LA VILLA AUGUSTEA DI SOMMA VESUVIANA

Somma Vesuviana è un comune di origini antichissime situato nel cuore del famoso Parco Nazionale del Vesuvio.

Il suo terreno, fertilissimo per la vicinanza del Vesuvio  è   il protagonista di numerose eccellenze gastronomiche della cucina napoletana  che vede ai primi posti   i pomodorini del piennolo, le albicocche (crisommole) e l’uva (catalanesca), da cui si ricava un ottimo vino da tavola che solitamente accompagna numerose ricette  di baccalà e di stoccafisso, ( vere specialitò del luogo )  che già a partire dal 1500 sono diventati protagonisti incontrastati della gastronomia sommese grazie ad un filo diretto che collega le pendici del Vesuvio all’Europa del Nord.

Il suo piu antico quartiere   , tuttora circondato da mura aragonesi , chiamato ” Casamale ”  (  il nome deriva dalla aristocratica famiglia dei Causamala ) conserva ancora oggi integro il suo aspetto medievale ed è il luogo dove oltre a vecchi palazzi aristocratici si trova  anche l’imponente convento dei Padri Eremitani di Sant’Agostino con la cappella titolata prima a San Giacomo e poi, dopo la costruzione della chiesa, a Santa Maria della Sanità.  Nel 1595 la chiesa fu insignita del titolo di Collegiata cambiando il nome di Santa Maria Maggiore.

 

 

 

 

Il castello di origine Aragonese , con la sua struttura architettonica costituita da quattro torri cilindriche ai lati, fu voluto da Lucrezia d’Alagno amante del Re Alfonso d’Aragona, nel 1458 quando alla morte del re, essa si stabilì a Somma per viverci. Il re aveva infatti donato , alla sua favorita , Donna Lucrezia d’Alagno l’intero territorio di Somma Vesuviana .

La cosa però , non fece molto piacere al successore al trono e  figlio naturale Re Ferrante,  che  cercò  di convincere la nobildonna a cedere la roccaforte. Lucrezia però non volle neppure vederlo e dopo ben 27 giorni di assedio, in disperate condizioni, fu poi costretta a cedere con la forza  il castello al successore al trono.

La roccaforte appartenne, poi, a Giovanna III  aragonese ed alla figlia Giovanna IV fino al 1518.

Nel 1691 Don Felice Fernandez de Cordova, Duca di Sessa e Somma, affittò il Castello a tempo indeterminato al barone napoletano Luca Antonio de Curtis. Più tardi, ancora, nel 1750, il marchese Michele de Curtis si aggiudicò la locazione a vita.

Il castello è poi divenuto dal 1946  di proprietà del Dott. Vernicchi di Montella e dei suoi eredi.

Oggi è invece di proprietà del Comune che intende restaurarlo  per utilizzarlo  probabilmente come centro museale e come biblioteca.

 

Il borgo  di casamura risalente al 1300 , , dominato dal castello aragonese e delimitato da antiche murazioni , appare  molto caratteristico ,con le sue strette vie ad impianto urbanistico.

 

 

Queste  ancora oggi ben visibili  delimitano  un netto confine con il resto dell’abitato.

 

 

 

 

In esso si svolge ogni 4 anni la  suggestiva “Festa delle Lucerne”, che in maniera molto suggestiva vede illuminare con centinaia di piccole fiammelle  tutte le antiche stradine del borgo medievale .

Durante questa festa , lucerne ad olio, montate su strutture in legno di forma geometrica, creano un’atmosfera speciale, con effetti  luminosi fantastici  su luoghi pittoreschi   metteno  in risalto  angoli  e suggestivi scorci di vicoli del caratteristico  centro storico  proiettandoci indietro nel tempo come in un magico sogno.

