CHIESA DI SANTA MARIA DEL PARTO “pezzo di ciel caduto in terra”

Nella pittoresca cornice di Mergellina, su di una rupe un tempo lambita dal mare, sorge la cinquecentesca chiesa di Santa Maria del Parto che Monsignor Aspreno Galante amava definire come <<pezzo di ciel caduto in terra>>.

La chiesa è legata alla figura del poeta umanista partenopeo Jacopo Sannazaro che nel 1497 ricevette in dono da re Federico d’Aragona un terreno sul quale fece costruire la sua abitazione, una torre e questa chiesa.
Il re concesse al poeta il terreno oltre una cospicua rendita. In questa sua villa di Mergellina egli si dedicò a scrivere la sua opera, il De partu Virginis (il parto della vergine) e il nome della chiesa deriva proprio da questo poema scritto dal letterato.

Chiesa di S.Maria del Parto a Mergellina

L’edificio sacro è composto da due chiese: una inferiore, dedicata alla Natività, e una superiore, più importante e ricca di testimonianze artistiche dedicata ai santi Nazario e Giacomo (Iacopo).
La facciata esterna mostra due tondi affrescati con i ritratti del re Federico d’Aragona e di Jacopo Sannazzaro.

La chiesa inferiore, scavata nel tufo è dedicata alla Madonna del Parto col presepe ligneo di Giovanni da Nola voluto dallo stesso poeta nel 1520, dove appare per la prima volta un gruppo di pastori in adorazione (oggi non più in sede ma custodito in una piccola cappella a destra dell’ingresso). In questa chiesa le donne in attesa o desiderose di una gravidanza si recavano a pregare l’immagine della Madonna.
La costruzione, fu iniziata nel 1504, e portò già nel 1525 a terminare la chiesa inferiore.

Presepe ligneo realizzato da Giovanni da Nola

 

La costruzione della chiesa superiore, invece, fu interrotta da una terribile epidemia di peste ed anche per l’abbandono della città da parte del Sannazzaro per gli eventi bellici venutisi a creare tra la Francia e la Spagna che portarono nel 1528 durante l’assedio francese il principe Filiberto d’Orange a saccheggiare la villa, abbattere la torre e trasformare la villa in un accampamento militare.

Ritornato a Napoli nel 1529, il Sannazzaro donò la chiesa e le proprietà circostanti ai Padri Servi di Maria, assegnando loro una rendita annua di 600 ducati, con l’impegno di completare la seconda chiesa, ornare l’esterno della chiesa di giardini e statue (fu stanza dei Signori Vicerè del regno) ed erigere un monumento funebre alla sua morte, avvenuta poi l’anno seguente.

Tomba di Jacopo Sannazzaro

Il monumento funebre marmoreo situato dietro l’altare maggiore, è opera secondo molti di frà Giovanni Angelo Montorsoli (dell’ordine dei Padri Serviti) e secondo altri del napoletano Girolamo Santacroce.
La tomba è ornata da soggetti profani e strane decorazioni, tra cui un teschio cornuto, due amorini, le armi ed il suo stemma, oltre ad un’iscrizione che fu dettata da Pietro Bembo.
L’opera suscitò all’epoca non poche polemiche, a causa della presenza di elementi tipicamente pagani, come le rappresentazioni di Apollo e Minerva sulla base e per questo motivo un viceré spagnolo minacciò di rimuoverlo, ma i frati, per evitare ciò, fecero scolpire sotto le figure di Apollo e Minerva i nomi biblici di David e Judith.

Durante il decennio francese (1806-1815) vennero soppressi tutti gli ordini religiosi, sorte che subì anche il convento dei Frati Servi di Maria, mentre le case ubicate sotto la chiesa divennero di proprietà privata del famoso impresario musicale Domenico Barbaja che ospitò per un lungo periodo Gioacchino Rossini, l’epicureo compositore che qui dava sfogo alla sua passione per le belle donne e alla buona cucina. Nel 1812 la chiesa venne affidata ad una “Confraternita del SS. Rosario” e solo nel 1971 ritornò agli attuali Padri Serviti.

La chiesa superiore è a unica navata su cui si affacciano sei cappelle (tre per lato) mentre il soffitto è privo di decorazione.
Il pavimento in bianco e nero, rifatto nel XX secolo, ha sostituito quello maiolicato originario che emerge ancora in una delle cappelle laterali.
La navata termina in un’abside decorata con stucchi ed affreschi eseguiti nel 1593 da Paolo Guido Borghese, raffiguranti “Le storie della Vergine” .Al termine dell’arco ( che introduce all’abside ) troviamo due nicchie che accolgono a sinistra la statua di San Jacopo, opera di Montorsoli, e a destra quella di San Nazario, opera di Ammannati.
L’altare maggiore in marmo fu aggiunto nel XVIII secolo, ed è opera di Pietro Nicolini. Esso è completato da una statua lignea, policroma, della Madonna con Bambino, realizzata da Francesco Saverio Citarellinel 1865.
Altra bellissima opera e’ “L’Adorazione dei Magi” donato da re Federico al Sannazzaro, attribuita al pittore fiammingo italianizzato Teodoro d’Errico.
Sulla prima cappella a destra è collocata una delle opere più significative di Leonardo da Pistoia, la famosa tavola nota come “Il Diavolo di Mergellina” o “San Michele che calpesta il Demonio” che riporta alla leggenda della vittoria del vescovo di Ariano, Diomede Carafa, sulla tentazione di una nobildonna napoletana identificata in donna Vittoria d’Avalos.

