CONFRATERNITA DEI BIANCHI E CONSERVATORIO LA PIETATELLA

Il primo nucleo del conservatorio fu costruito nel 1583 per intercessione della Confraternita dei Bianchi che, in Rua Catalana, aveva come sede la chiesa di Santa Maria dell’Incoronata; i confratelli decisero, con l’aiuto di donazione private, di ospitare degli orfanelli raccolti per strada in una casa adiacente alla chiesa e di stabilirvi la sede di una scuola musicale. La prima stesura delle Regole del conservatorio fu affidata a don Orazio del Monte, il quale sottopose l’intero documento alla regia approvazione; questa sorta di patrocinio regale ebbe una ricaduta positiva sull’intero istituto e le donazioni da parte dei nobili, sotto forma di lasciti testamentari o semplici elargizioni di somme di denaro, nel corso degli anni furono numerose. L’attività dell’istituto ebbe riscontri positivi anche da parte di diversi pontefici che non esitarono a concedere indulgenze a tutti quelli che si fossero dimostrati sensibili verso le necessità del conservatorio. Tutto ciò non fece che accrescere la fama dei Turchini e, soprattutto per il numero dei ragazzi presenti e per il crescente sviluppo delle attività al suo interno, esso fu trasferito ben presto in un edificio più ampio. Nel 1592 i governatori dell’istituto fecero richiesta al viceré per ottenere uno spazio adiacente all’edificio; l’anno dopo fu deciso che il nuovo istituto sarebbe sorto lungo la via delle Corregge – l’attuale via Medina – nel largo dell’Incoronata, di fronte all’omonima chiesa. I lavori per la costruzione del nuovo edificio furono affidati, in tempi diversi, a Vincenzo della Monica e a Costantino Avallone, durando circa venticinque anni. Il nuovo istituto si sviluppava su diversi livelli collegati tra loro da corridoi e scale: al primo piano si trovava l’appartamento del rettore; al secondo quello del vicerettore e del sacrestano, nonché l’oratorio della cappella della congregazione dei Bianchi e la cappella. Sempre sullo stesso piano furono collocati il dormitorio – diviso in diversi ambienti per ospitare separatamente i ragazzi più grandi, i più piccoli e, in modo più appartato, le voci bianche –, l’infermeria e una farmacia che distribuiva medicine anche agli abitanti del quartiere. Completava il tutto un forno per la produzione del pane
Ricordiamo anche la pestilenza del 1645, che colpì la maggior parte dei conservatoristi, e quella del 1656, ancora più grave, che imperversò sulla città per sei anni decimando gran parte della popolazione del conservatorio. Negli ultimi anni del settecento, l’Istituto attraversò una profonda crisi da cui non seppe più riprendersi. Grazie all’intervento di Ferdinando IV di Borbone, che nel 1791 nominò come amministratore il calabrese Saverio Mattei, l’istituto conobbe alcuni anni di lenta ripresa in cui cercò di risollevarsi dalla precaria situazione di decadenza in cui versava; in tal senso, gli interventi del Mattei risultarono parzialmente efficaci. Tuttavia, alla morte dell’amministratore, avvenuta solo quattro anni dopo la sua nomina, i dissesti dell’istituto suggerirono all’arcivescovo di Taranto, monsignor Giuseppe Capecelatro, di inviare a Napoleone Bonaparte una relazione datata 30 agosto 1806 in cui chiedeva l’unificazione dei conservatori della Pietà dei Turchini e di Loreto a Capua – a sua volta frutto dell’accorpamento dei conservatori di Santa Maria di Loreto e Sant’Onofrio a Porta Capuana – nel Collegio Reale della Musica.La fusione avvenne nel gennaio del 1807 e, appena un anno dopo, il Collegio fu allocato nel monastero delle Dame di San Sebastiano; nel 1826, in maniera definitiva, esso prese dimora nel monastero dei padri celestini di San Pietro a Majella. Nel 1688, in seguito al terremoto, l’intera struttura della cupola fu imbrigliata tramite un cerchio in ferro per consolidarne la struttura; importanti lavori di restauro furono fatti anche successivamente . Sempre secondo il Di Giacomo, tra il 1615 e il 1622, fu affidato al religioso Lelio d’Urso, il primo incarico di maestro di musica; subito dopo la direzione passò al maestro di cappella don Giovanni Maria Sabino e da allora, nei due secoli successivi, si sono alternati personalità di grande fama come Pasquale Cafaro, Lorenzo Fango, Leonardo Leo, Francesco Provenzale, Pasquale Sala, Francesco Saverio Mercadante, Nicola D’Arienzo. La vita dei conservatoristi era scandita, oltre che dalle lezioni di musica, latino, geografia e grammatica, da regole ben precise e da lunghe e impegnative pratiche religiose che comprendevano una catechesi rigida, che andava dalla recita mattutina dei salmi alla partecipazione della santa messa prima dell’inizio delle lezioni quotidiane. La vita del conservatorio non fu immune alle varie storie napoletane. È da ricordare, ad esempio, la tragica vicenda della rivoluzione del 1799, espressione delle nascenti ideologia repubblicane alla quale aderirono anche i “turchini”; essi parteciparono costituendo una sorta di comitato della musica composto da diciassette ragazzi che, in seguito, furono vittime di un’orribile repressione.

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