la visita suggestiva e affascinante, nel cuore autentico di Napoli.

L’area si estende per circa 765.016 mq compresi tra Corso Vittorio Emanuele e Via Toledo (nome del fondatore). Ma è già dagli antipodi che i quartieri spagnoli non ebbero un bel destino; I soldati infatti erano alla ricerca del divertimento e di conseguenza si ebbe l’insorgenza del grave fenomeno della prostituzione. In poco tempo i quartieri divennero luoghi malsani, frequentati da persone con uno stile di vita arrogante, litigioso e negativamente dominante.

Ma i quartieri spagnoli sono anche altro, sono storia. Bastano infatti pochi passi per imbattersi in chiese che custodiscono importanti rilievi d’arte. Ad esempio, la Chiesa di Santa Maria della Concezione a Montecalvario, la Chiesa di Santa Caterina da Siena (che custodisce importanti opere del Fischetti o di G. Diana), la Chiesa di S.Anna di Palazzo (dove fu battezzato il pittore Luca Giordano).

Una particolare attenzione merita il santuario dedicato a S.Maria Francesca delle cinque piaghe, in vico Tre Re a Toledo. Annesso al santuario si trova la casa di S.Maria Francesca dove nacque e visse e dove molte giovani coppie vanno in visita per affidare il loro desiderio di precreazione alla fede ed alla preghiera. Le coppie desiderose di un figlio seggono sulla sedia (sedia della fertilità ) su cui la santa sedeva per patire i dolori della passione di Cristo.

Una curiosità che attira l’occhio di molti viaggiatori sono i “bassi” napoletani. I bassi sono dei locali con affaccio in strada che da rimesse o botteghe sono convertite in abitazioni ed esprimono tutta l’arte dell’arrangiarsi del napoletano; in uno stretto, a volte anche umido monolocale è capace di organizzare una cucina ben fornita, camere da letto, divano, tv al plasma, tavolo e pure i parenti la domenica.

I Quartieri Spagnoli furono costruiti per acquartierare l’esercito spagnolo di stanza nella Regione, in una posizione strategica vicino al Palazzo del Viceré e di fronte al porto.
Appaiono come un meraviglioso dedalo di vicoli e gradoni, dove palazzi e chiese spesso sono una sola cosa e gli edifici si accavallano e si stratificano tra loro tra ragnatele di strade avvolti talvolta da poca luce .
Un luogo dove i panni “spasi ” fanno da cornice al quartiere in cui le traverse sono chiamate vichi e questi se sono molto stretti sono chiamati vicoletti e strettoie se sono veramente piccoli e soffocanti. Le vie erte sono dette salite se menano verso l’esterno della città, calate se conducono alla citta’ vecchia, gradoni se hanno scaglioni, rampe se hanno branche.
Si tratta di un piccolo mondo che talvolta sei capace di detestare per la decadenza che l’avvolge, dove puoi vedere le volte sorrette ancora dai tubi di ferro dei terremoti oppure sei capace di amare per i suoi colori, i rumori, le voci, gli odori di frittura in alcune ore, i panzarotti, la pizza, la luce, il buio, i bambini per strada, i palazzi del seicento, i fregi sulle porte, i balconi bombati, le pietre, le lapidi, le porte inchiodate, le iscrizioni, le cappelle votive di alluminio anodizzato, le maioliche lucenti dei chiostri, e i giardini di aranci che si aprono come oasi sfinite nell’affollato deserto di pietra dei vicoli.
Questi vicoli hanno una loro vita, che ruota intorno a mestieri vecchi e nuovi, alle tante botteghe artigiane, agli ambulanti, alle bancarelle, che insieme costituiscono la cosiddetta “economia del vicolo”. Un’economia che si adatta velocemente alla realtà circostante e cambia secondo le necessità o le stagioni.
Si tratta di un luogo molto suggestivo e caratteristico dove di fatto puoi incontrare dal vivo la cultura napoletana, assaporare il profumo dei suoi cibi, calarsi nella sua lingua e nella sua musica. Puoi sentire qui come in nessun altro luogo la tipica sfumatura linguistica napoletana con una cadenza forte, marcata, teatrale e sempre colorita.
Può anche capitarti di incrociare sguardi e rispondere a saluti (perché qui ci si saluta sempre anche se non ci si conosce).
Un luogo vitale, energico, caotico ricco di di storia, cultura, musica e sapori dove i bassi s’intervallano a palazzi nobiliari e chiese monumentali, capaci di far salire le lacrime agli occhi per la sua bellezza.
Tra costruzioni fatiscenti o deturpate dalle sovrapposizioni e dagli sventramenti, possiamo notare palazzi con maestosi portali, mascheroni, soffitti affrescati e stemmi nobiliari.
Come ad esempio quello che sorge al civico 46 di Via Santa Teresella degli Spagnoli ovvero il Palazzo Sifola con la sorprendente e splendida facciata in bugnato adornata di stucchi. Secondo alcune fonti Eleonora Pimentel Fonseca prese in affitto un appartamento in questo palazzo, dove avrebbe ospitato i rivoluzionari della Repubblica Partenopea del 99 e redatto il “Monitore Napoletano”.
I Quartieri spagnoli si estendono su una superficie di 765.016 mq. e sono compresi tra il C. Vittorio Emanuele e Via Toledo. Quest’ultima strada prende il nome dal suo fondatore, il viceré Don Pedro di Toledo, il quale decise la costruzione dei noti “quartieri spagnoli” verso il 1536, al fine di ospitare le abitazioni per i suoi soldati e le truppe spagnole dirette su altri fronti di guerra, che facevano tappa a Napoli.
Nei quartieri spagnoli i soldati andavano in cerca di divertimento, e di conseguenza ben presto si sviluppò rapidamente il grave fenomeno della la prostituzione. La povertà e la miseria del popolo era alta e spesso alcune povere fanciulle napoletane, per motivi economici, erano costrette a vendere il proprio corpo in cambio di denaro.
I quartieri si popolarono quindi di abitazioni per le guarnigioni ma anche di case di prostitute e taverne malfamate . In essi si affermo più che ogni altro luogo della città, lo stile di vita e il carattere dello spagnolo: litigioso, arrogante, spaccone, donnaiolo.
In questi luoghi il popolo subì la negativa influenza del dominatore, assimilandone gli aspetti maggiori come i “bravi” o “sgherri” ( personaggi che a pagamento compivano la azioni più nefande).