 

 

 

Questa antichissima festa, che ha probabilmente origine da riti dei contadini, si svolge come dicevamo ogni quattro anni ,  il 4 e 5 agosto, in coincidenza con la Festa della Madonna della Neve


 

 

Secondo Strabone, storico romano del II secolo, la città di Somma Vesuviana , fu fondata dallo stesso gruppo di Osci che fondò Ercolano e che chiamò la città Sommax. Giulio Andronico riporta nel suo Acutum Fondationum che la città fu invece fondata da un gruppo di plebei guidato da Tiberio Gracco che chiamò la città «Saxo Tribunum» (urbe dei plebei).

Marenzio, storico del 77 d.C. descrive  invece la fondazione della cittadina con i sanniti. .

Fatto sta che nel luogo , sede un tempo , di  numerosi insediamenti di epoca romana , sono stati ritrovati numerosi ritrovamenti archeologici ed i resti di una delle più grandi ville romane mai ritrovate , considerata di grande  interesse architettonico perchè si pensa che sia il luogo dove sia morto l’Imperatore Cesare Augusto .

Il territorio per la sua estrema fertilità dei campi è stato da sempre ambito dai molti regnanti che hanno conquistato Napoli e le zone limitrofe . In epoca romana dovette addirittura intervenire il Senato per fare un arbitrato tra Napoli e Nola ,  in continua disputa  tra di loro  per il possesso di queste terre alle falde del monte Vesuvio ( tutto si risolse con l’assegnazione della  fascia di territorio alla diretta amministrazione di Roma ).

Più tardi in epoca angioina ,venne costruito in posizione strategica nella parte alta dell’intera pianura ,un forticatissimo castello su di un’antica fortezza che precedentemente aveva ospitato  longobardi, normanni e svevi .  Gli ungheresi , durante il periodo che vide regina di Napoli Giovanna I d’Angiò  , ebbero modo di saggiare  l’imprendibilità del castello , non riuscendo a conquistarlo in alcun modo .

Con l’avvento degli angioini il castello sul monte ed il borgo medioevale di Somma, sviluppatasi più in basso, l’intera zona fu scelta  come stabile dimora estiva dai regnanti angioini per la salubrità dell’aria e la fedeltà dei sudditi  : il castello ripetutamente ristrutturato fu insieme al borgo fortificato e ampliato con la costruzione della cappella di Santa Lucia, . In località Starza della Regina venne costruito il palazzo Reale  e la monumentale chiesa di San Domenico con l’annesso convento.

Anche  gli aragonesi,  soggiornarono molto spesso in Somma Vesuviana e lasciarono la loro traccia con la riedificazione della cinta muraria, giunta fino a noi quasi intatta, e la costruzione del castello a ridosso delle mua ( ancora oggi visibile ) che fu eretto per sostituire l’altro di origine angioina ubicato più a monte.

Venne inoltre fatta  costruire dalla regina  Giovanna III d’Aragona , che come sappiamo , viveva a Somma Vesuviana nel palazzo della Starza della Regina , la magnifica chiesa di Santa Maria del Pozzo.

La  monumentale chiesa ancora oggi presente ,  sorge sulle antiche strutture di un’altra chiesa , fatta costruire da re Roberto d’Angiò nel 1333 su di una originaria cripta sotterranea di origine pagana. Nel 1488 un’alluvione causò gravi danni alla chiesa che rimase sepolta sotto fango e pietre. La regina Giovanna III d’Aragona, nei primi anni del XVI secolo, volle fortemente  la costruzione di una nuova chiesa con annesso convento sopra quella più antica, che non fu però demolita, bensì impiegata quale cimitero per le famiglie gentilizie. All’inizio del XVII secolo l’interno del complesso subì numerose trasformazioni e le originarie linee gotiche furono coperte nel ‘700 con pesanti sovrastrutture barocche, fatte poi demolire nel Novecento nel corso di uno sprovveduto tentativo di ripristinare le linee originarie.

Con le leggi per la soppressione degli ordini religiosi, intorno al 1860 i frati Francescani furono costretti ad abbandonare il monastero che, divenuto comunale, fu adibito a lazzaretto durante l’epidemia di colera del 1884. Nel 1920 la chiesa venne dichiarata monumento nazionale.