San Michele che calpesta il demonio

Il quadro di Leonardo da Pistoia raffigurante San Michele da sempre è considerato come il “diavolo di Mergellina” poichè rappresenta un giovane bellissimo che calpesta un demonio dalla testa di una donna; una leggenda vuole che questa tela sarebbe l’allegoria della vittoria sulla tentazione del vescovo di Ariano Diomede di Carafa, divenuto in seguito Cardinale, del quale si sarebbe innamorata Vittoria d’Avalos, aristocratica dama napoletana, novizia per qualche anno del convento di Sant’Arcangelo a Baiano, a Forcella, noto per l’allegra condotta delle varie consorelle.

Vittoria d’Avalos si invaghì del giovane Diomede Carafa e per vincerne il cuore si rivolse alla fattucchiera Alamanna affinchè le procurasse un filtro d’amore.
Una volta ottenuto il filtro, la fanciulla confezionò con esso delle saporite zeppulelle che offrì in dono al prelato.
Iniziò così la passione e il desiderio per la bella Vittoria, di cui Diomede non riusciva a capirne la ragione fino a quando incominciò a sospettare di essere rimasto vittima di un sortilegio e deciso a porvi rimedio si rivolse ad un suo amico frate esperto in cose occulte.

Il frate fa dipingere da Leonardo Grazia, detto da Pistoia un quadro in cui San Michele ( di cui lui era devoto ) trafigge un demone con le fattezze di Vittoria e lo cosparge di acqua Santa e uno speciale balsamo preparato per l’occasione contro l’incantesimo.
L’opera che pare abbia compiuto il miracolo, mostra la seguente iscrizione: Fecit victoriam alleluia (vittoria allude chiaramente al nome della fanciulla).

L’episodio ha dato vita nel corso dei secoli al detto popolare “si bella è nfama comme o riavule e Margellina.
L’ interno della chiesa contiene la tomba del cardinale Carafa che però non custodisce i suoi resti, essendo egli poi morto a Roma.

Volta affrescata
Maiolicato originale che emerge in una delle cappelle della chiesa

 

 

Jacopo Sannazaro, poeta e studioso nato a Napoli nel 1456 circa e morto nella stessa città il 1530, entrò nel 1481 nella corte di Federico d’Aragona seguendolo poi nell’esilio in Francia. Durante la sua attività realizzò opere in volgare come farse e filastrocche. L’opera più nota è l’Arcadia (1481- 1496) che narra di feste, giochi e vita pastorale.

STORIA DEL DIPINTO DI SAN MICHELE

La storia del dipinto è narrata magistralmente da Matilde Serao nel suo tomo “Leggende Napoletane” edito nel 1890: Messer Diomede era follemente innamorato di donna Isabella, bellissima nobile della Corte Vicerale, per la quale scriveva infuocate lettere d’amore, ma lei che aveva fama di donna crudele e disamorata non faceva che sorridere delle sue lettere, giocava con lui come il gatto col topo, lo illudeva, lo blandiva con le sue arti, poi d’impeto lo cacciava nel più profondo sconforto “abituata a questi sottili e malvagi godimenti, ella si compiaceva stringere quel cuore in una mano di ferro,lo soffocava a poco a poco e poi ridandogli la vita carezzandolo con mano leggiera e vellutata, si dilettava a far sussultare di dolore quell’anima, gittandola bruscamente nella disperazione. ..Il mondo le maledice, le disprezza, ma il mondo le ama, l’uomo le ama, così è, sempre, così, sempre, sarà” (Serao).
Donna Isabella dopo un anno di schermaglie disse di amarlo e al povero Diomede sembrò di raggiungere l’estasi, ma breve fu la stagione dell’amore, poco tempo dopo lo abbandonò per altri uomini. Diomede, cieco pazzo d’amore non comprendeva, soffriva e si ubriacava di quella sofferenza. La passione lo dilaniava, giorno e notte; alla fine si decise ad ordinare un quadro al suo amico pittore Leonardo da Pistoia, che avrebbe dovuto dipingere un mostro orribile con il volto della sua Isabella, così ogni volta che l’avesse guardata avrebbe visto un immondo demone tentatore, verso il quale provare solo ribrezzo ed orrore, e così guarì; vi appose il motto ”Et fecit vittoriam halleluja” alludendo sia al trionfo di San Michele che al suo; Il viso della donna era talmente bello che i napoletani, come narra Benedetto Croce in “Storie e Leggende Napoletane” edito nel 1919, ne rimasero affascinati a tal punto che ancor oggi per definire una donna che reca solo guai la definiscono “Bella come il Diavolo di Mergellina “.

 

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