A dire il vero, i primi rapporti tra il popolo e i soldati non furono facili poichè questi ultimi con la mentalità propria dei conquistatori, si comportavano con arroganza e spesso con violenza per cui non era raro trovare al mattino, per le strade, cadaveri di militi uccisi durante la notte da mariti offesi o da persone depredate.

Eppure di tutte le dominazioni succedutesi doveva essere quella spagnola nel tempo a lasciare un’impronta indelebile nell’aspetto della citta, perchè, anche se modificata da demolizioni e da nuove costruzioni, Napoli, nelle sue linee essenziali, e’ quella venuta a crearsi durante i due secoli del regime vicereale. Ancora oggi molti nomi di strade e vicoli ricordano la Napoli spagnola. L’impronta lasciata da quella dominazione resterà per sempre una cicatrice indelebile. Quello che  non scomparirà mai e’ il segno impresso al carattere dei napoletani dagli usi e dai costumi dei spagnoli, i quali non trascuravano mai la forma, il che comportava spesso il sacrificio del benessere materiale a vantaggio dell’esteriorita’ (la forma sulla sostanza) che aveva un ruolo determinante per quella che loro consideravano la propria dignità.

Ancora oggi per definire la vanagloria, la boria, la mania di grandezza vengono definiti con attributi quali: spagnolismo, spagnolesco o spagnolata.

Un dato dimostrativo dell’assimilazione delle usanze spagnole da parte dei napoletani e’ il “don” così largamente usato, specie tra il popolo, ma, purtroppo ben altre eredita’ lasciarono gli spagnoli tra le quali si evidenziano il gioco, la menzogna e il turpiloquio.

I napoletani da sempre e sopratutto prima della dominazione spagnola, usavano un linguaggio corretto e raramente ricorrevano all’inganno e alla menzogna; furono i soldati spagnuoli ad importare insieme al gioco, l’ imbroglio, la falsita’ e il linguaggio scurrile.