Un recente restauro del complesso ha riportato alla luce preziosi affreschi del ‘300 e dei secoli successivi finora occultati come  gli apostoli con aureola a rilievo attornianti la Madonna Incoronata con il Figlio Pantocratore, e  gli affreschi del pozzo romano che rappresentano  due sante,  ( Sant’Orsola e Santa Caterina )  una Madonna con bambino e San Pietro. Infine risalenti al XVI secolo, sono stati anche ritrovati  degli affreschi rappresentanti San Giovanni Apostolo ed Evangelista e San Michele Arcangelo armato.

CURIOSITA’ :  Una  leggenda popolare racconta  che Giovanna II d’Angiò ,  regina di Napoli nel 1414 ,  vissuta a Somma Vesuviana  ebbe numerosi amanti ( sopratutto ufficiali militari ) di cui si disfaceva facendoli sparire in mortali trabocchetti utilizzando una fitta rete di cunicoli sotterranei presenti sotto la chiesa a cui si accedeva proprio dalla cripta. A Somma Vesuviana, molte persone raccontano di aver sentito parlare dai loro bisnonni di una carrozza d’oro con la quale la regina raggiungeva attraverso questi cunicoli sotterranei i suoi amanti. Questi cunicoli che molti dei loro avi raccontano di aver poi percorso ,  potrebbero essere cavità naturali o parti dell’acquedotto augusteo del Serino, o addirittua resti di edifici di età romana.

Nel periodo aragonese molti nobili per essere vicini alla famiglia reale acquistarono ed edificarono anch’essi  meravigliose residenze per  trascorrere i loro periodi di vacanza e  propri poderi nelle fertili campagne più a valle dove venivano edificate ampie ed attrezzate “masserie” deputate alla produzione, raccolta e lavorazione di pregiati vini tratti dalle già dette famose uve locali, coltivate sul terreno sabbioso del vulcano, che contribuiva a dare loro forza e sapore; a queste era stata aggiunta la pregiata uva “catalanesca”, proveniente dalla Catalogna e impiantata nella zona ad opera di Alfonso I d’Aragona .

Torchi vinari dalle dimensioni enormi, ricavati da tronchi di mastodontici alberi di quercia, da cui assunsero la denominazione dialettale di “cercole”, ancora oggi si trovano inutilizzati, nei vasti e freschi cellai di molteplici aziende agricole, a testimoniare l’abbondanza della produzione vinaria.

Con la caduta degli aragonesi la cittadina venne concessa in feudo, ma la fierezza dei suoi abitanti fece sì che questa situazione non perdurasse a lungo e, con indicibili ed esaltanti sacrifici e con notevoli indebitamenti, furono raccolti i 112.000 ducati, cifra occorrente per pagare il riscatto e rientrare così sotto il demanio regio.

Nel periodo borbonico ,con lo spostamento dei reali napoletani nella zona di Portici per il periodo di vacanze, Somma Vesuviana perse la predilezione dei sovrani, ma ad essi immediatamente subentrarono, variamente distribuiti sul territorio, vari nobili e aristocratiche famiglie  locali o forestieri,  che sfruttando l’amenità del luogo ed il fertile territorio , attivarono la produzione agricola, che primeggiò non solo nel campo vinicolo, ma anche in quello della frutta pregiata (susine, pesche e ciliegie) e di cui ancora oggi permane apprezzata l’albicocca, ( la “crisommola”) .La salubrità della sua aria era talmente famosa da essere consiglita da molti famosi medici napoletani per guarire da molteplici malattie fino a tutta la prima metà del  XX secolo . Sorsero quindi nel borgo nobili e maestosi palazzi, che arricchirono con fregi e decorazioni pregevoli, degni della capitale.

