IL MONASTERO DELLE TRENTATRE’

La nostra città’ è intrisa di storia e di tante dominazioni, ciascuna delle quali ha lasciato un pezzo del proprio patrimonio culturale  con i suoi palazzi, i tracciati delle sue strade, la ricchezza dei suoi edifici storici e  le sue tante chiese  antiche che  si accavallano e si stratificano sopratutto nel centro storico a breve distanza tra loro.
Ma oltre alle chiese ( circa 500 ) Napoli gode anche di tanti conventi e monasteri oognuno dei quali ha qualcosa di speciale e di magico da raccontare.
Tra questi vi è il Convento di clausura delle Clarisse Cappucine, meglio conosciute come “Le Trentatrè ” che si trova tra i vicoletti del Decumano Superiore in via Pisanelli 8 .


Esso  era detto “delle trentatré” perché questo era il numero delle suore che insieme a Maria Longo, tutte dell’ordine delle Cappuccinelle  all’epoca fondarono l’intero complesso.
L’ordine di clausura così voluto poteva ospitare un limite massimo di 33 monache ( numero riferito agli anni  vissuti da Cristo).
Il convento di clausura attualmente ospita 13 sorelle che hanno scelto il rigore e la preghiera fra le mure dell’ antico monastero il cui vero nome e’ quello di Santa Maria di Gerusalemme .

 

 

 

Esso venne costruito nel XIV secolo grazie all’operato della nobildonna catalana Maria Laurenzia Longo, che, arrivata a Napoli nel 1506, fondò prima l’Ospedale degli Incurabili e poi il monastero di clausura delle Monache clarisse cappuccine detto anche monastero delle Trentatrè.

 

Maria Laurenzia Longo era una gentildonna spagnola, originaria della Catalogna che per ragioni di stato venne a Napoli nel 1506 con il marito Giovanni Lonc ( italianizzato in Longo ) , un giurista al seguito di Ferdinando II d’Aragona.
In quello stesso anno Ferdinando istituì il Consiglio Collaterale e vi chiamò reggente Giovanni Lonc, che però morì solo due anni dopo lasciando la moglie Maria Laurenzia gravemente compromessa nella sua attività motoria: ella affetta sin da giovane da una da una grava forma di artrite reumatoide  rimase poi completamente paralizzata a seguito di un veleno che una serva le aveva somministrato per vendicarsi di un rimprovero.
Maria Laurenzia, donna di grande fede, aveva 47 anni quando volle recarsi in pellegrinaggio al santuario di Loreto (in provincia di Ancona) per chiedere la grazia al suo male. Qui ai piedi della vergini implorò la grazia della guarigione, non tanto per se, ma per i tre figli che dovevano sopportare il peso della sua infermità. Nel pregare fece voto che se fosse stata guarita si sarebbe dedicata per  il resto della sua vita ad assistere e curare gli infermi . Le preghiere della donna furono ascoltate : ritorno’ a Napoli camminando sulle sue gambe e inizio’ il suo apostolato in vari ospedali cittadini.
La sua opera era molto apprezzata ma ella sentendo di dover fare molto di piu’  acquisto’ , attingendo dal suo patrimonio, alcune case con giardino che si trovavano nella zona di Sant’ Aniello, considerata la più salubre della città, e una volta ottenuta la bolla pontificia  iniziò la costruzione di un ospedale che assunse il nome di Santa Maria del popolo degli incurabili.
Il nuovo ospedale vide subito le corsie affollarsi di malati  amorevolmente assistiti dalla benefattrice che in breve dette fondo a tutto il suo patrimonio : si dovettero aprire nuove sale per la pressante richiesta di un numero crescente di ricoveri, talchè ben presto Maria Longo, rimase senza un soldo.
Senza perdersi d’animo la nobildonna armata di solo grande amore per il prossimo incominicio’ a scendere per le vie di Napoli a chiedere la carita’ per i suoi malati. Ma  sebbene il popolo rispondeva con grande slancio, i soldi non bastavano e Maria continuava ad elemosinare. Fortunatamente giunse a Napoli, un uomo ricchissimo, assai devoto e di gran cuore (Lorenzo Battaglini) , il quale sentito che Maria Longo raccoglieva soldi per mandare avanti l’ ospedale , volle visitare il luogo e un volta resosi conto della pia opera e di come venivano assistiti gli infermi , senza indugio rilascio’ una grossa somma benefica di denaro intestato a Maria Longo . Con tale cospicua sovvenzione e con altre che arrivarono ( specie da Maria Ayerba d’Aragona duchessa di Termoli ) fu possibile ampliare i padiglioni , assicurare gli infermi ai migliori medici e assisterli con scrupolosa premura.
Maria Longo  insieme alla sua amica Maria Ayerba, fece anche costruire accanto all’ ospedale , un monastero per le donne impudiche che volevano redimersi ; queste furono poi impiegate per l’ assistenza agli infermi .
Sempre infaticabile , fece poi costruire un secondo convento per le religiose dedite alla vita claustrale e infine fondo’ un ordine di suore che chiamo’ delle trentatre’ , perche’ il numero delle suore non poteva essere superiore a 33 ( a Napoli le chiamano le suore cappuccinelle ) dove passo’ anche gli ultimi anni della sua vita.
Il Monastero, fondato nel 1585, rappresenta l’ultima testimonianza di quella cittadella religiosa che “occupò” il centro antico nel corso del Seicento. Infatti, a differenza degli altri monasteri, le vicende umane e storiche non hanno intaccato la vita della comunità delle monache, che, per volontà della loro fondatrice, rispettano la povertà di Santa Chiara , e per volontà papale, la clausura stretta.


Il Monastero infatti , in stile cappuccino, si caratterizza per un arredo semplice ed umile, il cui mobilio essenziale è nella povertà e nel calore del legno; affreschi e dipinti di notevole bellezza incorniciano la vita monastica da oltre cinquecento anni, e sono gli unici «inquilini» che tengono buona compagnia alle simpatiche suore che ogni anno nel periodo natalizio abitualmente espongono per consolidata tradizione dal 1700 , dei «bambinelli in cera» ,  frutto del loro puntiglioso lavoro artigianale .
L’ex refettorio monastico, trasferito in questo luogo  106 anni fa dagli Ospedali Riuniti , e’ molto bello e  di notevole pregio rappresentando uno dei capolavri dell’arte monastica di tutti i tempi.

La vicina chiesa seicentesca presenta delle semplici decorazioni in stucco risalenti al XVII secolo. Le opere pittoriche in essa conservate, invece, sono gli affreschi raffiguranti Santa Chiara che scaccia i Sareceni e Sant’Antonio con la Vergine, la Cena di Emmaus di Giuseppe Bonito, la Presentazione di Gesù al Tempio di Teodoro d’Errico e una copia seicentesca del dipinto raffigurante la Madonna della Purità.


Il mio consiglio è quello di non perdervi assolutamente  una visita presso questo monastero tra i  più famosi di Napoli. Un viaggio affascinante tra la storia, l’arte e la fede della Napoli del cinquecento facendovi magari aiutare  da una bravissima guida che negli ultimi tempi con molta bravura è solita accompagnare i sempre più frequenti curiosi  visitatori.

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