Bisogna  dire pero’, ad onor del vero, che il popolo si adatto’ presto a tali maniere e tanto bene da superare gli stessi iniziatori che sovente erano raggirati con gli stessi metodi da loro importati ma dai napoletani perfezionati.
Nei quartieri spagnoli quindi il popolo imparo’a vivere nel bene e nel male tramandando nel tempo atteggiamenti e costumi talvolta tuttora tristemente attuali.
Qui, forse, ha avuto origine il frutto di un’altra pesante eredita’ lasciataci dagli spagnoli: la camorra.
Un altro grave problema che caratterizzò i quartieri spagnoli fu appunto la criminalità. Piccole bande criminali, infatti, giravano tra i vicoli commettendo furti e ogni genere di soprusi ai danni della popolazione. Inevitabilmente scoppiavano risse che spesso finivano nel sangue.
Ad un certo punto ci si accorse che era veramente difficile mantenere un ordine in questi quartieri e tutto questo fini’ per favorire i “camorristi” i quali con i loro sistemi se non altro mantenevano una sorta di controllo sul territorio e arrivavano dove il governo non riusciva ad arrivare (un po’ come oggi).
I camorristi furono quindi tollerati dagli spagnoli (e successivamente dai piemontesi) in quanto si servivano di essi, quasi come di poliziotti, per mantenere l’ordine tra il popolo.
I loro sistemi per mantenere ordine erano la violenza, le armi, l’estorsione e la paura.
La parola ‘camorra’ infatti, etimologicamente, significa rissa, prepotenza e sta ad indicate anche una cortissima giacca di tela che i loschi figuri indossavano.
Questo incredibile patto tra stato e camorra a Napoli e’ sempre stato appannaggio di chi ha governato questa città. La camorra ha sempre fatto comodo a tutti questi governi perché’ era la via più’ semplice per governare una difficile situazione locale venutasi a creare per inefficienza e superficialità di chi ha dovuto gestire il potere governativo nel corso degli anni.
La stessa unificazione d’Italia avvenuta circa 150 anni fa e’ avvenuta grazie ad un patto avvenuto tra piemontesi e camorra.
A sostegno di quest’ultima tesi le carte che dimostrano che il 26 ottobre 1860 Garibaldi pagò una pensione vitalizia di 12 ducati mensili a nome di Antonietta Pace, Carmela Faucitano, Costanza Leipnecher, Pasquarella Proto e Marianna De Crescenzo, le principali esponenti femminili della Camorra napoletana. Quest’ultima era sorella proprio di quel Salvatore De Crescenzo che aveva camminato accanto a Garibaldi al suo ingresso a Napoli.
Il losco personaggio aveva acquistato il ruolo di intermediario tra politica e camorra quando Liborio Romano per contrastare le sommosse nate sulla scia di quella siciliana del 1848 lo chiamò per chiedergli di radunare tutti i capi-quartieri della città e stipulare un patto di aiuto reciproco.
Lo stesso signor Garibaldi quando fece il suo ingresso nella città partenopea aveva al suo fianco, in testa al corteo di persone che l’accompagnava, sia Liborio Romano Ministro di Polizia che Salvatore De Crescenzo, capo della camorra dell’epoca, detto “Tore ‘e Criscienzo”, i cui uomini mantennero l’ordine pubblico.
Liborio Romano non reclutò solo “Tore”, ma tanti altri camorristi che furono poi tutti nominati funzionari di polizia.
Liborio Romano era il corrispondente di Camillo Benso di Cavour e ovviamente appena Garibaldi entro’ a Napoli, formò immediatamente un governo con a capo proprio Liberio Romano che come primo atto ufficiale cedette al Piemonte la potente flotta da guerra borbonica.
Tornando ai quartieri spagnoli, bisogna comunque dire che inizialmente, Don Pedro de Toledo, tento’ di emarginare il fenomeno della prostituzione emanando nuove leggi, tra cui l’editto che stabiliva pene severe per le prostitute e i loro “amici” colti in flagranza di reato. Queste leggi, però, non vennero rispettate anzi fu subito trovato il modo di violarle. Infatti, tra le stradine dei quartieri, là dove lo spazio lo permetteva, vennero sistemate varie baracche di legno che servivano per gli incontri tra i soldati e le loro “compagne di piacere”.
Nacquero in conseguenza a tale fenomeno molti conventi che le nobildonne dell’epoca si diedero a fondare per accogliere e aiutare le ragazze dedite alla prostituzione. I resti di molti di questi antichi complessi conventuali oggi sono in gran parte inglobati in altre strutture o destinati ad altri usi.

La religiosità, dei Quartieri, e’ comunque sempre stata viva, come testimonia la presenza di numerose chiese e tante cappelle votive che trovi in ogni vicolo.