Ancora oggi come potrete osservare visitando il caratteristico centro storico tutto il territorio  conserva l’antico aspetto di un tempo  .Nel cuore di Somma Vesuviana troviamo anche la chiesa di San Domenico  fatta costruire dal re Carlo II d’Angiò nel 1294. e la bella cinquecentesca chiesa di San Giorgio , ma sicuramente  il pezzo forte del luogo è sopratutto  un importante  sito archeologico presente in località Starza della Regina portato alla scoperta in collaborazione con l’Università di Tokio attraverdo scavi iniziati nel 2002 .  Si tratta della  cosiddetta villa di Augusto ,un ampio edificio di epoca imperiale dove sono  state rinvenute in sei diversi ambienti , numerose statue e fantastici affreschi.

 

 

 

La storia degli scavi risale agli anni ’30 del secolo scorso, quando, in località Starza della Regina, un contadino scoprì per caso il portico d’accesso all’antica villa. Egli intendeva ampliare  nel suo frutteto , una piccola struttura dove  deponeva in genere i suoi strumenti da lavoro. Una volta iniziato a scavare , ben presto, si accorse che le fondamenta avevano delle caratteristiche diverse rispetto alla parte superiore.

Allarmato e impaurito dalla situazione, chiese l’intervento del farmacista Alberto Angrisani, un personaggio importante della città di Somma che conosceva molto bene Matteo Della Corte, soprintendente dell’epoca agli Scavi di Pompei.

Da un  primo scavo archeologico, effettuato su un’area di 30 metri, vennero alla luce interessanti reperti di una villa romana risalente al  II sec. d. c. ( una parete, la parte di un porticato, una colonna e la testa di una statua) . Le prime supposizioni, molto affrettate, stabiliranno che si trattava di un edificio romano, sepolto per oltre la metà della sua altezza ,dall’eruzione del Vesuvio del 472 d.c. (la cosiddetta eruzione di Pollena) e che la statua rinvenuta era quella di Augusto  che secondo molti scritti dell’epoca indicavano essere morto proprio in quei luoghi .

 

N. B.  L’edificio, che prima dell’eruzione era già in evidente stato di degrado, è stato inizialmente sepolto, per circa metà della sua altezza, dai prodotti vulcanici emessi durante l’eruzione esplosiva cosiddetta di Pollena (472 d.C.). Dapprima, un sottile strato di sabbie e densi lapilli ha ricoperto uniformemente tutti gli ambienti dell’edificio, sigillando sul pavimento i crolli avvenuti prima dell’eruzione. Poi, numerosi flussi di cenere vulcanica e grossi blocchi di lava consolidata di oltre un metro di diametro, creatisi lungo i ripidi fianchi del Somma, hanno investito le strutture dell’edificio seppellendolo sotto una coltre di circa 4-5 metri di spessore. Alla fine di quest’eruzione le strutture più elevate dell’edificio erano ancora visibili, emergendo per alcuni metri dal deposito vulcanico.  Per alcuni decenni poi , parte delle strutture è rimasta esposta all’aria aperta, e si è quindi formato un sottile suolo e si è accumulato uno strato di detriti provenienti dai muri in disfacimento. Nei primi anni del VI secolo d.C. si è avuta un’altra eruzione, che ha sepolto ciò che restava visibile delle strutture murarie. Su questi depositi vulcanici si è formato uno spesso suolo che sta ad indicare il trascorrere di un periodo di tempo più lungo prima che quest’area fosse ricoperta dai prodotti di almeno due eruzioni più recenti.

 

Le prime esplorazioni  archeologiche durarono appena  un paio di anni,  per poi essere sospese a causa della mancanza di fondi . Poichè non fu quindi possibile andare avanti con gli scavi , i lavori vennero sospesi  decidendo  di interrare nuovamente tutto. Fortunatamente, fu posto un vincolo di non costruzione per salvaguardare la zona.