A Napoli l’edificazione di una cappella votiva non trova la sua giustificazione in un evento miracoloso. Qui le immagini sacre non piangono e non sanguinano. Ogni individuo o una qualsiasi associazione ne può edificare una, perché la cappella votiva è realmente della gente, è una forma di culto che potremmo dire parte dal basso. Accanto all’immagine della Vergine o del Santo di turno, foto di defunti, qualche dedica, fiori ed ex-voto.
La presenza delle edicole votive si associa all’attività religiosa di Padre Rocco, un “missionario cittadino” che dedicò la sua vita alla cura delle classi più povere.
Ai tempi, nel ‘700, la città di notte era buia e pericolosa e non esisteva un impianto di illuminazione. I nobili venivano scortati da servi con lanterne e la povera gente, onde evitare brutti incontri, la sera si rintanava in casa. I delinquenti, ed erano molti, la facevano da padroni: essi si appostavano al buio tendendo una corda nella quale il malcapitato che inciampava, veniva immediatamente sopraffatto (da qui nacque il detto “e che te cride ca’ vaco a mettere ‘a fune ‘a notte“, per dire: non vado mica a rubare).
Il governo di allora, perdeva tempo nello studiare i vari piani atti a risolvere il problema, e allora Padre Rocco, che teneva molto a cuore i problemi della povera gente, escogitò un suo personale ma geniale piano.
Dopo un primo tentativo, di far mettere delle lanterne ad olio, che venivano prontamente distrutte dai ladri, al Domenicano venne l’idea vincente. Approfittando del fatto che il sentimento religioso nei napoletani, anche nei ladri, é sempre stato molto forte, egli ogni 5 o 6 case penso’ di consegnare ai fedeli più devoti delle immagini sacre, invitando loro ad appenderle fuori casa ed ad accendervi un lume ogni sera.

Individuo’ contemporaneamente, lui stesso i luoghi più a rischio dove fece costruire Croci di legno con affisse copie di un quadro della Vergine e vi costruì intorno nicchie e piedistalli. L’ intuizione fu di affidare poi alla gente del luogo il compito e l’ onore di tenere sempre accese le lanterne.
Le lampade non furono più distrutte e Napoli grazie a questa idea del padre Domenicano riuscì a garantire la prima forma d’illuminazione pubblica della città e nel contempo anche a diffondere la sua opera religiosa.
La città di Napoli, così, conobbe le sue luci notturne e fu senza dubbio sempre più sicura, a mano a mano che le edicole votive si estesero a tutto il territorio abitato.
Questo retaggio dei Santi e delle Madonne di Padre Rocco è tutt’ora esistente ed e’ costituito dalle tante edicole religiose che, appunto, si vedono sui muri.
Le tante chiese, sono spesso veri e propri scrigni d’arte, come la barocca Concezione a Montecalvario, opera di Domenico Antonio Vaccaro o la Chiesa di Santa Caterina da Siena che custodisce opere del Fischetti e di Giacinto Diana o la Chiesa di Sant’Anna di Palazzo la cui cupola domina i vicoli mentre l’interno custodisce opere d’arte e tanta storia Qui, infatti, fu battezzato il pittore Luca Giordano e qui si sposò la rivoluzionaria Eleonora Pimentel Fonseca che visse in affitto in un appartamento al civico 46 di Via Santa Teresella degli Spagnoli nel Palazzo Sifola (da notare la sorprendente e splendida facciata in bugnato adornata di stucchi).
Alcune chiese sono addirittura diventate meta di pellegrinaggio.
In Vico Tre Re a Toledo c’è un piccolo santuario, dedicato a Santa Maria Francesca delle cinque piaghe, prima santa napoletana della Chiesa e Compatrona di Napoli. La Santa, al secolo Anna Maria Rosa Nicoletta Gallo, nacque e visse nei “Quartieri Spagnoli”. Tra i molti carismi di Suor Maria Francesca c’era il dono della profezia e ancora vivente si verificarono fatti prodigiosi che il popolo considerò come miracoli. Pare infatti che molti anni prima che accadesse, essa profetizzò anche l’evento della rivoluzione francese.
Annessa alla piccolissima chiesa, vi è la casa dove S. Maria Francesca visse per molti anni della sua vita e dove si recano numerosi fedeli. Soprattutto giovani coppie che affidano alla speranza e alla fede la possibilità di procreare. Infatti, la casa custodisce ancora la sedia sulla quale la Santa pativa sul suo corpo i dolori della passione di Cristo e sulla quale oggi siedono le donne desiderose di avere un figlio.
La suora che oggi le accoglie, ascolta i loro problemi e le loro preghiere e sfiora il loro ventre con un reliquario contenente una ciocca di capelli e alcuni resti ossei della Santa.
Un grande ospedale occupa il cuore dei quartieri : si tratta dell’Ospedale dei Pellegrini che venne fondato nel 1578 da sei artigiani napoletani , i quali volevano creare una congregazione religiosa che affiancasse, all’esercizio del culto, un’opera di soccorso per i bisognosi e per i poveri. Loro intenzione era quella di ospitare ed assistere i pellegrini in transito a Napoli. Infatti, tutti coloro che venivano a Napoli spinti dalla fede non sempre avevano la possibilità di trovare a poco prezzo un alloggio in città, inoltre alcuni fedeli, per lo strapazzo del viaggio, talvolta, si ammalavano e avevano bisogno di cure. Si propose, così, di creare una casa ospitale ( ospedale) dove i pellegrini potessero essere accolti per tre giorni interi.
“L’arciconfraternita e l’ospedale S.S. Trinità di Pellegrini e Convalescenti”, grazie anche ai fondi di molti generosi benefattori, accolse nel tempo un numero sempre maggiore di pellegrini e ben presto furono accolte anche persone convalescenti di gravi malattie che, dimesse troppo presto dagli ospedali, non potevano curarsi a casa .
La struttura iniziale divenne quindi insufficiente e nel 1852 si trasferi’ alla Pignasecca dove don Fabrizio Pignatelli dei duchi Monteleone aveva fatto costruire una casa e una chiesa a cui affiancare un ospedale che lascio’ alla sua morte in eredita’all’arciconfraternita dei Pellegrini .
L’ospedale poi completato nel 1591 continuava ad accogliere sempre piu’pellegrini convalescenti e bisognosi , basta pensare che, durante il Giubileo del 1600, furono accolti ben ottantamila pellegrini.

Durante la seconda guerra mondiale l’ospedale fu gravemente danneggiato dalle bombe, tuttavia l’arciconfraternita continuò coraggiosamente la sua opera di soccorso , non esitando a trasformare la sua chiesa della S. S. Trinità in corsia ospedaliera.

La zona della Pignasecca , luogo popolare e popolosa della città, dove si trova ancora attualmente l’antico ospedale con le sue due chiese è anche la sede del più noto mercato alimentare della città. Essa deve il nome a una pineta che sorgeva proprio nel luogo in cui si trova il mercato. Il termine”Pignasecca” si rifà, in particolare, ad un’antica credenza popolare: si racconta, infatti, che un vescovo napoletano fece affiggere sul tronco di un pino una bolla di scomunica e, appena il foglio fu appoggiato all’albero, questo si seccò di colpo. Da allora la “Pignasecca” ha questo nome che ancora oggi la caratterizza.

Una delle più famose strade dei Quartieri Spagnoli , prende il nome dalla chiesa di San Liborio, situata in Piazza Carità, costruita nel 1694 e destinata ad un conservatorio di suore.

La notorietà di Via S.Liborio è dovuta alla famosissima commedia “Filumena Maturano” di Eduardo De Filippo nella quale è rievocata la storia di una ragazza diventata prostituta per necessità. Filumena, infatti, abitava in un “basso” insieme a tanti altri componenti della sua famiglia.