Solo nel 2002, grazie ad un progetto di ricerca tra l’Università di Tokyo , l’Università Suor Orsola Benincasa e la Soprintendenza per i Beni archeologici di Napoli, si è poi finalmente dato il via in maniera sistematica agli scavi. Il primo dato importante che venne alla luce, insieme ai reperti, è che la villa, a pianta esagonale,  per le dimensioni, per la struttura e per la preziosità dei materiali utilizzati  doveva essere di proprietà di un personaggio molto facoltoso , mentre  la statua rinvenuta non era l’Augusto ma Dioniso, ( il Dio Bacco dei romani ) perché portava in braccio un cucciolo di pantera, animale simbolo di questa divinità. Oltre alla statua di Dioniso, ne è stata rinvenuta un’altra a cui è stato dato il nome di “peplofora” (donna con il peplo), così definita perché priva di braccia. La statua non porta attributi che la identificano e, poiché la sua veste presenta i colori del lilla e del viola, potrebbe essere la rappresentazione dell’autunno. Entrambe le statue sono copie, quelle originali si trovano entrambe  ora custodite nel museo storico archeologico di Nola ,  nella sezione dedicata a Somma Vesuviana.

Considerando la monumentalità dell’edificio e la sua ubicazione  si è  quindi poi ipotizzato  che la villa potesse essere la residenza dove morì l’imperatore Ottaviano Augusto, da cui il nome “Villa Augustea”.

Per procedere in maniera indisturbata  con i lavori di scavo e di recupero dell’opera i Giapponesi acquistarono addirittura il terreno:per poi donare lo stesso  alla Soprintendenza Archeologica della Campania. Dal 2002 ogni primavera/estate i Nipponici effettuano una campagna di scavi e rilievi, che sta riportando alla luce nuovi ambienti: addirittura gli esperti ipotizzano che, sotto i vari sedimenti lavici, possa esserci oltre che la  villa, un intero insediamento urbano. Durante le campagne di scavo degli ultimi 3 anni  sono stati infatti riportati alla luce: i resti di muri di un edificio forse costruito prima dell’eruzione del 79 d.C., un muro affrescato, una importante  cella vinaria, un frammento di statua femminile, una parte di una grande cisterna,  e numerose tracce di coltivazioni.

 

Il portale, che è l’elemento più suggestivo della villa, si ritenne, in un primo momento, fosse l’ingresso dell’edificio. La decorazione, che interessa solo un lato, è perfettamente conservata: si possono ben distinguere le pigne d’uva, il flauto di Pan, il cesto di serpenti e tutta una simbologia riconducibile sempre a Dioniso. Il portale, però, non conduceva a nessun ambiente abitativo: attraversandolo, infatti, si arriva su una strada fatta di basalto, molto usurata, che metteva in comunicazione i diversi ambienti. Il calco della zona antistante la strada, nel momento del ritrovamento, ha dato un terreno arato che, una volta tolo, ha lasciato delle buche. Alcuni ritengono che queste buche ospitassero la vite e che, quindi, il portale fosse l’ingresso al vigneto; altri, invece, sostengono che le buche venissero utilizzate per la concia delle pelli. Secondo il parere  di molti archeologi , in base ai tanti reperti ritrovati , il sito , tra  la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C. perse la sua originaria funzione di rappresentanza e fu destinato alla produzione agricola e alla produzione del vino.

La villa, comunque, poco prima dell’eruzione del 472 d.C. era già stata abbandonata e spogliata di tutto, fatta eccezione per la statua di Dioniso che, probabilmente, era stata lasciata lì come una sorta di protezione. L’edificio era quindi stato adibito a magazzino, come testimoniano un forno, mai usato, una macina molto usurata e un soppalco utilizzato per deporvi le derrate alimentari nonchè  un  muro perimetrale di una cisterna del I secolo d.C., che ha quindi una datazione diversa da quella della villa, stimata intorno al III-IV secolo d.C.. Alcuni ritengono che questa cisterna avesse la funzione di raccogliere l’acqua piovana; altri, invece, sostengono che alimentasse l’Acquedotto Augusteo che partiva da Serino e arrivava fino a Capo Miseno dove si trovava la flotta dell’Impero Romano. Poiché l’acquedotto si sviluppava in gallerie sotterranee, questo dislivello faceva perdere acqua e, da qui, la necessità di creare queste cisterne.

 

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Lo scavo di questo sito ha portato  in luce sempre una buona quantità di ceramica.