I famosi bassi oggi non sono più quelli descritti in passato da cronisti e viaggiatori che ne evidenziavano lo squallore, la miseria, e le condizioni di vita al limite estremo del decoro umano. Essi attraverso ingegnose opere edilizie hanno acquistato nel tempo una certa dignità senza per questo snaturarsi.
Nei tanti bassi palpita il grande cuore di Napoli , tutti accoglienti , lindi e profumati. Teatri di storia , letteratura e commedie rappresentano un vero spettacolo dell’arte di arrangiarsi : soppalco, tanto di verandina fiorita, una grande camera con l’angolo cottura e una cucina sempre avviata con un bagno ricavato in un angolo . Tutto tenuto a meraviglia, magari con un arredamento un po’ chiassoso con al centro un bel televisore al plasma e un vaso pieno di fiori, poggiato su un centrino al centro del tavolo. In camera da letto, sul letto una vecchia bambola con il vestito di pizzo, sul comò qualche fotografia di chi non c’è più. Nell’aria, intorno al basso, di buon mattino un odore di detersivo che si spande nell’aria pronto a trasformarsi in quello di un buon caffè in tarda mattinata ed in quello dei tipici piatti napoletani verso l’ora di pranzo.
Spesso la più svariata mercanzia è esposta tra fotografie e “figurelle” in bella mostra sul comò, perché il basso può essere anche una casa-bottega poiché tutto è ammesso quando serve per “arrangiarsi”.
Accanto ai ‘ bassi ‘ nei negozietti che si affacciano sui vicoli si lavorano oggi borse, cinture, scarpe, e tipiche trattorie dove si possono gustare specialità napoletane in ambienti molto semplici, ma anche molto puliti.
Nel tempo i Quartieri sono cresciuti a dismisura fino ad occupare l’intero Poggio delle Mortelle (dalla gran quantità di mirto che vi cresceva). Ai primi del Seicento, questo luogo era così ameno che numerosi ordini religiosi decisero di costruirvi le loro dimore tra il verde che saliva ininterrotto verso la collina del Vomero.
Di quell’abbondanza di verde e della natura rurale del luogo, vi sono ancora tracce nella toponomastica attuale, come Vico Nocelle, Vico Giardinetto, Vico Lungo Gelso e nella presenza di lunghi tratti di Pedementine che rappresentavano l’unico collegamento con la parte alta della città. Le sue scale si arrampicano lungo il versante della collina del Vomero fino alla Certosa di San Martino in uno scenario di suggestiva bellezza.

A tal proposto e’ giusto ricordare il rilevante numero di salite e discese utili in tempi passati (ma ancora oggi) per collegare la parte alta della città alta con quella bassa. ‘

Noi siamo abituati a pensare a Napoli solo come a una citta’ di mare ma il suo territorio è invece legato ad una morfologia collinare, con alture più’ o meno elevate su cui nel tempo si e’ sviluppata la citta’. Difatti con lo sviluppo della città sul versante collinare si sono venuti a creare dei collegamenti naturali fatti di gradinate e scale che sono di divenuti poi i due prevalenti sistemi di percorso pedonale distinguendosi le prime per il loro carattere lungo ed articolato che intervalla gradini piu o meno ampi e comodi al passo, a tratti stradali; le seconde, piu’ brevi e ripide, la cui etimologia deriva dal latino scando, cioe’ salgo, per la loro riconosciuta funzione di accorciatoia.
Le salite, le discese, i gradoni, le rampe, e le scale, hanno assunto quindi un importante ruolo di collegamento urbano per la gente che si doveva spostare nell’ambito della citta’.
La Pedamentina, che dal Castel S.Elmo, porta al Corso Vittorio Emanuele rappresenta il tipico esempio di questo sistema di comunicazione, proseguendo fino al decumano minore, ovvero alla famosissima “Spaccanapoli” ( storicamente il più importante antico tracciato greco della città).
Altro grande, maestoso edificio della zona e’ quello che fino a qualche anno fa ha ospitato ” l’Ospedale Militare”, che risale al 1536. Si trattava precedentemente di un convento chiamato “Trinità delle Monache” che nel 1806 diventò l’Ospedale militare di Napoli, oggi trasferito altrove.
Il convento, di grande bellezza architettonica e circondato da lussuosi giardini, accoglieva spesso famiglie aristocratiche. La chiesa fu commissionata a uno dei migliori architetti del tempo, il Grimaldi, e la spesa fu di circa centocinquantamila ducati. La meravigliosa scala d’accesso della Chiesa è anch’essa opera dello stesso architetto.

Sull’altare maggiore si trovano due splendidi quadri:”La S.S.Trinità che incorona la Vergine ” e “I Santi della Santa Fede”. In una delle cappelline laterali è, inoltre, rappresentata una “Immacolata con i S.S.Francesco e Antonio”di Battistello Caracciolo.

L ‘origine spagnola dei Quartieri vive ancora nel nome di molte strade, nelle chiese (come ad esempio la Trinità degli Spagnoli), in alcuni santi venerati (come S. Maria del Pilar),o ancora nei resti di antichi complessi conventuali oggi in gran parte inglobati in altre strutture o destinati ad altri usi.

La rabbia per chi ama questa citta’ aumenta quando vedi che la decadenza si è impadronita di questo posto (molto tempo fà) e non sembra mollare la sua stretta, capace di corrodere e sgretolare anche le persone ma oggi, finalmente, e’ in atto una riqualificazione ambientale dei luoghi che restano comunque bellissimi.
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